|
SOGNI HORROR |
||||
| [Home]|[Racconti]|[Disegni]|[Forum]|[Sogni d'horror]|[Fumetti]|[Concorso]|[Recensioni]|[Vampiri]|[Frasi Horror]|[Chi siamo]|[Buio in sala]|[Link] | ||||
|
|
LA NOTTE DEI VIVI MORENTI
Esattamente nel momento in cui sentì i suoi denti affondare nella carne sotto cui gli studi dell’anatomia umana avevano scoperto si trovasse posizionata l’arteria femorale, Steve si ricordò ogni cosa. Da una decina di giorni era ricoverato in quella clinica e non si ricordava niente, né come fosse arrivato lì, né cosa fosse successo, né il suo nome. Soltanto ora che il sangue incominciava a riversarsi a fiotti sul pavimento si ricordò il suo nome. E che quella donna non era sua madre. Quando aveva aperto gli occhi dieci giorni prima, aveva trovato lei al suo capezzale, amorevole e piangente, ma Steve non l’aveva riconosciuta. Col senno di poi, era ovvio che non riconoscesse una donna mai vista prima, ma allora gli fu spiegato che l’esplosione di un palazzo l’aveva quasi ucciso, che era stato in coma per una settimana, che quella era sua madre e che lui si chiamava George. Balle. Tutte balle. Soltanto ora se ne rendeva perfettamente conto. Per dieci giorni gli hanno fatto il lavaggio del cervello, gli hanno messo in bocca parole che non aveva mai detto e gli avevano probabilmente somministrato farmaci per spappolargli le cellule cerebrali. Ora, però, si ricordava cosa era successo. La sua vita vera risaliva ad una ventina di giorni prima, quando in quel locale in cui un certo Victor l’aveva mandato per ritrovare sua sorella era stato morso. Sì: morso. Nella vita non capita con frequenza di venir morsicati; magari un pugno, uno schiaffo, un paio di calci, ma di morsi non se ne parla spesso. Morsicare è tutt’al più roba da donne, vendetta per il furto di un fidanzato, pareggio dei conti per un’infamia fatta circolare impunemente, alternativa a tirarsi i capelli, ma gli uomini preferiscono altri mezzi. Eppure quella sera Steve sentì inizialmente un pizzicore alla spalla, poi si rese conto del dolore crescente e, quando il male era ormai arrivato per intero al suo sistema nervoso, smise di connettere. Da quel momento in avanti è stato trattenuto in quella clinica che nulla aveva del vero ospedale; pareva piuttosto un laboratorio in cui si era scelto di non usare topi come cavie, ma di servirsi di esseri umani. Steve non aveva mai creduto in nulla di soprannaturale che si spingesse oltre la telepatia, considerando inoltre che l’unico potere telepatico che poteva accettare era quello che si dice intercorra tra gemelli omozigoti. Lui era un gemello omozigote e la sorella che quella sera stava cercando era proprio la stessa che per nove mesi aveva condiviso l’utero materno con lui. Da lì era nato un feeling particolare, un rapporto simbiotico che col tempo ha permesso ai due di comunicare senza aprire bocca, perfino senza trovarsi nello stesso luogo. Proprio servendosi di quella capacità, la sorella l’aveva in qualche modo contattato e, dal momento che non aveva semplicemente alzato la cornetta del telefono e composto il suo numero, si trovava certamente nei guai. Così Steve incominciò la sua ricerca disperata che lo condusse fino a Victor, un amico di un amico di un amico di un nemico di sua sorella. Victor gli diede un indirizzo e gli assicurò che l’avrebbe trovata lì; aggiunse una frase che agghiacciò Steve: «Non so se troverai proprio lei o solo il suo cadavere». Poi sparì. Steve non perse tempo e raggiunse il posto, scoprendo solo nell’istante in cui si ritrovò all’ingresso che si trattava di un locale dove con ogni probabilità non servivano tisane e le cameriere non erano del tutto vestite. Era certo che Janis non si sarebbe mai trovata invischiata in un ambiente del genere se non fosse stata costretta da qualcuno, quindi decise che il primo compito da portare a termine sarebbe stato uccidere quel qualcuno. Le uniche stranezze comportamentali di sua sorella erano state, negli ultimi tempi, certe fissazioni con mostri e vampiri, ma Steve era a conoscenza della sua passione per l’occulto e la fantascienza da un lato e dell’altro della sua fragilità psichica che da sempre l’aveva cacciata in guai dovuti alla facile influenza che chiunque dicesse cazzate con un briciolo di carisma convincente poteva avere su di lei. Era per questo che non si era preoccupato oltremodo sentendola blaterare di morti viventi e così via: credeva dipendesse dal nuovo fidanzato di turno che le farciva il cervello di storie assurde e di nozioni da giochi di ruolo. Anche una volta entrato in quel locale non si era minimamente preoccupato di eventuali svolte soprannaturali, neppure quando dal buio del Night Club dei denti aguzzi gli avevano divelto buona parte della carne sulla spalla. I vampiri non esistono, questo si ripeteva ancora nella clinica, ormai conscio di tutto ciò che era successo; credeva di essere preda di un manipolo di cannibali che lo volevano spolpare. Stava pensando proprio a questo, quando il primo colpo gli fece esplodere il cuore. Il secondo, invece, era stato pensato per decapitarlo, ma riuscì a spappolare soltanto una parte della testa, dovendo così passare il testimone al terzo sparo che disintegrò tutta la rimanente scatola cranica. «Cosa ha fatto?! Che cosa ha fatto?! È mio figlio!» La donna incominciò a gridare impazzita, gettandosi sui resti di quello che era il suo George. L’agente della polizia non si scompose alla vista del quadretto dolente e, senza tante remore, rispose secco: «Non era più suo figlio. Era necessario fare così, signora» La città era impazzita da diciassette giorni, invasa da cadaveri ambulanti che barcollavano come ubriachi in cerca di polpa umana. La madre di George si era salvata chiudendosi nella clinica in cui il figlio in coma era ricoverato; lo vegliò notte e giorno, anche perché era tutto ciò che le era rimasto, dal momento che sua figlia era stata divorata e che aveva a sua volta spellato il padre. Accanto a suo figlio si sentiva ancora protetta, viva e gioiva del fatto che un’esplosione l’avesse ridotto in quel modo, perché così si era potuto salvare da quei cannibali morti. Quello che non sospettava, però, era che sotto le ustioni che ricoprivano l’epidermide del figlio si celassero morsi ben più profondi di quelli che una fiamma potrebbe procurarti, eppure neppure i medici ci avevano fatto caso, imputando quel macello di carne alla sola esplosione. «Lei ha ucciso tutto ciò che mi era rimasto» Lo disse baciando le cervella del figlio e accarezzandogli i nervi scoperti come se avesse tra le braccia un bambino. Il poliziotto aveva già perso troppo tempo e doveva proseguire il giro di perlustrazione, ma, vista la situazione, non si ritrasse quando la donna gli si fece addosso: quella madre si meritava uno sfogo, doveva avere per un attimo un capro espiatorio contro cui inveire, così decise di restare in quella stanza ancora un momento. Purtroppo non si era reso conto che il sangue di cui la donna era ricoperta non era soltanto quello del figlio e nel trambusto non ebbe modo di accorgersi di quella ferita enorme da cui penzolava sfilacciata l’arteria femorale. Nel giro di poco, fu divorato
|
|||
|
LA MUSICA CHE STATE ASCOLTANDO E' LA COLONNA SONORA DEL FILM - PHENOMENA - TUTTI I DIRITTI RISERVATI - © degli autori
|
||||