SOGNI HORROR

 
   
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CAUSE NATURALI

                                                    

Era da un po’ che avevo la netta, tangibile sensazione che qualcuno mi stesse osservando. Non appena avevo varcato la soglia della cripta e sceso i primi gradini, avevo avuto il sentore di non essere l’unica cosa animata in quell’anfratto stretto, umido e terribilmente buio. Ed ora che mi avvicinavo alla meta della mia perlustrazione, quel presentimento andava intensificandosi sempre più.

Non ho mai avuto paura in tutta la vita, altrimenti non avrei scelto di fare questo mestiere.

Un lavoro come tanti - diceva spesso mio padre - un po’ inusuale, certo, ma proprio come tutti gli altri, se fatto con dignità e dedizione.

Aveva perfettamente ragione.

Non c’è niente di male ad essere “addetto cimiteriale”, il becchino per intenderci, soprattutto in un piccolo paese come il nostro, uno dei pochi caseggiati dell’agro aversano, cuore dell’ager campanus, a circa una quindicina di chilometri dal capolavoro vanvitelliano.   

Anche perché, ad essere sinceri, non è che si lavori tanto.

Poche sono le persone che vengono a mancare in un anno e il motivo non è da ricercare in ipotetici indici di bassa mortalità.

I giovani lasciano presto la natia terra perché, per quanto bella possa essere, offre pochissime opportunità di lavoro.

Avrei fatto lo stesso anch’io se mio padre non mi avesse avviato al mestiere.

E quelle poche persone che vengono a mancare, fortunatamente, lo fanno sempre per cause naturali.

Solo una volta mi è capitato di sistemare un corpo deceduto accidentalmente: una giovane vittima di una deflagrazione… mi ci è voluta più di un’ora per sistemarne alla meglio il corpo nella bara.

Lo so che può sembrare macabro tutto ciò ma questo è il mio mestiere, ed io ne sono fiero.

Avevo quasi terminato il mio giro di routine (spero di averlo scritto bene).

Lo faccio sempre, tutte le sere, prima di serrare i battenti del cimitero, per accertarmi che nessuno vi rimanga chiuso dentro.

Una sola volta mi è capitato. Una persona era scesa nella cripta ed io non avevo preso la briga di verificare se ci fosse qualcuno al suo interno.

Era un giovane giunto per pregare sulla tomba della mamma venuta a mancare qualche anno prima. E non aveva avuto difficoltà a superare il basso cancelletto posto all’ingresso. Ma non doveva capitare di nuovo, anche perché il luogo era frequentato quasi sempre da persone di una certa età. E dubitavo che qualcuna di esse fosse in grado di superare una inferriata di circa un metro e mezzo di altezza.

Ed ora mi ritrovavo in quell’antro, mestamente drappeggiato da una folta coltre di tenebre, a controllare che non ci fosse più nessuno.

La cripta, così come amava definirla mio padre, in realtà è una sorta di cunicolo, tortuoso e abbastanza lungo che, in passato, era servito non solo per la sepoltura dei morti ma anche per nascondersi. Aveva salvato la vita a decine di persone durante i bombardamenti del secondo conflitto mondiale, o almeno così si vocifera in paese.

Ancora oggi si possono osservare sulle pareti dello stretto anfratto bucature più o meno irregolari, disposte senza alcuna logica apparente. Alcune di esse sono sovrastate da archi riccamente decorati con scene tratte dalla vita di tutti i giorni. E solo alcune recano le foto dei cari estinti, quelle più recenti.

La sensazione di essere osservato non mi aveva ancora abbandonato del tutto e il lucore ambrato dei ceri votivi, proiettante sui muri ombre inquietanti e minacciose, rendeva ancora più sinistro quello strano presentimento.

Non nego che, più di una volta, si fece largo nei meandri della mia mente l’insensato timore di veder spuntare all’improvviso un “qualcosa”, celato e acquattato paziente nell’ombra, che avrebbe improvvisamente ostruito lo stretto anfratto e che…

Ma fortunatamente in quei baluginii tremolanti riuscivo a scorgere la fine del tetro sotterraneo. Un’altra quindicina di metri, al massimo venti, valutai ad occhio.

E così, passo dopo passo, avanzai ripetendomi che forse era semplicemente una suggestione, una di quelle tante che, nei primi mesi di lavoro, si erano affacciate sovente alla finestra dei miei pensieri.

Nulla più.

Doveva trattarsi proprio di questo, rimuginai fra me e me. E quei pensieri sembrarono stemperare un po’ quell’ansia e quella tensione che mi stavano accompagnando nell’addentrarmi sempre più in quelle familiari viscere sotterranee.

L’orrore giunse improvviso, inaspettato, tremendo.  

Quasi come se avesse letto i miei pensieri e avesse voluto prendersi gioco di essi, l’inconcepibile prese forma e consistenza in un nonnulla e mi si rivelò in tutta la sua abominazione.

Un celere movimento, impercettibile, alla mia destra, mi fece trasalire e, voltandomi di scatto, in quello che sembrava una scena rallentata decine, centinaia di volte, ebbi la sventura di vedere…  

Lo so che stenterai a credermi e che, probabilmente, mi riterrai totalmente strambo, ma giuro, e Dio possa essermi testimone, che tutto quello che è successo e che sto per raccontarti è accaduto realmente.

Dalla tomba della parete alla mia destra, quella che più o meno si trova ad altezza d’uomo, una delle poche con più ceri a rischiarare l’eterno riposo del corpo ospitato, osservai indistintamente gli occhi della foto del caro estinto spaziare follemente in lungo e in largo, come per accertarsi che non ci fosse nessuno presente e poi… si, è accaduto proprio così, vidi la strana figura posare il suo immondo sguardo su di me e, portando l’indice della mano destra al naso, fare cenno di zittire.

Il terrore che si impadronì delle mie membra fu subitaneo. Rimasi lì immobile, affascinato e disgustato allo stesso tempo, dinanzi a quell’inconcepibile susseguirsi di eventi senza senso e, quasi mi fosse stato imposto dal suo empio gesto, in un timoroso silenzio.

Ma non durò a lungo…

Nello stesso istante in cui quella sagoma vestita di nero avanzò innaturalmente, nella foto, verso la mia direzione, con uno strano sorriso stampato sulle labbra, trovai chissà come la forza di articolare gorgoglii senza senso che, almeno nelle mie intenzioni, sarebbero  dovute essere delle grida.

E sono convinto che, di lì a poco, avrei trovato pure il coraggio di allontanarmi da quel luogo infernale se non fosse accaduto che…

Ma non ne sono certo. Ho un ricordo vago e confuso di quei momenti antecedenti il dolce abbandono dei miei sensi.

Nonostante ciò, nella nebbia dei ricordi sepolti fra le macerie del tempo, riesco ancora a vedere, nitidamente, quella sorta di blasfema escrescenza che si materializzò e crebbe molto lentamente sulla foto, nello stesso identico punto in cui la donna aveva posato il suo niveo dito. Altre indicibili pustole, simili alla prima, accompagnarono quell’immondo pulsare sulla patina fotografica e poi…

Non ressi a quell’abominio inconcepibile all’umana comprensione quando intuii quello che lentamente ma inesorabilmente stava accadendo e, nello stesso istante in cui più dita scheletriche e raggrinzite emersero da quell’ormai informe ritratto, con lenta, inesorabile,  vendicativa lentezza, venni meno.

Non una volta. E il secondo mancamento fu di gran lunga peggiore.

Fu come sprofondare in un pozzo immenso, buio, tetro, più profondo del baratro della follia. Ancora oggi faccio fatica a comprendere come possa esserne uscito fuori senza che i miei nervi e le mia facoltà mentali ne abbiano risentito. Anche se, da quel giorno, devo ammetterlo, non sono più lo stesso.

Quando mi risvegliai notai, quasi con insano sollievo, che la foto era stranamente lì dove doveva essere. Nessun segno delle pustole marcescenti di poco prima. Ma c’era qualcosa di maledettamente fuori posto in quel ritratto. Rappresentava lo stesso identico, nitido paesaggio casertano stagliato sullo sfondo. Ed ogni cosa giaceva immobile sulla foto, perfettamente lì dove doveva essere, così come mi sembrava di ricordare. Potrei pure sbagliarmi al riguardo.

Ma di una cosa sono certo. Al centro della foto, là dove doveva eternamente campeggiare il primo piano di una signora vestita di nero, faceva bella mostra un tenero abbraccio fra due figure: una signora e un giovane, quello stesso giovane che circa un anno prima era venuto a far visita alla madre deceduta da poco.

Lo so con certezza che si tratta della stessa persona. Nessun dubbio al riguardo.

L’ho sepolto io quel ragazzo, una settimana dopo questa spiacevole avventura.

Ora giace pure lui nella cripta.

Immagini dove.

E non ho dovuto nemmeno cambiare il ritratto sulla nicchia.

Non ce ne era assolutamente bisogno.

La sua morte?

Cause naturali.

 

Inquietante vero?

Tutto incredibilmente assurdo, sconcertante, eppure maledettamente reale.

È accaduto tutto due anni fa, ormai, ma solo oggi ho trovato il coraggio di confidarmi con qualcuno.

Sono stato costretto, lo capisci?

È un fardello molto duro da portare, questo, ma avrei fatto volentieri a meno di condividerlo con qualcuno.

Sai, è accaduto di nuovo. Proprio oggi.

Hai presente la foto di tuo nonno, quella che lo ritrae a mezzo busto e che non più di un anno fa hai portato sulla sua tomba, giù nella cripta?

Non è più al suo posto! Anzi, ad essere sincero, non esiste più.

L’ho bruciata stamani.

L’ho dovuto fare, cerca di comprendermi.

Spero possa questo semplice gesto porre fine a questo maledetto incubo. Non posso definirlo altrimenti.

Lo spero con tutto il cuore…

Con tutte le mie forze…

Con tutta l’anima…

Lo spero per noi, ma soprattutto per te… che stai leggendo questa missiva.

… e spero di dimenticare al più presto quel tenero, paterno, affettuoso abbraccio fra te e il tuo amato nonno, immortalato per sempre in quell’istantanea di vita che non esiste più.

Non ci resta che sperare... e pregare.

 

Con affetto, Aniceto

 

 

 
 

 

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