SOGNI HORROR

 
   
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IL PORTONE

 

 

Salendo i tornanti che portavano al rifugio, Laura si era già fatta rapire dai profili chiari dei pascoli. Spezzavano l’abbraccio scuro dei pini come grossi ramarri, distesi sul fianco della montagna.

Accostò in una rientranza per dare strada a una corriera, e l’orrido, a pochi centimetri dalle ruote, parve affacciarsi al finestrino, come un’ombra curiosa. Lei scostò i lunghi capelli neri con l’unghia dell’indice, sistemandoseli dietro l’orecchio, e voltandosi osservò l’orizzonte, dividendolo in rettangoli variamente inclinati e illuminati.

Ogni rettangolo era una foto, ogni foto un piccolo mondo in cui poteva mescolare sfumature e sensazioni, ombre e profili. La fotografia, per lei, non era una semplice passione, era un virus.

Riparandosi dal riverbero dietro al dorso della mano, scorse due colonne rettangolari, al centro di un prato, resti di di un’abitazione e del suo portone che non c’era più. Le immaginò allineate obliquamente, con la luce del mattino che proiettava l’ombra dei cardini arruginiti sui mattoni color cenere, seminascosti dall’edera. Uno scorcio di sentiero completava l’inquadratura, come una serpe chiara, che vi strisciava intorno.

Decise che la prima escursione, il mattino seguente, sarebbe stata verso le colonne di quel portone che non esisteva più. La prima foto era importante; era l’ispirazione per le successive.

 

Si svegliò prestissimo. La baita dove aveva preso alloggio, per il suo fine settimana di scatti e passeggiate, era poco lontano da quel prato. Osservando la valle, poteva scorgere le due colonne, minuscole per la lontananza, distinguersi a malapena dall’erba scintillante di rugiada. Seguì con lo sguardo il serpeggiare del sentiero e si riempì lo zaino di attrezzatura, crackers e acqua minerale.

Quando giunse a destinazione la foto da scattare era già perfetta, nella sua testa, ma prima doveva assolutamente fare pipì. La tratteneva da parecchio e ora il fastidio le esplodeva nel basso ventre come un pallone troppo gonfio. Non sarebbe riuscita a raggiungere il boschetto ai margini del prato, così attraversò il portone e si accovacciò, appena dietro la colonna di destra. Il fiotto caldo carezzò l’erba così come il sollievo le sue guance, che però avvamparono immediatamente quando si accorse che sul sentiero, a pochi metri da lei, veniva un altro escursionista.

Curiosamente, come nella più disperata delle situazioni, la sua mente valutò tutte le possibili alternative in pochi attimi. Tentare di rivestirsi come una furia era inutile, perché avrebbe solo rischiato di bagnarsi, attirare l’attenzione e rovinarsi la mattinata. Pensò alle possibilità che, restando immobile, l’uomo non la scorgesse, ma era impossibile, perché il sentiero passava a meno di un paio di metri dalla colonna dietro cui si era accovacciata. Così aspettò che lo sguardo sorpreso dell’estraneo moltiplicasse la sua vergogna, pronta a sfoderare il suo miglior sorriso imbarazzato. L’uomo invece passò oltre, senza nemmeno voltare il capo. Se aveva finto di non vederla, era un attore perfetto, pensò Laura, mentre si asciugava in fretta e alla meno peggio.

Gettò il fazzolettino di carta lontano, ma quando rialzò il viso, dopo essersi abbottonata i pantaloni, non si trovò di fronte il prato, ma un grosso portone scuro. Stupita, appoggiò la mano sul legno umido e rugoso, pieno di piccole incrostazioni. Da dov’era sbucato? Aveva le allucinazioni?

Guardò in alto, dove continuava a vedere il cielo azzurro; sotto i piedi continuava a sentire la morbidezza del terreno, più in là poteva scorgere il fazzolettino che aveva appena gettato, adagiato sui fili d’erba.

Si girò di nuovo, più tranquilla, ma invece del verde le si parò di nuovo davanti la sfumatura grigio-marrone del legno.

Non è possibile, pensò.

Si voltò lentamente a destra e trasalì: stavolta c’era legno.

Provò a girare la testa di scatto, dall’altra parte, poi dietro. Provò a chiudere e riaprire gli occhi, e poi a spingere con entrambe le mani. Legno, sempre legno, da qualunque parte si voltasse aveva di fronte l’interno del portone. Eppure in alto restava l’azzurro del cielo e i suoi scarponi calpestavano ancora… pietra. Pietra fredda e compatta. Cominciò ad agitarsi.

Non è possibile, pensò ancora, più e più volte. Poi lo disse ad alta voce, come per uscire da quella situazione assurda, allontanandosi di un passo da quei battenti misteriosi.

Appoggiò lo zaino a terra e si avvicinò nuovamente. Osservò da vicino il legno slavato dalla pioggia e le piccole irregolarità che ne interrompevano le venature. Parevano tanti ossicini conficcati. Ne grattò via uno e vide che era un’unghia.

 

 
 

 

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