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SOGNI HORROR |
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LA MALEDIZIONE DI ISOBEL
13 novembre 1674 (dal diario di Isobel). Lo stanno trascinando per la strada, fra due ali di folla che schiuma odio e voglia di vendetta. Urlano, lo colpiscono con bastoni e le guardie lo trascinano. Cade sbattendo contro la base in pietra della vecchia croce posta in mezzo alla via. Da qui posso sentire il suo respiro sporco di sangue. Sul corpo porta i segni delle centoundici frustate inflitte per il reato di furto nella riserva del Conte. È innocente, ma questo non interessa a nessuno. Lo issano sul tavolato allestito di fronte alla chiesa. Inciampa in avanti quando gli sbattono il collo sulla base di legno e chiudono a collare la parte superiore. Pochi attimi: percepisco la sua paura, il suo sfinimento. La scure piomba giù in un colpo secco. È sbigottito mentre sente l’odore del suo stesso sangue che sgorga dal collo. Per l’ultima volta, con stupore, guarda il mondo rotolare sottosopra: la moltitudine nera e feroce, la luce grigia del cielo. La sua testa cade con un tonfo sordo. Vorrebbe gridare, cerca di aprire la bocca per inghiottire aria ma dalle labbra esce solo sangue. Ha gli occhi vitrei quando le mani del boia afferrano i suoi capelli e mostrano la testa alla gente che urla disprezzo. Piango, da dietro questa finestra protetta da una tenda di canapa leggera e lercia. Stringo il Grimorio di mia madre: il taglio delle pagine a contatto delle lacrime rilascia vapore bianco in uno sfrigolio. Le lacrime di odio possono essere asciugate solo dalla vendetta. Stanotte andrò a raccogliere il suo sangue dalla strada e dal tavolato. So come usare il sangue innocente versato.
26 settembre 2007. In via della Vecchia Croce, nel centro storico di Aosta, la notte è deserta. Da lontano riecheggia il vociare di due ragazzi che camminano abbracciati. Ridono, e ogni tanto si fermano e si scambiano un bacio. Le mani di lui scendono lungo la curva dei fianchi fasciati da una gonnellina corta e lei, con grazia decisa, le ferma. «Dài – gli dice senza smettere di sfiorargli le labbra con la bocca – potrebbe arrivare qualcuno, e poi dovremmo esserci, no?». «Uffa – finge di lamentarsi lui – comunque sì, è qui. Vediamo se la serratura funziona ancora». Si trovano davanti ad un vecchio uscio di legno intagliato che testimonia un lungo tempo passato senza che nessuno si sia curato della sua manutenzione. La porta si lascia aprire scricchiolando sui cardini e strisciando sul pavimento, poi si tira appresso ragnatele spesse di polvere. I ragazzi accendono una torcia e entrano nella stanzetta dal soffitto basso. «Ma quant’è che i tuoi non vengono qui dentro, Davide?» chiede la ragazza, cercando inutilmente di non sporcarsi i sandali stiletto. «Non ci sono mai venuti – risponde –. L’ultima persona che ci ha vissuto è stata la prozia Anastasia negli anni Cinquanta. Pare che abitassero qui da poche settimane quando il marito morì in un incidente di montagna. In famiglia si racconta che lei non riuscì mai a superare il dolore di quella perdita e impazzì, farneticava che la casa fosse maledetta.». Il cerchio di luce della torcia si posa su mobili sbilenchi e mensole storte coperte di bottigliette e polvere. «Saliamo» propone Davide. La scala di legno cigola sotto il loro peso e la ragazza per un attimo teme che possa cedere. Anche il primo piano è composto da una sola stanza, piena di libri. Dalla finestra si vede la piazzetta che si apre davanti ad una chiesa sconsacrata trasformata in museo: sono ancora accese le luci del palco mobile che fino a poche ore prima ha ospitato lo spettacolo di un mimo.
30 novembre 1674 (dal diario di Isobel). È notte di luna nera. Ho formato il cerchio magico con sale e acqua presa esattamente nel punto in cui i fiumi Doira e Buthier si congiungono. Nel sacchetto di seta viola ci sono elleboro nero, stramonio, radice del diavolo e veratro. Prima li ho sminuzzati nel pestello purificato con olio di digitale. Ho mischiato le erbe velenose con il sangue raccolto la notte della decapitazione. Sventro il sacchetto con la doppia lama dell’athame e incenerisco il contenuto nel braciere pronunciando la formula magica del più malefico incantesimo di dannazione che questa città abbia mai conosciuto. Metto la cenere nella coppa d’argento scurito e la offro ai quattro elementi. La cenere calda di fuoco si alza nell’aria, accarezza l’acqua, si deposita sulla terra di questa città che maledico. Sono pronta a ricevere il ritorno del sortilegio moltiplicato per tre. Chi ha condannato mio figlio dovrà pagare. Chi ha acconsentito all’uccisione di mio figlio dovrà pagare. I loro discendenti dovranno pagare. Tutta questa città dovrà pagare. I vivi moriranno e i morti ritorneranno. Per sempre, e centoundici volte più atrocemente ogni centoundici anni. Così voglio e così sarà.
21 marzo 1675. Sono passati centoundici giorni. L’incantesimo è tornato indietro, tre volte più potente. Bene, significa che ha funzionato. Non sapevo di essere una strega naturale fino a quando non hanno ucciso mio figlio. È stato il mio primo sortilegio. E sarà l’ultimo. Sento le viscere bruciare. È come se il mio cuore fosse immerso in alcol bollente. Sento i polmoni inspirare zolfo e buttare fuori gas. Lo stomaco ribolle muffa viva. Ogni movimento mi provoca fitte simili a mille frustate che aprono ferite sgorganti sangue imputridito. La pelle coperta di pustole grigie lascia colare una sostanza marcio che adesso cade a terra portandosi dietro a mucchietti la mia carne avvelenata e morta. Ma in questo strazio di sofferenza e di odio gioisco pensando al destino di questa città. Non mi sarà concesso vederlo. Il mio corpo così martoriato potrà aspettare appena un altro giorno
15 gennaio 1951 (dalle pagine della luce di Anastasia). Non riesco a più a soffocare l’incantesimo di Isobel. Lei vive ancora in questa casa, lo sento. Mi tiene prigioniera e mi impedisce di svolgere il mio compito. Sento l’energia della mia mente vaporizzarsi. Riesco a concentrarmi solo scrivendo e riscrivendo la formula di soffocamento. I vivi esisteranno mortalmente e i morti riposeranno in pace. I vivi morir… esisteranno e i morti ripos-torneranno. I vivi mo-esist-MORIRANNO e i morti rip-riTOrn-RITORNERANNO… Isobel mi sta schiacciando, il suo potente cerchio magico mi imprigiona. Devo dare forma alla Strega della luce destinata a portare avanti il compito di soffocamento dopo di me, così come hanno fatto le consorelle che mi hanno preceduto in questi 177 anni, o il sortilegio di Isobel respirerà.
30 settembre 2007. «Histoires d’eaux? Davvero vuoi chiamare così il tuo laboratorio di essenze naturali?» cinguetta la ragazza buttando morbidamente indietro i capelli rossi. Mentre la accarezza con lo sguardo, Davide pensa che Chantal sia bellissima, e che lo sia ancora di più quando il viso le si illumina in quell’espressione ingenuamente stupita che la rende terribilmente sensuale. «Era il nome dell’erboristeria che la prozia Anastasia aveva aperto lì. Non ti piace?» le chiede con una nota di delusione nella voce, mostrandole il bozzetto dell’insegna da apporre sulla porta della palazzina che ha ereditato in via della Vecchia Croce. «È un nome stupendo, amore!» risponde, e ride mentre gli riempie il volto di baci lasciando che le mani di Davide si facciano strada lungo i suoi fianchi sottili.
12 novembre 2007. Al primo piano della nuova versione di “Histoires d’eaux”, in via della Vecchia Croce, Chantal, stretta in una tutina da lavoro, sfoglia i volumi che tappezzano ogni parete. «Chal! – protesta Davide – non abbiamo tempo... Se ti interessa qualcosa mettilo da parte. Non c’è il gruppo elettrogeno e quando farà buio dovremo fermarci. Gli operai arrivano la prossima settimana, se qui non è tutto vuoto passano al cliente successivo, ti prego…». «Questi non sono libri – gli dice la ragazza, che non ha ascoltato una parola – sono diari, dove la tua prozia Anastasia ha scritto migliaia di volte le stesse frasi: I vivi moriranno e i morti ritorneranno». «Te l’ho detto che era pazza». «Pensava di essere una strega della luce – continua Chantal –. Questo diario è diverso dagli altri, forse l’ha scritto quando la sua confusione mentale era agli inizi. Lo ha intitolato Forma ed educazione per Streghe della luce. Chissà cosa significa» dice, e lo ripone nella borsa. Nel frattempo fuori la luminosità è cambiata. Dal suolo si sta alzando una bruma grigia e spessa decisamente insolita per una cittadina chiusa tra le montagne come Aosta. E il vento, impotente contro la nebbia, spazza sulle strade e sui tetti un odore di terra marcia che la città non aveva mai conosciuto prima. “Histoires d’eaux” è percorso da un fremito impalpabile: le pareti dello scantinato in cui non è più entrato nessuno dal 1675 ora trasudano una sostanza rossa resinosa e trasparente e calda. I vivi esisteranno mortalmente e i morti riposeranno in pace. Chantal continua a rigirarsi nel letto senza riuscire ad addormentarsi. Si alza, prende una penna, apre a caso uno dei suoi quaderni di appunti dell’università e comincia a scrivere lasciandosi guidare da una forza che non sa combattere. I vivi esisteranno mortalmente e i morti…. Continua a scrivere le stesse frasi per tutta la notte. È come in trance, non sente il sonno né la stanchezza. Accanto a lei una figura evanescente e lattiginosa con in mano l’athame a doppia lama la guarda con compiaciuta malevolenza.
13 novembre 2007. Un tramonto grigio e marcio entra dalla finestra, Chantal si sveglia e si tira su dalla scrivania. Ricorda che ha scritto tutta la notte, non ricorda cosa. Evidentemente per l’intera giornata ha dormito, con la testa appoggiata sopra ad un quaderno. Lo apre, e al posto degli appunti di sociologia dell’arte trova ripetute centinaia di volte le stesse frasi, con la sua grafia rotonda e minuta: I vivi vivranno mortalmente e i morti riposeranno in pace. Sfoglia le pagine, ci sono cancellature e correzioni, poi le frasi cambiano: I vivi moriranno e i morti ritorneranno. È una scrittura disordinata e spigolosa. Squilla il telefonino: è Davide. Sente gli occhi pungere e la mente pulsare e svuotarsi. Prende una penna e ricomincia a scrivere: i morti ritorneranno… La figura traslucida scura è sempre accanto a lei. Chantal non risponde ma Davide non si preoccupa. È abbastanza normale che succeda: potrebbe aver dimenticato il cellulare in giardino, dentro ad un vaso di verbena, come tre settimane fa, e ritrovarlo domani sera. Passerà da lei dopo, ora deve assolutamente andare nella palazzina di via della Vecchia Croce: gli operai hanno detto che arriveranno con due giorni di anticipo. Apre la porta e qualcosa lo risucchia all’interno, bloccandolo. I muri lacrimano una secrezione gelatinosa che si gonfia, si espande, occupa tutto lo spazio possibile. Davide non riesce più a respirare, quella roba si prende l’aria e gli ustiona la pelle. Prova ad urlare, ma il fluido penetra in bocca e scende nella gola, incenerendo al suo passaggio ogni organo e ogni tessuto vitale. Rimangono soltanto gli occhi, rossi e secchi e vuoti, attaccati ad uno scheletro carbonizzato che si agita in movimenti spasmodici. Nello stesso momento, fuori, il suolo traspira un liquido vischioso simile a sangue che a contatto con l’aria rilascia una nebbiolina putrida. Un centinaio di metri più avanti, con un tremore, nella cripta della chiesa sconsacrata si apre uno squarcio. Ne escono una dopo l’altra creature con la testa a forma di teschio allungato, senza naso, con buchi privi di luce al posto dei bulbi oculari. In fila, si avviano per le strade della città, ondeggiando corpi composti da resti di ossa rinsecchite e brandelli di tessuto. Dall’oltretomba delle altre chiese, centinaia di esseri spettrali simili si risvegliano e danno inizio al loro vagare in cerca di nutrimento. Privati della pace eterna, camminano lungo via della Vecchia Croce, dove la sostanza resinosa sorta da “Histoires d’eaux” comincia a gocciolare nelle case a lato, in un lento, inarrestabile contagio. È lo spettro di Isobel che contempla la città, girando e rigirando l’athame fra le mani, mentre il fluido rossastro ribolle e spumeggia a contatto con l’aria, avanzando pigro verso l’ultimo destino dei vivi.
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