VILLAVITA
di Converti Valerio
FLORA E FAUNA
In questo paese gli abitanti hanno sempre convissuto
con situazioni e cose che sfidano la razionalità, la
gente ha imparato a farsi gli affari propri, ci sono
cose che vanno oltre la comprensione, ci sono cose
che fanno più paura di quanto ci si può immaginare;
questo paese è governato dal terrore, e non perché
ci sia qualche pazzo, qualche organizzazione
criminale o altro, l’orrore è quello più profondo,
incontrollato, indomabile, l’ignoranza per ciò che
li circonda li attanaglia, nessun sa, nessuno osa
sapere, l’unica cosa in cui confidano è che
l’ignorare è vita.
Di giorno la gente si accalca nelle strade
principali e fa tutto ciò che deve fare, ma neppure
nelle ore più luminose si addentrano nei vicoli, le
ombre incutono un terrore indescrivibile nella gente
del luogo. Appena il sole tramonta, la città diventa
deserta, nessuno esce di casa, neppure i ragazzi più
giovani si fanno vedere, i negozi chiudono entro le
sei e i lavoratori a cui tocca il turno di notte si
rinchiudono nei luoghi più sicuri che trovano, ma
spesso non basta.
La notte è fredda ed umida qua in paese, le stelle
sono coperte dalle nuvole e dallo smog, la nebbia è
così fitta che se ci cammini in mezzo non riesci a
vederti dalla cintola in giù. La gente teme la notte
più di ogni altra cosa perché nasconde terrori
indicibili, nessuno conosce con esattezza chi o cosa
si annidi nell’ombra, ma tutti percepiscono le
presenze, ogni cittadino sa, ma nessuno ne parla,
tutti preferiscono continuare a vivere.
La notte è complessa è articolata, sul centro
storico ci sono numerose leggende alimentata da
ritrovamenti di corpi conciati peggio di quanto
qualsiasi mente, persino la più malata, potrebbe
immaginare; a tarda notte, dalla chiesa centrale
provengono cantici terrificanti. Il porto è il luogo
da cui proviene e dove è più fitta la nebbia, se ci
si avvicina all’acqua non si riesce a vedere neppure
la luce del faro; molte persone sono cadute in mare
mentre passeggiavano lungo la riva. Il bosco vicino
al porto invece è stato creato qualche tempo fa per
dare un minimo di colore a questo grigio paese, ci
volle poco affinché venisse abitato dalla fauna
particolare del posto, è il luogo più pericoloso ma
la gente non ci entra mai, quindi, ciò che preoccupa
è quello che può decidere di avventurarsi fuori dal
verde.
Diversi scrittori hanno contribuito allo sviluppo
del folclore del paese, alcuni hanno ambientato
romanzi o raccolto documentazioni sui vari miti;
molti di questi sono morti in circostanze
misteriose. Quando nasci a Villavita non dubiti
della presenza di mostri nel buio, ne hai la
certezza.
Nonostante tutto, c’è sempre qualcuno che si
avventura nella notte: chi per coraggio, chi per
follia, chi per necessità…ad esempio il vecchio
Jacob, è una delle persone più vecchie di questo
paese, lo ha visto nascere, crescere e marcire.
Jacob, come molti altri, ha subito gli alti e i
bassi di Villavita, lui in particolare è li da
sempre, quindi ha visto il paese al suo apice di
sviluppo, la forza economica che il porto aveva, i
primi alberi piantati e poi la fine, l’arrivo di
strani cultisti, di gente misteriosa, l’avanzamento
delle ombre su tutto il territorio, lo sviluppo
delle deformi particolarità del luogo, la perdita di
potere, il crollo totale, sino ad una notte fatidica
in cui trovarono la sua famiglia fatta a pezzi nel
cuore del centro storico; da allora tutto è
cambiato.
Da più di quindici anni, Jacob vive sotto il ponte
centrale, la sua unica consolazione è l’alcol. La
gente di qui ha sempre cercato di dargli una mano,
ma da quando ha iniziato a parlare di strane
creature, di presenze nel buio e di occhi nel mare,
nessuno ah più voluto saperne niente, è diventato il
pazzo del paese, tutte le sue visioni sono state
addebitate all’alcol, Jacob sa tutto, ma nessuno è
disposto ad ascoltarlo. Il suo motto è: – Nulla è
come sembra a Villavita. -
La longeva esistenza che sta trascorrendo stupisce
visto la corporatura gracile e il pietoso stato in
cui riversa; ha sulle spalle il peso di un paese che
lo ripudia, lui, il risultato di ciò che Villavita
di peggiore può offrire; il parto di una madre
deforme che ripudia la vista della sua creatura; il
bubbone di una città appestata, lui conosce ogni
anfratto di questo paese, ha visto i suoi peggiore
segreti e le sue più grandi meraviglie, è divenuto
parte integrante di questo fetido luogo, è la prova
vivente che qualcosa non va; ma nonostante le sue
conoscenze, preferisce camminare nella notte che
alla luce del sole.
Jacob però non è l’unico frequentatore di quelle
strade, le ombre lo controllano. Piccoli occhi nel
buio lo osservano guardinghi, ma i ragni li sono
prede, non predatori. Un alano randagio magro come
la morte ciondola poco distante, sverrebbe
volentieri ma i morsi della fame glielo impediscono,
lo osserva con lo sguardo triste ed un rivolo di
bava che gli cola dal muso, annusa l’aria, qualcosa
lo spaventa, non va bene, preferisce tenersi la
fame, anche i cani più grossi li sono prede. I
gabbiani sono appollaiati sui tetti, c’è troppa
nebbia per volare e non si sa mai cosa nasconde il
cielo nero di Villavita.
Jacob cammina a passo lento, mastica un pezzo di
pane duro come un sasso, mentre, con l’altra mano
tiene ben salda la sua bottiglia di vino. La nebbia
impedisce la vista ma non i rumori, quelli sono
forti come boati nell’assordante silenzio delle
strade. qualcuno lo sta seguendo, a giudicare dal
rumore, sembrerebbe un animale piuttosto grosso, il
puzzo di cane gli pervade le narici. Jacob si volta
ma non vede che un muro bianco e vaporoso. La vista
è inutile, fa qualche passo, lo sente ancora, dietro
di se, un ringhio soffuso, artigli raschiano le
pietre che rivestono la strada; il fiato si blocca,
trattiene in respiro, la paura lo attanaglia
rendendogli difficili i movimenti. L’uomo cerca di
affrettare il passo, ora è vicino al porto, qua
l’odore dell’animale si deve sottomettere a quello
del pesce, un fetore così tremendo da diventare
fastidioso, impregna i vestiti e la pelle, è
tremendo ma almeno il cane non potrà individuare
quello di Jacob. L’uomo si muove silenziosamente,
cerca di scrutare nell’ombra più fitta che mai, ma
il porto non lascia scampo alla vista. Cerca di
riprendere fiato, faticosamente torna a respirare.
Vede proiettarsi ombre, non sa di quale diffidare
così si lancia fuori dal capannone, dove poteva
andare? L’acqua del mare produceva bolle a
ripetizione, poi un tuffo, probabilmente si trattava
di un pesce, o forse no, Jacob aveva visto la fauna
del posto, di notte gli animali normali non si fanno
vedere, dalle ombre escono predatori molto peggiori.
Un altro ringhio alle sue spalle, l’uomo raccoglie
le forze che solo l’alcol gli concede e corre. Il
respiro si fa pesante, faticoso, una fitta gli si
insinua nel petto, il cuore pompa così forte che
sembra dover scoppiare da un momento all’altro, la
vista si appanna, la testa inizia a girare. A stento
raggiunge il bosco, il fiato è allo stremo e quello
che ispira sa di pesce morto, vede sfuocato, cerca
di trovare sostegno appoggiandosi ad uno degli
alberi ma non gli è concesso, l’animale è ancora li,
rumoroso nel silenzio, neppure il vento si azzarda a
soffiare, l’uomo si volta e lo vede, ora la nebbia è
bassa, non supera il metro di altezza, ma la bestia
sì, come aveva fatto ad illudersi così, di notte gli
animali si nascondono, con le ombre, solo i
predatori vanno in giro ed eccolo infatti, imponente
davanti a lui, grosso come un lottatore, ricoperto
di peli scuri, con un corpo antropomorfo ed il muso
canino; gli occhi, quei dannati occhi, così gialli e
brillanti da riuscire a fendere persino la nebbia di
Villavita. Un lupo su due zampe con artigli grossi
come una mano umana; l’essere ringhiava e sbavava,
con le zampe inferiori avanzava inesorabile
squarciando il terreno, la coda si muoveva
frenetica, l’odore di pesce non serviva più a nulla,
ora erano uno di fronte all’altro. Il primo fiero e
possente, l’altro magro e malmesso, alle loro spalle
un bosco che non poteva certo offrire riparo da una
bestia capace di abbattere alberi con una sola mano:
la storia avrebbe un solo finale. Jacob si volta e
tenta l’ultima fuga disperata, si innoltra nella
foresta abbastanza per trovarsi circondato da piante
che non c’entravano nulla con l’habitat in cui erano
cresciute; vegetali alti quasi quanto lui, la bestia
lo raggiunse, in un attimo lo scaraventò a terra, la
nebbia li riavvolgeva nuovamente, ma Jacob poteva
ancora vedere le imponenti fauci aprirsi e gli occhi
gialli fissarlo famelici, rivoli di bava calda gli
scivolano addosso. Jacob si guardava attorno,
cercava un aiuto, un appiglio o un sasso per colpire
il mostro ma nulla, per ciò che la nebbia permetteva
di vedere, attorno a loro c’erano solo piante,
foglie enormi che sovrastavano tutto e si ergevano
fin sopra la nebbia. I grugniti dell’animale si
facevano diventano sempre più concitati poi un
mugolio, come quello di un cane terrorizzato, il
mostro si sollevò da terra; un grosso tentacolo
verdastro gli si era attorcigliato lungo la vita.
Jacob osservava l’animale mentre veniva
ripetutamente scaraventato a terra, i mugolii
lasciano il posto ai versi soffocati di un disperato
tentativo di riprendere fiato, mentre schizzi di
sangue innaffiano l’erba circostante, una delle
piante si apre come se sbocciasse in quel momento,
l’interno era simile a quello di una gola umana, una
sorta di trachea si estendeva dalle foglie, fino
all’interno di una grossa sacca sulla quale si
sviluppa il vegetale. Un secondo tentacolo va ad
afferrare la gola dell’animale e inizia a
stritolarla finché non smette di dimenarsi ed
abbaiare; dopodichè la pianta, solleva la creatura
all’altezza della gola e lo lascia cadere
all’interno riavvolgendosi poi su se stessa mentre
un pezzo di gamba cade all’esterno.
Niente è come sembra sussura tra i denti il vecchio
Jacob mentre raccoglie l’arto da terra. Intanto un
tentacolo striscia sul’erba fino a raggiungere
l’uomo, lento gli si arrampica sulla gamba fino al
volto, poi con la delicatezza di un bambino lo
accarezza– brava piccola, sei stata proprio brava.
–aggiunge l’uomo con voce impastata nell’intento di
masticare la sua nuova cena.