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SOGNI HORROR |
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IL MANOSCRITTO DEL DIAVOLO
Odio e invidia. Era quello che provava quando guardava la raccolta di stampe di Jean Delville. Il simbolista belga riusciva a rendere vividi, in una semplice tela, tutto l’orrore e l’abominio d’inquietanti scenari infernali, cosa che ormai lui, Alex, non sapeva più fare neanche con milioni di parole. Gli rimanevano pochi giorni per terminare il suo romanzo. O per essere licenziato per insolvenza contrattuale. Guardava quei dipinti, voleva strapparne l’essenza maligna, come se essi contenessero un concentrato di male allo stato puro. Trangugiò l’ennesimo bicchiere di whisky, poi gettò a terra quel libro che non voleva sussurrare alcun segreto. “Tu devi aver conosciuto il diavolo, maledetto Delville” disse Alex, “Alla tua!” Brindò in onore del pittore. Ingollò un altro goccio di whisky, poi scaraventò la bottiglia sul pavimento. Provò quasi soddisfazione nel sentire il rumore di vetri, come avesse eseguito la giusta punizione per quella silente musa liquida che vi era ancora contenuta. Pensò che occorresse una fabbricante d’immagini più valida. Indossò il cappotto e uscì da casa. Era una mite domenica mattina d’autunno a Roma. Andò al mercatino di Porta Portese. Si unì alla folla dei procacciatori di buoni affari; lo era anche lui: cercava ‘il farmacista’, niente domande, ma quello aveva la ‘medicina’ per ogni malattia. E un piccolo aiuto al cervello era quello che Alex voleva. A spintoni si creava varchi nella bolgia, allungava il collo, lanciava occhiate, ma dello spacciatore niente. Migliaia di bancarelle, migliaia di persone, migliaia di voci. Ad un tratto Alex si fermò, rigido, con le pupille dilatate, in uno stato catatonico; il suo cervello s’isolò da ogni stimolo esterno. Tutto diventò un sussurro, un bisbiglio che chiamava il suo nome. Era il richiamo seducente di una sirena che gli mormorava all’orecchio. “Allora, giovanotto, vuole comprare qualcosa?” disse una voce maschile. Alex ritornò alla realtà, dubitò d’aver sentito il sussurro, doveva essere lo stress che gli aveva giocato un brutto scherzo. Si ritrovò davanti a un bancone di libri usati. “Guardi pure, sono tutti in buono stato. Ho anche preziosi volumi antichi. Proprio come quello che sta guardando” disse il vecchio venditore con una voce roca che sembrava provenire da qualche recesso della Terra. Il viso era grinzoso, aveva una folta barba bianca, zigomi sporgenti e occhi incavati. Nel suo sguardo c’era uno strano luccichio. Alex ripiombò in uno stato ipnotico: fissava un vecchio tomo rilegato in pelle rosso scura. Sulla copertina c’erano splendidi caratteri dorati; quello doveva essere il titolo, ma era incomprensibile, poiché i segni che lo componevano sembravano non appartenere ad alcuna lingua conosciuta. Peculiarità umana è un’incline attrazione per l’inconsueto e il mistero. Alex non riuscì a esimersi da questa regola. Toccò la pelle rossa della copertina, era calda, troppo calda. Una vampata di calore fluì improvvisa nelle sue vene, il cuore iniziò a palpitare, il respiro si fece affannoso, la fronte s’imperlò di sudore, ma allo stesso tempo un’eco gelida gli attraversò l’anima chiamando il suo nome. “Allora lo compra o si limita solo a contemplarlo?” chiese il rigattiere. “Eh, come? Ah, sì, lo compro” rispose Alex, ancora scosso; lo stress gli stava giocando proprio brutti scherzi: il romanzo da terminare, l’ispirazione che non veniva, la data di consegna che s’avvicinava. Diede i soldi al vecchio venditore senza neanche sfogliare il volume. Come un tetro presagio dal nulla spuntarono nuvole nere e un tuono riempì l’aria del suo fragore. Alex si sbrigò a rincasare, non voleva certo che la pioggia rovinasse il nuovo acquisto. Non pensò più neanche al ‘farmacista’. Entrò a casa di corsa e un unico pensiero, per un motivo che sfuggiva a lui stesso, monopolizzava i suoi processi cerebrali: leggere il volume appena comprato. Lo pose con delicatezza sul tavolo dello studio. Lui era lì, in piedi, ammaliato, attratto da quella calamita di carta. Si sedé e adagiò le mani sul libro; ne contemplò la bellezza. Un senso di torpore lo assalì. Sollevò le palpebre pesanti e vide una fievole luce ramata illuminare indefiniti contorni bui: una falce di luna rossa era corpo estraneo in un baratro d’oscurità. Adeguata colonna sonora di quello scenario lugubre era un silenzio assordante, più agghiacciante di mille urla disperate. Alex iniziò a camminare, nel lucore poteva scorgere che poggiava i piedi su un terreno arido, secco, come un corpo mummificato, depauperato d’ogni liquido vitale. Intravedeva rovi disseccati, tronchi d’albero morti e una fitta nebbia. Nella coltre fumosa vide ardere due fiammelle. Si diresse verso i fuochi, ma anch’essi si muovevano, avanzavano verso di lui. Poi l’orrore lo fece trasalire: quelle fiamme diventarono due occhi gialli iniettati di sangue, erano lo scintillio empio di una malvagità ancestrale. Alex voleva fuggire, ma non riusciva più a muoversi, sentì il proprio nome percorrergli il cervello come se quegli occhi emanassero un richiamo telepatico; poté solo lanciare un urlo che ruppe quel silenzio nero. La propria voce che gridava: era ciò che sentì quando si svegliò. Si ritrovò seduto al tavolo, madido di sudore, una mano sul libro. “Un incubo. Ho bisogno di un caffè” disse Alex. Prese la moka, non era la prima volta che faceva brutti sogni, ma questo l’aveva turbato: quegli occhi… Bevve una buona dose di caffeina, poi corse al computer, voleva continuare il romanzo. Si sentiva uno strano fremito addosso. Era come se quegli occhi gli avessero donato una moltitudine di visioni oscene e blasfeme. Vedeva immense serpi di fuoco, bestie immonde con più teste che occhi, smisurati artigli affilati lacerare corpi umani, macabri mosaici di membra, lingue abominevoli umide di veleno, bocche gigantesche che fagocitavano i dannati dell’Inferno dopo averli triturati coi denti marci. Era l’ispirazione tanto bramata, una cornucopia d’immagini fantasmagoriche solo da tradurre in parole. Aprì il file del romanzo. Pensò un attimo, titubante. Lo cancellò: via quella merda! Ne iniziò uno nuovo, il tempo era poco, ma ora era sicuro di farcela. Scrisse per tutta la notte poi, esausto, ma soddisfatto, si coricò. Riposò quattro ore e tornò al computer con tale fomento come se proprio lo scrivere fosse la fonte delle sue energie. Fece una pausa, mangiò qualcosa. Solo allora ripensò all’antico volume comprato e abbandonato sul tavolo dello studio. Si ricordò che non era andato oltre la copertina, non aveva mai sfogliato il tomo, anzi, l’aveva acquistato praticamente a scatola chiusa. L’aprì: nelle pagine ingiallite v’erano caratteri misteriosi come quelli del titolo e apparivano, finemente disegnate, moltissime illustrazioni inquietanti. Gli ricordavano i quadri di Delville. “Ma… non è possibile!” disse Alex con un sussulto; le visioni e gli incubi avuti quella notte erano tutti raffigurati nel libro. Le stesse creature mostruose, le stesse scene terrificanti, gli stessi corpi mutilati. E gli stessi occhi sprizzanti un male senza tempo. Il cuore di Alex palpitò. Ma no, in fondo erano rappresentazioni delle paure archetipiche dell’Uomo e che le avesse sognate quella notte era solo un’incredibile coincidenza. Oppure aveva già dato un’occhiata di sfuggita al volume, ma non se ne ricordava affatto. Alex era affascinato, ma allo stesso tempo turbato, da quel tomo. Decise di volerne sapere di più. Chiamò PietroChiarelli al cellulare, un anziano amico bibliotecario, un luminare su libri d’ogni genere e appassionato d’esoterismo; era fuori per lavoro, sarebbe tornato solo fra qualche giorno, ma l’assicurò che appena possibile si sarebbero visti. Cercò anche il vecchio rigattiere a Porta Portese, ma non ne trovò più traccia. I giorni passavano e Alex terminò il romanzo; l’editore ne rimase talmente soddisfatto da proporgli un nuovo contratto con un cospicuo aumento. Poi il suo amico Pietro Chiarelli tornò, "T'aspetto alle 21" gli disse al telefono. Mancavano ancora diverse ore all'appuntamento, Alex si mise a lavorare al nuovo romanzo, ma non riuscì a scrivere che poche righe, si sentiva come vuoto, le visioni stavano perdendo la loro forza, l’ispirazione lo stava abbandonando. "Prego accomodati" gli disse Pietro. Quando vide il volume non poté fare a meno di apprezzarne la bellezza, la rilegatura, i caratteri, le illustrazioni, la carta: non aveva mai visto un’opera di simile fattura; se mai doveva esistere il libro perfetto, di certo, era quello. Toccava le pagine ingiallite come stesse accarezzando la pelle vellutata di una bella donna. Valutò che quello fosse un manoscritto originale del Seicento o addirittura del Cinquecento. Poi gli venne in mente una vecchia storia, una leggenda sentita quando era giovane. “Bisogna tornare ai primissimi anni del Sedicesimo secolo, a Venezia, ai tempi di Aldo Manuzio, uno stampatore celebre per l’ottima fattura delle sue opere. Era il migliore e proprio per questo si narra che un suo rivale, accecato dall’invidia, evocò Satana e stipulò un patto con lui: gli avrebbe ceduto la propria anima e i propri servigi in cambio di un libro di così eccezionale bellezza, tale da suscitare a sua volta l’invidia dello stesso Manuzio. Il diavolo si mise al lavoro e per quel manoscritto diabolico usò sangue, carni, viscere e membra dei dannati dell’Inferno. Strappò le loro paure, il dolore, le grida disperate, e li impresse nei fogli, nei caratteri della lingua infernale e nelle illustrazioni. Quando Manuzio vide quell’opera ne rimase ammaliato, ma al contempo essa rappresentava un’umiliante sconfitta: non era più il migliore e non poteva permetterlo. Si narra che fece sparire il libro e il suo proprietario, facendo in modo che se ne dimenticasse persino il nome.” “Ma che storiella divertente, sarei quindi proprietario di un bel libro maledetto!” Alex si mise a ridere. Pietro girava le pagine del volume e non riusciva più a staccarsi dalla visione di quelle illustrazioni così intense e seducenti. Sembravano quasi uscire dalle pagine. O forse era lui che ne stava entrando. Vide una bocca mostruosa spalancarsi, con le sue fauci acuminate, la lingua biforcuta e viscida, e un vortice formarsi nella gola oscena. Pietro lanciò un urlo mentre pelle, membra e ossa si distorcevano, si allungavano in un ammasso deforme che veniva risucchiato nel manoscritto maledetto. Ci mise poco tempo a sparire. Poi ghigni disumani si conficcarono nelle orecchie di Alex come tanti coltelli affilati. Si voltò. Trovò il vecchio rigattiere di Porta Portese che lo fissava con i suoi occhi gialli. “Tu?! Maledetto! Allora tu sei…” Alex non riuscì a concludere la frase. “Sì, puoi chiamarmi Satana, Lucifero o con un altro dei miei mille nomi” rispose il Signore dell’Inferno, “Sono la Possibilità degli abietti e dei falliti, come te Alex. Tu desideravi il mio aiuto, ho letto dentro di te, lo agognavi per elevarti dalla vita meschina in cui vegeti. E io te l’ho concesso, ti ho consegnato il mio manoscritto, come lo consegnai tanto tempo fa a colui che me lo commissionò: un tuo avo, Alex. Sì, in te scorre indubbiamente lo stesso sangue pieno di brama; sei degno di lui e io non disdegno mai un valido…socio in affari. Prendi il libro, a chi lo farai leggere esso strapperà l’anima, si ciberà delle sue paure e te ne farà dono. E’ quell’ispirazione vivida che tanto cercavi. Forza, Alex, ogni anima è una pagina in più, ogni anima rimpinguerà la forza delle tue visioni.” Poi Alex sentì odore di carne bruciata e una fitta lancinante: il demonio lo stava toccando alla spalla per apporgli il marchio d’appartenenza al suo gregge dannato. Alex urlò e s’accasciò a terra dal dolore; quando si rialzò era solo; fuggì via, il più lontano possibile dal libro maledetto.
Alex era davanti al suo computer, tentava di scrivere il nuovo romanzo, ma la sua creatività era una fonte ormai arida. Sbatté la tastiera sulla scrivania e s’alzò, voleva un goccio di whisky. E lo vide. Sul mobile-bar dello studio c’era il manoscritto del diavolo. Era tornato come un cane fedele. Alex si avvicinò e rimase a guardarlo, immobile. Lo sfogliò. Notò che l’ultima pagina era più nuova, non ingiallita come le altre. Sorrise pensando che potesse essere Pietro Chiarelli. Richiuse il volume e fece una telefonata. Attese un’ora poi suonarono alla porta. “Ciao Alex, sono contenta che hai richiamato, era un po’ che non ci vedevamo” disse Adele. “Hai ragione, scusami” replicò Alex, “Ma mi farò perdonare; t’ho preparato una bella cenetta. Poi vorrei mostrarti un antico manoscritto…”
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