SOGNI HORROR

 
   
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IL LIBRO

 

 

Scrivo quel poco che ho da dire prima che  le mie mani ossute si rifiutino di reggere ancora la penna. Mi rimangono appena un paio di fogli ingialliti su questa vecchia scrivania, ma saranno sufficienti a raccontare la mia storia; avrei voluto scrivere le memorie della mia interessante e nobile vita, ma non ho più tempo per far questo;: dubito persino di giungere alla fine di questa cronaca triste, perché la mia vita oramai sta per aver termine. Tutto iniziò tre mesi fa; sembra ormai passata un’eternità da quel funesto momento nel quale incontrai lui.

Camminavo allegro per le movimentate vie di Londra; il sole splendeva in una bellissima giornata di maggio, carrozze eleganti percorrevano le strade profumate di ciliegio in fiore, alcuni nobili passeggiavano appoggiandosi sui loro fidi bastoni d’ottone, mentre i bambini (vestiti come marinaretti) correvano spensierati facendo rotolare cerchi di ghisa con un bastoncino ricavato dagli scarti della cucina.

Il mio umore era ottimo quella mattina e l’unico pensiero era quello di svagarmi fino all’ora di cena al cafè Queen, fumando un buon sigaro e bevendo del brandy. Il mio vestito elegante aderiva perfettamente al mio corpo giovane e possente (di cui ora ho solo un vago ricordo), mentre la camicia di pizzo faceva capolino dalle lunghe maniche di seta della giubba, ricamata a mano; indossavo l’ultimo acquisto dei miei shopping settimanali e ne ero estremamente orgoglioso. Passeggiavo guardandomi intorno con aria felice, lasciando la mia lunga capigliatura bionda scendermi a grossi boccoli lucenti sulle spalle, e lisciandomi il vestito di cui andavo tanto fiero. Avrei voluto correre direttamente al cafè, ma passando per le vie mi ritrovai proprio di fronte alla libreria del vecchio Dorian; era un luogo in cui entravo sempre, attirato  da un qualcosa che non avrei saputo spiegare. Quel luogo era scuro, polveroso, stipato di scansie su cui posavano disordinati centinaia di volumi fra i più svariati: testi di medicina, vecchi tomi di letteratura classica, fioriti durante il rinascimento, così come romanzi di consumo esplosi con il mercato libraio settecentesco. Le scansie di legno scuro spesso erano irradiate di ragnatele, mentre il parquet scricchiolava rumoroso sotto i piedi dei rari clienti. Entrai come consuetudine a dare un’occhiata; non che il vecchio Dorian aggiornasse spesso il suo magazzino, ma ero convinto che fra quei centinaia di volumi ci fosse ancora tanto da guardare e scoprire, così che preferivo spendere lì i miei soldi per la lettura. La porta si aprì silenziosamente, facendo tintinnare un campanellino vecchio di almeno un paio di decadi.

-Buon giorno signor Dorian!-, dissi educatamente.

Il vecchio polveroso, seduto in un angolo con una pipa in bocca, alzò appena il sopracciglio cespuglioso e bianco, incrostato di sporco e tabacco; poi abbassò nuovamente lo sguardo, non curante del cliente. Ero abituato a lui; la prima volta che ero entrato lo trovai estremamente scortese, e mi ero offeso così tanto che avevo voltato i tacchi ed ero filato dritto al teatro della quinta strada. Ma poi ero tornato, irresistibilmente attratto da quel luogo sporco, così diverso dagli ambienti di mia frequentazione, dai bei salotti profumati di lavanda e inondati di luce, ma che esercitava in me un fascino e un ascendente incomprensibile. L’odore di muffa invase le mie delicate narici, ma proseguii incuriosito verso gli scaffali in fondo al negozio; lì i libri erano tutti ammucchiati in disordinate colonne di volumi, e la polvere era così fitta che spesso era impossibile leggere i titoli dei tomi sulle costine di pelle. Me ne vergogno a raccontarlo, ma quello sporco, quella muffa, quel buio, mi inebriavano le membra scaraventandomi in un mondo arcaico, esoterico, persino blasfemo, che mi portava ad immaginarmi in tutt’altra vita; mi vedevo come un avventuriero corsaro nei mari più insidiosi, un avventuriero pei boschi del nord.

Passai più di un’ora senza nemmeno rendermene conto, sfogliando quelle pagine appiccicose e macchiate d’unto, fino a che, quando orami gli occhi mi dolevano per la poca luce, vidi un volume che attirò la mia attenzione. Si trovava in cima ad uno scaffale che faceva d’angolo, appoggiato di sbilenco in modo che da basso si potesse osservarne solo una parte della copertina. Sembrava pelle, ma era molto chiara, e quel colore così vivo, così umano, mi spinsero a recuperarlo, trascinando uno sgabello malconcio su cui potermi ergere. Appena lo ebbi fra le mani fui invaso da una sensazione nostalgica. Il libro era grande, più che un testo di medicina, e la copertina era, al tatto, così levigata e morbida da darmi i brividi ogni volta con le mie dita (allora affusolate) vi passavo sopra i polpastrelli. Non solo; sembrava unto, tanto era morbido e scivoloso, un tipo di pelle che non avevo mai toccato prima. Non vi erano figure, ma una scritta, attaccata lì non so come; di fatti non c’erano cuciture e sembrava quasi marchiata a fuoco.

Necronomicon

Il mio animo fu invaso da una profonda e perversa eccitazione e l’unico desiderio che mi avvolse fu quello di POSSEDERE quel libro. Ne volevo leggere le pagine, odorare gli angoli smussati, scoprire da dove venisse e come fosse finito lì, ma soprattutto volevo sapere; perché, ne fossi così attratto.

Mi recai così verso il signor Dorian che però sonnecchiava con la testa di traverso, digrignando i denti in un sorriso inconscio e meschino. Lasciai allora una decina di sterline sul tavolo, supponendo che per quel vecchio bastasse, e senza svegliarlo uscii alla luce del giorno. Fui invaso da una luce che tutto d’un tratto mi parve soffocante. Ritrovarmi in mezzo a quella gente che passeggiava tranquilla e sorridente, irradiò in me un disagio profondo, lugubre, tanto che (stretto il mio prezioso libro fra le braccia cercando di proteggerlo col mio corpo), mi buttai in strada alla ricerca di un po’ di riparo, dove poter ammirare in pace quella bellezza. Fui quasi travolto da una carrozza che sfrecciava sulla via, tanto mi ero precipitato senza attenzione; i passanti mi osservarono in modo strano, e che aspetto orribile dovevo avere! Lord Cassinger mi si avvicinò riconoscendomi e mi guardò come se avesse di fronte un pazzo. Mi chiese se stavo bene, ma io riuscii solo a guardarlo stralunato; avevo caldo, sudavo  copiosamente e come una bestia in preda al panico prosegui senza degnare di una parola il mio compagno di brandy procedendo gobbo sul mio libro. Mi sentivo sporco, selvaggio, eppure la cosa mi piaceva. Carezzavo l’oggetto, procedendo velocemente e fui invaso dall’irresistibile voglia di aprirlo e sfogliarlo e gettarmici dentro come in un baratro, così mi rannicchiai in un viottolo senza nome, dove il sole non filtrava e aprii il misterioso artefatto.

Le pagine erano scure, anch’esse unte come una pelle grassa e le parole che vi erano scritte dentro sembravano provenire da un mondo lontano, sotterraneo, fatto di solo scuro. C’erano anche dei disegni, strani, grotteschi, così cupi che il mio cuore sobbalzava nell’osservare quelle pagine malefiche, ma da cui non riuscivo a staccarmi; ero come in preda ad una droga, eccitato, sudato, ansimavo ammirandone la bellezza ed ebbi un erezione che in quel momento mi procurò un puro godimento.

Chi ora sta leggendo queste mie righe sappia che è da qui che è cominciata la mia rovina, di cui tutt’ora sono succube e che, ne sono sicuro, mi porterà alla morte. Perché appena giunto a casa mia, sforzandomi in modo disumano per riuscire a staccarmi da quella visione, ordinai ai domestici di non disturbarmi e mi chiusi nel mio studio, accendendo il lume appena le luci del giorno vennero ad affievolirsi. E così restai, per tre mesi, senza mai abbandonare quel maledetto libro, mangiando appena ciò che di malavoglia e con violenza strappavo dalle mani dei domestici alle ore dei pasti. Molti amici vennero a cercarmi ma io li ripudiai tutti. I domestici tentarono, ma fu inutile; aprivo loro solo per rubare il cibo che mi bastava per mantenermi cosciente. Non dormivo, o quasi, rimanendo immerso nella mia lettura.

Quel libro mi consumò come la vecchiaia consuma l’uomo. Ne leggevo grandi pezzi, sfiorandone coi polpastrelli la copertina, odorandone le pagine che portavano il ferroso odore di sangue coagulato. Parlava di morti, di spettri, di morti orrende; non saprei descrivere, ora che riesco a pensarci, cosa esattamente quel libro avesse da dire: non riesco e non posso, perché anche  se ora sto morendo il suo fascino mi attira ancora a lui, che adesso è lì in un angolo dello studio, per terra. Ho ancora voglia di toccarlo, di immergermi in esso e sapere che è così vicino mi divora. Mi vergogno come una bestia nel rendermi conto di ciò che sono diventato, nel sapere che il torbido contenuto di quello scrigno mi eccitava fino all’orgasmo, mi attirava come nient’altro; le arti, il teatro, la musica, niente mi avevano mai ammagliato tanto. In questi tre mesi ho avuto furiosi attacchi d’ira e leggendo da quelle pagine mi alzavo con la voglia di uccidere. Qui, nella penombra perenne della mia stanza (la luce del giorno cominciò presto a darmi fastidio), mi alzavo con l’esatto intento di strangolare una delle serve che veniva a rifocillarmi; ma poi, quel poco d’umanità che mi è rimasta, mi faceva desistere e mi sfogavo sfasciando questo povero studio: il mio pianoforte, la libreria, le tende di velluto. Ora è tutto a sottosopra, tutto rovinato, compresi i miei preziosi dipinti, è tutto distrutto dalla mia furia omicida. Mi accorsi troppo tardi che quel libro mi stava divorando le interiora. Quando mi vidi alle specchio per la prima volta fu appena due settimane fa: il mio corpo nobile e robusto si era incartapecorito, il mio viso era diventato ossuto e scarno, come la carcassa di un animale al macello, i capelli bianchi e radi perché me ne strappai grandi ciocche nei miei momenti di euforia. Fu in quel momento che presi coscienza. Quell’attimo di consapevolezza mi bastò. Pensai a me, a cosa ero diventato, a come tutta la mia esistenza, gloriosa e affascinante, fosse finita per colpa di quel maledetto contenitore di disgrazia. Allora presi a rompere tutto, ancora più violentemente, stringendo i denti fino a farli sanguinare. Ed ebbi anche la forza di prendere quel dannato mostro e scaraventarlo contro la parete; fece un tonfo umido, come di uno straccio bagnato, ricadendo poi a terra sbilenco. Ho passato le ultime due settimane nell’angolo della stanza opposto a quello del mostro, rannicchiato sulle ginocchia e in cerca di aiuto. Mi guardavo le mani ormai ossute, vecchie e le unghie che erano saltate via quando con foga grattavo il parquet con le dita. Capii che non mi rimaneva molto. Così ho finalmente preso il coraggio per alzarmi di nuovo, evitando di passare nuovamente di fronte alla specchio, e preso i fogli di carta che trovava per terra, fra il trambusto generale. Sono stato ben attento a tenermi alla larga dal mostro e ho scritto le memorie di questo incubo. Tutto il corpo mi freme e mi duole,  tanto che credo di essere veramente giunto alla fine dei miei giorni. Piango ora. Quel libro non dovrebbe essere più trovato da nessuno; nessun altro deve passare la perversione che io ho subito; nessuno. Ma non ho la forza di distruggerlo. Forse ne avrei la volontà, ma ciò che mi manca è proprio la forza. Sono ridotto così: come un vecchio dannato costretto a morire nel suo piscio, come uno di quei corsari che immaginavo di diventare dentro alla libreria di Dorian.

E ciò che odio, ciò che odio di più, è che comunque, ha vinto lui

 

 

George McFarlan

6 luglio 1886, Londra

 

 
 

 

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