[Home]|[Racconti]|[Disegni]|[Forum]|[Interviste]|[Fumetti]|[Concorso]|[Recensioni]  
  [Vampiri]|[Segnalazioni]|[e-Book]|[Chi siamo]|[Cortometraggi]|[Link]  
 
Biografia dell'autore

 

 

 

 

ARMADIO A MURO

di Martinengo Mattia

 

 

Introspettiva sulla paura

 

Ora lo apro.

Giuro voglio aprirlo.

Non reggo più.

Non voglio più avere paura.

Mi basterebbe uscire dall’armadio, un faccia a faccia con il numero indefinito di esseri deumanizzati qui fuori, un testa o croce, un tiro di dado, una scommessa, un quasi certo addio.

Ragione contro follia, sentimento contro rabbia.

Sarebbe come trovarsi davanti a un branco di animali feroci e affamati.

Sarebbe impari.

Sarebbe come diventare uno di loro.

Le gambe tremano, il cuore mi palpita come un tamburo nel cervello.

Non voglio unirmi al branco.

Non voglio più avere paura.

Da ragazzino passavo le notti con un paio di amici a guardare film horror. Soli in casa desideravamo senza ammetterlo di sentire un rumore in un’altra stanza, la caduta di un libro dalla libreria, una finestra che sbatte… Qualunque cosa per un po’ di terrore, di suggestione.

La condivisione della paura.

Ora sono solo, rannicchiato da non so più quante ore dentro un armadio a tentare con movimenti impercettibili di asciugarmi il sudore freddo sulle tempie. Il tutto a rallentatore, attento a non far rumore e sperando che gli esseri lì fuori non si avvicinino troppo.

Non voglio più avere paura.

Rimembro il panico dal mio letto a quello dei miei. Rimembro gli incubi notturni dell’infanzia, la stanza che si trasformava in un inferno, i sussurri di creature nell’ombra, sotto al letto o affacciati fuori dalla finestra.

Rimembro le mie urla nel pieno della notte e le corse a perdifiato, la dolcezza nelle  parole dei miei e la conseguente quiete.

La paura sottomessa e uccisa dall’affetto, dall’amore.

Quell’amore che non ci sarà più.

L’amore che non ci sarà più. Marta.

L’affetto che non ci sarà più. Marta.

La quiete che non ci sarà più. Marta.

Tutti morti, sono tutti morti. Marta.

Ho una fitta nella testa. Digrigno i denti e la mandibola mi duole.

Ora non c’è più nessuno che potrebbe accogliermi, capirmi, salvarmi. Sono morti, sono tutti morti.

Morti!? Lo spero per loro e forse anche per me.

Porcodidio se lo spero per me…

Immagino questo cazzo di armadio aperto da mia madre, la versione non umana di lei affamata di me.

Immagino questo cazzo di armadio aperto da Marta.

Marta…

Immagino il suo sorriso, il suo corpo.

Penso alla bellezza di Marta e a quanto era bello condividere il tempo con lei, fidarsi di lei, essere amato da lei, far l’amore con lei.

Immagino tutto quanto di lei tramutato in bestialità, in odio animale.

Impossibile, inconcepibile.

Immagino tutte le persone che conosco e che ho conosciuto intente a sbranarsi, a divorarsi ingorde, avide nella forma e nella sostanza.

Immagino un mare di sangue e carne ed un bambino che, galleggiando sulle onde, viene trasportato dalla corrente fra migliaia di corpi morti, e se la ride di tutto, se la ride di tutto quanto.

Ho un conato di vomito. Due. Tre. Fortunatamente non faccio rumore.

Mi sforzo di mantenere il controllo.

Lucidità. Lucidità. Lucidità.

Devo pisciare, pisciare, pisciare e mi viene in mente il Clown… Mi viene in mente il Clown e mi viene da ridere…

“It” ha spaventato una grossa fetta della mia generazione o almeno la maggior parte di quelli che hanno guardato il film da bambini. Mi ha terrorizzato per anni quel fottuto Clown.

Ricordo che avevo circa dodici anni e una mattina, dopo aver avuto un incubo col Clown, rimasi un’ora immobile sotto le coperte. Ero solo in casa, dalle persiane una debole luce dava alla stanza una penombra surreale e la televisione davanti al letto mostrava il riflesso della porta socchiusa alle mie spalle. Ero completamente divorato dall’ansia, pietrificato. Rimasi come congelato nel tempo senza possibilità di prender contatto con la realtà, alzarmi e spalancare le persiane per fare entrare la luce, tranquillizzarmi.

Sembra stupido ma avevo trovato quella situazione avvincente, vera. Mi sentivo vivo, davvero.

La paura è sentirsi vivi e voler continuare ad esserlo.  

Ora invece mi sento quasi morto.

Deglutisco a fatica, la salivazione diventa cosa sempre più ardua.

Uno degli esseri là fuori si avvicina all’armadio, lo vedo dall’impercettibile fessura fra le due ante.

Il calore inizia a scendere dalla coscia destra, passa dalla caviglia giungendo infine alla pianta del piede. Come se questo buco non puzzasse già abbastanza.

Tutto il corpo butta fuori liquidi ma la gola è sempre più secca, sento che anche le gote si stanno bagnando e penso alla mattina di scuola invernale in cui ho avuto la notizia della morte di mia nonna. Una mattina qualunque di un giorno qualunque, la maestra che mi accompagna fuori e mio padre in silenzio per tutto il viale del ritorno. E poi i grigi giorni seguenti a casa da scuola, perché a scuola non volevo proprio andarci; e quella bara nera che scendeva piano fino a quando, ancor più lentamente, non è stata ricoperta e avvolta fra le braccia della terra umida.

E ancora la morte di mio padre…

La morte di mio padre.

Cerco le differenze fra quel piangere e questo.

La paura dell’abbandono.

L’essere di fuori è di fronte all’armadio, gira la testa verso il basso.

Forse mi ha visto, forse mi ha visto, forse mi ha visto.

Forse no, è come se si stesse guardando allo specchio.

Emette un ringhio, un suono che, giuro, in vita mia non ho mai sentito e poi scompare dalla mia sottile e misera visuale del mondo.

Voglio uscire.

Ma non so se riuscirei a muovermi.

Voglio urlare.

Ma non so neppure se riuscirei a parlare.

Voglio uccidere. Voglio uccidere. Voglio uccidere.

Voglio vivere.

Non voglio più essere solo.

Nelle vacanze estive, insieme ad un nutrito gruppo di amici, si partiva nella notte per i boschi della collina ligure sperando in qualche macabra avventura. Eravamo tutti, chi più chi meno, innamorati dei cazzo di film horror di serie B che passava la tele, dei libri di terrore per ragazzi scritti male, dei primi Dylan Dog dal punto di vista splatter.

E non solo le gite nei boschi… Non dimentico le varie “missioni” in catapecchie , ville abbandonate o fabbriconi in disuso: le batterie delle torce che ineluttabilmente si scaricavano, il terrore di chi apriva o chiudeva la fila, le fughe rapide e rumorose.

L’adrenalina della paura da raccontare e ricordare. Per sempre.

E ancora mi tornano in mente i racconti notturni su fatti accaduti all’amico dell’amico, le storie assurde, quasi da ridere e quelle col grido finale...

Ricordo la passione e la ricerca di tutte le leggende e di tutti i misteri della nostra cazzo di città.

Torino città magica…

Torino città impazzita.

Torino città assediata da cadaveri rapaci.

Torino città morta.

Non voglio più avere paura.

Sento le grida di un uomo. Sono lontane. Forse arrivavano dalla strada.

Oltre a me c’è ancora qualcuno di vivo, di disperato… Non l’avrei detto… Ma che cazzo, mica potevo pensare di essere l’ultimo.

Le grida si interrompono di colpo.

Ricomincio a piangere.

Penso che a breve scomparirò… Tutta la mia vita, tutte le mie emozioni, tutti i miei ricordi, tutto me stesso, tutto il mondo, per me.

Finire, cancellare, svanire… Non credo in niente, quindi non potrebbe essere altrimenti.

La paura della morte. Non esistere più. È come se avessi vissuto tutta la vita per trovarmi nascosto come uno scarafaggio in questo buco.

Voglio smettere, smettere, smettere, smettere, smettere, smettere, smettere, smettere, smettere, smettere, smettere, smettere, smettere, smettere di avere paura.

Mi butto fuori dall’armadio, fuori dall’odore di piscio e di vecchi abiti ammuffiti, fuori dal dubbio della salvezza.

Le gambe, quasi atrofizzate, non rispondono dopo ore di immobilità.

Il corpo è debole, come mai in passato.

Fuori, sono fuori, a terra come un cane, il tempo riprende a scorrere e trovo che l’aria non sia mai stata così buona.

Loro nella stanza sono in tre, immobili. Mi vedono e mi bramano. Io fisso negli occhi quello che mi è più vicino e poi, semplicemente, smetto di avere paura.