SOGNI HORROR

 
   
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L'ARCO N.366

  

Andrea voltò ancora quella busta ingiallita ed estrasse nuovamente il foglio, sbriciolato agli angoli e con qualche parola mancante o eccessivamente sbiadita in prossimità delle righe centrali. La calligrafia era al contempo decisa e insinuante, con quelle curiose arricciature sui gambi delle vocali. La firma risultava incomprensibile, una serie di ghirigori quasi a formare dei piccoli vortici. La lettera era indirizzata a Caterina Monari, la sua antenata scomparsa misteriosamente più di due secoli prima, proprio al termine della fine dei lavori che avevano permesso la costruzione del lungo portico che collegava porta Saragozza al Santuario di San Luca. Fu un lavoro estenuante e meticoloso, al quale collaborò buona parte della popolazione di Bologna. Dalle notizie, tramandate attraverso le varie generazioni, sembrava che Caterina fosse uscita di casa per incontrarsi con un giovanotto della sua età, dopodichè non si ebbero più sue notizie. Parve, inoltre, che si fosse incamminata lungo il portico di San Luca forse con lo scopo di arrivare in cima e sostare al Santuario. Cosa poteva essere accaduto durante il percorso? Andrea aveva saputo di quel tragico avvenimento quando era poco più di un bambino;fortemente turbato, aveva chiesto ulteriori informazioni ai suoi genitori, che d’altronde non ne sapevano molto di più. Da quando aveva ritrovato quella lettera, schiacciata in mezzo ad antichi tomi della letteratura e filosofia, quell’episodio era tornato di grande attualità. Andrea aveva chiesto a suo zio come mai non si fosse mai accorto della busta, ottenendo una risposta titubante, improvvisata sul momento. Dato che l’appartamento di suo zio non distava tanto da porta Saragozza, decise che quel pomeriggio sarebbe salito a San Luca, ripercorrendo il tragitto compiuto dalla sua antenata. Sarebbe così passato davanti a tutti i 666 archi distribuiti lungo il porticato. 666….quel numero aveva indotto più di una persona, particolarmente suggestionabile, a certe riflessioni, mentre i più scettici asserivano di non esserne affatto impressionati, e che quella cifra non comportava nessun riferimento demoniaco, si trattava soltanto di una mera coincidenza.

Andrea si infilò la tuta e le scarpe da ginnastica, poi evitò di rispondere al cellulare; non aveva voglia di rispondere, in quella circostanza gli sembrava una perdita di tempo. Il suo unico pensiero era quello di percorrere il porticato e salire. Scrisse un biglietto per suo zio e lo lasciò sul tavolo della cucina. Prima di uscire aprì un cassetto della camera da letto degli ospiti ed estrasse un pacco di  vecchi quotidiani imbustati e rilegati. Il caso di Caterina Monari veniva ciclicamente riproposto all’attenzione dei lettori con relative disamine e nuove considerazioni.

Si parlava sempre della sua antenata, ma nessuna notizia del giovane che l’aveva accompagnata. Andrea tossì a causa della polvere poi ripose i giornali. Lo zio non aveva piacere che lui li consultasse, gli diceva che quell’ avvenimento era da considerarsi ormai archiviato. “Forse Caterina cercava qualcosa che non tutti possono avere, un amore speciale, unico” aveva detto un giorno al nipote, rifiutandosi però di aggiungere altri dettagli. Andrea si domandava spesso se suo zio sapesse realmente qualcosa di più preciso o se si limitasse a semplici elucubrazioni.

Uscito di casa, Andrea iniziò un cammino parallelo rispetto a via Saragozza, nella quale si immise all’altezza della porta. Una coppia di ragazzi, impegnati a fondo col jogging, gli sfrecciarono accanto. Lui abbozzò una corsa, ma avvertì subito che i muscoli erano piuttosto contratti, per cui limitò a camminare con un’andatura sostenuta. Un venticello insistente gli spettinava i capelli, il cielo era diviso a sezioni, con zone alternate di bello e cattivo tempo, piuttosto tipico di un mese come marzo.

Si immaginò la sua antenata che scompariva nel nulla, inghiottita da una macchia di verde, oppure trasportata lontana dal vento, o magari inghiottita da una voragine. Ogni ipotesi poteva essere plausibile a quel punto, e lui si divertiva a snocciolarne a catena, sapendo che quasi certamente nessuna di loro era veritiera.

Cominciò a guardare la numerazione degli archi, pensando che doveva superarne ancora tantissimi prima di arrivare in cima. Tirò fuori dal marsupio allacciato in vita una piccola borraccia e si dissetò. La strada ora saliva e Andrea cercò il ritmo giusto. Una coppia di rondini passò sulla sua testa e si fermò in una  volta, dove aveva il nido. Andrea le osservò con sguardo appannato, la fatica si faceva sentire. Si spostò adiacente al muro, agli archi. Giunto accanto al numero 364 sentì una voce femminile che pronunciava il suo nome. Quel timbro non gli era familiare. Si guardò intorno muovendo di scatto la testa. Dopo qualche istante di pausa, la voce riprese a chiamarlo. Era indubbiamente femminile, apparentemente dolce. Si asciugò il sudore e si fermò davanti all’arco 366. La voce era più nitida, sembrava provenire dall’interno dell’arco. “Fermati qui, Andrea, sono Caterina”. Andrea deglutì a fatica. Sperava di incontrare un altro essere umano a cui chiedere aiuto. Uno squarcio si aprì dal muro. Un’esalazione tossica lo stordì. Una giovane donna dagli occhi enormi e sbarrati stava sogghignando. Era in compagnia di un coetaneo, vestito come un dandy e dall’aspetto luciferino.

Andrea non respirava bene, il battito del cuore divenne irregolare. Aveva intuito ogni cosa, non c’erano dubbi sulla scelta operata secoli prima da Caterina. I due sembravano in totale armonia. Lo Afferrarono  e lo trascinarono attraverso l’apertura. Il muro si richiuse all’istante. Bagliori rossastri accecarono Andrea, che provò la terribile sensazione di  abbandonare la vita terrena e di precipitare in un’altra dimensione. Nelle orecchie il suono di tante voci, acute, ambigue, strascicate, rantolanti. Una mano di donna stringeva la sua e lo trascinava verso un viaggio senza ritorno.

 

 
 

 

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