SOGNI HORROR

 
   
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LA LUCE DEL DIAVOLO

 

Guido era un tipo buffo, alto, dinoccolato, con radi capelli scuri e occhi vacui.

La gente aveva spesso riso di lui, della sua assurda camminata e del suo modo di parlare, ingenuo e incespicante come quello di un bambino molto piccolo.

Lui non sembrava prendersela anzi sorrideva a tutti e scuotendo la testa se ne andava tra gli sghignazzi generali. Era cresciuto così, forse per questo non rimaneva turbato da quello che si vociferava su di lui. Ogni cosa sembrava scivolargli addosso. 

Era una persona sola, che viveva in una casa troppo grande. Una villa che i suoi genitori gli avevano lasciato morendo in un incidente stradale. Anche allora non aveva reagito come si aspettavano i compaesani, con pianti o strepiti, aveva continuato a tentennare il capo sempre con quel sorriso incollato alla faccia.

Allora si era sparsa la voce che fosse pazzo, poi che i suoi genitori non fossero stati uccisi da un incidente, ma che Guido avesse manomesso la macchina, peccato che molti in cuor loro  riconoscevano che non ne sarebbe stato capace.

Gli anni erano trascorsi così nel paese, con Guido che invecchiava sempre solo e sorridente. Con l’arrivo della senilità si era chiuso nella sua casa e ne usciva pochissimo. Negli ultimi tempi prima della morte nessuno lo aveva più visto neppure nel parco.

Gerry detestava quei villaggi, stradine piccole, abitazioni malconce, gente che giudicava comune, decisamente poco interessante. Era bloccato lì per almeno una settimana per scoprire se quel posto remoto poteva essere ciò che cercava il famoso regista per girare quello che sarebbe stato il suo ultimo capolavoro, almeno a sentir lui.

Gerry voleva solamente svolgere presto il suo incarico e filarsela il prima possibile. I paesi come quello gli mettevano addosso una gran tristezza e una voglia folle di infilarsi nella prima discoteca sulla strada del ritorno.

Trovò alloggio presso una signora anziana che affittava camere alle persone di passaggio,  gli confessò che i suoi affari languivano, dato che nessuno si fermava più di un paio di giorni e che comunque i visitatori erano sempre più rari.      

Lui ne aveva compreso ancora di più il motivo quando aveva visto la camera, anche se definirla in questo modo era un onore che non meritava. Cercando di non pensare che quelle lenzuola in origine dovevano essere bianche, si sdraiò sul letto e fece un piano d’azione. Era lunedì e per sabato avrebbe visitato tutti i dintorni, il suo lavoro sarebbe terminato e forse avrebbe potuto anche prendersi una vacanza.

Girò parecchio tra vie e viuzze, colline e valli scattando tantissime foto con la sua polaroid. La noia lo assaliva spesso, ma stringeva i denti cercando di non perdere la calma e di svolgere il suo lavoro al meglio. Gli abitanti tentarono di avvicinarlo, di conoscerlo, il sindaco lo invitò in municipio, il parroco lo pregò di raggiungerlo in chiesa, qualcun altro gli aprì la sua bottega, però lui rifiutò ogni contatto. Non voleva fare amicizia, desiderava che lo lasciassero in pace. Gli interessava solamente il genere femminile, provò ad abbordare qualche ragazza, ma a parte che l’età media era sui quarant’anni, i giovani evidentemente scappavano appena potevano, nessuna lo incoraggiò, anzi giocavano alle vergini offese. Infine rinunciò, poteva benissimo stare una settimana senza sesso. Che andassero tutte a farsi impiccare!

La notte però era il momento peggiore, soffriva di insonnia. Non era abituato a tutta quella calma, riusciva a sentire il concerto dei grilli e si innervosiva. Stringeva gli occhi, si metteva il cuscino sulla faccia e cercava di rilassarsi senza pensare a quel silenzio, cosa che finiva soltanto per fargli venire voglia di urlare. Si alzava e passeggiava sperando che la stanchezza lo facesse crollare e invece l’alba lo sorprendeva sveglio.

Una sera decise che era inutile persino provare a stendersi. Si accomodò su una poltrona,

prese la bottiglia di whisky che aveva acquistato in una specie di bazar che c’era nei dintorni e iniziò a buttarlo giù. L’alcool era la sua salvezza, lo rendeva capace di sopportare ogni cosa, di riuscire ad andare avanti con la sua vita e con quel mestiere da schifo. Lui che voleva diventare regista, il più bravo d’Italia, magari arrivare nel nuovo mondo e fregare un oscar agli americani, si era dovuto accontentare della prima cosa che gli avevano offerto pur di entrare a far parte di quel mondo tanto desiderato. Certo il fatto che suo padre fosse uno dei più quotati sceneggiatori italiani spiegava perché avessero chiamato proprio lui. Tuttavia non spiegava perché Gerry non riuscisse a fare progressi nel campo dello spettacolo. Ma forse per chi conosceva lo sceneggiatore, non c’era bisogno di nessun chiarimento.

L’uomo scivolò giù dalla poltrona a gambe larghe e la testa cominciò a ciondolargli. Piano piano si assopì.

Qualcosa lo svegliò, non comprese cosa. Se un improvviso rumore nella notte immota o soltanto nella sua immaginazione. Eppure avvertiva una specie di presenza nella stanza, niente di tangibile, solo qualcosa come un respiro del vento.

Si alzò, ma quella cosa lo fermò. Una voce.

-         Rimani seduto. Devo parlarti – era una voce cantilenante, fievole.

-         Chi sei? – domandò Gerry, tentando di girarsi verso la parete alle sue spalle, la voce veniva da lì.

-         Mi chiamavano Guido. Se chiedi di me in giro, ti diranno che ero il giullare del paese. Mi hanno sempre considerato un povero scemo, e invece io capivo tante cose, vedevo, osservavo e immagazzinavo ogni particolare, di ogni persona che si era comportata male con me o con qualcuno altrettanto debole o solo. Sono qui per vendicarmi.

Gerry pensò che era sempre la solita storia. L’alcool gli faceva spesso quell’effetto, allucinazioni uditive, a volte non solo quelle. Si voltò.

E lo vide. Era una specie di gigante, bruno, massiccio, con una camicia a scacchi e una salopette di jeans. Appunto, si disse, ci risiamo. Si alzò lentamente e gli si avvicinò.

-         Stai fermo – lo avvertì Guido. – Non ti avvicinare. Non voglio farti del male, non a te. Ma a chi so io sì.

-         E perché lo racconti proprio a me, razza… razza di fantasma?

-         Perché anche tu sei come ero io, solo come un cane.

-         Non è vero – protestò Gerry, senza molta convinzione. – E poi devo avvicinarmi, devo toccarti e sparirai, in genere funziona così con i miei deliri.

Allungò una mano. Guido si allontanò.

-         Non puoi toccarmi, non devi neppure sfiorarmi se no succederà anche a te.

-         Cosa?

-         Quello che deve capitare agli altri. Ma tu mi servi.

-         Non servo neppure a me, figurati. Senti, io vado a dormire, per me puoi sparire quando vuoi – Gerry si diresse verso il letto.

-         Non hai capito, non hai scelta – lo bloccò Guido.

-         Vai all’inferno! – sibilò Gerry.

-         Ci sono già stato. E ci tornerò, ma non da solo.

Gerry si sentì ghermire, dopo il nulla.  

E tutto ebbe inizio. Con il sorgere del sole, tutto si animò. E con somma sorpresa della gente, niente fu più come prima. Gerry si appostò in ogni angolo, ogni vicolo, ogni strettoia di quel buco di paese, spiò, avvicinò e poi lasciò che l’altro colpisse.

Nelle successive ventiquattr’ore vennero rinvenuti quattro cadaveri eccellenti, le persone più in vista del paese: il parroco, il dottore, il proprietario dell’unico market e il sindaco. E cominciarono anche a girare voci poco confortanti, le vittime avevano due elementi in comune, i lineamenti stravolti da un’espressione di indicibile orrore come se avessero visto tutto il male del mondo, o forse semplicemente il male fatto da loro, e gli occhi strappati chiusi nei pugni, come se non avessero resistito a quello spettacolo.

E la gente attendeva: o il corso delle indagini o l’ennesima vittima.

Gerry si stava recando all’appuntamento, al cimitero. Aveva un po’ bevuto, però si sentiva più lucido di quando, evento raro, era sobrio. Era anche curioso di scovare quello che cercava. Scavalcò il muro di cinta, che per fortuna non era troppo alto, neppure per uno come lui, decisamente fuori forma. Con una torcia percorse il terreno per non inciampare. Scorse le lapidi. C’erano morti recenti e antiche, di giovani e vecchi, begli epitaffi e tombe troppo spoglie. E vide quella che l’interessava. C’era soltanto una croce piantata nel terreno e una lastra di marmo per terra con su incise una data di nascita e una di morte. Né frasi di circostanza, né foto. Ma il nome corrispondeva e anche le date, si era informato.

Guido era morto, esattamente tre anni prima. E ora era ricomparso per punire quelli che considerava colpevoli di averlo maltrattato e dileggiato. Poco più in là c’era un’altra sepoltura anch’essa abbandonata, senza fiori e quasi coperta da erbacce che erano cresciute ai lati, ma con tracce di un’antica bellezza. Era in marmo nero con venature grigie e sormontata da un angelo ad ali spiegate.

Era quella dei genitori di Guido, periti nel misterioso incidente.  

Gerry rabbrividì davanti alle facce dei due coniugi. Erano ancora giovani e avevano l’aria serena. Quel figlio non doveva essere mai stato un problema per loro, ma forse per lui loro sì. Tanto che in paese si insinuava…

Beh, era lì proprio per quello, per chiudere quella sporca storia, accomiatarsi da quel pazzoide, a quel punto che fosse vivo, defunto o chi sa cosa non gli interessava, e ripartire da quel posto dimenticato da Dio. E in quel caso poteva ben dirlo.

Guido gli si parò davanti all’improvviso.

Gerry arretrò spaventato. Dopo quello a cui aveva assistito, non era facile stare davanti a quell’apparizione. Perché era stato costretto a esserci, a guardare l’agonia di quelle persone che supplicavano per essere graziate, che abiuravano ogni loro credo pur di continuare a vivere e che invece avevano visto la loro discesa agli inferi. E che si erano fatte strappare gli occhi quasi con il sollievo di diventare ciechi.

Era per quello che era andato al cimitero. Per chiedere perché era stato coinvolto, Guido poteva fare ciò che voleva, non gli necessitava il suo aiuto.

-         Che vuoi ancora? – urlò Gerry.

-         Gerry, Gerry… mi sei stato utile e lo sei ancora.

-         No, no. Hai minacciato che mi avresti ammazzato se non ti avessi ubbidito. Ma che prima avrei scoperto che la morte a volte è una liberazione.

-         Sai perché mi sono rivolto a te? Perché non posso entrare da nessuna parte se non sono invitato, per quella storia del libero arbitrio, e quindi dovevi aprirmi la strada. E adesso vorresti scappare? Con te non ho finito, voglio la tua anima di uomo debole. Tu non sei malvagio come quei bastardi. Non hai mai fatto niente di veramente cattivo nei ventotto anni della tua esistenza, almeno finora.  

-         Mi hai costretto – gridò Gerry. - Però ora sono salvo, hai ottenuto quello che volevi.

-         C’è una cosa che non hai ancora capito. Tu non puoi più tornare indietro. Sai come sono riuscito ad avere la mia vendetta? Promettendo il sangue e lo spirito di una persona innocente. E ho deciso che eri perfetto.

-         Non è vero – Gerry indietreggiò pensando come fuggire. – Io sono un alcolizzato, sono una bestia, ho fatto delle cose mostruose, ho rubato, mentito e poi….

-         Non lo fanno tutti? – sibilò Guido afferrandolo.   

Gerry si trovò vicinissimo a quel viso. Gli occhi, pensò, erano scuri, profondi, di una profondità abissale, ma in fondo in fondo c’era una piccola luce, un bagliore ardente.

Doveva essere, si disse Gerry capitolando, la luce del diavolo.   

 

 
 

 

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