Fuori il vento sferzava
violento contro i rami degli alberi che pigri si facevano scuotere come le
braccia di un burattino. Aveva smesso di piovere da pochi minuti e ancora si
poteva riconoscere l’aria imbevuta d’acqua e l’asfalto umido come un panno mal
asciugato. La luce al neon sulla scacchiera rendeva tutto strano, quasi come se
i movimenti dei giocatori e di ogni singola pedina fossero cose artificiali,
quella luce biancastra sembrava rubare tutto ciò che di naturale c’era al mondo.
Sulle vetrate della grande sala, piccole gocce si rincorrevano verso il basso
cercando di vincere quella gara contro il tempo. La finale mondiale del
campionato di scacchi. John Sith, già campione mondiale per due volte di fila,
contro uno dei suoi più acerrimi rivale Igor Bustinof. Era uno scontro di idee e
culture e modi di giocare prima ancora di essere una gara di scacchi e mosse e
finte e trappole. America contro Russia, l’intuizione e l’impulsività contro il
freddo ragionare. La finale era alle battute finali e al contempo in un’assoluta
fase di stallo. John aveva a disposizione ancora 25 minuti, mentre il russo
aveva quasi del tutto esaurito il suo tempo. La mossa successiva toccava
all’americano. Mani strette sulle tempie e concentrazione. La scacchiera
sembrava un campo di guerra disseminato di bombe, qualcosa lo illuminò, come
accadeva sempre, com’era suo solito. Avrebbe mosso il cavallo nero, messo in
trappola la regina e avrebbe dato scacco matto con l’alfiere. Mosse il cavallo e
quando lo raccolse dalla lucida superficie della scacchiera lo toccò con tale
maestria che sembrava quasi stesse dipingendo. Andò tutto come aveva programmato
e il russo fece cadere il suo re bianco per evitare di essere mangiato. Una voce
robotica attraverso un megafono annunciava: Per il terzo anno di fila si
conferma campione mondiale di scacchi il Gran Maestro John Sith. Una grande
coppa d’oro e mezzo milione di dollari gli furono accreditati sul suo conto in
banca. Non c’era nessuno che potesse fermarlo, gli scacchi avevano infinite
varianti ma lui pensava di avere infinite possibilità di vittoria. Viveva solo
in una casa a due piani. Non gli piaceva dovere dividere l’aria con qualcun
altro, le donne davano solo problemi, meglio una scopata e via. I 45 anni erano
arrivati come degli avvoltoi afferrati alle corde del tempo, implacabili. Stava
guardando fuori, la stanza dei trofei era allestita da ogni tipo di figura,
l’aveva cominciata a riempire quando aveva poco più di 12 anni. Il fumo
dell’ennesima sigaretta carezzava con mano docile i suoi premi, andando a
cozzare sulle spessi pareti ricoperte di vernice rossa. La pioggia cadeva
copiosa, la strada di fronte casa sua era diventata un piccolo ruscello
artificiale. Gli scacchi l’avevano costretto ad una vita di eccessi, sempre in
giro per il mondo sempre pieno di alcool, sempre con una sigaretta fumante tra
le mani. Scorse il suo riflesso nelle vetrate, dimostrava più anni di quelle che
aveva realmente. Una piccola fitta al centro del petto lo costrinse a lasciare
la tenera presa sui contorni della sigaretta accesa che cadendo sulla mattonelle
bianche vi si adagiò delicatamente senza scomporsi. Gli mancava il fiato, il
dolore lancinante, il braccio sinistro indolenzito, e dannazione gli mancava
l’aria. Furono pochi secondi, il tornado interiore si ritirò con la stessa
velocità con la quale era inaspettatamente sopravvenuto. John raggiunse il
bagno. Acqua ghiacciata sul suo viso, che si amalgamava al sudore freddo che gli
aveva mascherato il viso.
«Tutto bene bello… solo
uno spavento, tu sei il migliore e nessuno ti può battere!»
Si disse adorandosi allo
specchio. Facendo già scomparire il cattivo pensiero di quello che gli era
accaduto. Il campanello della porta riecheggiò nella casa vuota come un
fragoroso gong in una caverna. Il crepuscolo era calato da qualche minuto come
un tappeto srotolato con noncuranza. Le stelle in cielo brillavano appena e la
luna sembrava avvolta da un sudario di sangue. John andò alla porta e aprì. Un
uomo con un completo, giacca e cravatta, tutto nero, talmente scuro che nelle
tenebre si poteva distinguere solo la sua faccia, raggrinzita e magra,
pochissima pelle sulle ossa del cranio. Occhi piccoli ma luminosi come due
tizzoni ardenti.
«Prego?»
Disse lui.
L’uomo lo continuò a
fissare.
«Lei è il campione di
scacchi?»
«Che cosa vuole?»
Chiese John in modo molto
sgarbato.
«Devo fare un partita con
lei!»
Disse l’uomo, sorridendo
appena sotto l’ombra che lo teneva stretto. John notò una borsa di pelle nella
sua mano destra.
«Una partita? Che
partita?»
«Scacchi…»
«Ma non mi rompi le
scatole… si iscrivi a qualche torneo!»
Stava per richiudere la
porta ma l’uomo frappose il suo piede e l’ostacolo obbligò John a rimanere
qualche centimetro di apertura.
«Io questa partita la devo
fare…»
Disse l’uomo.
«… per l’esattezza è a lei
che tocca farla.»
Il vento aveva
improvvisamente smesso il suo moto. Intorno a loro c’era silenzio, di quello che
ti affoga con la sua disperazione.
«Io… senta se non va via
chiamo la polizia!»
Sbottò John. Poi una fitta
violenta al petto lo fece quasi cadere carponi in terra.
«Lo vede? Lei ha bisogno
di fare questa partita… vuole andare senza nemmeno giocare!»
Lo sguardo fermo dell’uomo
fece gelare il sangue nelle sue vene. Il dolore passò, subito.
«Chi è lei?»
«Sono stato incaricato di
condurlo nell’ultimo viaggio… ma le hanno dato esclusivamente una possibilità,
quella di giocare la sua partita contro la morte!»
«Non dica stronzate!»
Ancora una pugnalata in
pieno petto. E il dolore gli diede tregua non appena l’uomo fece un gesto veloce
con la mano. Si guardarono per lunghi istanti. Come in uno di quei vecchi film
western, quando i due pistoleri aspettano il momento giusto per esplodere il
proprio colpo.
John spalancò la porta e
invitò l’uomo ad entrare. Gli sembrava di vivere un incubo. Era mai possibile
una cosa del genere? Pensò.
«Si… è possibile, e lei è
fortunato. Sarebbe potuto morire nella sua stanza dei trofei qualche ora fa…
invece le è stata data questa magnifica opportunità di sconfiggere la morte!»
«A scacchi… penso che non
ci sia problema, nemmeno la morte mi può battere!»
L’uomo aprì la sua borsa
di pelle estraendo una scacchiera bellissima, tutta di marmo con le caselle
verdi e color avorio. L’aria nella casa era calda e testa. Ogni pezzo della
scacchiera era di legno pesante e pregiato. John non aveva mai visto nulla di
così stupefacente.
«Se non le dispiace
giochiamo con la mia scacchiera!»
Disse la morte.
«Dabbene!»
Rispose sicuro di se John.
Si posizionarono davanti al camino scoppiettante. Il fuoco era la povera luce
che illuminava il tavolo di marmo che era occupato dal campo di battaglia.
«A lei i pedoni bianchi…»
Disse la morte, dandogli
la possibilità di iniziare a muovere per primo. Le mosse iniziali furono di
studio, ma lui sapeva che avrebbe potuto battere chiunque e giocava con la
massima tranquillità, cercando di non pensare all’avversario che si trovava
davanti e a quale era la posta in gioco.
La morte mosse il pedone
dell’ala di donna e mangiò il cavallo di John. Delle luci incandescenti si
accesero nell’aria. I pezzi di legno si librarono galleggiando. Il pedone
divenne uno zombie e prese vita, il suo cavallo cercò di scappare, ma la
creatura lo afferrò, strappandogli pezzi di carne dal costato e lacerandogli a
morsi la pelle. Il sangue cadde sulla scacchiera come lava da un vulcano. Appena
quello spettacolo infernale terminò, John dovette aspettare alcuni secondi per
riprendersi. Nel frattempo il sangue sulla scacchiera era sparito.
«Tocca a lei!»
Con voce sottile la morte.
La morte gli aveva
divorato un cavallo. Come aveva fatto a commettere un errore del genere, come
era possibile che non si era accorto che uno dei suoi cavalli fosse in pericolo?
Tentò di riprendere concentrazione, questa dannata morte ci sa fare, pensò. La
partita continuò con trappole e fughe e attese e attacchi e difese. Di tanto in
tanto, quando la luminosità del fuoco si accendeva di più, tra le tenebre e luce
John aveva notato che i lineamenti della morte erano cambiati. Adesso un teschio
era al posto della sua faccia e un cappuccio lo copriva con parsimonia. Tremò,
aveva una paura fottuta di perdere quella partita, per la prima volta nella sua
vita, aveva paura di perdere. Con la torre riuscì a mangiare l’alfiere
avversario. Lo spettacolo si ripeté, una torre prese vita, e dai mattoni che la
rivestivano presero forma braccia e gambe, catturò l’alfiere e lo divorò in un
sol boccone. I due avversari si guardavano di rado e quando John incrociava lo
sguardo della signora morte gli tremavano le mani e sicuramente l’avversario ne
era reso conto. Lui mosse la donna e notò che c’era una strada per vincere, la
sua regina si affiancò alla torre, divorandola e spargendo sangue come fosse una
vampira, poi si accorse dell’incredibile banalità che era stata la sua mossa.
L’ultimo alfiere della morte si avvicinò al suo re, John cercò una mossa
difensiva disperata sacrificando anche il secondo cavallo che nitrendo scomparve
tra le pugnalate di un pedone. Ma tutto fu inutile. La regina nera avanzò senza
fronzoli e decapitò il suo re rimasto indifeso. Scacco Matto. La regina vampira
assunse delle dimensioni enormi, lo guardò negli occhi e fece passare la lingua
sui suoi denti appuntiti sudici di sangue. John abbassò lo sguardo, il suo re
giaceva sulla scacchiera mentre la testa era quasi caduta in terra.
«Tutto questo è
impossibile!»
Disse John piangendo.
«Io non posso perdere!»
La morte lo guardò.
«Quando le cose da perdere
sono superficiali tutti sanno vincere, ma quando in ballo c’è la vita, il sangue
freddo si scioglie e diventa il dessert preferito della mia regina!»
La vampira gli saltò al
collo aprendogli una ferita nella giugulare. Il sangue scappava via a fiotti.
Poi la regina si allontanò e alle sue spalle comparve il re. Gli occhi da
invasato, la pelle lacera, e un’ascia in mano.
«Gli scacchi sono stati la
mia vita!»
Esclamò piangendo.
«La partita è finita.»
Rispose la morte.
Il re con un fendente fece
volare la testa di John. Il sangue uscì fuori come una cascata di pittura
rossastra. La sua testa toccò il pavimento e un cavallo di passaggio la scalciò
lanciandola nel fuoco.
Tutto tornò normale. La
testa che ardeva tra le fiamme. Il corpo inerme sulla sedia. Il sangue in terra.
La morte aveva ripreso il suo aspetto umano. Chiuse la sua borsa riponendo gli
scacchi con cura. Si avvicinò alla porta. La aprì con delicatezza, come con il
suo contatto l’avesse potuta rompere. Stava per superare la soglia quando si
voltò. I suoi occhi era pozzi neri, dove le tenebre regnavano incontrastate. Il
naso due piccole fessure e i denti lunghi e appuntiti.
«Scacco Matto!»
Disse. Senza muovere la
bocca.
E scomparve nella notte.
In quella valigetta portava vittorie, tutte vittorie.
Era lei il campione.