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SOGNI HORROR |
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INVASIONE SINGOLARE
Erano trascorsi sei mesi da quando Marco aveva staccato le labbra dal seno materno. Terminati gli studi universitari alla facoltà di Economia, aveva avuto la “fortuna” (leggasi piede che urta violentemente un deretano) di trovare un buon impiego in una grossa azienda di packaging e un appartamento in affitto per il quale pagava una pigione decente. Tirando le somme, poteva dire con certezza che vivere da solo aveva i suoi aspetti positivi; l’indipendenza in primis. Certo, le faccende domestiche, le bollette in scadenza e le code alle casse del supermercato erano una gran seccatura, però bastava organizzarsi. Adesso c’era il problema dello scaldabagno che emetteva un sibilo sinistro ogni volta che la spia rossa si accendeva. L’acqua calda veniva giù a fatica. Maledetto calcare. Comunque Marco aveva contattato Stefano, compare di bevute e partite a calcetto, nonché idraulico esperto. L’indomani il suo amico sarebbe andato a dare un’occhiata. Guardò l’orologio da polso: le venti e trenta. Ora di cena. Marco aveva già lavato, pulito e asciugato un cespo di lattuga. Aveva anche apparecchiato la tavola, affettato del pane, preparato un po’ di macedonia e stappato una bottiglia di pinot. Mise una padella sul fornello, vi fece cadere dell’olio extravergine a filo, disegnando una spirale color ambra, e accese la fiamma con la scintilla di un accendino scarico. Attese che il calore avviluppasse il metallo, quindi prese un uovo, picchiettò il guscio contro l’orlo di un piatto e lo aprì nella padella. Ripeté la stessa operazione con un secondo. Mentre i due tondi occhi di bue sfrigolavano, emanando un profumo invitante, Marco condì in una zuppiera l’insalata con olio, un pizzico di sale (un altro lo fece piovere sulle uova) e del succo di limone. Bene, era tutto pronto. Mise il cibo nei piatti e sedette a tavola. Impugnò il telecomando e lo puntò verso il televisore di fronte a sé. Nel momento in cui stava per pigiare un tasto a caso, sentì un colpo al portone d’ingresso, seguito da una specie di clangore ripetuto. Sembrava che qualcuno avesse lanciato una latta vuota contro il battente, e questa fosse poi rotolata giù per le scale. Sbuffando e imprecando, si alzò e andò a controllare. Fuori era buio: la luna non concedeva nemmeno uno spicchio lucente. Premette un interruttore e le “tartarughe” che procedevano in fila indiana fino al cancello, lungo il fianco delle fioriere, illuminarono il viale d’accesso. Marco contorse il volto in una smorfia tra l’ebete e il perplesso, quando notò, inclinato sul cemento, un disco volante giocattolo, il cui diametro non superava i cinquanta centimetri. Lo raccolse e scrutò attraverso la trasparenza semisferica della cabina di pilotaggio. All’interno distinse un’infinità di microscopici comandi, leve e schermi in miniatura. Era una riproduzione perfetta di quanto aveva potuto vedere al cinema o in televisione. Ma come ci era finito lì? Di certo doveva appartenere a qualche bambino viziato che, stufo, aveva voluto sbarazzarsene, tanto il portafogli dei genitori era sempre aperto. Però era strano che a quell’ora, e con i nuvoloni che brontolavano e minacciavano pioggia, qualche marmocchio avesse la libertà di girare per strada. Mah. Decise di tornare alla sua cena. Lasciò cadere con noncuranza il giocattolo nel portaombrelli, sotto il portico, ed entrò in casa, strascicando le ciabatte. In un primo momento non lo aveva visto. Poi il nanerottolo che lo attendeva sul tavolo, con le braccia abbandonate lungo i fianchi e lo sguardo immobile, lo fece sussultare. Era orrendo. Aveva la testa enorme e glabra, sproporzionata rispetto al corpicino nudo e scheletrico. Somigliava a un neonato deforme, alto un palmo, la pelle spenta del cranio attraversata da un intrico di vene bluastre e pulsanti. Le iridi erano nere gocce senza vita. La mascella gli si muoveva in maniera convulsa, continua, mentre biascicava e sputava del muco denso e disgustoso. Marco si avvicinò, titubante, impaurito, ma al contempo affascinato. «Ehi, ma che cazzo sei? Non mi dire che stavi dentro a quella scatola di latta là fuori?» Le guance dell’alieno si gonfiarono all’inverosimile, forzando l’apertura delle labbra, quasi a strapparle. Nell’aria satura della stanza vibrò un vagito innaturale, vessillo di guerra che garriva preannunciando l’attacco. La creatura sollevò l’esile arto e gli puntò il ditino in direzione del volto. Marco si protesse d’istinto con le mani, rannicchiandosi su se stesso, come intimorito da una pallonata violenta. Invece lo scontro fu… morbido. Un’unghia retrattile, sottile più di uno spillo, scattò e gli punse il polpastrello dell’indice. L’iniezione fu indolore. Marco si rilassò. Spostò lo sguardo dal forellino al mostriciattolo e cacciò una risata di scherno. «Be’, tutto qui quello che sai fare?» La supponenza volò via come polvere al vento. Dal dito iniziò a stillare una strana goccia di sangue. Compatta. Gommosa. Usciva con difficoltà, alla stregua di un obeso incastrato in una botola dalla quale tenta di risalire. E poi non defluiva… si agitava. E c’era di più: quella perla rubizza aveva la coda. Sembrava l’ingrandimento di uno “spermatozoo ematico”. Marco, attonito, ne guardava l’evolversi. Il sangue, il suo sangue, esplose come una bolla di sapone, con un plop simile a quello del sugo che cuoce in pentola. Ora Marco, sul palmo, sosteneva un altro di quegli orribili esserini. Prima che riuscisse a scuotersi dal torpore e a reagire, scaraventandolo lontano, il neonato alieno, con incredibile velocità, lo punse sul collo. Marco sentì esplodere la nuova vita. Provò a schiaffeggiarsi, quasi stesse tentando di schiacciare una perniciosa zanzara. Ma quella cosa, qualunque cosa fosse, gli scivolò sotto la camicia e percorse la spina dorsale infilzandolo ripetutamente. E allora, in un istante piuttosto breve, venne l’oscurità, nonostante tenesse ancora gli occhi aperti. Marco crollò sul pavimento, abbattendosi come una torre di sabbia, le braccia due serpenti morti che non provarono nemmeno ad attutire l’impatto col suolo. Il setto nasale gli si ruppe con uno scrocchio leggero e liquido. Una scheggia di dente insanguinata saltellò per qualche centimetro sulle mattonelle. Poi venne la pioggia. Mentre il cotone leggero della camicia ribolliva come una palude melmosa, mentre ogni goccia di sangue del povero Marco liberava un nuovo mostro, venne la pioggia. L’acquazzone infuriò per l’intera notte, assottigliandosi solo il giorno seguente, quando l’auto grigia di Stefano sostò davanti al cancello. L’amico di Marco scese e, dopo essersi tirato su il cappuccio del giubbotto e aver recuperato dal bagagliaio la borsa con gli attrezzi, suonò il campanello; una, due, tre volte, fino a rimanerci incollato con il dito per venti ininterrotti secondi. Niente, Marco non apriva. Eppure gli aveva assicurato che lo avrebbe trovato in casa, quella mattina. Be’, a mali estremi… Scavalcò. Procedette lungo il viale a passo sostenuto. Picchiò le nocche sul legno massiccio del portone d’ingresso, poi impugnò la maniglia, la ruotò e spinse il battente. Non ebbe il tempo di sputare improperi, né tanto meno di tentare una reazione, poiché un nugolo di alieni l’avvolse, quasi fosse uno sciame d’api attorno a un favo. Lo punsero con le loro unghie a spillo, prosciugando ogni centilitro della sua linfa vitale. Mentre gli orribili mostriciattoli si riproducevano e si spostavano, divenendo una macchia sempre più fitta che di lì a poco avrebbe cominciato ad allagare la città, all’interno della casa, sul pavimento della camera da pranzo, giaceva il corpo senza vita di Marco. Aggrappato al suo polso esangue, anche l’orologio, il vetro in frantumi, aveva arrestato i battiti. Il tempo, perlomeno tra quelle pareti, sembrava essersi fermato alle ventuno del trenta novembre duemilasette: non un riferimento qualsiasi, bensì l’inizio esatto di una singolare e spaventosa invasione aliena.
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