Il cielo era grigio di
piombo, compatto, uniforme e il paesaggio ricordava un disegno stilizzato.
Sara respirò profondamente
l’aria fredda e pungente di quel mattino invernale, mise i pattini in spalla e
si diresse al lago.
Era sua ferma intenzione
divenire una brava pattinatrice, la migliore e così da circa quindici giorni
tutte le mattine si recava al lago ghiacciato per esercitarsi. Percorreva a
piedi la lunga pineta di alberi bianchi con pendenti di cristallo, respirava il
silenzio e assaporava in anteprima la sua danza leggera.
Giunta al lago tolse la
giacca calda e pesante, si fermò un istante, la sua immagine in un abitino di
velo blu si stagliava netta tra le sfumature di bianco.
Scese in pista, guardò
sotto di sé, mai, mai guardare sotto i propri piedi, si perde l’equilibrio e lei
questo lo sapeva, ma da qualche giorno era turbata da strane ombre che credeva
di intravedere sotto il doppio strato di ghiaccio. Sapeva che era impossibile;
seppure ci fosse stato qualcosa non avrebbe potuto vederla sotto tutto quel
ghiaccio.
-Troppo tempo da sola-
pensò -troppo tempo e troppo silenzio- un silenzio perfetto, immobile, che
recava in sé una sorta di lamento sommerso
- Se continuo così
impazzirò. L’ultima volta, un’ultima volta ancora e domani torno a casa per un
po’-
Respirò nuovamente l’aria
fredda con la schiena dritta e cominciò a scivolare; roteava veloce su di un
piede lasciando volteggiare il suo velo blu e proprio nel pieno della danza
mentre roteava forte e con lei gli alberi, il sentiero ed il lago stesso, la
lastra di ghiaccio tremò facendole perdere l’equilibrio.
Era seduta con una gamba
totalmente distesa e l’altra piegata, con le braccia lungo i fianchi ed i palmi
totalmente aderenti alla lastra di ghiaccio; gli occhi sbarrati ed attenti a ciò
che stava per accadere. Un terremoto?
No, le ombre. Le ombre
erano sotto di lei, intorno al lei, quasi dentro di lei.
Quelle strane ombre scure
che aveva creduto di immaginare in tutti quei giorni erano là sotto la spessa
lastra vitrea e scivolavano veloci, la circondavano, la sfioravano.
Il ghiaccio in un
inquietante crescendo cominciò ad aprirsi: si spaccava ramificandosi fino a
giungere a lei e dalle aperture mille mani scure magre e putrefatte
fuoriuscivano e si facevano strada. Mille dita scure ed adunche, viscide e
spettrali.
Sara non riusciva a
muoversi né a gridare, il terrore l’aveva completamente immobilizzata.
Il ghiaccio continuava a
spaccarsi, l’acqua fuoriusciva prepotente e con l’acqua mille braccia e mille
volti sfigurati, scuri, la pelle cadente per il putridume, senza capelli, senza
occhi, se non orbite cave; emettevano dei suoni confusi, una sorta di spaventosi
lamenti senza nessun suono che somigliasse ad una parola o ad un qualunque verso
umano.
Riuscì ad urlare scossa
dal tocco di dita marce, viscide e fredde in struttura dura e pungente. Sara
urlava e piangeva e prima le dita, poi le mani di quegli strani mostri
l’attanagliarono tirandola a fondo: l’afferrarono per le braccia e per le gambe,
per il vestito di velo, per i capelli. Man mano che scendeva giù mille aghi di
ghiaccio le trafiggevano la carne; cercò di restare in apnea il più a lungo
possibile, poi esplose in una violenta inspirazione e l’acqua cominciò ad
invadere prepotente la sua bocca, la sua gola, le sue narici, fu una questione
di istanti: un forte dolore al petto, sbarrò gli occhi e non vide e sentì più
nulla.
Una larva umana gigantesca
le si avvicinò, alla sua presenza tutti gli altri esseri si allontanarono.
Il mostro prese la ragazza
tra le braccia, le alitò una nuvola verdognola direttamente nella bocca e Sara
riprese a respirare come se non stesse più sott’acqua ma sulla terra ferma: era
confusa e spaventata.
Il mostro cercò di
parlarle, le raccontò che un tempo anche egli era stato un ragazzo: un ragazzo
bello come il sole e desideroso di vivere la vita fino in fondo. Un pomeriggio
d’inverno, però rincorrendo per gioco la sua morosa sul ghiaccio mise un piede
in fallo e le acque gelide lo inghiottirono.
La corrente lo respinse e
lo rispedì a galla, lo tirò nuovamente a fondo: lui urlava e si dimenava
tendendo la mano verso di lei nella speranza che la afferrasse. Fu tutto
inutile: lei lo guardava spaventata, ma restava immobile dov’era, senza una
parola, attenta ad ogni più piccolo movimento per paura di condividere quella
stessa terribile sorte.
Non sapeva cosa poi fosse
accaduto; dopo il buio ricominciò a respirare nell’acqua ed ad essere
impermeabile al freddo, ma il suo corpo, istante dopo istante, imputridiva,
marciva e lui non poteva far nulla per evitarlo. Erano trascorsi più di duecento
anni dal giorno dell’incidente e lui per vendetta, per solitudine e
disperazione non lasciava passare donna sul lago senza tirarla a sé e ad
aiutarlo erano le sue stesse vittime: erano sue serve e schiave e non potevano
tornare più in superficie, perché il contatto con l’aria le avrebbe
disintegrate.
Ora toccava a lei.
Sara avrebbe voluto
svegliarsi e scoprire che era solo un terribile incubo; non riusciva ad
accettare l’idea che un corpo putrefatto, viscido e melmoso potesse toccarla,
stringerla, penetrarla, ma cosa fare?
Guardò il suo volto
riflesso nel ghiaccio: lentamente cominciava a decomporsi.
Scappare?
Il contatto con l’aria
l’avrebbe disintegrata, ma sempre meglio disintegrarsi che assistere alla
decomposizione del proprio corpo.
Pensò con tristezza alla
sua vita, a tutto ciò che avrebbe potuto realizzare, alla sua danza, alle gare
sul ghiaccio, ad un uomo che avrebbe potuto conoscere ed amare. Il suo cuore si
annebbiò: quante altre ragazze si sarebbero avvicinate al lago di ghiaccio?
Quando il mostro le
comunicò che era giunto il momento di unirsi a lui, Sara gli chiese un ultimo
desiderio: voleva essere posseduta mentre danzava.
Fu così che con un corpo
morto avvinghiato al suo iniziò a roteare veloce sui pattini, girò su se stessa
con tutte le energie che ancora aveva in corpo e man mano che girava su se
stessa come una trottola saliva verso l’alto, sempre più su, fino a forare il
ghiaccio e a lasciarsi roteare nell’aria e provocare un terribile vento che
disperse nella pineta le ceneri dei loro corpi disintegrati.
In quello stesso istante
anche tutte le altre creature del fondale scomparvero, il lago si chiuse in una
lastra perfetta, compatta ed omogenea e sul lago regnò solo il vento col suo
lamento incessante.