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Biografia dell'autore

 

 

 

 

CORSA PER L'INFERNO

di Mastrovito Miriam

 

 

Erika corre sul marciapiede, ha le gote arrossate, il fiatone e un’incredibile fretta. Raggiunta la sua vecchia cinquecento nel parcheggio, affonda le mani nelle tasche del cappotto, rovista, infine, impreca. Sferra un calcio alla carrozzeria ammaccata e si volta indietro.

Un’occhiata in tralice all’orologio: sono le diciannove e trenta. Alle diciannove in punto avrebbe dovuto prendere servizio all’Evergreen pub. E’ in terribile ritardo e ha dimenticato le chiavi, cazzo!

Quando la sfiga ti prende di mira, non fallisce un colpo.

La babysitter le ha dato buca all’ultimo minuto e Giovanna, la sua dirimpettaia, l’ha lasciata per una buona mezz’ora in piedi sul pianerottolo con il piccolo Simone febbricitante tra le braccia. Se avesse avuto uno straccio di alternativa, non avrebbe nemmeno sognato di chiedere un favore a un’impicciona del genere.

“Devo assolutamente recarmi al lavoro. Non ho nessuno a cui lasciarlo, mi faccia la cortesia…”

“E la signorina che viene tutte le sere?”

“Avrà avuto un contrattempo, non si è presentata.”

“Senza neanche avvisare?”

Le ha fatto il terzo grado, la stronza, prima di dire che sì, gliel’avrebbe tenuto ma non oltre la mezzanotte. Così dopo aver  giustificato il ritardo, le toccherà anche chiedere il permesso di rincasare in anticipo.

Sceglie un campanello a caso. Trascorre altro tempo prezioso prima che qualcuno si decida ad aprirle il portone. Attraversa l’atrio alla velocità di un fulmine, si catapulta nell’ascensore, miracolosamente fermo al piano terra, e preme il tre.

Il vecchio trabiccolo decolla tra vari scossoni.

La donna si guarda allo specchio, tenta di riavviarsi un paio di ciocche ribelli per ingannare un’attesa che sembra non avere fine. Ha poco più di vent’anni ma ne dimostra almeno trenta, complici le nottate spese a lavare piatti nella cucina dell’Evergreen e la fatica di allevare un figlio completamente da sola.

Pensa quando sarai disoccupata! Piccole rughe le increspano gli angoli della bocca a quell’ipotesi che, pian piano, si sta tramutando in certezza.

Di recente ha collezionato una sfilza di ritardi mettendo a dura prova la pazienza di Franco, il suo datore di lavoro. “Al prossimo ti licenzio” le ha garantito l’ultima volta, e non vi sono ragioni per sperare che non mantenga la sua promessa. Franco non viene mai meno alla parola data, d’altra parte non ha figli, lui…

L’ennesimo sobbalzo, la strappa ai suoi pensieri annunciando la fine della corsa.

Attende uno, due secondi che le ante scorrevoli si aprano ma invano.

“Oh no, no!” geme picchiando i pugni sulla porta “Non dirmi che vuoi bloccarti proprio ora!”

Si costringe a pazientare ancora per qualche attimo, infine si fionda sulla pulsantiera conscia di dover suonare l’allarme.

Il panico l’assale nel constatare che i tasti sono tutti spariti. Un unico bottoncino occhieggia sul muro. Il numero otto spicca sullo sfondo rosso.

Erika si stropiccia gli occhi incredula. Quel palazzo non ha otto piani, ne ha solamente tre. Abita lì da qualche anno. Lo sa benissimo!

Si guarda intorno smarrita. Per istinto comincia a premere ovunque, come alla ricerca di un tasto invisibile, ma più preme e più ha la sensazione che le pareti le si avvicinino. Le bastano pochi minuti per comprendere che non si tratta di un’illusione. Il vano dell’ascensore si sta deformando e contraendo quasi fosse una scatola di cartone stropicciata dalle mani di un gigante.

Lo specchio s’incrina per effetto di una compressione inspiegabile fino a esplodere in migliaia di frammenti. Erika si scherma il viso con le braccia, ma una scheggia riesce comunque a rigarle il viso. Uno filo rosso le cola giù dallo zigomo sinistro come fosse una lacrima.

Un’occhiata al  soffitto e si accorge che incombe sulla sua testa, ormai è a pochi centimetri di distanza.

Si porta le mani alla gola. Le manca l’aria.

“Aiuto!” grida accasciandosi sul pavimento. Per tutta risposta, solo un sinistro raspare proveniente dall’esterno e un verso roco paragonabile a un rantolo. 

Benché non abbia modo di vedere, Erika percepisce con chiarezza la presenza di qualcosa o qualcuno fuori, una presenza per nulla rassicurante che accresce il suo senso di claustrofobia e la inonda di terrore.

Con mani tremanti fruga nella borsa, recupera il cellulare e seleziona il primo numero in rubrica

 “Fa che funzioni, fa che funzioni, fa che funzioni!”

Piange di sollievo quando lo sente squillare e continua a farlo quando la voce di Franco le tuona nelle orecchie: “Dove sei brutta figlia di puttana? Dovevi essere qui un’ora fa, abbiamo un sacco di prenotazioni e siamo nella merda…”

“Sono bloccata in ascensore” balbetta Erika tentando di intrufolarsi in quel turpiloquio.

“Questa sì che è bella! Raccontala a qualcun altro!”

“Ti prego ascoltami, ho bisogno di aiuto.” Erika ora è ripiegata al suolo, non può più stare con il busto eretto ed è costretta a tenere il capo chino. “C’è qualcosa lì fuori… non ho spa…”

“Raccontala a qualcun altro” ripete il suo interlocutore.

“Devi credermi” lo implora lei. La voce ridotta  a un debole sussurro.

“Ne ho abbastanza delle tue idiozie. Farai meglio a cercarti un altro lavoro perché, da questo momento sei licenziata.”

“Aspetta, per favore…”

“Li- cen- zia - ta.” L’uomo scandisce con cura ogni sillaba, quindi  riattacca senza lasciarle alcuna possibilità di replica.

Erika esplode in risata isterica.

Ride e singhiozza mentre seleziona un nuovo numero. Non può giurarlo, però, ha la vaga impressione che anche la cosa fuori stia sghignazzando per farsi beffe di lei.

Invia la chiamata e fiduciosa attende. Questa volta purtroppo, l’apparecchio rimane muto. Sul display la scritta: “nessuna copertura di rete” a sferzarla con la stessa violenza di una condanna a morte.

Gli spigoli delle pareti ritorte le premono sulle ginocchia e nei fianchi. Avverte un rivolo correrle lungo la schiena e trema perché comprende di non avere scampo. La scatola infernale continuerà ad accartocciarsi inesorabilmente.

Lascia cadere il cellulare sconfitta. Vorrebbe tapparsi le orecchie per risparmiarsi almeno gli orribili versi che fanno da sottofondo alla sua agonia, ma non ha spazio a sufficienza per sollevare gli arti.

Le sembra di essere tra le fauci di un mostro, oppressa dalla mancanza d’aria, dalla prigionia,  dal dolore incombente, ma ad atterrirla più di tutto è l’idea del buio in cui sarà fagocitata quando l’orribile creatura avrà smesso di masticare.