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SOGNI HORROR |
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IL RISVEGLIO
Lentamente, molto lentamente stavo emergendo dall’incoscienza totale. I miei pensieri cercavano di prendere forma, poi di nuovo il buio psichico e finalmente brandelli di ricordi s’incastonavano come pezzi di un mosaico. Lentamente. Molto lentamente. Sentivo le estremità formicolarmi, il cuore battere appena. I miei polmoni erano oppressi ed avvertivo dolore in qualche parte del corpo. Dove accidenti mi trovavo? Avevo paura, dannazione, se ne avevo e desideravo muovermi ma non avevo il coraggio di allungare le mani; quanto tempo era trascorso dall’istante in cui avevo ripreso conoscenza? Quanti giorni dall’ultima volta in cui mi ero rimpinzato di hamburger e patatine con gli amici giù da Mc Donald’s? Pensai a Cora, così bella nella sua semplice uniforme verde chiaro col berretto sulla testa bionda e ricciuta. Cora, con i suoi diciassette anni e le gambe lunghe e flessuose, il viso spruzzato di lentiggini, i seni acerbi, gli occhi neri. Amavo Cora nella misura in cui si può amare a diciassette anni, quando si acquista birra al negozio con un documento da esibire e si palpeggiano le ragazze sul sedile posteriore della decappottabile del “vecchio”. Al drive in, davanti allo schermo su cui proiettano film in bianco e nero con Spencer Tracy. Una volta la portai a vedere “Nightmare, dal profondo della notte”e solo tra il primo ed il secondo tempo trovai il coraggio di baciarla. Con la radio accesa, sulle note di “More than this”, dei Roxy Music, le presi il volto tra le mani e l’attirai a me. Avevo il cuore al galoppo, la mente sgombra da ogni pensiero che non fosse per Cora. Lei sapeva di chewingum alla menta e di selvatico. Eppoi di sogni, di corse sull’erba dopo la pioggia; bella come la mattina di Natale con la neve dietro i vetri e mille regali sotto l’albero. Il mio primo bacio, con i suoi capelli tra le dita, il corpo sottile premuto contro il mio, gli occhi chiusi ad ascoltare le nostre anime. Dopo restammo in silenzio per un po’. Non serviva a molto parlare…. Parlare. Mille anni dopo desideravo udire il suono della mia voce, perché adesso ero pienamente cosciente: quello da cui mi stavo risvegliando non era un sonno “normale”; tra poco non avrei sentito mio padre ciabattare verso il bagno e mia madre non sarebbe venuta a buttarmi giù dal letto come al solito. Dio, come odiavo quei risvegli!! Nei sogni che non confidavo a nessuno immaginavo di svegliarmi accanto a Cora, ma ogni volta che giravo la testa, la faccia butterata di mio fratello Tom era la prima cosa che vedevo al mattino, assieme alle sue mazze da baseball. Cora, con cui ero andato al ballo di primavera in giacca scura da cretino e l’aria impettita. Dovevo parlare, volevo parlare ma nonostante il movimento convulso delle labbra, nessun suono mi usciva dai polmoni, nessuno, dannazione! Inoltre l’aria era pesante, umida e soprattutto scarsa. Ora lo sapevo, dove mi trovavo c’era poca aria. Sollevai lentamente le palpebre ed ebbi la conferma ai miei vaghi terrori, anche se in cuor mio lo sapevo già dal momento in cui ero emerso dal sonno: là dentro era buio, completamente e orribilmente buio. Ora dovevo tentare di muovermi nell’ambiente in cui giacevo supino perché quello non era un sogno, era vero, ero rimasto intrappolato chissà come in uno spazio ristretto- uno stanzino, una cella, un frigorifero abbandonato in una discarica?- ed in qualche modo dovevo venirne fuori, prima che l’aria venisse a mancare e soprattutto prima che il terrore mi strizzasse il cuore come una spugna. La mano. Potevo muovere la mano e toccare la superficie su cui ero sdraiato: era qualcosa di duro, legno forse, rivestito con della stoffa. Maledizione, dove mi avevano messo? Alzai anche l’altra mano e me la premetti sul petto; avvertivo delle fitte di dolore e…. un momento, cosa diavolo avevo addosso? Prima di essermi addormentato indossavo il giubbotto del college e i Jeans, ora invece sentivo sotto le dita il prezioso tessuto dell’unico completo buono che possedevo, quello con i bottoni dorati e lo stemma verde e blu sulla tasca destra della giacca. Avevo anche una cravatta e l’oggetto che mi era scivolato su un fianco era….oh Dio, era un rosario!! Un rosario, proprio quello che s’intreccia tra le dita dei morti quando si depositano nella bara!!! La verità mi esplose nel cuore e nel cervello come una lama arroventata di dolore. Il sudore prese a corrermi per la schiena, sulla fronte, fino a bruciarmi gli occhi. Alzai le mani sopra di me, a circa trenta centimetri dalla mia testa e toccai la stessa superficie dura di prima rivestita di stoffa. Mi trovavo dunque in una cassa da morto, inequivocabilmente e inconfutabilmente. Mi avevano seppellito ed ero vivo, Cristo, se ero vivo, chi aveva potuto farmi questo? Oh Dio, cos’avevo fatto per meritare una sorte così orribile? Perché dovevo galleggiare nel mare oscuro della più cupa disperazione? Sopra di me c’era la terra, l’aria, il cielo, c’era la vita e Cora che amavo con l’ardore dei miei diciassette annii, Cora, che non avrei più rivisto. Fu allora che l’orrore per la mia sorte mi penetrò appieno nella mente e urlai, urlai così forte che avrei potuto svegliare i morti- in un altro momento avrei riso delle mie parole-. E picchiai i pugni contro il coperchio della bara, gridai , graffiai fino a toccare il legno e a farmi sanguinare le dita. E piansi. Non solo perché sarei morto ben presto nella solitudine più tetra, disperato, in preda al terrore, lontano da quelli che amavo, ma soprattutto perché non avrei mai saputo cos’aveva procurato la mia morte apparente…..Perchè ora ne ero certo: qualcosa aveva momentaneamente “sospeso” le mie funzioni vitali cosicché tutti mi avevano creduto morto e di conseguenza mi avevano posto nella bara. Dovevo aver avuto il mio funerale, con fiori e lagrime, gente in abiti scuri che portava dolci per il rinfresco al termine della cerimonia. Che abbracciava mia madre, Tom, mio padre, fino al più lontano cugino, il tizio che in ogni foto di famiglia ci si chiede l’un l’altro chi possa essere. Dio, com’era potuto accadere? Oh Logan, mai più balli di fine anno o feste di Halloween, mai più ragazze sdraiate sul sedile posteriore, partite di baseball, corse in nuoto o gite in canoa. Mai più risse con Tom e vacanze con i nonni, né birra con gli amici, Logan. Mai più. Birra? Perché mai avevo pensato alla birra mentre giacevo sepolto vivo nella fossa? Birra e Darvon Complex. Il Darvon Complex era…. Oh no, adesso ricordavo: avevo bevuto molte lattine alla festa di Steve e mi era venuta un’emicrania da spaccare la testa in due, così qualcuno mi aveva messo in mano qualche capsula di Darvon e distrattamente, sbronzo com’ero, le avevo ingoiate tutte. TUTTE!!!! E con un altro po’ di birra. Terribile!! Senza volerlo mi ero preparato un coctail esplosivo!! Probabilmente devo esser entrato in coma o in qualcosa di ancora più simile alla morte- catalessi?- per poi risvegliarmi perfettamente sano e cosciente in una bara! Se solo qualcuno mi avesse sentito….Possibile che nessuno si era accorto che il mio battito era soltanto rallentato? Se solo avessi potuto gridare ancora…. Ma non avevo più voce, né volevo farlo. Chi avrebbe potuto sentirmi quando mi trovavo probabilmente sotto due metri di terra? Era tutto inutile. Stop. Game over. Fine del gioco! Avevo solo diciassette anni, ma era finita per me, così piansi ancora. E continuai a piangere per un’eternità credo, fino a che le mie vesti mortuarie iniziarono a stringermi e cominciai a boccheggiare e ad ansimare. L’aria. Sta finendo l’aria. Il torace… Il torace mi si abbassa sempre più lentamente. Non riesco a respirare e ho paura. Ho paura….L’aria... Dio mio, ho paura, ho….Aaaaahhh……. 25-04-1990
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