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Biografia dell'autore

 

 

 

 

 

L'OMBRA DEL SUSSURRO

di Giacomo Latino

 

 

L’uomo aprì gli occhi dal nulla. Il risveglio, in quella notte, presagiva un certo effetto straziante. I suoi occhi ghiacciarono il fuoco, risvegliarono i morti, fecero cadere il mondo al contrario, infuocarono l’acqua.

L’uomo aprì gli occhi e tutto invase. Poi il religioso vuoto che nulla teme e tutto rimpiange. Tutto ha un prezzo, a partire dall’anima. Avanzava guardandosi costantemente le spalle. Svoltò, e la sua ombra distrusse l’eco di ogni vita futura,  migliore. Quanto andava fiero di quell’ombra…

Notte. Le storie, i racconti, le bolle di sapone, le lacrime, le lotte si persero nella semiombra di quella notte. Svoltai a destra giusto in tempo per vedere lo spazio, il tempo e la dimensione svoltare con me. La parte destra del cimitero , appartenente a nessuno, si nutrì dei miei respiri, dei miei ultimi sospiri: qualcun altro aveva deciso, come sempre, al mio posto. Mi avvicinai alla lapide. Era quello il mio finale, la mia vita, la mia anima condannata, il mio cuore inchiodato.  Certe cose non cercano il rimpianto di un errore, ma solo il pretesto di trovare qualcosa di nuovo.

                                             AARON  BYRON
                             13-9-86                                   13-9-02

Aaron Byron. Mi accorsi  che Aaron Byron era il mio nome quando la mia anima era ormai condannata a distruggere il mio corpo.


L’uomo continuò il suo cammino. Si fermò a osservare il silenzio, ne percepiva a malapena i colori quando aveva ancora un’identità da rinnegare. Non ricordava se le leggi della natura fossero ancora stabili, immobili,eterne. Non ricordava il suo nome. Forse perché non ne aveva mai avuto uno. L’uomo svoltò e scoprì la parte destra del cimitero. Il vento si inchinò ai suoi piedi sussurrando il suo nome.


Osservai la mia lapide. Una volta mio padre mi disse che la vendetta è il culto degli autosufficienti. L’instabilità di ogni uomo non dipende dalle azioni che compie, dalle lacrime che versa, dipende dal valore che dà per cercarsi un posto nell’ordine delle cose. Osservai il mio nome: Aaron Byron. Anche la data di nascita coincideva. Un urlo soffocato, un grido muto, un lungo sospiro, la morte.
L’uomo si avvicinò al ragazzo. Aveva creato lui quella lapide. Osservava il cielo e poi di nuovo sé stesso. Avrebbe ritrovato la sua identità, le sue iniziali, il suo gioco, la sua anima corrotta dalla vigliaccheria, il suo corpo distrutto dalla stupidità, le sue risate da bambino perse nell’acido. Sospirò, e scoprì un coltello nascosto nella giacca. Si avvicinò di più al ragazzo. La vita era solo una scelta, la morte il punto finale.

Mi girai, prima che la mia coscienza me lo impedisse, sicuro di aver sentito un rumore dietro di me. Il mio subconscio, la mia guida e la mia rovina, si impossessò del mio corpo come un gelido vento si impossessa del fuoco. La mia lapide.

13 Settembre 2002.  Oggi …

Non sempre le cose che vogliamo tornano realmente da noi. Ci lasciano un loro ricordo,  un loro inganno, un loro legame spezzato. A volte non è una buona idea lasciare che i ricordi abbiano un’anima propria. A volte un istante estinto può ricambiare il nostro sguardo. A volte vivere non è la cosa migliore. Perché la vita è solo un sussurro lieve perso nella notte.

Ero condannato a morire. Spesso, la vita, è proprio la morte. Poi, un sapore, un urlo, un odore, una condanna, dietro di me. Mi girai e lo vidi. Un coltello nel collo. Del sangue che mi apparteneva.
Morte cospicua, morte esigente, morte mia signora, morte leggera, morte serena, morte hai tutta la vita per comprenderla, morte vorrei ma non posso resistere.

Morte.



L’uomo iniziò a ridere. Aveva distrutto una vita per comprendere la sua. Aveva ucciso un ragazzo per far vivere lui. Aveva versato del sangue affinché non fosse il suo.
<< Signore, signore, c’è un ragazzo alla porta. Vuole parlare con lei.>>
L’uomo guardò il suo servo allontanarsi. Si alzò e si diresse verso la porta.
<< Fallo entrare>>Il servo rimase lì dov’era.
<< Adesso.>>
<< Signore, mi scusi, ma ha detto che prima di farlo entrare vuole che le dica il suo nome.>>
<< Come si chiama, allora?>>
<< Dice di chiamarsi Aaron Byron, signore.>>


Morte cospicua, morte esigente, morte mia signora, morte leggera, morte serena, morte hai tutta la vita per comprenderla, morte vorrei ma non posso resistere.

Morte.

L’uomo aprì la porta quando il mondo era stato distrutto da un eccesso di banalità. Un urlo. Poi qualcosa di più di una semplice risata s’impossessò dell’anima dell’uomo.
<< Contento di vedermi, caro mio?>> Respiri lievi, respiri distrutti, respiri rapiti, istanti estinti.
<< A..A..Aaron Byron.>> L’uomo che era il diavolo non riuscì a capire le lacrime della sua voce immobile e persa. Sapeva solo, che in quell’istante, in quell’attimo giudicato, aveva compreso la morte.
<< Sembra quasi che tu non sia contento di vedermi, fratellino caro. Guarda la mia faccia corrotta dall’acido, guardami in faccia! Guardami!>>
L’uomo alzò lentamente lo sguardo.  Non seppe mai quando guardò in faccia suo fratello. Alzò lo sguardo fino a incontrare il suo. Un coltello era infilato nella faccia di Aaron.

Aaron Byron era diventato uno zombie.


I due ridono perché il mondo non si è ancora svegliato. I due fratelli Byron ridono perché non hanno nient’altro da fare, i due ridono perché il modo migliore per crescere è rimanere bambini per tutta la vita.
<< Isaac, guarda come corro!>> Aaron iniziò a correre seguito da Isaac.

Isaac lo raggiunse sotto la grande quercia.
<< Aaron, andiamo nella valle sotto la collina?>> propone Isaac.
<< Fratello Isaac, la mamma dice che è pericoloso.>>
<< Ma è mattina presto, e poi siamo vicinissimi a casa! Il massimo che potrà accadere è mettersi a piovere. Dai>>
<< Ma la mamma ha detto che …>> ribatte Aaron.
<< Ti regalo una biglia, Aaron. Quella bianca, grande, con su scritto il mio nome.>> Per Aaron questa promessa superò ogni limite di buona condotta. Si incamminarono lungo la collina e pochi minuti dopo una valle immensa li circondò. Poi, un rumore. Un suono flebile. Dei passi che si persero nell’eco del loro cammino. La scritta Isaac Byron fissa sulla corteccia di un albero ….

<< Prendi il coltello! Prendi questo sudicio coltello macchiato del sangue traditore stretto nella mia fronte ! Prendilo! Lo riconosci questo coltello, vero? >>

L’uomo attese la morte pronto a sfidarla. Controllare la morte, dissimulare i propri sospiri. L’uomo tolse il coltello dal suo viso. Una macchia di sangue attraversò il suo corpo rosso.

I due iniziano a correre. Nessuno osa parla perché qualcosa li sta seguendo …

Il corpo di Aaron si dissolse. L’uomo non capì mai di essere vittima della sua innocenza scolpita in quell’attimo. Al suo posto, una nuvola nera prendeva vitalità sotto i piedi di Aaron.

I due corrono e inciampano. La figura li raggiunge, Aaron urla. Nessuno lo sente.

La nuvola nera si alzò fino ad incontrare gli occhi di Aaron. Poi, l’uomo urlò, proprio come aveva urlato Aaron, proprio come il destino aveva scritto, proprio come aveva temuto e sperato, proprio come aveva immaginato. Qualcosa si impossessò dell’uomo. Un grido muto, dei passi, delle risate, delle urla cadenti, la morte ….

Aaron non capisce più nulla. Si risveglia non ricordandosi la sua faccia.

Ucciditi. L’uomo alzò il coltello.
Fallo . Lo avvicinò al cuore.
Ora. Voleva ma non poteva.
Tu non sei mio fratello. La lama era poco distante.
Ho bisogno del tuo sangue per rivivere.

 

Morte cospicua, morte esigente, morte mia signora, morte leggera, morte serena, morte hai tutta la vita per comprenderla, morte vorrei ma non posso resistere.

Morte.

I due si abbracciano prima della fine. Sanno che la morte è vicina. Hanno paura, ma sanno di aver realizzato il loro più grande sogno.