|
SOGNI HORROR |
||||
| [Home]|[Racconti]|[Disegni]|[Forum]|[Sogni d'horror]|[Fumetti]|[Concorso]|[Recensioni]|[Vampiri]|[Frasi Horror]|[Chi siamo]|[Buio in sala]|[Link] | ||||
|
|
DE MOSTAN
La notte di tardo autuno era caduta rapida e nera. Le lunghe dita secche degli alberi spogli artigliavano l’aria fredda, la nebbia scivolava fitta e densa tra i tronchi scarni. La donna seguiva a fatica il sentiero, nascosto com’era dalle foglie morte, cadute sulla terra ghiacciata. °+° Tornava a casa, senza avere combinato nulla in città. Aveva girato per i negozi, ma non aveva trovato niente che potesse neanche lontanamente andare bene per lui. Chi se ne frega, pensò, farà a meno del regalo di compleanno, questa volta: così impara a starsene in ufficio fino a tardi ogni sera. Lui e la sua carriera di merda. Tanti sforzi e comunque a fine mese non prendeva la metà di lei. Si concesse un mezzo sorriso, sterzò morbidamente e la station wagon imboccò la diramazione bis della statale 48, inaugurata solo due giorni prima. Già dal primo chilometro si ritrovò sola nel nuovo tratto ancora sconosciuto. In più, quella era sera di festa. Meglio così, pensò, e si concesse il piacere di guidare sull’asfalto tirato da poco, per la strada deserta, senza camion da superare o dietro cui accodarsi insofferente, seguendo le dolci curve che la strada compieva attorno ai laghetti e tra le colline, molli masse scure nella sera. I lampioni stradali non erano ancora in funzione: la ditta incaricata dell’elettrificazione era in ritardo coi lavori, ma l’inaugurazione era stata fatta ugualmente, per coincidere con l’aperturta della nuova campagna elettorale. La macchina si spense all’improvviso: un black-out totale, inspiegabile, in corsa, per fortuna in un rettilineo. Domando il panico, spalancando gli occhi atterriti all’ultima debole luce del crepuscolo, riuscì ad accostare. Quando la macchina esaurì la propria inerzia in un sommesso scricchiolio di sassolini sotto i copertoni, lei poggiò la testa sugli avambracci incrociati sopra il volante e si mise a piangere, sileziosamente, piccoli sobbalzi che le agitavano la sinusoide delle spalle. +°+ Dopo una mezz’ora non era ancora passato nessuno e lui aveva il telefono spento. Aveva provato e riprovato a chiamarlo mille e mille volte, quasi isterica, perché quella giornata era andata storta già dalla mattina, tutto per colpa del suo stronzissimo compleanno. Ma lui niente, non c’era. Bastardo dove sei? Ovunque, ma non lì con lei, non lì ad aiutarla con quella dannata automobile che non aveva più voluto saperne di ripartire. Non un benché minimo segnale di vita. Dopo quasi tre quarti d’ora, si decise: raccolse le sue cose, chiuse a chiave la macchina e s’incamminò. Non erano più di tre chilometri dal paese, dopotutto poteva andare a piedi. Per fortuna non portava i tacchi. Prese la vecchia sterrata che seguiva il fianco delle colline e proseguì per quasi due chilometri. Camminare le fece bene finché, superato lo spavento, non le rimase che il fastidio per quell’ennesima dose di sfortuna. Riuscì persino a non prendere il telefono e a provare a richiamarlo. Quando si trovò ad un bivio, dove si spense anche l’ultimo ricordo del tramonto e la luna spuntò alle spalle di un gruppetto di abeti solitari sulla sommità di una collina, esitò: di fronte a lei la strada carreggiabile si allungava in un ampio giro, mentre a destra poteva tagliare. Non ci pensò su molto, poi si infilò per il sentiero che attraversava il vecchio bosco: portava a casa in venti minuti scarsi. Non ci passava da quando aveva preso la patente. Secoli prima. °+° Non riconosceva più il cammino, perché in quegli anni il tempo aveva cancellato quei punti di riferimento che, adesso, cominciava a dubitare fossero esistiti solo nella sua mente: il bosco era cambiato, le piante erano mutate, cresciute o cadute, spaccate, morte, infittite. In più, la nebbia sedava e agguantava il mondo con la sua essenza lattiginosa e ostile. Maledetta me, pensava, per avere lasciato la strada: voleva fare prima, ed eccola quasi persa, alla deriva nel gelo fradicio. “Stupida…” sillabò a bassa voce: miseri sbuffi di vapore si sfaldavano neonati. Strinse il cappotto con un brivido e girò il foulard attorno ai capelli. Una ciocca nera le si appiccicò sulla fronte finendole nell’occhio: la scostò, ma si ritrasse al tocco gelido delle sue stesse dita. Starnutì. Un rumore venne dal buio, un fruscio di foglie secche alla sua destra. Si fermò. Trattenne il respiro, immobile. Uno schiocco… Animaletti, pensò rassicurandosi. Il telefono vibrò rabbiosamente e la fece trasalire. Frugò con dita insensibili nella borsetta. Sul display lampeggiava il nome di lui. Con un nodo in gola, cercando di trattenere un singhiozzo di gioia, odiandosi per il sollievo che in quell’istante sentiva crescerle dentro, troppo gelosa della rabbia che nei suoi confronti fino a quel momento aveva provato, provò a parlare, ma le parole le morirono prima di sfiorarle le labbra. Anche il telefono, comunque, era ammutolito di nuovo. Spento. L’angoscia la invase: serrò gli occhi, raccolse pensieri, emozioni e istinti, si morse un labbro. Un nuovo scricchiolio sulla destra: sembrava ora più vicino. Strinse più forte il telefono, quasi fosse un’arma, inutile. Riprese a camminare, svelta, cercando il sentiero, e passo dopo passo lo vedeva affiorare, sparire, confuso, mutevole, incerto, finché si fermò nuovamente, ansimante, si guardò intorno, nella nebbia e nel buio sempre più fitti, sempre più sola, nel nero che andava animandosi a tratti di ombre e parvenze e forme mutanti, visioni rapide e inafferrabili, un vuoto nulla che si andava via via contorcendo e ripopolando. Un fischio nelle orecchie, uno stridere di nervi e ferro le forò la mente da parte a parte, e lei cadde in ginocchio, stringendosi la testa tra le mani, la bocca semiaperta e un rauco gorgoglio che le saliva dalla gola. Le medicine… Quando questo lucido pensiero affiorò, lei ci si aggrappò come ci si aggrappa a un tronco, sradicato chissà dove, che per miracolo galleggia nel fragore dei gorghi di una rapida. Certo, le medicine che aveva preso: potevano generare stati d’ansia, come effetto secondario. Glielo aveva detto il dottore, rassicurandola che non era però il suo caso. Balle. Bastardo anche lui. Il fischio se ne andò improvviso com’era arrivato. Respirò profondamente e aprì gli occhi. Che stupida, si disse, a perdere la testa così. Si rialzò, ma qualcosa le si avvinghiò alla caviglia sinistra. Lei sgranò gli occhi: per una frazione di secondo il suo organismo registrò solo la novità di quella stretta, ma quando il dolore seguì alla sorpresa e lei disserrò la bocca e tentò di gridare, qualcosa di vischioso le si ficcò in gola e le impedì di espirare, prima, di inspirare poi. Si ritrovò stesa a terra di schiena. Gridò, come non aveva mai fatto. Quando i polmoni si svuotarono e l’ultimo rantolo sibilante le si strozzò in gola, istintivamente si portò una mano alla caviglia. Sana. Tastò con la mano sul terreno intorno, nella quasi totale oscurità, sierosa di nebbia malsana, e ritrovò la borsetta. La strinse forte tra le mani, confortata dal sentire sotto le sue dita scosse da tremiti la similpelle, mai come allora tanto preziosa. La testa le girava. Si sentiva debole, debolissima. Avrebbe voluto dormire. Si alzò, invece, strappandosi alla rete di torpore strisciante che la intrappolava. Riprese a camminare, un po’ a zig-zag, come guidata da un pilota automatico, seguendo una mappa segreta che il suo inconscio aveva nascostamente custodito fino a quel momento. Il percorso le si rivelava di metro in metro, e lei vedeva solo foglie e rami caduti e morti, e le radici contorte affioranti e le buche davanti ai suoi piedi, ostacoli che superava inciampando, non cadendo, ansimando sempre più, aiutandosi con le mani, sempre più svelta, per evitare quelle unghie taglienti che la graffiavano nel tentativo di tenerla con sé. Finché un colpo nello stomaco la fermò di schianto: si piegò in due, senza respiro, cadde di lato, sbatté su una pietra il ginocchio. Sentì la rotula che si sfracellava. Svenne. Quando riprese parzialmente coscienza di sé stessa, stava passando oltre gli ultimi lembi stracciati di nebbia che si avvolgevano attorno ai tronchi rugosi, e avanzando a quattro zampe e ansimando, intravvedeva, oltre i restanti metri di bosco e lo sconvolgimento che l’aveva presa, ormai insensibile a qualsiasi dolore, le luci gialle dei lampioni di un parcheggio. Fiutava la strada di casa: mancava poco ormai. +°+ Entrò. Subito di fronte all’ingresso c’era la cucina: lo trovò lì, girato di spalle, leggermente curvo sulla lastra di marmo nero del tavolo che avevano scelto e comprato insieme due mesi prima. I suoi capelli corvini avevano un riflesso quasi viola sotto il lampadario di cristallo, l’unica luce accesa nella casa. Una grossa pentola, a sinistra, ribolliva: da sotto il coperchio, che sbatacchiava con rumore metallico, fuoriusciva una bava bianca e schiumosa che colava lungo la pentola e finiva sul fuoco del fornello, facendolo soffiare e agitare. Il vapore odoroso si faceva strada tra i vetri appannati della finestra appena accostata: usciva all’aperto, saliva nella notte, verso la luna immobile e bianca nel cielo privo di stelle. Quando lei stava ormai soltanto a due metri di distanza, lui si voltò. In mano teneva un coltello. La lama balenò del riflesso della fiamma. Per un breve istante lei fissò lo sguardo negli occhi di lui, occhi grigio cenere come tutti i conti De Mostàn, un tempo signori incontrastati della regione. Non c’era familiarità, in quegli occhi, né ombra di riconoscimento. Lei gridò. Sentì che le si rizzavano i peli del corpo. Lui alzò il coltello, per conficcarglielo nello stomaco, ma la lama si spezzò contro quella epidermide dura, cuoio su cuoio, quella muscolatura possente, e fu lui a gridare, allora, mentre quella massa inumana si avventava furiosa e lo travolgeva, impazzita, scaraventandolo oltre il tavolo, strappandogli i vestiti e la carne. Sbattuto in un angolo, vinto, senza poter respirare a causa della massa bestiale che gli stava sopra comprimendogli il torace, mentre rantolava sull’orlo dell’abisso, ebbe un’ultima cosciente percezione di quei due occhi rossi, feroci tra il pelo ispido e nero: poi, con un ringhio vorace, la bestia affondò le zanne, affamata, lacerandogli il collo, ingorda di sangue.
|
|||
|
LA MUSICA CHE STATE ASCOLTANDO E' LA COLONNA SONORA DEL FILM - PHENOMENA - TUTTI I DIRITTI RISERVATI - © degli autori
|
||||