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CATTIVE STORIE DI PROVINCIA
Gordiano Lupi
Cattive
storie di provincia
Pag. 150
- Euro 15,00 - Edizioni A.Car
www.edizioniacar.net
www.infol.it/lupi
Distribuzione
www.alilibri.it
(Agenzia Libraria International)
http://www.alilibri.it/scheda.php?id=8889079797&r=1&sz=L%20I%20B%20R%20I

VIVERE IN PROVINCIA…
Introduzione in
forma di racconto
La nostra
città. Che poi chiamarla città è un po’ eccessivo, se si vuole.
Cittadina sa di ricordi della scuola elementare. Paese è un po’
riduttivo. Insomma questa città è uno di quei posti di provincia dove le
giornate hanno tutte lo stesso sapore e il passare del tempo non lascia
traccia. Però vivere in provincia non è che mi sia mai dispiaciuto e
sono io che l’ho scelto. Subito dopo laureato mi avrebbe assunto una
grande azienda del nord. Rifiutai, spaventato dall’idea di dovermi
trasferire a Milano. Avevo amici che vivevano in città e non li
invidiavo per niente. Sapevo che non sarei stato capace di adattarmi ai
ritmi della metropoli e a quel via vai di auto e persone sempre
indaffarate in qualcosa d’importante. E poi mica mi chiamavo Bianciardi.
Se non c’era riuscito lui a scappare dalla Maremma e a farsi una vita
che non fosse agra…
La mia città
si può percorrere in lungo e in largo in un pomeriggio e le distanze
sono così ridotte che l’auto non è essenziale. Con tutto questo nessuno
ne fa mai a meno. Ma questo è un altro discorso.
La vita scorre
in un fazzoletto di poche centinaia di metri, lungo una spaziosa via del
centro che porta al mare, quella che un po’ pomposamente chiamiamo
corso.
“Ci vediamo in
corso” era la frase ricorrente tra noi ragazzi, quello era il posto
dello struscio serale, la via che per anni abbiamo percorso
avanti e indietro almeno dieci volte al giorno. E adesso che siamo
cresciuti abbiamo passato il testimone alle nuove generazioni. I tempi
cambiano ma il corso resta. Con le stesse abitudini e identici
rituali. Non chiedetemi perché. Fare le vasche in corso è sempre
stato il passatempo preferito del liceale e dello studente universitario
che tornava a casa per il fine settimana.
Si
incontravano gli amici, si facevano quattro chiacchiere, si tampinava
qualche ragazza. Durante l’estate gli aficionados dello
struscio si trasferivano sul mare, verso il Nastro Azurro, ai
Bagnetti di Salivoli e Calamoresca, persino a Baratti e Riva Verde,
insomma bastava un posto dove ci fosse una spiaggia e un po’ di fica,
ché quello si cercava, mica altro. Un bar con vista su mare e
ombrelloni, scogliere e tanga, bikini scosciati e tette al vento. Tra un
bagno e l’altro ci bastava un po’ di musica, una partita a flipper,
magari due scozzi a calcio balilla e biliardo. Però durante l’inverno
era d’obbligo la puntatina in corso, sulla sera, poco prima di
cena. Anche se mancava ancora qualche pagina di latino da tradurre.
Anche se il capitolo di storia appena l’avevamo letto e restava da
ripetere. C’era sempre il secchione da cui copiare il giorno dopo…
La nostra
cultura era quella del flipper con i record segnati con la penna biro,
del calcio balilla con i vecchi calciatori decapitati e anneriti, dei
primi videogames artigianali che si facevano strada. Non solo.
Era la cultura del cinema con il doppio spettacolo domenicale e la
signora che vendeva manciate di semi per poche lire. Era la cultura del
campino sterrato della parrocchia, dove abbiamo sognato da bambini di
emulare Mazzola e Rivera. Era la cultura dei nonni che raccontavano le
fiabe tenendoci per mano nelle giornate di vento. E vivevamo così il
nostro tempo libero, dopo lo studio, dopo l’allenamento allo stadio per
la partita della domenica, prima di andare al cinema o a ballare.
Le notti di
Piombino erano passione d’una provincia che sorride ai tuoi occhi di
ragazzo che affronta la vita. Canali di Marina dove gettare una lattina
di birra o le finte teste di Modigliani, emulando i cugini livornesi
dopo una scorribanda tra amici. Scogliere di Fosso alle Canne con la
luna a picco su una casa diroccata che sembrava uscita dai versi di
Montale e io che mormoravo la casa dei doganieri, la casa della mia
sera, con la tua mano stretta nella mia e aspettavo un bacio, un
segno che tutto sarebbe andato bene, che non mi avresti lasciato.
Nottate di libeccio con il mare che superava la balaustra in ferro
battuto del Porticciolo dell’Ardenza e bagnava le mura del vecchio
ospedale. Maestrale che pareva uscito da un quadro di Fattori mentre in
Cittadella mi fermavo a guardare il mare ed era un modo come un altro
per attendere un bacio dalle tue labbra inesperte e tremanti, quasi come
le mie. Le notti della Piombino d’un tempo a dar fastidio alle puttane
sulla Principessa, chiedere quanto vuoi e scappare via, ché tanto
non ce l’avevamo il coraggio e mica era vero che ci volevamo andare. Le
notti d’inverno al Samantha, un night che forse adesso ha cambiato nome,
spendere soldi con una ballerina di Setubal, occhi chiari e capelli
biondi, seno piccolo e sedere alto, domandarsi perché una ragazza così
bella faceva quel mestiere invece di scappare insieme a te come un
angelo azzurro venuto da lontano. Notti di tanti anni fa, forse troppi,
che lasciano un leggero velo di nostalgia, malinconia di quello che è
stato e non può tornare. E adesso sono notti casalinghe, bene che vada
un cinema al Metropolitan, magari teatro se viene Ceccherini e recita
Pinocchio, oppure un film horror che ricorda il passato. Ogni tanto una
pizza e una gita fuori porta, una serata in piazza Verdi se canta un
gruppo cubano e fanno musica latina, una puntatina in Piaza Bovio tra
palazzi ristrutturati e quel bel sapore di antico con i panni tesi alle
finestre che si affacciano sulla città vecchia. Questi sono i miei
notturni piombinesi, per lo più casalinghi, un bimbo da crescere, una
bambina da cullare sulla scia di ricordi che non tornano e d’un passato
che diventa musica di nostalgia.
Adesso che ho
un lavoro serio mi manca persino il tempo di andare in centro a fare una
vasca. Se esco è solo per acquisti o un appuntamento importante.
E poi non saprei che fare avanti e indietro per quella strada. Non
troverei gli stessi volti, a parte qualche pensionato davanti al Bar
Sport. Ma non è cambiata tanto la mia città, in fin dei conti si vive
ancora come un tempo. C’è lo stesso corso, ci sono i cinema del
centro, pure se hanno aperto i multisala, ci sono tanti bar come una
volta, anche se parecchi parlano lingue straniere, vendono kebab,
hamburger, roba così, che io mica la comprendo. Hanno chiuso le vecchie
sale giochi, mancano i carretti dei venditori di semi e pistacchi, non
vedo passare il venditore di gelati, non ci sono biliardini e flipper.
Per questo mi fermo poco in centro e non mangio il gelato nei bar troppo
eleganti che espongono gusti multicolori. Non avrebbe più il sapore di
una volta. Avrebbe un gusto troppo amaro. Saprebbe di rimpianto. Perché
in fondo in fondo lo comprendo cosa è cambiato. E non mi va mica tanto
di ammetterlo.
Gordiano
Lupi
Il mio primo libro di narrativa - Lettere da lontano (1998) - era una
raccolta di racconti che trasmetteva un'immagine tranquillizzante della
vita in provincia. Cattive storie di provincia è il lato oscuro di
quelle storie, perché si compone di tredici racconti neri venati di
crudo realismo per dimostrare che non esistono isole felici. La
provincia toscana è lo scenario dove sono ambientati oscuri fatti di
cronaca, storie di vite che si concatenano e danno vita a finali
sorprendenti, omicidi atroci, delitti in famiglia, esplosioni di
violenza incomprensibili. Tutto questo è la provincia italiana, il luogo
geografico dove sono localizzati la maggior parte degli omicidi
efferati. La Toscana fa da paradigma della globale situazione italiana.
(Gordiano Lupi). Le storie: Il palazzo, Un ragazzo di nome Simone
(novelization del famoso caso Cantaridi), La villa dei lamenti, La casa
scomparsa nel bosco, La chiesa maledetta, La ragazza dal vestito rosso,
La scala dei ricordi, Oltre ogni limite, Pellicole di terrore, Per
sempre insieme, Il supermercato, La spiaggia e Notte di sangue. Lo
scenario è la costa tra Piombino e Livorno, ma potrebbe essere qualsiasi
provincia italiana.
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