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Biografia dell'autore

 

 

 

 

 

PICCOLI INCARICHI

di Merolle Fabrizio
 

 

 

Fu il mio primo vero incarico. Finalmente Loro mi avevano concesso un'opportunità per mettermi in mostra, per dimostrare le mie capacità. Non sembrava un compito difficile. Fino ad ora non avevo mai dovuto fare nulla del genere, ed ero ansioso di cominciare. Non mi ero mai spinto più in là del terrorizzare persone innocenti, al massimo era arrivato a torturare animali. Gatti per lo più. Sì, di quelli ne avevo feriti e uccisi una decina, ma quello era un lavoro che dava poca gratificazione. Questa volta invece... Questa volta avevano voluto mettermi alla prova, ed ero certo che l'avrei superata senza troppe difficoltà.

Era notte naturalmente – non si poteva fare un lavoro del genere in pieno giorno – quando varcai la soglia di quella grande casa. Entrai con scioltezza, le porte non erano mai state un problema per me.

«Uccidili, uccidili tutti e tre», mi avevano ordinato.

Io avevo ghignato. In fondo era quello che desideravo da tutta una vita.

Attraversai il corridoio senza emettere un solo suono, senza indugiare, poi entrai nella camera da letto. Guardateli, pensai, stanno per essere uccisi tra atroci sofferenze e loro ancora non lo sanno. Marito e moglie stavano dormendo profondamente, lei a pancia in giù con le gambe fuori dalle lenzuola e la vestaglia sollevata fino alla vita, lui coperto fino al mento e russando come un orso. Ghignai gustando il potere che avevo in quel momento. Se avessero sapessero che qualcuno li stava osservando nella loro intimità... Decisi che li avrei lasciati vivere ancora qualche minuto, sarei tornato dopo che mi fossi occupato della piccola. Così lasciai coloro che non sapevano ancora di essere morti e mi spostai nella cameretta adiacente. Sei anni, mi avevano riferito. E infatti eccola lì nel suo lettino, che ronfava ignara della presenza della morte nella sua cameretta tinta di violetto. Aveva un'espressione serena, probabilmente stava sognando. Bene, niente avrebbe potuto darmi più gioia che strappare la vita ad un faccino come quello. Decisi che prima l'avrei strangolata, poi avrei ucciso i genitori e, una volta che fossero tutti quanto morti, avrei iniziato ad infierire sui loro corpi. Forse Loro però non avrebbero apprezzato, volevano che soffrissero, su questo erano stati chiari.  Avrei potuto obbligare i genitori a guardare mentre torturavo la piccola... Sì, questo mi piaceva di più, e sicuramente  avrebbero gradito anche Loro. Tenevo in modo particolare a questa missione, se avessi agito nella maniera più giusta ero certo che mi avrebbero ricompensato adeguatamente. D'altra parte, se avessi fallito...

Silenzioso come sempre, feci qualche passo verso il letto e rimasi qualche secondo ad osservare il viso della bambina. Ero forte, non sarebbe stato un problema afferrarla e trasportarla fino alla camera dei genitori, stanza nella quale avrei compiuto il massacro. Grazie alla mia abilità sarebbe stato un gioco da ragazzi fare a pezzi la piccola e lasciare che le sua grida svegliassero i genitori in tempo per assistere allo spettacolo. Avvicinai le mani al minuscolo collo e, quando l'ebbi quasi afferrato, la bambina spalancò gli occhi. Mi bloccai, non per il timore che potesse vedermi, ma per la sorpresa. Restai immobile con la faccia a pochi centimetri dalla sua e le mani a formare una circonferenza poco più larga del suo collo. Aveva avvertito qualcosa? Impossibile, mi dissi.

Invece la bambina gridò, un urlo che mi fece indietreggiare di qualche passo per lo stupore. Barcollai all'indietro con gli occhi sgranati, ripetendomi che quella mocciosa non poteva avermi visto. Doveva essersi svegliata per un incubo, non c'era altra spiegazione. Eppure continuava ad urlare, e mi fissava. Fissava me. Non guardava solo nella mia direzione, i suoi occhi erano proprio piantati nei miei.

Un attimo dopo il padre fu in camera accanto alla figlia, che continuava a sbraitare e indicare nella mia direzione.

«Su, su, piccola, è stato solo un brutto incubo», le disse il padre a pochi passi da me.

Ero stato colto alla sprovvista. Quella bambina mi aveva visto.

«C'è un mostro là, papà», piagnucolò.

Il padre si voltò verso di me. «Io non vedo niente, tesoro. Avanti, sta' tranquilla, torna a dormire.»

«No, non mi lasciare sola.»

«Resto io con lei, tu va' a dormire», disse la madre entrando in camera e sistemandosi vicino alla figlia.

«Sei sicura?»

La donna annuì e passò una mano tra i capelli della piccola. Aspettò che il marito si fosse allontanato poi si alzò. Mi passò accanto e chiuse la porta.

Io ero ancora troppo sbigottito per fare qualcosa. Come poteva avermi visto?

«Perché la chiudi, mamma? Lasciala aperta, per favore.»

La donna la guardò con aria sofferente. «Ormai sei grande, amore», disse.

Poi – e tutto accadde in non più di cinque secondi – la donna si voltò verso di me. «Hai scelto la casa sbagliata, stronzo!» e mi piazzò qualcosa di rovente al centro del petto. La donna sembrava non sentire alcun dolore alla mano che stringeva l'oggetto. Probabilmente ero il solo a sentire il calore che emanava quell’affare.

La carne, la mia carne, iniziò a fumare mentre, ancora troppo esterrefatto per credere che tutto ciò stesse accadendo per davvero, fissavo la donna di fronte a me.

«Tornatene da dove sei venuto, maledetto!» ringhiò mentre la bambina urlava.

«Ehi, che succede là dentro?»

«Tutto bene caro, torna a dormire.» Poi, rivolta alla figlia: «Chiudi gli occhi, amore.»

Solo in quel momento capii che lo scopo della missione era eliminare la donna e la bambina, esseri umani che chissà come avevano il dono di vedere i demoni come me. 

Non riuscivo a muovermi mentre la mia carne andava arrosto; era quella cosa, quella cosa che la donna mi aveva piazzato nel petto.

Faceva male, ma non era quello il mio pensiero principale. Cominciai a tremare, e non per il dolore.  Pensavo a Loro, Loro che mi avevano affidato un semplice e piccolo incarico e io Li avevo delusi. Mi avevano messo alla prova, e io avevo sottovalutato la missione.

Urlai, e vidi la bambina premersi le mani sulle orecchie. Poi, nel centro della stanza, si aprì un vortice di fuoco. Volevano me. Ero stato sconfitto e adesso dovevo pagare.

In che modo non ne avevo idea, ma le Loro menti di certo avevano escogitato qualcosa di terribile, qualcosa che era impossibile anche solo da immaginare.

Venni risucchiato dal vortice e rispedito da dove ero venuto, in un mondo di fiamme e lamenti.