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SOGNI HORROR |
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COSA CI E' DATO SAPERE
Alberto Bellotto era seduto alla scrivania del suo studio. La luce di una vecchia lampada illuminava il suo volto pensoso. Stringeva la testa fra le mani e aguzzava l’udito attendendo il minimo rumore. Il ronzio insopportabile della quiete non gli dava tregua. Avrebbe voluto urlare, chiedere aiuto, ma a chi? Preferì scacciare l’ombra della pazzia che si annidava in ogni angolo buio della stanza ripensando alla sua storia. Sarei diventato ricco e famoso, ma…, pensò strizzando gli occhi umidi di pianto. Una goccia di sudore cadde dalla sua fronte andando ad infrangersi sull’intonso foglio bianco che teneva di fronte a sé, gli sembrò la metafora della sua sanità mentale trasposta nella realtà. «Oddio, eccolo qui…», disse l’archeologo Bellotto mentre ripuliva un corpo dalle sembianze umane in un terreno paludoso. «Esimio collega, ce l’abbiamo fatta!», esclamò il dottor Denis Habeler, antropologo, alzando le braccia al cielo. Il suo gesto gli regalò le sembianze di un bambino troppo grasso e pelato che esultava al gol della sua squadra preferita. «Osservane attentamente lo stato di conservazione… È perfetto.» «Sì, Alberto. Non come i ritrovamenti precedenti…» «Chiama l’ambasciata e la polizia locale. Questo viene via con noi.», concluse Bellotto tergendosi il sudore dalla fronte con un fazzoletto di stoffa. «Siamo sicuri? Non vorrei suscitare diverbi… Qui a Tollund siamo i benvenuti, ma senza toccare nulla!», rispose il collega con ansia. Ed aveva ragione. Un tump! sulla porta di faggio dello studio riportò Bellotto alla realtà. Sobbalzò sull’imponente sedia di pelle. I suoi timpani vibravano a causa di un forte mal di testa. Un altro flash del passato s'insinuò nella mente con l’effetto di un analgesico… Nel 1946 a Tollund, in Danimarca, furono ritrovati oggetti di valore inestimabile: spade, gioielli, carri e monete; all’interno delle molteplici paludi che compongono il territorio. La scoperta più sensazionale fu il corpo di un uomo completamente mummificato: l’uomo di Tollund, così fu soprannominato dallo scopritore, che risale al 210 a.C. La torba, elemento principale che costituisce quelle paludi, ha il potere di uccidere i microrganismi che si nutrono dei cadaveri preservandoli nel tempo. Quegli acquitrini sono stati studiati e definiti come luoghi sacri di un lontano passato, con ancora molte cose da rivelare... I cadaveri riportano un trauma alla nuca ed una sottile fune intorno al collo… Sono dei condannati a morte? Sacrifici umani? Decisi di dover capire di più. Habeler rientrò all’albergo con una BMW a noleggio dopo l’estenuante contrattazione con il governo danese. L’orologio segnava le ventitré. Parcheggiò e corse verso la hall mentre Bellotto lo osservava dalla finestra della sua stanza al secondo piano. L’antropologo bussò tre volte ed attese risposta. «E’ aperto.» «Come previsto ci hanno dato l’okay.», disse Habeler notevolmente provato. Il suo respiro affannoso gli fece pronunciare quelle parole in un esile sibilo. «Non voglio nemmeno sapere quanto dobbiamo sborsare per portarlo con noi a Venezia.», replicò Bellotto. «Il valore di questa scoperta supera di gran lunga la cifra che ci hanno chiesto. Sto già pensando alle soddisfazioni che quest’uomo ci darà...» «Per quando è stato prenotato il viaggio di ritorno?» «Domattina. Per le undici dovremmo essere in Italia.» Bene, la piccola sagoma riempita di torba avrà l’onore di conoscere Venezia. In cambio, farà conoscere quest'archeologo a tutto il mondo. E tu Habeler, avrai ancora voce in capitolo finché non avrò i risultati degli esami., pensò Bellotto mentre rivolgeva nuovamente lo sguardo fuori della finestra. Guardò il cielo. Gli parve di toccarlo. Maledetta la mia smania di sapere., recitò Bellotto mentre avvertiva dei brividi. «Febbre.», sussurrò. Ormai dovevano essere quattro o cinque giorni che viveva rinchiuso in quella stanza. Nervosismo, fame e terrore lo stavano riducendo a pezzi. Intanto, riviveva sprazzi di passato come frammenti di un sogno delirante. Il ronzio che gli si propagava nella testa era sempre più assordante. Gli ricordò la piccola sega elettrica di suo padre. Quel contadino. Faceva più fatica a leggere e scrivere che coltivare i campi. Ottuso tanto quanto erano grandi e nerborute le sue mani… Con uno scossone fu riportato ad un passato più prossimo. Non riuscì a capire se quel tremito provenisse da dentro o fuori il suo corpo… Quel pomeriggio ci stipammo all’interno dell’ampia sala d’aspetto del mio studio con tutto l’occorrente per determinare l’età di quel corpo. L’attrezzatura adatta alle analisi in carbonio 14 mi è stata gentilmente offerta da un professore universitario. Ho conosciuto molta gente con il mio lavoro. Dell’aldiquà e dell’aldilà. Solo che preferisco i morti. Con loro non sono costretto a sorridere e a stringere mani facendo finta che m'interessi l’articolo di questo o la tesi di quell’altro. Estraemmo il corpo dalla cassa. Habeler aveva già scommesso che avremmo trovato il corpo mutilato a causa del trasporto una volta riaperta la “bara posticcia”. Fortunatamente non fu così. Prestando attenzione a maneggiare il cadavere, lo adagiammo su un tavolo d'acciaio. Togliemmo i guanti in lattice e sospirammo. Anche questo passo era completato. Habeler prese la macchina per le radiografie al carbonio 14 e la posizionò con calma certosina sopra al soggetto. Il corpo marrone e grigiastro sembrava dormire in posizione fetale. Tenendolo sempre d’occhio, mi premurai di calibrare la macchina per non ottenere risultati imprecisi. «Gli ho montato il baldacchino sul letto.», disse Habeler per ironizzare. Annuii assecondando la battuta. L’antropologo si zittì. Sapeva benissimo di giocare un ruolo di seconda linea in questa scoperta. E sapevo che lui sarebbe diventato uno zerbino pur di far apparire il suo nome accanto al mio nei libri che avrebbero parlato del ritrovamento. «Denis, vai a prendere qualcosa da mangiare, caffè e sigarette. Ne avremo per tutta la notte.», gli dissi come se fosse uno stagista appena arrivato allo studio. Eseguì gli ordini. Adesso penso che avrebbe dovuto ringraziarmi perché, inconsciamente, gli diedi l’ultima opportunità di rivedere il sole. Io non l'ho più visto da quella mattina. «…Sono le ventuno, e diamo inizio all’esame.», disse Habeler registrando la propria voce su di un aggeggio elettronico. Spegnemmo i cellulari e li posizionammo sul mobile addossato alla porta d’entrata per far spazio al macchinario rivelatore. Fissai l’apparecchiatura, mi parve di osservare un mostro meccanico che azzanna un bimbo africano in un’improbabile invasione aliena. Sorrisi. Habeler mi scrutò accigliato per qualche secondo poi riprese con le sue tiritere. Quando finì, azionai la macchina e ci sistemammo a ridosso della porta del mio ufficio. Avremmo avuto i risultati all’alba. Guardai la faccia del mio collega e vidi un’incredibile eccitazione nei suoi occhi. Io, dopo poco, mi addormentai. Mi svegliai alle cinque. Mi stiracchiai e notai che Habeler si era assentato. Forse aveva pensato di recarsi in qualche bar a comprare la colazione. La mente mi comunicò che forse la macchina aveva emesso il suo verdetto. Avrei potuto leggere gli anni di quell’uomo si di un piccolo schermo a cristalli liquidi. Mi avvicinai con passi lenti, volevo gustarmi quel momento. La stanza era quasi buia. Due fonti di luce, una rossa e una verde, provenivano rispettivamente dal led di accensione e dal piccolo monitor del macchinario. Ero eccitato. I miei respiri si fecero brevi e veloci e, dopo un attimo di esitazione, guardai il responso. Il mio respiro si bloccò. I caratteri spigolosi, simili a quelli di una comune sveglia, indicavano: 1954. I miei occhi si dilatarono quando diedi un’occhiata al lettino operatorio. Sopra c’era Habeler. Il suo corpo giaceva supino ed esanime sulla superficie d’acciaio: la lingua sanguinante mezza morsa tra i denti, gli occhi rovesciati all’indietro e le mani rattrappite all’altezza del collo. Mi avvicinai con ribrezzo. Il colore della sua pelle non era cianotico, esclusi immediatamente un infarto o simili. E che senso avrebbe avuto spostare il reperto per sdraiarsi sotto una macchina dalle radiazioni cancerogene? E dove cazzo era finito il mio soggetto? Tra i piccoli squarci della sua camicia vidi delle macchie. Le toccai. Non era sangue. Materia umida. Annusai. Era… era fango o… torba. Il mio corpo si bloccò all’istante. Roteai gli occhi nella penombra senza percepire nulla. Qualcuno ci aveva seguiti, e aveva rubato il corpo mentre dormivo. Habeler era sveglio e ha cercato di reagire e… Ma perché risparmiami la vita? Per farmi morire d’invidia appropriandosi della scoperta, ecco perché. Dicono che sono egoista. Invece questa scoperta era destinata all’umanità, oltre che alle mie tasche… Splach. Splach. Splach. All’udire quei suoni, mi ritornò alla mente l’infanzia trascorsa nella fattoria di mio padre. Quello era l’inconfondibile rumore di passi nel fango, uguale a quando giocavo a fare l’archeologo nel recinto dei maiali. Quando m’insozzavo… E capii. Quel corpo… era lì, nella stanza. Con me. Vivo… O per lo meno, sveglio. L’adrenalina mi fluì nelle vene come detriti sul letto di un fiume in procinto di straripare. Rimasi lucido usando tutte le mie forze: intuii che non aveva bisogno di respirare. Non sentivo ansiti o altro. D’altronde era morto. O presunto tale. I miei occhi si erano abituati alla semioscurità della sala d’attesa ma non percepivano nessun movimento. Lo shock per la morte di Habeler mi impedì di captare con l’udito da dove arrivarono quei passi fangosi. Vaffanculo collega, anche da morto mi stai tra i piedi., pensai e mi rigirai verso la porta del mio studio. Poi decisi di camminare all’indietro finché non appoggiai le spalle alla porta dello studio. Per la prima volta seguii un consiglio di quel buzzurro di mio padre: “guardati la schiena ragazzo, e occhio alle chiappe”. Mi sentii più al sicuro con le spalle appiccicate alla spessa porta di faggio. Sospirai. Continuai a guardare nell’oscurità di fronte me, finché dal pavimento, con movimenti sgraziati e titubanti si alzò una sagoma esile e ossuta. Teneva gli occhi puntati su di me. Sembravano illuminati dall’interno, una fievole luce giallognola gli fuoriusciva dalle orbite illuminandogli saltuariamente quello che rimaneva del viso. Avvertii un brusio. Come onde radio che cercavano si sintonizzarsi con me per cercare di comunicare. Restai pietrificato quando cominciò ad esprimersi in italiano. L’uomo che avete trovato prima di me, credeva nel dogma di Dio. Io l’ho rifiutato e sono morto per conoscere la verità. E ora so! Provai, non so come, a replicare e ci riuscii senza muovere le labbra: Ma che Dio? Se siete morti PRIMA della sua venuta. Questo lo dici tu. CREDI di sapere. Egoista. Mi guardi come se fossi un mostro. Ipocrita! Ma il VERO mostro… Sei tu! Vidi il suo ghigno e ne ebbi abbastanza, mi chiusi a chiave in ufficio. Nei giorni seguenti fui tormentato dal ricordo dei suoi occhi che esprimevano solo compassione. L’essere fuori dalla porta cercava di rimettersi in contatto con Bellotto. Lui riuscì a reprimere il segnale sebbene cresceva costantemente d’intensità. Prese l’ultima sigaretta da un pacchetto stropicciato, l’accese, e decise d’affrontarlo. Si alzò e si diresse verso la porta. Sapeva che quell’uomo lo avrebbe aspettato lì, in eterno. Aprì e se lo trovò davanti. Tutti e due si guardarono con occhi languidi. Dimmi. Cosa posso sapere?, chiese Bellotto ristabilendo il contatto telepatico. Tutto. Se lo vuoi. Sì, fammi sapere. L’essere filiforme estese le braccia verso l’archeologo come in un triste abbraccio d’addio. Gli si premette contro talmente forte che sembrò volesse fondersi con lui. La faccia di Bellotto si deformò a causa delle innumerevoli informazioni che gli trafiggevano il cervello come minuscole schegge di ferro. Ecco cosa DEVI sapere., pronunciò in milioni di lingue l’essere fangoso prima di dissolversi come cenere al vento. Bellotto cadde a terra con gli occhi rivoltati e le mani rattrappite, tese verso la gola.
Da “Il Gazzettino di Venezia” del 20/08/2007, pag. 2: Le morti degli studiosi Habeler e Bellotto sono avvolte da un alone di mistero. Le forze dell’ordine stanno ancora svolgendo i consueti rilevamenti nell’ufficio per capire le cause dei decessi. Una macchina per analisi al carbonio 14 dell'Università era ancora in funzione. Nessuno, nemmeno il governo danese, paese da cui avevano fatto ritorno sei giorni fa, sa dire con certezza cosa stessero analizzando. Spesso siamo costretti ad accettare le cose così come vengono. La scienza non può fornirci sempre spiegazioni. Questo è uno di quei casi in cui non ci sarà dato sapere proprio tutto. |
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