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Biografia dell'autore

 

 

 

 

 

IL LAGO DI GHIACCIO

di Donatella De Bartolomeis

 

 

Il cielo era grigio di piombo, compatto, uniforme e il paesaggio ricordava un disegno stilizzato.

Sara respirò profondamente l’aria fredda e pungente di quel mattino invernale, mise i pattini in spalla e si diresse al lago.

Era sua ferma intenzione divenire una brava pattinatrice, la migliore e così da circa quindici giorni tutte le mattine si recava al lago ghiacciato per esercitarsi. Percorreva a piedi la lunga pineta di alberi bianchi con pendenti di cristallo, respirava il silenzio e assaporava in anteprima la sua danza leggera.

Giunta al lago tolse la giacca calda e pesante, si fermò un istante, la sua immagine in un abitino di velo blu si stagliava netta tra le sfumature di bianco.

Scese in  pista, guardò sotto di sé, mai, mai guardare sotto i propri piedi, si perde l’equilibrio e lei questo lo sapeva, ma da qualche giorno era turbata da strane ombre che credeva di intravedere sotto il doppio strato di ghiaccio. Sapeva che era impossibile; seppure ci fosse stato qualcosa non avrebbe potuto vederla sotto tutto quel ghiaccio.

-Troppo tempo da sola-  pensò -troppo tempo e troppo silenzio- un silenzio perfetto, immobile, che recava in sé una sorta di lamento sommerso

- Se continuo così impazzirò. L’ultima volta, un’ultima volta ancora e domani torno a casa per un po’-

Respirò nuovamente l’aria fredda con la schiena dritta e cominciò a scivolare; roteava veloce su di un piede lasciando volteggiare il suo velo blu e proprio nel pieno della danza mentre roteava forte e con lei gli alberi, il sentiero ed il lago stesso, la lastra di ghiaccio tremò facendole perdere l’equilibrio.

Era seduta con una gamba totalmente distesa e l’altra piegata, con le braccia lungo i fianchi ed i palmi totalmente aderenti alla lastra di ghiaccio; gli occhi sbarrati ed attenti a ciò che stava per accadere. Un terremoto?

No,  le ombre. Le ombre erano sotto di lei, intorno al lei, quasi dentro di lei.

Quelle strane ombre scure che aveva creduto di immaginare in tutti quei giorni erano là sotto la spessa lastra vitrea e scivolavano veloci, la circondavano, la sfioravano.

Il ghiaccio in un inquietante crescendo cominciò ad aprirsi: si spaccava ramificandosi fino a giungere a lei e dalle aperture mille mani scure magre e putrefatte fuoriuscivano e si facevano strada. Mille dita scure ed adunche, viscide e spettrali.

Sara non riusciva a muoversi né a gridare, il terrore l’aveva completamente immobilizzata.

Il ghiaccio continuava a spaccarsi, l’acqua fuoriusciva prepotente e con l’acqua mille braccia e mille volti sfigurati, scuri, la pelle cadente per il putridume, senza capelli, senza occhi, se non orbite cave; emettevano dei suoni confusi, una sorta di spaventosi lamenti senza nessun suono che somigliasse ad una parola o ad un qualunque verso umano.

Riuscì ad urlare scossa dal tocco di dita marce, viscide e fredde in struttura dura e pungente. Sara urlava e piangeva e prima le dita, poi le mani di quegli strani mostri l’attanagliarono tirandola a fondo: l’afferrarono per le braccia e per le gambe, per il vestito di velo, per i capelli. Man mano che scendeva giù mille aghi di ghiaccio le trafiggevano la carne; cercò di restare in apnea il più a lungo possibile, poi esplose in una violenta inspirazione e l’acqua cominciò ad invadere prepotente la sua bocca, la sua gola, le sue narici, fu una questione di istanti: un forte dolore al petto, sbarrò gli occhi e non vide e sentì più nulla.

Una larva umana gigantesca le si avvicinò, alla sua presenza tutti gli altri esseri si allontanarono.

Il mostro prese la ragazza tra le braccia, le alitò una nuvola verdognola direttamente nella bocca e Sara riprese a respirare come se non stesse più sott’acqua ma sulla terra ferma: era confusa e spaventata.

Il mostro cercò di parlarle, le raccontò che un tempo anche egli era stato un ragazzo: un ragazzo bello come il sole e desideroso di vivere la vita fino in fondo. Un pomeriggio d’inverno, però rincorrendo per gioco la sua morosa sul ghiaccio mise un piede in fallo e le acque gelide lo inghiottirono.

La corrente lo respinse e lo rispedì a galla, lo tirò nuovamente a fondo: lui urlava e si dimenava tendendo la mano verso di lei nella speranza che la afferrasse. Fu tutto inutile: lei lo guardava spaventata, ma restava immobile dov’era, senza una parola, attenta ad ogni più piccolo movimento per paura di condividere quella stessa terribile sorte.

Non sapeva cosa poi fosse accaduto; dopo il buio ricominciò a respirare nell’acqua ed ad essere impermeabile al freddo, ma il suo corpo, istante dopo istante, imputridiva, marciva e lui non poteva far nulla per evitarlo. Erano trascorsi più di duecento anni dal giorno dell’incidente e  lui per vendetta, per solitudine e disperazione non lasciava passare donna sul lago senza tirarla a sé e ad aiutarlo erano le sue stesse vittime: erano sue serve e schiave e non potevano tornare più in superficie, perché il contatto con l’aria le avrebbe disintegrate.

Ora toccava a lei.

Sara avrebbe voluto svegliarsi e scoprire che era solo un terribile incubo; non riusciva ad accettare l’idea che un corpo putrefatto, viscido e melmoso potesse toccarla, stringerla, penetrarla, ma cosa fare?

Guardò il suo volto riflesso nel ghiaccio: lentamente cominciava a decomporsi.

Scappare?

Il contatto con l’aria l’avrebbe disintegrata, ma sempre meglio disintegrarsi che assistere alla decomposizione del proprio corpo.

Pensò con tristezza alla sua vita, a tutto ciò che avrebbe potuto realizzare, alla sua danza, alle gare sul ghiaccio, ad un uomo che avrebbe potuto conoscere ed amare. Il suo cuore si annebbiò: quante altre ragazze si sarebbero avvicinate al lago di ghiaccio?

Quando il mostro le comunicò che era giunto il momento di unirsi a lui, Sara gli chiese un ultimo desiderio: voleva essere posseduta mentre danzava.

Fu così che con un corpo morto avvinghiato al suo iniziò a roteare veloce sui pattini, girò su se stessa con tutte le energie che ancora aveva in corpo e man mano che girava su se stessa come una trottola saliva verso l’alto, sempre più su, fino a forare il ghiaccio e a lasciarsi roteare nell’aria e provocare un terribile vento che disperse nella pineta le ceneri dei loro corpi disintegrati.

In quello stesso istante anche tutte le altre creature del fondale scomparvero, il lago si chiuse in una lastra perfetta, compatta ed omogenea e sul lago regnò solo il vento col suo lamento incessante.