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SOGNI HORROR |
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CLACSON
«Allora, la smetti?» È domenica mattina, e Matteo è parecchio indispettito. Ha appena compreso che essere l’amante di una donna sposata comporta rischi che non è più disposto ad accettare. Come la sua mandibola dolorante, che è un biglietto di sola andata per il mestiere dell’onesto e bravo cittadino. È furente, poi, perché Cristina ha sì una voce ridicola, ma anche un corpo da tramandare ai posteri. Per non parlare di quelle due bocce da cardiopalma. Matteo pensa che non possa esserci incubo peggiore di una vita senza poterle più rivedere. Inoltre ha mal di testa, perché il pugno di Giacomo Mirabondi gli ha lasciato un segno indelebile nella mascella, e soprattutto nell’orgoglio. Dio, quanto odia quell’uomo: può un armadio senza lineamenti sbattersi una ragazza così bella? Chi ha deciso gli accoppiamenti, quella volta? Perché a Giacomo tutto e a lui niente? E ora c’è anche questo stronzo che si è messo a suonare il clacson e non la smette più. Matteo guarda l’orologio al polso, l’orologio di Giacomo. Per un istante ricorda quanto sia stato appagante rubargli il suo amatissimo ricordo di famiglia, poi si accorge che ormai sono tre minuti esatti che quel deficiente davanti a lui sta masturbando il clacson. È ora di finirla. Anche perché Giacomo potrebbe rendersi conto che gli manca qualcosa, e Matteo è ancora troppo vicino a casa Mirabondi per poter considerarsi salvo. Matteo scende velocemente dalla sua Punto. Il rumore è assordante. Mentre si avvicina alla macchina che gli sbarra la strada – una vecchia Tempra –, nota che il conducente ha le mani posate sul volante. Pensa che tagliare quelle dita e usarle come tappi per le orecchie non sarebbe tanto male. «Ehi, rottinculo!» grida, in una sfida all’ultimo decibel contro il clacson. «La finisci? Perché guarda che…» Si blocca. Le parole gli muoiono in gola. Vorrebbe che anche il clacson si comportasse nella stessa maniera, che la finisse di attirare l’attenzione su di sé – che tanto in quella strada dispersa di campagna non passa quasi mai nessuno – ma forse è il caso di iniziare a preoccuparsi. «Va tutto bene?» urla Matteo all’uomo pelato, che è immobile all’interno dell’abitacolo. Il conducente ha gli occhi spalancati, due palline da golf pronte a schizzare fuori. Matteo batte con i palmi delle mani sul finestrino chiuso. Il clacson sembra fare apposta e aumenta il volume, dispettoso. «Ehi! Coglione!» grida ancora Matteo, ma è costretto a tapparsi le orecchie. La voce dell’auto è insopportabile, quasi quanto quella di Cristina, solo che è potenziata da un altoparlante che sa il fatto suo. Matteo preme le mani, con forza: il mal di testa gli rimbomba nella calotta cranica. Pare quasi stia giocando una partita di squash con il cervello. All’improvviso, anche un’altra auto – una Golf parcheggiata lì vicino, in un sentiero tra i campi – attacca con la sua sinfonia assordante. Il proprietario, un cacciatore tarchiato e con più capelli di quelli che potrebbe ospitare la sua testa, metta a terra il fucile e fa una corsa verso la macchina. Borbotta qualcosa che non si può udire, ma che si intuisce senza difficoltà. Apre la portiera, e le cinture di sicurezza l’afferrano e lo trascinano all’interno dell’abitacolo. Le urla dell’uomo lasciano presto il passo a un clacson ancora più vigoroso e insostenibile di prima. «Cazzo!» sibila Matteo, reagendo con molta poca educazione. Si guarda intorno, ma in quella stramaledetta stradina di campagna non c’è più nessuno, se si escludono chissà quanti ettari voyeuristici di campi di granoturco. È sbigottito, e l’unica cosa che riesce a pensare è che non sa cosa pensare. Dopo quello che ha visto, esclude di risalire nella sua macchina e mettere quanto più chilometri possibili tra lui e quel posto. Così riprende a battere i pugni sul finestrino della Tempra. Il conducente pelato gira la testa, molto lentamente, quasi fosse attaccata con il nastro adesivo al resto del corpo. È paura con un pizzico di sorpresa quella dipinta sul suo volto. Matteo lo vede con chiarezza, perché è la stessa espressione che aveva Cristina quando suo marito Giacomo è rientrato a casa prima del previsto. Poi Matteo si accorge di un piccolo particolare che prima gli era sfuggito – mente e occhi hanno ricominciato a lavorare in coppia, dopo che l’assordante clacson li ha divisi. Le cinture di sicurezza stanno stritolando quell’uomo. Sono talmente strette che i chili di troppo di quel disgraziato stanno venendo fuori con tutta la loro vergogna. Il clacson si concede un nuovo assolo, sovrastando anche quello della Golf. Matteo riporta le mani alle orecchie. Cerca di infilarsi le dita dentro, ma il fracasso non gli concede sollievo. Si accascia a terra, sconvolto. Come se così potesse risolvere la situazione. Stringe i denti e chiude gli occhi, mentre anche la sua Punto si convince di non essere da meno e dà il via libera al proprio clacson. Occhi-spalancati si unisce al coro e manda un grido da far invidia a una quindicenne, poi la Tempra nella quale è imprigionato sussulta, con violenza. Il clacson smette di suonare, di colpo. Uno in meno, che sollievo, pensa Matteo. Non pare vero. Il ragazzo si rialza, timoroso che una mossa sbagliata possa far ricominciare il concerto, e guarda all’interno della Tempra. L’uomo pelato non c’è più. Al suo posto, macchie di sangue e sputi di carne. «Oddiooddiooddiooddio…» farfuglia tra sé Matteo, scoprendo che non c’è niente di meglio che mettersi a piangere e rotolare sull’asfalto. Qualche secondo dopo, anche la Golf stabilisce che è ora di pranzo. Matteo la vede scuotersi, la sente mangiare. Uno spruzzo di sangue fuoriesce dal finestrino lasciato aperto. La Golf fa tacere il clacson a pasto terminato. L’unico rumore che rimane in questo momento è il segnalatore acustico della Punto di Matteo. Dopo tutto il frastuono che c’è stato, questo clacson non è che il ronzio di una zanzara. Ma tanto basta perché Matteo si metta a gridare, vomitando le corde vocali. «Basta!» sbotta, disperato, contorcendosi a terra. È in questa posizione poco virile che vede la Mercedes grigio metallizzata di Giacomo – sta parcheggiando proprio dietro la sua Punto. «Giacomo?» balbetta Matteo. Interrompe per un secondo il suo lamento senza speranza e si mette in ginocchio. Poi, con gran fatica, in piedi. Muco, lacrime e polvere gli rigano le guance. Pensa che Giacomo non dovrebbe vederlo in queste condizioni, ma non riesce a smettere di frignare. Il suo avversario in amore guarda davanti a sé: sembra si stia rimirando allo specchio. Abbassa il finestrino, un’espressione di stupore, rabbia e felicità stampata in volto. «Non speravo di trovarti per strada mentre tornavi a casa, pezzo di merda!» esclama, come se parlasse al suo io riflesso. «Che colpo di fortuna». Si sfila gli occhiali da sole e li posa sul sedile del passeggero. Matteo non ha sufficienti parole per rispondere. «Mi hai fregato l’orologio, idiota!» riprende allora Giacomo. «Non è che se ti scopi mia moglie puoi metterti anche le mie cose. E fai tacere questo cazzo di clacson!» Giacomo scende dalla sua Mercedes e finalmente posa gli occhi su Matteo – che ha tutto fuorché una bella cera. Gli mancano le parole. «Che succede?» gli chiede, con un tono che non ha niente a che vedere con la preoccupazione. Osserva le altre due macchine ferme lì vicino, ma non gli va di fare ragionamenti complicati. «Senti, Matteo», gli dice poi, con un grande uso del menefreghismo, «se mi ridai l’orologio ti lascio stare. Non m’interessa un cazzo di quello che hai combinato qui, ok? Starò zitto. E niente botte, che mi sembri stare già abbastanza male. Avanti, dammi l’orologio e salutiamoci per sempre». Matteo annuisce e guarda la sua Punto. «È… è nella m-macchina», confessa. «Sali… sali pure… è tutto tuo».
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