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SOGNI HORROR |
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IL CANTO DELL'ABISSO
…se tu scruterai a lungo dentro un abisso,
anche l’abisso scruterà dentro di te.. Nietzsche
La caduta nella buia spirale era stata un’esperienza terrificante. Quel roteare nel vuoto, con l’aria che ti scivola tra i capelli e con il cuore che ti pompa nella gola, era un qualcosa che non si poteva dimenticare. Charles ne era stato schiavo per alcuni istanti, poi, era svenuto e la quiete era scesa a confortarlo. Si era risvegliato sul pavé di un tortuoso viale, convinto di esser stato prigioniero di un incubo. Quando aprì gli occhi, però, il mondo gli apparve come mai lo aveva visto. Rampe di scale salivano e scendevano senza logica alcuna, delimitate da mura ciclopiche che svettavano nel nebuloso firmamento. Piante rampicanti e profonde crepe ornavano quelle pareti, mentre i corridoi disegnavano curve che impedivano una visione estesa dell’ambiente. Il cielo aveva il colore del fango, mentre nubi cariche di acqua si ammassavano l’una sull’altra, come la polvere di una detonazione. - Dove sono finito? – farfugliò a denti stretti. Era una domanda banale a cui però sarebbe stato arduo dare una risposta razionale. In ogni caso, il momento per meditare non era certamente quello e ne fu una riprova l’eco di alcuni latrati che tagliarono la quiete, come un rasoiata inferta sul faccino di un neonato. Anziché intimorirlo, quelle grida lo eccitarono al punto da spingerlo ad afferrare una balestra che spuntava dalla sabbia e a lanciarsi in un folle inseguimento. Quel verso gli martellava nelle tempie e lo induceva a esaminare ogni centimetro, alla caccia di un indizio che lo aiutasse a capire. Sentiva la necessità di scoprire cosa si nascondesse in quel labirinto perverso. Non ne aveva una ragione particolare, piuttosto era un qualcosa di morboso, quasi fisiologico. La sua sete di conoscenza fu in parte placata, quando un tanfo nauseabondo si librò nell’aria. Sembrava l’odore della carne imputridita o qualcosa del genere. Charles, dall’alto di una fila di gradini costeggiati da una muraglia, si guardò attorno, fin quando non vide uno strano oggetto cangiare dallo strapiombo adiacente. Era sferico e di colore grigiastro, con una profonda cavità posta sotto la parte superiore. Dava tutta l’impressione di essere un teschio immerso nella melma. Impossibile verificare con cura quella intuizione, la parete di roccia era così liscia da rendere impensabile una discesa. Era forse una fossa comune? Probabilmente era da lì che si irradiava quel fetore… Ma come spiegare, allora, la crescente intensità del tanfo che si stava manifestando? Charles giunse presto a una risposta logica: il cattivo odore non proveniva dal precipizio, ma dall’altra parte del muro! L’uomo percorse così la decina di metri che lo separavano dal punto in cui la parete faceva angolo e lì attese… La voragine che si apriva ai suoi piedi era adesso di cinquanta metri e un qualcosa spuntava là in fondo, dal biancore della superficie. Stava respirando affannosamente, mentre il sudore gli traboccava copioso da ogni poro, incollandogli la maglietta alla pelle. Un suono debole giunse ai suoi orecchi, accompagnato da dei tintinnii che si fondevano con i lontani latrati. Aveva il palato secco e i nervi tesi. Verificò che le frecce fossero ben disposte nell’arma, poi, svoltò l’angolo, penetrando in un orrore che mai avrebbe immaginato. Una selva nera brulicante si contorceva sul piastrellato, esalando quel miasma che imperversava nel labirinto. Strisciavano sovrapponendosi l’uno sull’altro, rullando i sonagli delle code e perforando l’aria con occhi fluorescenti. Alle loro spalle le scalinate continuavano a salire per, poi, scendere e ancora risalire. Charles indietreggiò di alcuni passi con la nausea nel cuore. I crotali, ormai, erano ritti sul ventre, con il collo gonfio pronto a sputare il siero, ma un qualcosa impedì loro di attingere il bersaglio. Un rumore sdrucciolevole rimbombò nel dedalo. Fu un attimo. La terra franò da sotto i suoi piedi dell’uomo, costringendolo a dondolare nel vuoto con una mano appesa alla roccia. Un suono metallico ruggì dal baratro. Doveva esser la balestra che gli era sfuggita di mano, ma perché quel suono? Charles si volse verso il fondo della voragine. Delle lame acuminate lo attendevano, pronte a impalarlo come un pollo sul girarrosto. Doveva resistere... Strinse i denti e con occhi iniettati di sangue, per il sudore grondante, riuscì ad alzare la testa. Le serpi sibilavano minacciose davanti alle sue pupille, agitando le loro lingue biforcute, ma ormai eran ben poca cosa al cospetto del terrore che si sarebbe manifestato di lì a poco. Un fulmine saettò dal cielo plumbeo, irradiando un bagliore che si rifletté su una superficie scura svolazzante. Era uno scuro mantello avvolto attorno a una figura sospesa in aria. L’essere aveva un corpo umano, ma un qualcosa di animalesco gravava su quella figura. Impossibile coglierne i dettagli. Fu una breve visione, poi, un ruggito bestiale fece tremare la terra e l’uomo perse la presa… Un vuoto d’aria destò di contraccolpo Charles dal torpore. - Cazzo, un altro incubo -, sussurrò, scacciandosi con la mano il sudore dalla fronte. Era poggiato con le braccia su un tavolo, immerso in un mare di carte. Vent’anni di polizia erano tanti e su quel tarlato legno vi erano i rapporti dei casi più bizzarri a cui aveva lavorato. Conservava tutto quel materiale meticolosamente, quasi come se ne provasse un’eccitazione morbosa. La sua era una mania nata dal bisogno di capire cosa spinge l’uomo a compiere gli atti più efferati. Si rinchiudeva così per ore in quella stanza, al lume di qualche candela, e meditava per ore, alla caccia del tumore celebrale che induce alla pazzia. Tale fissazione aveva avuto conseguenze devastanti sulla sua vita, gli amici lo avevano isolato e anche la moglie se ne era andata. - Devi farti curare! -, gli urlò, prima di chiedere il divorzio. Ma al poliziotto non interessava. Amici e parenti, diceva a chi gli ponesse delle domande, sono tutte pedine sacrificabili sull’altare della conoscenza. Poi, iniziarono gli incubi. Quei sogni carichi di messaggi simbolici. I labirinti, il fetore della morte e, poi, quella creatura che non riusciva mai a mettere a fuoco. Era forse vicino a individuare il verme che si cela negli angoli della mente umana oppure era tutta una sua suggestione? Doveva bere. Si alzò e prese una bottiglia di brandy. Giusto un goccio e, poi, si sarebbe rituffato nello studio, scrutando negli abissi della psicologia. Stava sorseggiando il liquore, quando un rumore secco, proveniente dal piano superiore, lo fece sobbalzare. Era il suono di un vetro infranto e, poi, il rimbombo di alcuni passi. Qualcuno era entrato in casa… Sfilò la Beretta dalla fondina e si avviò verso le scale. L’intruso doveva aver tagliato i fili della corrente, perché l’interruttore non dava segnali di vita. L’oscurità era profonda, ma tutto sommato era meglio così. D’altronde, Charles sapeva bene cosa può succedere quando un ladro si trova di fronte il padrone di casa. Una crisi di panico, la situazione che gli sfugge di mano e una bella pallottola che si infila nel ventre dello sfortunato cittadino. Poi, se tutto va bene, una lunga corsa all’ospedale è quello che ne segue. No, niente di tutto questo. Lo avrebbe colto di sorpresa e, allora, sarebbero stati dolori per lui. In ogni caso una torcia sarebbe potuta essergli utile, così ne prese una. Con passo felpato, raggiunse il primo piano. La sala era appena illuminata dal bagliore della luna, ma tutto sembrava al posto giusto. Poi, ancora quei rumori. Ansimi per la precisione, come il respiro pesante di un grosso bovino. Poggiò la schiena contro il muro e avanzò sino a giungere dinanzi all’ingresso della camera da letto. Era da lì che si diffondevano quei versi, almeno così gli era parso. La porta era stranamente chiusa. Charles restò, per un attimo, a contemplare la verniciatura avorio, poi, si decise. Con un calcio spalancò l’uscio e squarciò le tenebre con la torcia. Il fascio di luce danzò nell’oscurità, mentre l’agente scrutava nell’ombra, pronto a far cantare l’automatica. Nessuno, però, era nascosto in quelle quattro mura e ogni cosa sembrava essere dove lui stesso l’aveva lasciata. Eppure era sicuro che i rumori provenissero proprio da lì dentro. Si arrestò sulla soglia della stanza a massaggiarsi il pizzo e fu solo allora che si accorse di qualcosa di inconsueto. Del liquido gli stava gocciolando sulla giacca. Puntò la torcia in direzione della propria spalla e vide una macchia scura allargarsi sulla stoffa. - Che diavolo è -, disse, toccando con il polpastrello la sostanza. Era un denso liquido rosso. La tensione cominciò a rodergli lo stomaco. Avrebbe solo dovuto guardare verso il soffitto, per vedere cosa fosse quella roba, ma un maligno presentimento gli suggeriva di non farlo. Fece un passo indietro e illuminò le mattonelle. Era sangue quello, non ne aveva dubbi! Lasciò correre l’occhio della torcia verso l’alto, passando da una scia di sangue all’altra, fin quando non centrò la fonte di quell’abominio. Fu un qualcosa di agghiacciante, amplificato dal suono di alcuni campanacci e da dei versi che irruppero contemporaneamente dall’altro lato del corridoio. Sembravano ragli vomitati da un essere aberrante che scalpitava festante sulle mattonelle, come un cavallo imbizzarrito. Charles rimase impietrito. La madonnina di porcellana affissa alla parete era completamente inondata da un colore scuro che le sgorgava dagli occhi. La bestia ragliò ancora. Quel verso adesso gli era familiare: era quel maledetto ruggito che popolava i suoi deliri onirici. La torcia gli scivolò di mano, mentre l’essere, tra un latrato e l’altro, si avvicinava, facendo schioccare gli zoccoli sul pavimento. Charles chiuse la porta, arretrando scoordinatamente in preda al panico. Non aveva mai provato niente di simile, era un terrore primordiale. Le braccia gli tremavano al punto da impedirgli di tenere salda la pistola, mentre gli occhi gli furono aggrediti da un buio profondo, imperscrutabile. Solo l’udito lo avrebbe potuto aiutare. Fu un’attesa interminabile, almeno così gli parve, poi la maniglia della porta lanciò un flebile lamento. Charles dette fiato alla Beretta. Uno, due, tre colpi, diretti verso quel cigolio. Gli sputi di fuoco sventrarono per un istante l’oscurità, svelando le sembianze di un essere che non è degno di calpestare la Terra. Una bestia che si cela sotto il lungo mantello della notte, scrutando il mondo con occhi brillanti, perduti nell’abisso della pazzia. Era l’innominabile, con corna sporgenti sopra orecchie caprine e con labbra bavose esalanti odore di morte. Il volto era coperto da una scura peluria, mio dio era orribile… Le tre esplosioni rimbombarono nella quiete notturna, seguite da una serie di urla distorte. Avvenne tutto in pochi secondi, ma fu sufficiente a rapire dal sonno i vicini. Riverso, sotto il terrazzo della sua abitazione, c’era il cadavere dell’agente Charles Tedeschi. Il cranio era sfondato per la caduta, ma, a parte questo, non furono riscontrati segni di colluttazione, né di arma da fuoco. Non vi erano neppure segni di effrazione, né altro che spiegasse quello strano episodio. “Suicidio, indotto da uno stato di depressione acuta” sentenziò il medico legale. D’altronde, l’agente Tedeschi era conosciuto per le sue stranezze che furono, peraltro, confermate dai bizzarri oggetti sequestrati all’interno del suo alloggio. Testi di occultismo e manuali di criminologia pullulavano nella sua biblioteca, con pagine e pagine sottolineate in rosso. Ma se questo poteva sembrare un qualcosa di tollerabile, cosa dire di quella madonnina imbrattata di sangue affissa alla parete? C’era, infine, il mistero dell’impronta marchiata a fuoco sulla porta della camera da letto: una mano con cinque dita deforme, scavata di alcuni centimetri nel legno. - Dio solo sa per quale assurda ragione sia stata impressa -, sospirò il procuratore, riferendosi a quel ritrovamento, - quello che è certo è che nessun criminale avrebbe perso tempo a realizzare una simile oscenità. - Sono d’accordo -, affermò il giudice, aspirando una boccata di fumo dalla pipa, - il caso può dunque ritenersi chiuso. - Già, almeno per gli uomini raziocinanti -, gli rispose una voce proveniente dal corridoio adiacente all’ufficio. I due giuristi si sentirono contemporaneamente gelare da uno spiffero d’aria fredda, poi, una risata diabolica li fece sobbalzare, proveniva dal corridoio o almeno così parve loro, visto che, a quell’ora, nessuno era presente in quell’ala di edificio, se non loro stessi…
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