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Biografia dell'autore

 

 

 

 

 

SCACCO MATTO

di Francesco Borrasso

 

 

Fuori il vento sferzava violento contro i rami degli alberi che pigri si facevano scuotere come le braccia di un burattino. Aveva smesso di piovere da pochi minuti e ancora si poteva riconoscere l’aria imbevuta d’acqua e l’asfalto umido come un panno mal asciugato. La luce al neon sulla scacchiera rendeva tutto strano, quasi come se i movimenti dei giocatori e di ogni singola pedina fossero cose artificiali, quella luce biancastra sembrava rubare tutto ciò che di naturale c’era al mondo. Sulle vetrate della grande sala, piccole gocce si rincorrevano verso il basso cercando di vincere quella gara contro il tempo. La finale mondiale del campionato di scacchi. John Sith, già campione mondiale per due volte di fila, contro uno dei suoi più acerrimi rivale Igor Bustinof. Era uno scontro di idee e culture e modi di giocare prima ancora di essere una gara di scacchi e mosse e finte e trappole. America contro Russia, l’intuizione e l’impulsività contro il freddo ragionare. La finale era alle battute finali e al contempo in un’assoluta fase di stallo. John aveva a disposizione ancora 25 minuti, mentre il russo aveva quasi del tutto esaurito il suo tempo. La mossa successiva toccava all’americano. Mani strette sulle tempie e concentrazione. La scacchiera sembrava un campo di guerra disseminato di bombe, qualcosa lo illuminò, come accadeva sempre, com’era suo solito. Avrebbe mosso il cavallo nero, messo in trappola la regina e avrebbe dato scacco matto con l’alfiere. Mosse il cavallo e quando lo raccolse dalla lucida superficie della scacchiera lo toccò con tale maestria che sembrava quasi stesse dipingendo. Andò tutto come aveva programmato e il russo fece cadere il suo re bianco per evitare di essere mangiato. Una voce robotica attraverso un megafono annunciava: Per il terzo anno di fila si conferma campione mondiale di scacchi il Gran Maestro John Sith. Una grande coppa d’oro e mezzo milione di dollari gli furono accreditati sul suo conto in banca. Non c’era nessuno che potesse fermarlo, gli scacchi avevano infinite varianti ma lui pensava di avere infinite possibilità di vittoria. Viveva solo in una casa a due piani. Non gli piaceva dovere dividere l’aria con qualcun altro, le donne davano solo problemi, meglio una scopata e via. I 45 anni erano arrivati come degli avvoltoi afferrati alle corde del tempo, implacabili. Stava guardando fuori, la stanza dei trofei era allestita da ogni tipo di figura, l’aveva cominciata a riempire quando aveva poco più di 12 anni. Il fumo dell’ennesima sigaretta carezzava con mano docile i suoi premi, andando a cozzare sulle spessi pareti ricoperte di vernice rossa. La pioggia cadeva copiosa, la strada di fronte casa sua era diventata un piccolo ruscello artificiale. Gli scacchi l’avevano costretto ad una vita di eccessi, sempre in giro per il mondo sempre pieno di alcool, sempre con una sigaretta fumante tra le mani. Scorse il suo riflesso nelle vetrate, dimostrava più anni di quelle che aveva realmente. Una piccola fitta al centro del petto lo costrinse a lasciare la tenera presa sui contorni della sigaretta accesa che cadendo sulla mattonelle bianche vi si adagiò delicatamente senza scomporsi. Gli mancava il fiato, il dolore lancinante, il braccio sinistro indolenzito, e dannazione gli mancava l’aria. Furono pochi secondi, il tornado interiore si ritirò con la stessa velocità con la quale era inaspettatamente sopravvenuto. John raggiunse il bagno. Acqua ghiacciata sul suo viso, che si amalgamava al sudore freddo che gli aveva mascherato il viso.

«Tutto bene bello… solo uno spavento, tu sei il migliore e nessuno ti può battere!»

Si disse adorandosi allo specchio. Facendo già scomparire il cattivo pensiero di quello che gli era accaduto. Il campanello della porta riecheggiò nella casa vuota come un fragoroso gong in una caverna. Il crepuscolo era calato da qualche minuto come un tappeto srotolato con noncuranza. Le stelle in cielo brillavano appena e la luna sembrava avvolta da un sudario di sangue. John andò alla porta e aprì. Un uomo con un completo, giacca e cravatta, tutto nero, talmente scuro che nelle tenebre si poteva distinguere solo la sua faccia, raggrinzita e magra, pochissima pelle sulle ossa del cranio. Occhi piccoli ma luminosi come due tizzoni ardenti.

«Prego?»

Disse lui.

L’uomo lo continuò a fissare.

«Lei è il campione di scacchi?»

«Che cosa vuole?»

Chiese John in modo molto sgarbato.

«Devo fare un partita con lei!»

Disse l’uomo, sorridendo appena sotto l’ombra che lo teneva stretto. John notò una borsa di pelle nella sua mano destra.

«Una partita? Che partita?»

«Scacchi…»

«Ma non mi rompi le scatole… si iscrivi a qualche torneo!»

Stava per richiudere la porta ma l’uomo frappose il suo piede e l’ostacolo obbligò John a rimanere qualche centimetro di apertura.

«Io questa partita la devo fare…»

Disse l’uomo.

«… per l’esattezza è a lei che tocca farla.»

Il vento aveva improvvisamente smesso il suo moto. Intorno a loro c’era silenzio, di quello che ti affoga con la sua disperazione.

«Io… senta se non va via chiamo la polizia!»

Sbottò John. Poi una fitta violenta al petto lo fece quasi cadere carponi in terra.

«Lo vede? Lei ha bisogno di fare questa partita… vuole andare senza nemmeno giocare!»

Lo sguardo fermo dell’uomo fece  gelare il sangue nelle sue vene. Il dolore passò, subito.

«Chi è lei?»

«Sono stato incaricato di condurlo nell’ultimo viaggio… ma le hanno dato esclusivamente una possibilità, quella di giocare la sua partita contro la morte!»

«Non dica stronzate!»

Ancora una pugnalata in pieno petto. E il dolore gli diede tregua non appena l’uomo fece un gesto veloce con la mano. Si guardarono per lunghi istanti. Come in uno di quei vecchi film western, quando i due pistoleri aspettano il momento giusto per esplodere il proprio colpo.

John spalancò la porta e invitò l’uomo ad entrare. Gli sembrava di vivere un incubo. Era mai possibile una cosa del genere? Pensò.

«Si… è possibile, e lei è fortunato. Sarebbe potuto morire nella sua stanza dei trofei qualche ora fa… invece le è stata data questa magnifica opportunità di sconfiggere la morte!»

«A scacchi… penso che non ci sia problema, nemmeno la morte mi può battere!»

L’uomo aprì la sua borsa di pelle estraendo una scacchiera bellissima, tutta di marmo con le caselle verdi e color avorio. L’aria nella casa era calda e testa. Ogni pezzo della scacchiera era di legno pesante e pregiato. John non aveva mai visto nulla di così stupefacente.

«Se non le dispiace giochiamo con la mia scacchiera!»

Disse la morte.

«Dabbene!»

Rispose sicuro di se John. Si posizionarono davanti al camino scoppiettante. Il fuoco era la povera luce che illuminava il tavolo di marmo che era occupato dal campo di battaglia.

«A lei i pedoni bianchi…»

Disse la morte, dandogli la possibilità di iniziare a muovere per primo. Le mosse iniziali furono di studio, ma lui sapeva che avrebbe potuto battere chiunque e giocava con la massima tranquillità, cercando di non pensare all’avversario che si trovava davanti e a quale era la posta in gioco.

La morte mosse il pedone dell’ala di donna e mangiò il cavallo di John. Delle luci incandescenti si accesero nell’aria. I pezzi di legno si librarono galleggiando. Il pedone divenne uno zombie e prese vita, il suo cavallo cercò di scappare, ma la creatura lo afferrò, strappandogli pezzi di carne dal costato e lacerandogli a morsi la pelle. Il sangue cadde sulla scacchiera come lava da un vulcano. Appena quello spettacolo infernale terminò, John dovette aspettare alcuni secondi per riprendersi. Nel frattempo il sangue sulla scacchiera era sparito.

«Tocca a lei!»

Con voce sottile la morte.

La morte gli aveva divorato un cavallo. Come aveva fatto a commettere un errore del genere, come era possibile che non si era accorto che uno dei suoi cavalli fosse in pericolo? Tentò di riprendere concentrazione, questa dannata morte ci sa fare, pensò. La partita continuò con trappole e fughe e attese e attacchi e difese. Di tanto in tanto, quando la luminosità del fuoco si accendeva di più, tra le tenebre e luce John aveva notato che i lineamenti della morte erano cambiati. Adesso un teschio era al posto della sua faccia e un cappuccio lo copriva con parsimonia. Tremò, aveva una paura fottuta di perdere quella partita, per la prima volta nella sua vita, aveva paura di perdere. Con la torre riuscì a mangiare l’alfiere avversario. Lo spettacolo si ripeté, una torre prese vita, e dai mattoni che la rivestivano presero forma braccia e gambe, catturò l’alfiere e lo divorò in un sol boccone. I due avversari si guardavano di rado e quando John incrociava lo sguardo della signora morte gli tremavano le mani e sicuramente l’avversario ne era reso conto. Lui mosse la donna e notò che c’era una strada per vincere, la sua regina si affiancò alla torre, divorandola e spargendo sangue come fosse una vampira, poi si accorse dell’incredibile banalità che era stata la sua mossa. L’ultimo alfiere della morte si avvicinò al suo re, John cercò una mossa difensiva disperata sacrificando anche il secondo cavallo che nitrendo scomparve tra le pugnalate di un pedone. Ma tutto fu inutile. La regina nera avanzò senza fronzoli  e decapitò il suo re rimasto indifeso. Scacco Matto. La regina vampira assunse delle dimensioni enormi, lo guardò negli occhi e fece passare la lingua sui suoi denti appuntiti sudici di sangue. John abbassò lo sguardo, il suo re giaceva sulla scacchiera mentre la testa era quasi caduta in terra.

«Tutto questo è impossibile!»

Disse John piangendo.

«Io non posso perdere!»

La morte lo guardò.

«Quando le cose da perdere sono superficiali tutti sanno vincere, ma quando in ballo c’è la vita, il sangue freddo si scioglie e diventa il dessert preferito della mia regina!»

La vampira gli saltò al collo aprendogli una ferita nella giugulare. Il sangue scappava via a fiotti. Poi la regina si allontanò e alle sue spalle comparve il re. Gli occhi da invasato, la pelle lacera, e un’ascia in mano.

«Gli scacchi sono stati la mia vita!»

Esclamò piangendo.

«La partita è finita.»

Rispose la morte.

Il re con un fendente fece volare la testa di John. Il sangue uscì fuori come una cascata di pittura rossastra. La sua testa toccò il pavimento e un cavallo di passaggio la scalciò lanciandola nel fuoco.

Tutto tornò normale. La testa che ardeva tra le fiamme. Il corpo inerme sulla sedia. Il sangue in terra. La morte aveva ripreso il suo aspetto umano. Chiuse la sua borsa riponendo gli scacchi con cura. Si avvicinò alla porta. La aprì con delicatezza, come con il suo contatto l’avesse potuta rompere. Stava per superare la soglia quando si voltò. I suoi occhi era pozzi neri, dove le tenebre regnavano incontrastate. Il naso due piccole fessure e i denti lunghi e appuntiti.

«Scacco Matto!»

Disse. Senza muovere la bocca.

E scomparve nella notte. In quella valigetta portava vittorie, tutte vittorie.

Era lei il campione.