SOGNI HORROR

 
   
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GIADA

 IL

Giulio non riusciva  a parlare. Non ne aveva il coraggio. Si voltò dall'altra parte del letto. Giada gli si avvicinò, accarezzandogli le spalle.

<<Dai, in fondo non è successo niente>>, gli sussurrò con fare materno.

<<Lo so che non è successo niente!>>

<<Forse è colpa mia. Forse non sono il tuo tipo...>>

<<Per favore Giada, non incominciare! Lasciami in pace!>>

Si alzò. Si vestì in fretta.

<<Dove vai?>>

<<Ho voglia di stare da solo!>>

Percorse il corridoio.

Prima di uscire si voltò ad osservare la sua stanza. La porta era ancora aperta, Giada non l'aveva chiusa. Evidentemente sperava in suo ritorno. Questo però invece di donargli il coraggio di tornare dentro, gli fece passare anche quel poco che aveva.

Uscì di casa.

Guidando nella notte, più volte fu tentato di compiere un insano gesto. Si sentiva un perfetto idiota, peggio ancora un fallito. Quanti mesi aveva trascorso a rincorrere il suo sogno di uscire con Giada? Quante volte era stato sul punto di chiederle di uscire, per poi rinunciare, non sentendosi all'altezza di lei? Quante volte aveva fantasticato su loro due, su come sarebbe stato magnifico la prima volta?

Domande che dovevano trovare una risposta quella sera. E in un certo senso una risposta l'aveva avuta: quello che considerava il suo migliore amico non aveva voluto saperne di fare il suo dovere. Aveva fatto cilecca. E proprio con la donna che amava. Imboccò l'autostrada. Si fermò nella prima piazzola di sosta. Spense il motore. Nell'oscurità della notte, avvertì le lacrime che rigavano il suo volto. Non riusciva a fermarle, né aveva intenzione di farlo. Rabbia, sofferenza, vergogna esplosero tutte in una volta. Il silenzio fu presto interrotto dai suoi lamenti.

*****

Dopo quella sera, Giulio decise di non chiamare più Giada. Si sentiva un verme e non voleva più incrociare il suo sguardo. Lei lo capì, perché dopo le prime telefonate “Ciao come stai? Perché non mi telefoni più?....”, smise di cercarlo. Era meglio così. La lontananza avrebbe fatto meglio ad entrambi.

Era passato un anno.

Di esperienze ne aveva avute, tutte senza problemi, anche se ogni volta avvertiva un vuoto dentro di sé. Sapeva che era dovuto a lei, sapeva che finché non si fosse liberato da quella ossessione, il suo mondo non sarebbe andato avanti. Che cosa non aveva funzionato? Perché si era bloccato?

Era stato più volte sul punto di chiamarla, desideroso di provarci di nuovo, convinto di non fallire più, ma ogni volta aveva rinunciato. Se fosse successo di nuovo sarebbe stato un peso eccessivo da sopportare, quindi meglio andare avanti.

Era convinto di avercela fatta, di aver superato la fase del dolore, di aver raggiunto un equilibrio tale da poterla forse vedere senza problemi.

Si sbagliava.

L'incontrò una domenica mattina in un centro commerciale. Aveva preso l'abitudine di fare un carico di spesa la domenica mattina. Tutto in una volta, per poi stare tranquillo un'intera settimana. Quella voce che udì tra la folla fu il classico fulmine a ciel sereno.

<<Ciao Giulio, come stai?>>

Si girò e la vide. In un attimo il castello di carta della sua autostima crollò.

Era bellissima. Bastò uno sguardo per capire che l'amava ancora.

Non sapeva che dire, ma si sforzò di rispondere.

<<Ciao Giada, anche tu qui?>>

<<Già, lo sai che mi è sempre piaciuto fare shopping. E tu invece? Quanta roba hai comprato? Devi fare un festino?>>

<<No, è per me. È la mia spesa per l'intera settimana. Non ho molto tempo a disposizione, a causa del lavoro, quindi preferisco comprare tutto in una volta. E tu come mai senza pacchi? Hai forse trovato un'altra vittima?>>

<<Sì, sto con il mio ragazzo. È andato un attimo a comprare due gelati. Ah, ecco che sta arrivando, adesso te lo presento>>

Un bel ragazzone, fisico da palestra, si affiancò loro.

<<Giulio, ti presento Alex, il mio ragazzo! Alex lui è Giulio, un mio amico!>>

<<Piacere>>, disse Alex allungando la mano.

Giulio non voleva stringerla. Quella presentazione era stato un duro colpo per lui. Aveva sempre sospettato che Giada non fosse rimasta sola per molto tempo, ma un conto è credere di sapere, un altro è esserne sicuri. Comunque non voleva apparire scortese e replicò il gesto di Alex.

Al momento del contatto, fu come trafitto da un fulmine. Qualcosa lo sconvolse, lo passò da parte a parte.

<<Lei è quindi un amico di Giada!>>

<<Sì, si, ci consociamo da tempo.... io adesso dovrei andare.... ho ancora molte cose da fare...>>

<<Ma come, già te ne vai?>>, disse Giada, sorpresa ed infastidita da quell'improvviso tentativo di fuga.

<<Sì, ho molte cose da fare... magari ci sentiamo uno di questi giorni.... ciao>>

Si allontanò in fretta e furia. Riuscì anche a sentire qualche parola che i due si scambiavano “Ma gli ho fatto qualcosa?” “Non so che dirti, non si è mai comportato così..”.

****

Per tutto il pomeriggio cercò di trovare delle risposte. A tormentarlo non era la consapevolezza di aver fatto la figura dell'ex, geloso e incapace di accettare la realtà, quanto quella sensazione di paura che aveva provato nello stringere la mano di Alex.

Osservò la sua mano più volte. Non se l'era sognata quella scossa. L'aveva realmente avvertita. Non era un semplice fenomeno elettrostatico, dovuto al fatto della stretta troppo forte di Alex.

No.

Era qualcosa di più. Qualcosa che però non riusciva ad identificare. Era terrorizzato proprio perché non capiva. Nella sua mente rifiorivano sensazioni simili a un deja-vu, ma troppo confuse e frammentarie per poter essere messe insieme e ricostruire il puzzle. Si affacciò alla finestra per osservare il sole che calava. Era sempre stato uno spettacolo che l'attraeva e al tempo stesso rilassava e lui ne aveva bisogno, per riflettere, per ricordare, per capire, ma stavolta niente sembrava poterlo aiutare.

Si allontanò e si diresse verso la sua videoteca. Alla fine aveva deciso di prendersi una pausa. Forse era stata solo la gelosia a fargli immaginare tutto, in realtà non era successo nulla e lui semplicemente non voleva accettare il fatto che Giada fosse andata avanti. Del resto non poteva darle torto: la colpa era stata la sua che aveva fallito nel momento topico, che aveva rinunciato a lei.

Scorse con la mano i vari titoli dei film. Conosceva ogni singola battuta di ognuno di loro, ma ogni volta li rivedeva sempre con piacere. Stavolta però non c'era nulla che lo attraeva.

Poi di nuovo la scossa. L'avverti molto chiaramente. Ritrasse la mano. Era ancora tesa. Stavolta non era stata un'allucinazione. Ne era sicuro. Ripassò vicino al dvd che l'aveva procurata: Nightmare-Dal profondo della notte. Provò a toccarlo. L'avvertì di nuovo. Il suo corpo stava cercando di avvertirlo. Si concentrò su una parola: Nightmare.

Indietreggiò.

Come aveva potuto essere così cieco?

Come aveva fatto a non capirlo subito?

Uscì di casa come una furia. Non sapeva come, ma avrebbe impedito a Giada di continuare a frequentare Alex. A costo di usare la forza. Non prese in considerazione l'idea che potesse essere già troppo tardi. Sarebbe stato troppo difficile da sopportare.

Giunse davanti alla porta del suo appartamento. Stava per bussare quando notò un gatto nero sullo zerbino.

Mieow!

Era completamente nero, fatta eccezione per gli occhi rosso fuoco. Era enorme. Sembrava un tipico gatto delle streghe, come quelli presenti nelle leggende.

Mieaow!

Si rizzò sulle zampe.

Mieaow.

Mostrò le unghie e i denti. Non voleva che Giulio bussasse.

<<Fatti in là gattaccio! Non ho tempo di giocare con te!>>

Fece per bussare. Poi il buio.

<<Svegliati! Avanti svegliati!>>

Aprì gli occhi lentamente. La testa gli doleva non poco, come se fosse stato colpito, anche se non ricordava quando. Era come incatenato al muro con le braccia alzate e le gambe divaricate, con la differenza che non c'erano catene ad imprigionarlo. Fece per liberarsi, si divincolò, ma fu tutto inutile. Niente sembrava smuoverlo.

<<Non sforzarti! Non ce la fari mai!>>

Di nuovo quella voce. Si guardò intorno. Era in una camera piuttosto malandata, senza mobili e con numerose crepe nell'intonaco, da qualcuna usciva addirittura un filo d'erba. Non c'era nessuno, fatta eccezione per quel gatto nero davanti a lui che lo fissava scodinzolando la coda e leccandosi una zampa.

<<Chi ha parlato?>>

<<Io!>>

La sua attenzione fu attirata dal gatto. Aveva intuito che fosse lui a parlare, ma preferiva non crederlo, perché ciò avrebbe significato guai seri, forse di gran lunga superiori a quelli che aveva immaginato.

<<Tu parli?>>

Non ci fu risposta. Negli occhi del gatto vide che si era accesa una strana luce, una luce di malvagità.

<<Chi sei?>>

<<Finalmente una domanda sensata. Ce ne hai messo di tempo, eh?!>>

Davanti a Giulio la parete scomparve e si materializzo una stanza. La riconobbe subito: era la camera di Giada. La vide mentre la stava preparando. Indossava uno splendido completo intimo, nero, che aderiva perfettamente alle sue forme.

<<Giada! Giada!>>

<<E' inutile, non può sentirti!>>

<<Ma tu chi sei? Che cosa vuoi da me?>>

<<Piano piano! Una domanda alla volta! Cominciamo dalla prima: io sono Lucius. Ti dice niente il mio nome?>>

Lucius.

Questa parola risuonò come la peggiore delle condanne. Aveva già sentito parlare di lui, ma credeva che fosse solo una leggenda, poiché si narrava che incontrarlo equivaleva ad una condanna a morte. Nessuno era a conoscenza delle sue vere sembianze, perché nessuno sopravviveva dopo averlo incontrato.

<<Così sei un gatto?>>

<<Io posso essere tutto ciò che voglio. Scelgo una sembianza a seconda delle circostanze. Del resto anche tu puoi fare una cosa del genere. Non è vero Succubus?>>

Succubus.

Da quanto tempo nessuno lo chiamava così. Aveva quasi dimenticato la sua vera natura. Lui era un succubus, un'entità che si serviva dell'incanti per sopravvivere, un'energia magica magica che gli umani possiedono inconsapevolmente. Di solito un succubus non ha forma, ma ne assume una per poterla rubare agli uomini. Ciò è possibile solo attraverso un accoppiamento sessuale. Anche lui un tempo aveva assunto una forma umana, poi si era affezionato alla figura di Giulio e non se ne era liberato.

<<Vergognati! Ti sei innamorato del modo di vivere degli umani! Ti sei innamorato di una donna!>>

Vero.

Un succubus deve possedere le sue vittime, consumarle fino ad ucciderle. Ma lui da tempo non portava a termine le sue missioni. Gli piacevano soprattutto le donne, quindi si limitava solo a prendere l'incanto per poter sopravvivere. Aveva anche imparato ad amare le abitudini di quegli esseri, il vestirsi, il mangiare, il dormire.

Vide Alex entrare nella stanza, abbracciare Giada da dietro, iniziare a baciarla, a toglierle l'intimo delicatamente.

Alex era un succubus. Ecco perché lo innervosiva. Gli ricordava ciò che lui era.

<<Che cosa volete fare a Giada?>>

<<Perché usi il plurale? Io non voglio fare niente. La tua amichetta è la vittima di Alex, è con lui che dovresti prendertela!>>

<<Lasciami andare!>>

<<Non posso!>>

<<Perché?>>

<<Perché già una volta hai fallito con quella ragazza! Ti sei innamorato, quindi lei non è più alla tua portata!>>

<<Questo che significa?>>

<<Nulla! Solo che lei possiede una gran bella quantità di incanto e Alex vuole prenderla. Tutto qui!>>

<<E tu? Perchè mi tieni prigioniero? Alex è forse un tuo protetto?>>

<<No, solo che mi fa schifo vedere un succubus ridotto ad uno stato pietoso come il tuo! Devi essere punito! È la cosa mi diverte molto!>>

<<Lasciami andare!>>

<<Non posso farlo! E smettila di supplicarmi. Non otterrai altro che farmi arrabbiare di più! Stanno per cominciare. Goditi lo spettacolo!>>

Giada e Alex si erano distesi sul letto. Lui la stava eccitando con giochetti di lingua. Lei si stava contorcendo dal desiderio

Giulio cercò di volgere lo sguardo, a chiudere gli occhi, ma fu inutile. Qualcuno lo obbligava a guardare. Lucius voleva condannarlo ad assistere alla morte della sua amata.

<<Ti prego uccidimi! Torturami in altro modo, ma non questo! >>

L'unica risposta furono i rantoli di passione di quei due.

Lacrime scesero sul suo viso. Lacrime di impotenza.

 

 
 

 

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