SOGNI HORROR

 
   
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IL GIOCO

 

La prima cosa che sentì addosso fu un solletico peloso, una sensazione gradevole. Si rigirò nel lettone, tiepida di sonno, pronta al piacere. Il calore animale la insidiava partendo dal basso, dai piedi, e saliva leggero; le ricordò quando, da bambina, accarezzava la pelliccia di lapen della mamma.

Il flashback la fece gemere dolcemente di desiderio e, quasi involontariamente, allungò una mano a carezzare quel corpo: allungato, liscio. Così liscio… Il tatto era sempre stato il suo senso preferito e suo marito lo sapeva bene. Lo amava anche per questo. Era un uomo paziente, disposto a farla giocare a lungo; senza la fretta tipica dei maschi privi di fantasia, senza l’ansia di concludere l’amore come fosse un atto da poco. Ah… l’amore, le gioie dei sensi.

Si concentrò sulle carezze, aprendo bene le mani per ricevere il massimo del godimento. Stuzzicata dai brividi di benessere che, attraverso la pelle sensibile dei palmi, la raggiungevano ovunque, cominciò ad accendersi: si preparava al sesso, muovendo abile le dita lievi, avanti e indietro, lente su quel dorso.

Muscoloso.

Troppo muscoloso?

Scarno, anche: riusciva a percepire le ossa, improvvisamente estranee, sotto la pelle.

E i peli? Non erano troppo lunghi? E dappertutto, fitti, coprenti. Fetidi!

Qualcosa le esplose nel cervello, come una mina, devastante. Quello non era suo marito!

Adesso le mani le tendeva, convulsa, contro l’essere sconosciuto: sentiva gli artigli affondare puntuti nel costato e un respiro puzzolente sul viso, di putredine. E le zampe… Mio Dio: aveva le zampe, quattro zampe! Quattro zampe che scavavano!

Provò con tutte le forze a liberarsi, spingendo, rannicchiandosi dentro l’inutile piumino. Avrebbe voluto gridare, chiamare aiuto, e la voce, invece non usciva, bloccata da un terrore atavico: il panico della preda tra le fauci dell’assalitore. Si sentiva come una gazzella, con la testa torta tra le zanne del leone, mezza soffocata dalla paura, incapace di pensare, di difendersi. E più lottava più quell’incubo le veniva contro. Adesso erano cominciati i morsi… timidi, quasi un gioco all’inizio, e pian piano più determinati, sicuri, prepotenti; in un crescendo di eccitazione ributtante: sui fianchi e, in un secondo, sulle gambe, i piedi e le braccia che, invano, sovrapponeva a parare gli assalti. L’essere cercava il suo viso, voleva morderla in faccia, ne era certa: come fanno le jene, vili e disgustose. Immaginava la sua bocca strappata, le guance, le pupille rimosse, sanguinanti, i denti esposti come quelli orrendi delle mummie. Il tanfo era diventato asfissiante. Immagini di licantropi e alieni, agghiaccianti, le tornarono alla mente dalle sue innumerevoli letture: smise di muoversi, atterrita; proprio come faceva da piccola, quando pensava ci fosse un mostro sotto il letto. Avrebbe voluto guardare la morte in faccia, la sua morte, ma le mancava il coraggio. Aveva gli occhi incollati, le palpebre come lapidi di carne rinsecchita: inamovibili sul suo destino.

Si lasciò andare, sopraffatta. Codarda. Si fece immobile, aspettando l’atto finale della sua tragedia.

Sentì i canini affilati sfiorarle la giugulare.

Poi quella voce, la solita?

L’aroma del caffè e:

·         Buck, giù dal letto, cane cattivo! Quante volte ti ho detto che non devi saltare sul letto, eh? Cara, sei sveglia? Ti ho portato il caffè… Ha cercato di farti alzare facendo il pazzo?! Al solito: ha sempre voglia di giocare questo terremoto… Dovremmo educarlo meglio. Ecco, bevi il caffè, tesoro: è caldo caldo-.

 

 
 

 

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