−
Ti farò male, non preoccuparti.
Mi scagliò a terra. La sua
voce era una lama d’acciaio rovente, che penetrava la mia mente e arrivava nelle
mie membra; nulla che potessi spiegare, o che avessi mai udito prima: era un
suono, senza alcun reale significato, come se gridasse solo morte.
−
Ti farà molto male, e sarà bellissimo.
Lanciò un grido animale.
Il suo ruggito rimbombò per il vicolo deserto, si arrampicò sulle pareti grigie
e annaspò verso il cielo notturno con dita artigliate.
Gridai. Un lampo rosso
sconvolse la mia vista. Il ginocchio mi doleva con fitte che spezzavano i miei
respiri.
La strada era
completamente deserta. Un grigio scuro e sporco, triste e rassegnato, sovrastava
i colori spenti dal buio della notte ed accresceva il mio senso di pericolo e di
solitudine. Accanto ai muri crepati, tra i cassonetti, sbucavano squittendo
piccoli animali, unico segno di vita della zona. Dove sono?
Ricordavo solo la perdita
dei sensi, qualche voce lontana, la musica assordante di un bar. Era riuscito a
trascinare il mio corpo fin qui senza che potessi rendermi conto di dove
fossimo.
Lui si piegò su di me. Era
alto, troppo magro, toppo cereo. Alla luce della luna, la sua fronte e le vene
ingrossate del collo luccicarono di un pallore inquietante. Vidi una luce
balenare sui suoi denti affilati, simili a zanne, e poi indugiare nelle sue
iridi scure.
I suoi occhi erano
attraversati da capillari rossi, le sue labbra bluastre come quelle di un
annegato e rotte in più punti. Ne tormentava la carne con gli incisivi, la bocca
deformata in una smorfia di rabbia e piacere, bisogno ed estasi.
Frugava sotto la giacca di
pelle con una mano; l’altra stringeva qualcosa. Avevo la vista offuscata, non
riuscivo a capire, non sapevo cosa volesse fare.
Vedevo il suo braccio
muoversi alla ricerca di un oggetto, mentre io cercavo di indietreggiare
strisciando, le mani che grattavano contro l’asfalto, il respiro rotto e il
cuore che sovrastava ogni rumore con il suo battere impazzito. Non sentivo altro
che il rombo del sangue che scorreva nelle vene, toppo chiassoso, troppo veloce:
temevo che avrebbe attirato la sua attenzione, la sua rabbia, la sua Sete.
La mia schiena andò a
finire contro il muro scrostato di una casa in rovina, troncando la mia inutile
speranza di fuga; di fianco a me qualcosa si mosse e una piccola ombra, forse un
gatto, corse su per delle scale di emergenza producendo tonfi metallici.
Mi sembrò di udire, da
lontano, la musica soffocata del locale notturno con la strana insegna a
mezzaluna. Non avrei dovuto avventurarmi, senza un’arma, in un covo di
predatori. A volte le voci sono veritiere. La curiosità può pagare con il
terrore, o peggio.
Mi giungeva un odore di
sangue, ferro e cemento, e i conati di vomito mi indolenzivano lo stomaco.
−
Dove credi di andare?
Voltò la testa verso la
fine della strada, poi mi fissò con il suo sorriso perverso.
Un vento di malvagità mi
investì simile ad un grosso predatore, ruggì dentro il mio petto, mi attraversò
e corse lungo la strada senza scomparire.
Avevo il terrore anche
solo di pensare, per paura che mi sentisse. Mi sforzai di trattenere il fiato e
il petto mi si indolenzì.
−
Non - ti - muovere.
Con quella minaccia, il
suo parlare divenne un sibilo basso, come lo strisciare di un enorme verme sul
fondo di una galleria. Guardandolo, inorridii a quel poco che credetti di vedere
oltre la coltre di oscurità fredda che non mi proteggeva da quell’ aberrazione.
Una fitta di gelo si insinuò sotto la mia pelle insieme alla paura e vi si
mescolò.
La sua mascella si allargò
come quella di un serpente, e una lingua nera e guizzante calò fra i denti
appuntiti fino a toccargli il mento.
−
Non - ti - muovere! −
gridò ancora, e l’eco di quella minaccia mi assordò.
“Mio dio, fa che finisca
in fretta, qualsiasi cosa debba accadere! Ti prego, ti prego, ti prego.”
La sua gamba si sollevò e
calò su di me con forza. Un dolore lancinante mi invase lo stinco, la coscia,
poi l’anca, e da lì salì fino a penetrarmi nel cranio, interrompendo qualsiasi
pensiero e preghiera.
Non udii nemmeno il mio
urlo disperato, se non nel suo rimbombo.
In mezzo al vicolo,
distante da me e da quell’essere, il mio crocifisso d’argento giaceva inutile e
abbandonato, appeso alla sua catenina sottile strappata a metà, come un gioiello
di alcun valore. Un tentativo inutile e stupido, niente fede e niente speranza.
A volte le voci sono semplicemente false.
Lacrime brucianti scesero
lungo il mio viso come fiamme liquide.
−
Patetico.
La sua mano insolitamente
pallida estrasse da sotto la giacca una siringa, con un lungo ago che emise un
bagliore minaccioso. Per un attimo pensai che forse le sue zanne sarebbero state
meno dolorose, e l’idea dei canini affilati mi fece inorridire. Tentai di
gridare ancora, ma il dolore mi spezzò il respiro a metà, trasformando la mia
supplica in un rantolo.
Quando si sporse su di me,
la sua sagoma oscurò la luna e non vidi più nulla se non il luccicare dei suoi
occhi spalancati. Come in un incubo, nient’altro che quei occhi aveva
importanza; nessuno stava correndo in mio aiuto.
Sentii che armeggiava
vicino al mio orecchio, poi uno strattone mi alzò e mi trattenne la testa, e
con un morso crudele l’ ago penetrò nel mio collo scorrendo nella carne.
Un serpente gelido e
viscido scivolò lungo le mie vene strisciando senza ritegno e si spanse nel mio
corpo come sangue, togliendomi le forze.
Tremiti e spasmi presero
possesso delle mie braccia, le gambe si irrigidirono e cominciai a tremare con
una poderosità che credevo impossibile. Lo percepivo, me ne rendevo conto,
eppure la mia volontà era annullata, non avevo il controllo di nulla.
Smettila, smettila,
smettila.
Nient’altro.
Svenni, e mentre perdevo i
sensi ringraziai per la dolce incoscienza che mi salvava da quella tortura.
Gelo, un altro dolore
acuto e il mio corpo che si strappava a metà.