Erano
fermi il 14 settembre su di una diramazione della Nevada Route 375; si erano
persi seguendo un'indicazione di rifornimento. Adesso erano ai piedi di una
cunetta, nel caldo torrido e circondati dai tre lati visibili dal deserto.
Melanie
tolse i piedi da quella che era un'indicazione buttata giù dal vento. Guardò
davanti la punta delle sue scarpe e lesse il cartello: "Festa dell’Avvento, 14
Settembre, Pacifica: 2 miglia"
— C'è
una cittadina non lontana da qui.
Jonathan le si fece accanto.
— Festa
dell’Avvento. È oggi, Mel sali in macchina!
Tra i
vapori dell'asfalto videro una città in miniatura poi più nulla finché non
furono a meno di mezzo miglio dalle prime abitazioni.
"Benvenuti a Pacifica." Recava scritto il cartello dipinto a mano. La macchina
si fermò alla sua sinistra con l'indicatore della benzina al disotto della
fascia rossa.
—
Dannazione! Ora siamo proprio al secco, implorò Jonathan sbattendo lo sportello
con cipiglio.
Melanie
lo seguì sulla strada che s'inoltrava tra le prime abitazioni di Pacifica;
procedendo a piccoli passi, scorse da una delle porte opacizzate dalla sabbia un
volto e, sentitasi d’un tratto osservata da migliaia di occhi, corse per
stringersi al braccio di Jonathan.
"Locanda dei Sogni".
Era
sulla destra, subito dopo la prima abitazione di Pacifica.
Jonathan scosse il braccio e Melanie iniziò a camminare seguendo il suo passo.
Salirono i quattro gradini di legno della locanda e, arrivati sotto il portico,
la porta della veranda si aprì.
—
Salve! Benvenuti a Pacifica! Disse la donna aprendo la porta. Entrate pure
questa è la migliore locanda della città ed è anche l'unica.
All'aria di curioso stupore nella donna sopraggiunsero cordialità ed ospitalità
e, quasi a rimarcarlo, ci fu un sorriso sdentato e un accenno d'inchino
all'entrata che si rivelò un movimento claudicante.
Jonathan diede uno sguardo in giro mentre avanzavano: c'era una porta per
accedere alle altre stanze, un bancone, dei tavolini, una credenza. Poi il suo
sguardo ritornò a ritroso: la credenza, i tavoli con le sedie e il bancone con
dietro di esso un uomo.
— Patti
chi è questa gente? Disse l'uomo letteralmente apparso dal nulla.
— Degli
stranieri, continua pure i tuoi affari. Dovete restare per il rito, concluse poi
diretta verso i due.
L'uomo
si avvicinò con un passo quasi forzato, come se le scarpe gli andassero strette.
— Sì, è
il giorno della festa... e voi rimarrete sino ai festeggiamenti di stasera.
Sarete nostri ospiti.
— Anche
se non lo volessimo siamo costretti a restare perché la nostra auto è rimasta a
secco, gli rispose Jonathan.
— Mio
marito Bob penserà alla vostra auto; ma voi sarete stanchi. Dopo aver mangiato
qualcosa vi sistemerò la stanza.
Jonathan guardò Melanie e riconoscendo lo sguardo che l’implorava di accettare
si decise.
—
Accettiamo volentieri.
La
donna fece andirivieni dal tavolo dei due e i piatti che serviva erano
deliziosi.
Jonathan aveva lui stesso scelto il tavolo, posto in modo da poter scorgere il
retro del bancone che celava agli entranti una botola. L’uomo doveva essere
fuoriuscito da essa con fare silenzioso mentre i due erano abboccati ad una
sorta d’ammaliatura vocal-fisionomica della donna che, ad ogni nuova
apparizione, effettuava spola sempre con movimenti diversi come se si stesse
esercitando nel portamento e nella camminata.
In
ultimo, ondeggiando sulle gambe, consegnò ai commensali una fetta di torta di
mele.
—
Davvero tutto ottimo, elogiò Jonathan e Melanie non costretta disse altrettanto
rivolgendo lo sguardo alla donna di nome Patti.
— Siete
una comunità cristiana? Domandò la ragazza.
— È per
via della festa, vero? Bob allestisce ogni anno le insegne stradali per gli
stranieri. Lui ama designargli quell’appellativo per attirare i forestieri.
I due,
ormai esausti, seguirono la donna verso le stanze interne. Proseguirono
attraverso un lungo corridoio con le porte, tutte sulla sinistra, spalancate
sulle camere messe a disposizione dalla locanda: ognuna delle stanze aveva un
letto, un armadio e una botola delle stesse fattezze di quella celata dal
bancone. Arrivarono all’ultima camera, Jonathan pensò che fosse strano occupare
proprio l’ultima del lungo corridoio poi vedendone l’interno, che come le altre
conteneva il letto, l’armadio ma senza alcuna traccia di botole, non espresse la
sua disapprovazione.
—
Riposate, vi chiamerò per l’inizio del rito.
La
donna richiudendo la porta si aggrappò ad essa e andò via zoppicando ancora più
vistosamente.
Una
chiave pendeva nella toppa all’interno della stanza e Jonathan la fece girare
innescando la serratura. Questo bastò a rassicurarlo dalle stranezze degli
abitanti del luogo; particolarità che Melanie non aveva notato e a Jonathan non
sembrò opportuno fargliele presenti proprio ora che sdraiata sul letto aveva
chiuso gli occhi cercando di dormire. Si sedette al fianco di lei e, con
movimenti leggeri, le scostò i lunghi capelli neri dal volto e rimase seduto a
scrutare dalla finestra.
Dalle
finestre della casa di fronte, all’altro lato della strada, scorse Bob parlare
animatamente o almeno così gli sembrò dai continui movimenti delle labbra
dell’uomo che, posto di profilo, si allungavano e allargavano in un discorso
incessante e recitato a velocità almeno tre volte superiore alla normale
pronuncia delle parole che, per quanto acuisse il senso, non gli arrivavano
all’orecchio.
Una
massa nera si muoveva nella casa e Bob la seguiva con il busto oltre che con lo
sguardo; quando l’uomo si trovò faccia a faccia con il suo interlocutore il
background della stanza scomparve coperto dall’informità oscura che agitandosi
davanti al proprietario della locanda ricoprì intere file di piatti posti sulla
credenza che spuntava dalle nere deformità.
Bob si
girò di scatto, volgendo le spalle al suo ospite, e con una sorta di sorriso
fece cenno di saluto a Jonathan che stava guardandoli indiscretamente dall’altro
lato della strada, mentre la massa nera si nascondeva dietro la parete della
casa.
Jonathan si voltò verso la sua sposa: stava dormendo. Uscì dalla camera e chiuse
la porta portando la chiave con se; aveva addosso strane sensazioni e paure
forse infondate miste ad un senso di nausea.
Lo
scalpiccio incalzante di migliaia d'esseri fece fremere la camera. Un’orda
malefica, una mandria inferocita dai piccoli occhi fiammeggianti, calcante la
terra al disotto della città scuoteva le abitazioni. I vetri tremarono nelle
intelaiature di porte e finestre, i piatti si agitarono nelle credenze e i letti
scuotendosi collaboravano all’emissione d'ululati e stridii.
Melanie
si lasciò dondolare sul letto posseduto avvinghiata allo stesso da viscidi
tentacoli che le strisciavano sul corpo per non farla scalciare.
Il
tremore si quietò. Il suono incalzante si affievolì in un unico e ripetuto
battito sommesso.
La
padrona della locanda batté alla porta insistentemente, Melanie si destò dal
sogno, un braccio di Jonathan al suo fianco la teneva avvinghiata al letto
stringendole la vita.
All’insistenza della donna Melanie rispose che fra poco sarebbero stati fuori.
Il buio
era calato. Era l’ora della festa.
Jonathan si precipitò fuori della locanda, Melanie stentava a tenergli il passo,
si dirigevano all’altro versante della città le cui abitazioni erano illuminate
dall’interno da una strana luce fosforescente.
Melanie
inseguì suo marito dando qua e là sguardi all’interno delle abitazioni dove zone
di luce erano celate da masse di oscure tenebre che sembravano dotate di vita o
di una qualche funzione attiva per il rito.
Jonathan pervaso di misticismo continuò a dirigersi verso il confine opposto
della città per raggiungere le pietre erette per officiare il rito. Melanie vi
arrivò stremata; nell’inseguimento di suo marito non aveva avuto un attimo per
riprendere fiato e chiedergli spiegazione delle luci, delle ombre e di dove si
stessero dirigendo.
Bob e
Patti erano già sul luogo ad attenderli. Melanie si prostrò, portandosi le mani
al disopra delle ginocchia per riprendere fiato, e quando recuperò la posizione
eretta i capelli le coprivano il volto. Il suo Jo li spostò portandoli dietro
l’orecchio, ma quel gesto lei non lo trovò per nulla familiare anzi provò
ribrezzo al suo tocco: la mano di Jonathan le sembrò possedesse un guanto che le
inzaccherava i capelli con una sostanza viscida.
I
quattro erano fermi intorno ad una pietra rettangolare scolpita da strani
simboli, c’era un libro su questa sorta d'altare ed era scritto con gli stessi
segni alieni di un'inusitata lingua cui Bob era avvezzo. I suoni delle strofe
richiedevano dei rapidi movimenti della bocca: le labbra e la lingua di Bob non
avevano sosta e facevano pensare che non fossero gli organi atti alla pronuncia
di quelle sillabe.
Quando
l’invocazione divenne più solenne, e le parole incalzarono in una dialogo più
spedito, le labbra di Bob cominciarono a creparsi e una bava verdastra gli colmò
l’interno della bocca, la pronuncia divenne più intonata e l’intera faccia
collaborava adesso a sillabare ogni parola... l’intera faccia si andava crepando
e le piaghe secernerono bava e liquidi viscosi... l’intera faccia di Bob divenne
l’organo propenso all’atavico idioma.
Jonathan strinse a se sua moglie e lei istericamente si divincolò dalle sue
braccia ed iniziò a correre gridando per la via che conduceva al confine opposto
della città mentre i corpi di Bob e Patti tracimavano di una sostanza nera,
informe... viva!
Creature di gelatina si agitavano dalle finestre, ondeggiando lunghi tentacoli.
La corsa di Melanie divenne infernale, per un attimo si voltò: Jonathan era
dietro ma questa volta era lei a tenere l’andatura e suo marito non riusciva a
raggiungerla dato il passo zoppicante.
Si
fermò a riprendere fiato all’altezza della locanda, era a pochi passi dall’auto
e quegli esseri non la stavano seguendo. Attese l’arrivo di Jonathan che,
strisciando con i piedi, tardava a raggiungerla poi riprese a correre per
montare sull’auto e tentare con lui un’insperata fuga con le poche gocce di
benzina rimaste nel serbatoio.
C’era
un corpo scuro ad occupare il lato del guidatore nella loro auto; c’era un busto
scuoiato e privo di vestiti ad invadere il lato del guidatore nell’auto.
L’urlo
di Melanie si sparse per il deserto che circondava la città, senza trovare sosta
echeggiò per miglia e miglia sulla sabbia, sugli arbusti bassi e, al disotto
della cittadina dove creature abnormi scalpitarono eccitate.
—
...Gli Shoggoth, i loro servitori..., recitò Jonathan arrivando all’auto il cui
abitacolo era occupato da un uomo decapitato e ricoperto di bava.
Melanie
non fece caso alle sue parole, le sue orecchie erano colme dalle grida che lei
stessa stava emettendo.
—
...Giunsero da Yuggoth, il nono pianeta...
Questa
volta le parole di Jonathan, recitate con la stessa solennità di Bob, irritarono
Melanie che si era buttata tra le braccia del marito. La ragazza aveva la testa
bassa quando riaprì gli occhi che aveva stretto dall’orrore della visione
dell’uomo scuoiato, li riaprì sulle gambe del marito e le vide agitarsi nei
calzoni.
— ...i
Grandi Antichi, l’antica stirpe...
Melanie
allontanò il corpo di Jonathan da lei e le mani le sprofondarono nella mollezza
del suo petto.
Scappò
ancora una volta, lontano da quell’essere, costeggiando l’auto e inciampando
nella testa mutilata del corpo nell’abitacolo. La testa rotolò davanti i suoi
piedi anticipandone i passi, era priva di pelle ma gli occhi erano lì a fissarla
e quello era lo sguardo dolce di Jonathan: non il Jonathan che si squamava in un
essere informe d’ossidiana ma il Jonathan che l’aveva amata ed aveva tentato di
salvarla.
L’essere che stava mutando, perdendo la pelle umana, allungò i tentacoli verso
di lei e Melanie riprese a scappare; entrò nella locanda, il posto che gli era
più familiare.
Correva
e l’abitazione fremeva ai suoi passi, corse per il corridoio dove in ogni camera
le botole si aprivano al suo passaggio, corse nell’ultima stanza richiudendola a
chiave.
Balzò
sul letto rannicchiandosi verso la parete stringendosi le gambe al petto, dalla
finestra vide esseri oscuri fuoriuscire dalle abitazioni e circondare la
locanda, ripetevano le stesse parole incomprensibili della cosa che aveva
impersonato suo marito rivestendosi della sua pelle.
Melanie
tremava per la paura e il letto con lei sussultò quando la botola nascosta al
disotto fu spalancata.
Nella
stanza e fuori nel tentativo di buttare giù la porta migliaia d'ululati le
furono addosso.
Era il
giorno della festa a Pacifica.
— ...Ia!
Shub Niggurath, Capro Nero dai Mille Cuccioli cornuti...
—
...Ia! Ia! Ia!