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Biografia dell'autore

 

 

 

 

 

ESTORSIONE DI VITA

di Posani Mariagloria
 

 

 

Ti farò male, non preoccuparti.

Mi scagliò a terra. La sua voce era una lama d’acciaio rovente, che penetrava la mia mente e arrivava nelle mie membra; nulla che potessi spiegare, o che avessi mai udito prima: era un suono, senza alcun reale significato, come se gridasse solo morte.

Ti farà molto male, e sarà bellissimo.

Lanciò un grido animale. Il suo ruggito rimbombò per il vicolo deserto, si arrampicò sulle pareti grigie e annaspò verso il cielo notturno con dita artigliate.

Gridai. Un lampo rosso sconvolse la mia vista. Il ginocchio mi doleva con fitte che spezzavano i miei respiri.

 

La strada era completamente deserta. Un grigio scuro e sporco, triste e rassegnato, sovrastava i colori spenti dal buio della notte ed accresceva il mio senso di pericolo e di solitudine. Accanto ai muri crepati, tra i cassonetti, sbucavano squittendo piccoli animali, unico segno di vita della zona. Dove sono?

Ricordavo solo la perdita dei sensi, qualche voce lontana, la musica assordante di un bar. Era riuscito a trascinare il mio corpo fin qui senza che potessi rendermi conto di dove fossimo.

Lui si piegò su di me. Era alto, troppo magro, toppo cereo. Alla luce della luna, la sua fronte e le vene ingrossate del collo luccicarono di un pallore inquietante. Vidi una luce balenare sui suoi denti affilati, simili a zanne, e poi indugiare nelle sue iridi scure.

I suoi occhi erano attraversati da capillari rossi, le sue labbra bluastre come quelle di un annegato e rotte in più punti. Ne tormentava la carne con gli incisivi, la bocca deformata in una smorfia di rabbia e piacere, bisogno ed estasi.

Frugava sotto la giacca di pelle con una mano; l’altra stringeva qualcosa. Avevo la vista offuscata, non riuscivo a capire, non sapevo cosa volesse fare.

Vedevo il suo braccio muoversi alla ricerca di un oggetto, mentre io cercavo di indietreggiare strisciando, le mani che grattavano contro l’asfalto, il respiro rotto e il cuore che sovrastava ogni rumore con il suo battere impazzito. Non sentivo altro che il rombo del sangue che scorreva nelle vene, toppo chiassoso, troppo veloce: temevo che avrebbe attirato la sua attenzione, la sua rabbia, la sua Sete.

La mia schiena andò a finire contro il muro scrostato di una casa in rovina, troncando la mia inutile speranza di fuga; di fianco a me qualcosa si mosse e una piccola ombra, forse un gatto, corse su per delle scale di emergenza producendo tonfi metallici.

Mi sembrò di udire, da lontano, la musica soffocata del locale notturno con la strana insegna a mezzaluna. Non avrei dovuto avventurarmi, senza un’arma, in un covo di predatori. A volte le voci sono veritiere. La curiosità può pagare con il terrore, o peggio.

Mi giungeva un odore di sangue, ferro e cemento, e i conati di vomito mi indolenzivano lo stomaco.

 

Dove credi di andare?

Voltò la testa verso la fine della strada, poi mi fissò con il suo sorriso perverso.

Un vento di malvagità mi investì simile ad un grosso predatore, ruggì dentro il mio petto, mi attraversò e corse lungo la strada senza scomparire.

Avevo il terrore anche solo di pensare, per paura che mi sentisse. Mi sforzai di trattenere il fiato e il petto mi si indolenzì.

Non - ti - muovere.

Con quella minaccia, il suo parlare divenne un sibilo basso, come lo strisciare di un enorme verme sul fondo di una galleria. Guardandolo, inorridii a quel poco che credetti di vedere oltre la coltre di oscurità fredda che non mi proteggeva da quell’ aberrazione. Una fitta di gelo si insinuò sotto la mia pelle insieme alla paura e vi si mescolò.

La sua mascella si allargò come quella di un serpente, e una lingua nera e guizzante calò fra i denti appuntiti fino a toccargli il mento.

Non - ti - muovere! gridò ancora, e l’eco di quella minaccia mi assordò.

“Mio dio, fa che finisca in fretta, qualsiasi cosa debba accadere! Ti prego, ti prego, ti prego.”

La sua gamba si sollevò e calò su di me con forza. Un dolore lancinante mi invase lo stinco, la coscia, poi l’anca, e da lì salì fino a penetrarmi nel cranio, interrompendo qualsiasi pensiero e preghiera.

Non udii nemmeno il mio urlo disperato, se non nel suo rimbombo.

 

In mezzo al vicolo, distante da me e da quell’essere, il mio crocifisso d’argento giaceva inutile e abbandonato, appeso alla sua catenina sottile strappata a metà, come un gioiello di alcun valore. Un tentativo inutile e stupido, niente fede e niente speranza. A volte le voci sono semplicemente false.

 

Lacrime brucianti scesero lungo il mio viso come fiamme liquide.

Patetico.

La sua mano insolitamente pallida estrasse da sotto la giacca una siringa, con un lungo ago che emise un bagliore minaccioso. Per un attimo pensai che forse le sue zanne sarebbero state meno dolorose, e l’idea dei canini affilati mi fece inorridire. Tentai di gridare ancora, ma il dolore mi spezzò il respiro a metà, trasformando la mia supplica in un rantolo.

Quando si sporse su di me, la sua sagoma oscurò la luna e non vidi più nulla se non il luccicare dei suoi occhi spalancati. Come in un incubo, nient’altro che quei occhi aveva importanza; nessuno stava correndo in mio aiuto.

Sentii che armeggiava vicino al mio orecchio, poi uno strattone mi alzò e mi trattenne la testa, e  con un morso crudele l’ ago penetrò nel mio collo scorrendo nella carne.

 

Un serpente gelido e viscido scivolò lungo le mie vene strisciando senza ritegno e si spanse nel mio corpo come sangue, togliendomi le forze.

Tremiti e spasmi presero possesso delle mie braccia, le gambe si irrigidirono e cominciai a tremare con una poderosità che credevo impossibile. Lo percepivo, me ne rendevo conto, eppure la mia volontà era annullata, non avevo il controllo di nulla.

Smettila, smettila, smettila. Nient’altro.

Svenni, e mentre perdevo i sensi ringraziai per la dolce incoscienza che mi salvava da quella tortura.

 

Gelo, un altro dolore acuto e il mio corpo che si strappava a metà.