SOGNI HORROR

 
   
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L'ULTIMA NOTTE

                                                       

 

Il paese non si dava pace. Nei miei dieci anni di carriera, mai mi era capitato di assistere ad una tale confusione per le strade. Donne che si riversavano nel piccolo mercato di Eddy, a riempire le borse di alimenti, come se dovesse scoppiare la guerra da un momento all’altro. Invece volevano semplicemente barricarsi a casa per un po’. I bambini non giocavano più per la strada. Le finestre delle case erano tappezzate dai loro occhi vispi che anelavano un po’ di quella libertà che i genitori gli avevano privato negli ultimi giorni. Gli uomini si dividevano in due gruppi. Coloro i quali continuavano a lavorare, e quelli che invece erano a protestare davanti alla porta di casa mia. Era già passata più di un ora da quanto iniziarono i primi incitamenti. La scrivania era piena di quelle foto macabre speditemi dalla scientifica. Presi due di quelle, guardandole più attentamente, come se dovessero dirmi qualcosa. In entrambe, erano raffigurati un corpo disteso per terra. Un uomo nella prima, supino, con una gamba mutilata. Nella seconda vi era invece una donna, questa senza gamba alcuna. Le foto sembravano imbrattate di rosso, ma non era altro che il sangue di quei corpi, talmente copioso da dare quell’effetto raccapricciante. Scossi la testa, chiudendo gli occhi. Non riuscivo a capacitarmi di ciò che era accaduto. Gettai le foto sopra la scrivania, assieme alle altre. I rumori dall’esterno, si facevano sempre più insistenti e capii che quella gente non se ne sarebbe andata se prima non avessero sentito qualcosa dal loro sceriffo. Sapevano benissimo che non avrei potuto fare niente di utile, ma bramavano ardentemente qualche parola di conforto che gli alleviasse la paura. Mi alzai, e dopo aver indossato una camicia, mi diressi verso la porta d’ingresso. Non mi serviva dare una sbirciata dall’occhiolino, sapevo bene quanta gente ci sarebbe stata dietro sulla strada. Aprii, e mi presentai a loro con un sorriso rassicurante. Erano circa una ventina di uomini di mezza età e qualche ragazzo. Le urla di protesta cessarono immediatamente non appena alzai una mano in segno di far silenzio. Evidentemente, l’aver servito questa cittadina per così tanto tempo, mi aveva fatto diventare uno dei più rispettati cittadini. Ma dov’era finito il rispetto, nelle ultime ore?

-Signori… se non fossi a conoscenza della gravità della situazione in cui ci troviamo, quasi mi meraviglierei della vostra mancata educazione nel venire ad urlare sotto la porta di casa mia… -

Fra la folla si levò un leggero mormorio, probabilmente si stavano rendendo conto di aver esagerato. Nessuno diceva niente ora che avrebbe potuto. Aspettavano solo che fossi io a dire quello che volevano sentire.

-Stiamo lavorando giorno e notte. Le indagini proseguono su svariati campi, e per il momento l’unica cosa da fare è rispettare le indicazioni che vi abbiamo dato nella scorsa assemblea. –

Questa volta vi fu un mormorio più alto, e si levò una voce dal gruppo. Era Geremy, il vecchio fabbro.

-Per quando ancora? E’ già una settimana che i nostri figli non escono di casa! E ieri notte quella cosa si è divorata altre due capre dal recinto di Max!-

Assieme a lui altri annuirono, qualche altro gli diede ragione a parole, e tutti si voltarono a guardarmi, per sentire la mia risposta che non tardò ad arrivare.

-Anche mio figlio è in casa da tanto tempo. Quindi comprendo bene. Siamo tutti nella stessa barca e non è con le proteste che ne usciremo… credetemi, faremo il possibile per cercare di fermarlo prima che colpisca ancora. –

Altro brusio sommesso. Osservavo quei volti stanchi, sudati, spazientiti. Vedevo la paura nei loro occhi, la stessa paura che era dipinta nei miei. A poco a poco gli uomini se ne andarono, voltandosi e tornando ai loro lavori. Rimasi davanti la soglia di casa per qualche secondo. Fissai la strada, quella strada in terra battuta che all’improvviso era diventata silenziosa. E mi chiesi il perché di tutto ciò. Ma non trovando risposta, rientrai, richiudendo la porta.

Il resto del pomeriggio, rimasi tutto il tempo in casa. Joel, mio figlio, aveva passato il tempo nella sua camera, a leggere un libro di scuola. Ormai da alcuni giorni, quasi nessuno mandava più i propri figli alla scuola mattutina. Nemmeno io lo feci più, e gli avevo chiesto di studiare da solo. Prima di cena, lo andai a chiamare. Lo trovai in piedi, davanti la finestra, e pareva fissare il vuoto.

-Joel… è pronto.

Lui si voltò e sorrise. Era lo stesso sorriso di sua madre, identico, e ogni qual volta lo mostrava, non potevo fare a meno di ricambiarlo. Lei sembrava continuare a vivere in lui. Ed era tutto ciò che mi rimaneva per ricordarla. Corse verso di me, abbracciandomi. Lo faceva sempre, dopo alcune ore senza vederci. A volte mi chiedevo se ciò fosse normale, se il suo affetto non fosse esagerato. Ma era pur sempre un bambino di dieci anni che era stato privato dell’amore della madre fin dalla nascita. Il suo comportamento era pienamente giustificato. Cenammo tranquillamente, sotto la luce gialla dell’unica lampadina della casa. Come di consueto, durante la cena, ci limitammo solo a qualche parola, in particolare sul libro che stava leggendo. Era tanta la sua fame, che dovetti dargli anche metà della mia fetta di carne. Finimmo a raccontare di alcuni aneddoti sui contadini del sud, storie divertenti che servivano come al solito a terminare la serata. Prima di portarlo a letto, gli diedi la sua “medicina”. Sciolsi la pasticca di sonnifero in un bicchiere di latte e mescolai. Lui trangugiò avidamente tutto in un colpo, quindi si pulì la bocca con la manica del pigiama e mi sorrise. Non mi andava di rimproverarlo, e mi limitai a posargli una mano sui capelli arruffati, mentre ci incamminavamo verso la stanza. Questa non era altro che una piccola camera con un tavolo e alcune sedie. In un angolo, vi era una piccola cella che usavo ogni tanto per i detenuti, quando quelle della centrale erano piene. In tutti quegli anni non era mai capitato di usarla, se non per mio figlio. Era là dentro che doveva dormire. Aprii la grata e lo feci entrare… entrai con lui, mettendolo  a letto. Sistemai meglio il cuscino sotto la sua testa e mi misi a sedere accanto a lui. Joel non era il tipo di bambino che voleva ascoltare favole per addormentarsi. Ed io non ero il tipo di padre adatto per farlo. Per questo ci trovavamo bene. Osservai i suoi occhi chiudersi lentamente, sotto l’effetto del sonnifero.

-Buonotte.

Joel mi farfugliò qualcosa, ma dormiva già pesantemente. Mi alzai, uscendo dalla piccola cella e richiusi la grata. Feci girare la chiave due volte nella toppa di ferro, e mi assicurai che fosse chiusa. Era necessario, indispensabile ormai. Quindi infilai la chiave in una piccola fessura fra le assi del pavimento. La mia non era paranoia. Era solo tanto amore verso quell’angelo che ora dormiva ignaro di tutto. Uscii da quella stanza, e mi diressi in cucina. L’orologio a pendolo segnava che erano quasi le dieci. Dalla strada non si udiva alcun rumore.. nemmeno dalla taverna in fondo alla strada, dove solitamente la gente andava a far baldoria fino a tardi. Sapevo bene però che ancora nessuno stava dormendo. Ormai nessuno dormiva più. E nemmeno io avevo sonno. Sapevo già di dover passare un'altra notte in bianco. Andai a sedermi, prendendo tra le mani un vecchio libro che da tempo avevo intenzione di finire. Il segnalibro era quasi agli ultimi capitoli. Mi chiesi se almeno quella sera sarei riuscito a finirlo, ma sentivo che non ce l’avrei fatta. Gli occhi iniziarono a scorrere fra le righe ingiallite, ma subito presero a bruciare. Li strofinai con le mani, tenendoli chiusi per un pò. Le ossa facevano male, ed allargai le braccia inarcando all’indietro la schiena. Speravo che fossero solo i sintomi della stanchezza, ma la vista cominciò ad annebbiarsi troppo velocemente. Guardai ancora l’orologio, e in uno sprazzo di lucidità, restai sorpreso nel vedere che erano passati solo pochi minuti dalle dieci. Troppo presto. Anche la testa iniziò a dolere, così come le articolazioni. Stavo sudando e la temperatura era salita a tal punto che dovetti allontanare le mani dalla fronte, per quanto scottava. Capii che era giunto il momento… il respiro era diventato affannoso e il dolore sempre più forte. Mi guardai le mani, che erano diventate di un rosso acceso. Le vene erano in risalto e il sangue che vi circolava, pulsava vistosamente ogni secondo, ingrandendole. Provai a gridare, ma come al solito non emisi alcun suono. Sentivo la gola ingrossarsi, la trachea restringersi dall’interno. Tutto ciò che riuscivo ad emanare era un pesante respiro. Mi alzai dalla sedia barcollando e reggendomi al tavolo. Sentivo le gambe pesanti, possenti, così come le braccia che ora arrivavano quasi alle ginocchia. Strinsi i pugni, in una stretta talmente forte che avrebbe potuto spezzare il collo di un cervo in un solo colpo. La mente era annebbiata da strane immagini, e tutto appariva diverso, confuso. Era l’istinto che mi face uscire dalla cucina, verso il corridoio. Davanti a me vi era la stanza dove riposava Joel. Mi diressi in quella direzione, passando davanti allo specchio attaccato alla parete. Nonostante il buio, riuscii ad intravedere quel volto orrendo ancora una volta. I lineamenti sfigurati e ingranditi, gli occhi esageratamente infossati dentro le orbite e la mandibola protesa in avanti, con la prima fila di denti bene in vista. Non riuscivo a sopportare quella vista, e distolsi lo sguardo, entrando poco dopo nella stanza. Joel naturalmente dormiva, riuscivo anche a sentire il suo respiro. Sapevo che non si sarebbe svegliato, ma adesso desideravo ardentemente non aver chiuso a chiave quella cella. Mi avvicinai, afferrando le sbarre con entrambe le mani. Poggiai la testa su di quelle, per poterlo vedere da vicino. Sembrava sorridere nel sonno. Sembrava quasi prendermi in giro, da quella posizione privilegiata, al sicuro. Allungai la mano dentro la cella, ma ovviamente era troppo lontano affinché potessi afferrarlo. La rabbia saliva in corpo, rimbombava nel cervello e mi portava a stringere i denti attorno a una di quelle sbarre. Mi voltai di scatto, andando verso la fessura dove avevo lasciato cadere la chiave. Le dita non riuscivano però ad afferrarla, troppo grandi adesso per infilarsi là dentro! Rimanendo per terra, tornai a guardarlo. Emisi solo un ringhio basso, mentre la bava dalle labbra, colava per terra. Presi in considerazione l’idea di uscire, e sfogarmi con tutto ciò che avessi potuto trovare, ma quella sera non avrei potuto lasciarlo là. Questa doveva essere l’ultima sera. Alzai il braccio verso l’alto, e scaricai un pugno sul pavimento, intorno a quella maledetta fessura. L’asse sembrò scricchiolare. Ripetei il gesto con la sinistra e formai una crepa. Sorrisi, mentre mi accingevo a colpire per una terza, quarta, quinta volta il pavimento… a poco a poco il legno marcio iniziava a sfaldarsi sotto i miei colpi, fin quando l’asse non si ruppe definitivamente. Fu così che riuscii a prendere la chiave. Quelle mani erano forti, ma poco adatte ai lavori di precisione. Pur sapendo ciò, dovevo provare ad aprire la serratura. Mi alzai, infilando subito la chiave nella toppa. Ci riuscii al primo tentativo. Sentii una vampata di calore attraversarmi le viscere, e qualcosa che mi imponeva di fermarmi, di non farlo. Ma scacciai quella voce, girando la chiave per due volte verso sinistra. Si udì il rumore metallico della serratura, e la porta, come spinta da una forza invisibile, si aprì da sola, come se volesse invitarmi ad entrare. La bava continuava a scendere, e il respiro era sempre più affannoso. Ora avevo il bambino davanti. Quello stesso bambino che era stata la causa della morte di mia moglie durante il parto. Quello stesso bambino che non avrebbe dovuto nascere. Assunsi una lucidità sorprendente.. ora sapevo bene cosa fare. Chiusi entrambe le mani a pugno, e spiccai un balzo verso il suo letto, spalancando le fauci. Solo così forse avrei saziato la mia fame una volta per tutte.

 

 
 

 

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