SOGNI HORROR

 
   
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IL POZZO DELLE LARVE

 

 

Arriva come un coltello e si pianta nella schiena. Enzo si gira all’istante, ma per lo spavento cade a terra, le mani raschiano il sasso del pavimento. Cerca di individuare il punto da dove è esploso il rumore, ma gli occhi annegano nel mare di buio che si gonfia oltre gli archi di pietra. Vorrebbe chiamare Marco, ma non ha la forza di sputare l’aria fuori dai polmoni.

Il freddo e l’umido gli colano sulla pelle. È da due ore che lavora nei sotterranei, immerso in un silenzio che gli preme contro le orecchie. Ha l’impressione di essersi staccato per sempre dal mondo, ora galleggia in un oceano di oscurità. Intorno ci sono soltanto chiazze di mattoni nudi e colonne che emergono dal buio.

Ancora quel rumore, dritto davanti a lui. Con gli occhi segue i cavi di alimentazione delle apparecchiature, corrono verso la superficie, fino al generatore che si trova nel furgone. Scorge la luce di una torcia tascabile, dopo poco distingue la figura del suo collega.

— Per la miseria! — dice Marco. — Non ho visto una buca e sono inciampato!

— Allora eri tu! — risponde Enzo con uno scatto di rabbia. — Mi hai fatto prendere un colpo secco!

Marco vede l’amico a terra e scoppia in una risata. Enzo si solleva e trattiene un’imprecazione.

— C’era un cavo scollegato lungo il corridoio che porta in superficie. Ehi, mi sembri un po’ troppo nervoso. Rilassati.

Enzo non risponde, si spolvera i pantaloni e la maglia, poi torna alla postazione di caccia, come l’hanno ribattezzata: un grande tavolo da campo, carico di apparecchiature elettroniche e di un computer che gestisce tutte le operazioni. Da un lato del tavolo partono i cavi che risalgono all’aperto; dall’altro lato si srotola un cavo verde, che si ficca come una freccia in uno degli angoli più bui di quella camera sotterranea, alla sua estremità è collegata una pesante piastra metallica del diametro di un metro. 

— Le apparecchiature sono pienamente operative — dice Enzo. — Per Dio! Quanto vorrei un po’ più di luce in questo posto.

— Lo sai, non possiamo accendere fari o lampade che non siano strettamente necessarie, disturbano il campo.

Enzo verifica la connessione Internet, questo gli dà un po’ di sollievo. Il cordone ombelicale con il resto del mondo non si è ancora spezzato.

Marco si guarda intorno, come se cercasse qualcosa nell’aria, e più volte punta in direzione della piastra. 

— Speriamo che il professore non si sbagli — dice a bassa voce, in modo da non creare troppa eco.

— Lui non sbaglia mai — risponde Enzo. — Abbiamo controllato le indicazioni un centinaio di volte. È il monastero giusto.

— Non riesco a credere che sotto queste rovine siano nascosti i volumi della Biblioteca Proibita.

— Stiamo per entrare in possesso di una leggenda. Diventeremo famosi.

— Già. Sempre che troviamo qualche larva da torchiare a dovere.

A Enzo non piace come Marco pronuncia la parola “larva”. Ci mette una dose insolita di disprezzo, forse serve solo a nascondere la sua paura.

— Non ti preoccupare. Il rilevatore segnala già dei disturbi nei campi magnetici. Ora chiamiamo il professore.

Enzo inoltra una chiamata sul computer e dopo poco sullo schermo del portatile arriva la voce e l’immagine di un viso maturo e ben curato, davanti a una libreria stipata di volumi.

— Bene, ragazzi. Pronti per cominciare?

— Sì, professore — risponde Enzo al microfono. — Abbiamo già intercettato una presenza.

— Avviate la trappola.

Enzo varia alcuni parametri nel software, la piastra emette un vago odore di ozono e scocca a intervalli delle scariche elettriche che corrono contro il soffitto e illuminano le volte del sotterraneo.

— Situazione? — chiede impaziente il professore.

— Le onde di disturbo si fondono e si avvicinano alla trappola.

Dopo pochi secondi una scarica elettrica ritaglia lungo il suo tragitto una forma.

— Oh, cazzo! — esclama Marco. — Bloccala! Bloccala!

— Lo abbiamo beccato! — dice Enzo, con le parole tese per l’ansia.

— È lui — ripete Marco, con gli occhi spalancati e profondi come due pozzi. — Deve essere lui!

La scarica elettrica si è trasformata in un raggio di luce continua, che a metà altezza s’ingrossa a formare un’ovale più grande. All’interno è intrappolata una forma evanescente, percorsa da piccole scariche blu. Si distingue un tronco d’uomo, dilatato ai margini in mille frangiature; la testa è solo una macchia abbozzata, dove gli occhi, il naso e gli altri dettagli vanno e vengono in un’osmosi continua. E quando si compone un’espressione, i due uomini non sanno se è di dolore o di rabbia. Enzo dà uno sguardo al pannello di controllo della trappola.

— Larva catturata e stabilizzata.

— Bene. Avviate il traduttore — dice il professore, con un tremito nella voce.

— Traduttore avviato — dice Enzo.

Dalle casse del computer esce un lamento terribile.

— Senti come urla! Deve pizzicare quella trappola, eh! — scherza Marco.

Ora è la voce del professore che si diffonde per i sotterranei e si alterna a quella della larva.  

    Chi sei?

Ma nessuno risponde alla sua domanda.

    Qual è il tuo nome?

Silenzio, ancora.

— Enzo, aumenta il campo.

Il gemito sale forte e chiaro. Un acuto che poi sfuma nella voce metallica del sintetizzatore vocale.

— Mi chiamo Adelmo da Rieti.

— Il bibliotecario! — esclama Marco. — E al primo colpo.

Enzo gli intima con un gesto di rimanere in silenzio.

    Quando sei nato? — continua il professore.

— Venni alla luce nell’Anno del Signore 1040.

— Quando sei morto e per quale causa?

— Lasciai il mio corpo nel 1083. — La voce della larva è piena di dolore, le parole sono sputate fuori a fatica.

— Enzo — scandisce il professore — aumenta ancora di tre punti il campo.

Enzo esegue, un urlo più alto esce dalla voce sintetizzata.

— Sono morto per la malvagità dell’uomo — riprende la larva, a fatica. — Nell’anno di Nostro Signore 1083 giunse al nostro monastero Gridolfo da Variago col suo seguito di armati, un tempo era monaco, poi divenne condottiero crudele e sanguinario. La sua fama di mago lo aveva preceduto qui a Borgonegro e nelle terre intorno. Chiese ospitalità e noi non avemmo il coraggio di rifiutargliela. Ma la saggezza ci aveva consigliato di nascondere il nostro avere più prezioso. Gridolfo diceva di essere impegnato in un lungo viaggio, ma il suo scopo era saccheggiare la biblioteca, che conteneva volumi rarissimi. Ci rifiutammo di rivelargli il nascondiglio e lui sottopose a tormenti tutti i monaci, io fui l’ultimo a spirare. Poi devastò il monastero e il villaggio vicino. 

— Coincide con la testimonianza della cronaca che abbiamo recuperato. Sembra che i corpi dei monaci uccisi siano stati tutti gettati in un pozzo lì nel sotterraneo — commenta il professore. — Ascolta, Adelmo da Rieti, io so cosa custodivate: libri proibiti! Codici che nessun’altra biblioteca della cristianità poteva vantare. In quale punto del sotterraneo si trovano?

Lo spettro si contorce e urla, ma riesce a trattenere la voce. Enzo segue le indicazioni del professore e aumenta di altri cinque punti il campo.

Si sente un crepitio secco, ripetuto con un clangore metallico. L’odore di ozono invade l’ambiente e satura l’aria. Marco studia il volto dell’amico, i rivoli di sudore che gli zampillano sulla pelle, per un qualche assurdo motivo gli ricordano l’intrico di canali che scorrono sulla superficie di Marte. Una vena gli pulsa aritmica sulla tempia.

 — Allora ― incalza il professore —  dove sono i libri?

 — Aiutatemi... aiutatemi fratelli miei! — Il grido esce da mille gole sottoposte a tortura

― Ancora, alza ancora! ― Più che un incitamento, quello del professore è un ordine.

Ora è la volta di Enzo studiare il volto del collega in cerca di una conferma. Ma si trova a visionare solo i tratti di una sfinge.

L’assistente gira la ruota che regola il campo.

― É quasi al massimo ― dice in un soffio.

― Non discutere! ― Il richiamo del professore è un urlo.

― Cazzo! ―  Questa volta è Marco a gridare.

La sagoma dello spettro ribolle di mille convulsioni, ma il suo volto è fisso sull’immagine del professore sullo schermo, in una smorfia di rabbia e paura.

— Non è possibile! — La disperazione di Adelmo da Rieti riverbera ancora nel sotterraneo. Un sibilo si fa sempre più acuto e rimbomba fra le volte e gli archi, fino a deflagrare col tuono di un’esplosione.

Marco è il primo a riprendersi.

― Se n’è andato.

― Ce l’avevamo fra le dita… ― Enzo non riesce a nascondere la propria delusione.

― Ragazzi, non perdete tempo. Là sotto ci deve essere ben più di una larva, agganciatene un’altra, subito.

― Ma dove può essere? Era già morto, non può farlo due volte ― Enzo si riprende e controlla il campo del sotterraneo.

― Non c’è nessuno, qui ― dice dopo una lunga pausa.

― Non è possibile, osserva meglio! ― sbraita il professore senza più riuscire a dominarsi.

― Il campo è uniforme. Liscio come l’olio. Non ci sono fluttuazioni magnetiche.

― Marco, guarda anche tu.

― É così professore… un momento, no… o mio Dio, no!

Il monitor mostra la faccia sconcertata di Marco.

― Il campo è uniforme perché è saturo ― insiste Marco. ― Ecco perché sembra che non ci sia nessuno. É tutto pieno di larve qui intorno!

Una scarica sputa in faccia al professore una serie di interferenze. L’immagine dapprima scompare, assorbita dall’effetto neve, poi ritorna a colorare il monitor.

― Marco… Enzo, a rapporto, subito. Qual è la situazione?

Per un attimo lo schermo mostra il primo dei suoi due assistenti. Un viso distorto dalla paura. L’audio concede qualche brandello di suono: ― Profes… urlano come dei… Cosa cercano da n… pro…

― Marco, Marco, rispondimi, che succede! Voglio un rapporto dettagliato, subito!

Ancora effetto neve, il suono va e viene. A tratti gli pare di sentire un coro di voci che monta fra le scariche elettrostatiche.

― Ragazzi, uscite subito da lì dentro! Ragazzi…

Il monitor spara in rapida sequenza tutti i colori dello spettro visibile, e poi ancora un ultimo brandello di suono che sembra un’invocazione di aiuto.

Il professore riconosce la voce di Enzo, cerca di mantenere il collegamento, ma sul monitor rimane solo una scia sporca di puntini grigi e neri.

Il professore abbandona le braccia lungo i fianchi e si butta sulla poltrona dello studio. Fissa lo schermo senza riuscire a pensare. Gli assistenti, le apparecchiature, il suo progetto sono spariti nel nulla. E dei libri nessuna traccia. Gli è rimasta dentro l’espressione dello spettro poco prima di scomparire, lo fissava come se avesse scoperto dietro i suoi occhi chissà quale segreto.

Sembra tutto un sogno.

Il monitor esplode in un fragore di luci multicolori, le casse rimandano quel coro di voci che aveva udito prima di perdere il collegamento. Il professore non ha neppure il tempo di alzarsi dalla poltrona, tutto la stanza si spegne intorno a lui. Ogni sensazione si tronca,  si sente inghiottito in una caduta senza fine.

Non sa quanto tempo è passato, però ora il suo cervello elabora qualche percezione. Si accorge di essere steso a terra e qualcuno lo sta chiamando.

—   Anche lei qua con noi, professore?

La voce è quella di Marco, solo molto più sottile e acida, quasi innaturale.

—   Benvenuto — scandisce Enzo con enfasi. — Lo sa, abbiamo un nuovo padrone! — Sembra che parli da un budello profondissimo.

Il professore si alza lentamente. Ora gli occhi tornano a intercettare delle tracce luminose, ma invece di rivedere i volti dei suoi due assistenti, scorge solo un’immagine confusa, che emerge dal buio come una carcassa da un lago di pece.

A stento trattiene un grido, quando riesce a distinguere il viso di Adelmo da Rieti, che aleggia verso di lui.

Dietro allo spettro avanza, sospesa nel nulla, una strana struttura, un’enorme ruota dotata di cinghie di costrizione incrostate di sangue, e di fili che si tuffano nell’oscurità, collegati a chissà cosa.

Il bibliotecario agita una frusta in una mano e gli fa cenno di avvicinarsi. Un sorriso lungo come un’autostrada gli traccia un solco sulla faccia.

    Noi due dobbiamo parlare. Dopo, se ne avrà voglia, le concederò di leggere qualche libro, professore. O forse dovrei chiamarla… Gridolfo da Variago?

 

 

 
 

 

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