SOGNI HORROR

 
   
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LA SCOGLIERA

 

 

Decido di chiamarla. D’altronde è o non è la mia migliore amica? Poco importa che non si sia fatta sentire per tutta l’estate.

Il telefono squilla varie volte, ma poi quando sto per riattaccare sento la sua voce.

- Pronto? –

La voce è piatta, priva di ogni tono, non gliela avevo mai sentita… cavolo, non la ritenevo capace di assumere un tale non-tono.

- Oi sono io… ti ricordi di me vero? Non ti sei fatta sentire per tutta l’estate!! –

Era in vacanza in Puglia insieme ai genitori, come ogni anno.

- Scusa… è che fra una cosa e l’altra… sai com’è no? –

Veramente no.

Comunque dico:

- Certo, non ti preoccupare. Allora come va? –

Un attimo di silenzio, mi sembra di sentire un sospiro.

Ma quando parla di nuovo la voce è di nuovo priva di ogni inflessione. Mi fa quasi paura, lei di solito così solare, così emotiva, così lei… mi sembra di parlare con una sconosciuta, non con la ragazza con cui sono cresciuto…

- Male, ecco come va. L’ho lasciato –

- Cazzo. Come mai? –

Non è di certo la prima volta. E non sarà l’ultima.

- Ero ritornata in città una settimana, così per fargli una sorpresa…

( Un pensiero maligno mi attraversa la mente: si fosse fatta sentire minimamente durante quella settimana… Fa piacere )

 la sera del primo giorno sono passata sotto casa sua: la macchina non c’era. Così pensando che fosse a cena fuori con gli amici sono andata a vedere nei suoi ristoranti preferiti. L’ho trovato al terzo tentativo: era a cena con una ragazza bruna. Parlavano, scherzavano, ridevano: erano in completa sintonia… Mi è sembrato di ricevere una pugnalata alla schiena, alla testa, al cuore, mi sentivo morire… avrei preferito vederli scopare… avrei potuto credere che avesse ceduto ad una tentazione occasionale… ma quella, credimi, non era una tentazione occasionale…-

Lo racconta con voce piatta, senza la minima inclinazione, come se snocciolasse le previsioni del tempo, o i risultati delle partite, e non il tradimento del ragazzo che amava, che amava ogni altra cosa, anteponendolo a tutti e a tutto…

- Dio… mi dispiace… e che hai fatto? –

- Ho fatto dietro front, quasi in trance. Sono tornata a casa, e poi in Puglia. Non ricordo niente del viaggio di ritorno… mi sembra di aver dormito, di aver agito come una sonnambula… -

Ma non era finita qui. Lo sento. Il momento cruciale deve ancora venire.

- Mi sono ritrovata sulla mia scogliera. La scogliera su cui mi rintano ogni volta che voglio sfuggire a tutto e a tutti. Quando voglio sfuggire alla cattiveria, alla tristezza, alla fottuta normalità di questo mondo. Là mi sento sicura, e padrona di me stessa, come da nessun’altra parte… forse perché nessun’altra parte è come quella scogliere.

Sembra presa da un film. E’ alta all’incirca cento metri, si staglia maestosa sul mare.

Quando mi risvegliai il mare era mosso, e si scagliava con tutta la sua forza contro la roccia, quasi a volerla spostare.

Ma adesso chiudi gli occhi voglio farti vedere… -

Resto un secondo a bocca aperta… “Chiudi gli occhi che voglio farti vedere”… che cavolo significa?

Chiudo gli occhi e lo scopro.

 

Marco si coprì il viso con il braccio, cercando di combattere il vento impietoso.

Era sopra la scogliera. La forza del vento è incredibile, quasi quanto la bellezza del paesaggio: l’erba corta è smossa dall’aria, il sole sta tramontando donando un non-so-chè di senza-tempo al luogo.

Francesca era al limitare della scogliera. Indossava un abito rosa confetto… Cristo, sembrava uscita da un film di pirati… sembrava una di quelle damigelle in pericolo.

Si girò verso Marco.

Il ragazzo si sentì gelare il sangue nelle vene, rizzare tutti i peli e peluncoli del suo corpo, il cuore saltare più di un battito. Insomma gli sembrò che il mondo smettesse di girare, che tutti i contrari entrassero in sintonia tra di loro. Entropia.

Era meravigliosa. La cosa più bella che aveva mai visto. Ma era appunto questo il problema: era una cosa, non Francesca, non la sua amica, non una persona, bensì una COSA.

Parlò. Ed anche la voce era un piacere per l’orecchio.

- Vedi Marco, io potrei fare un passo e tutto finirebbe. La sensazione di essere come una finestra che anche chiusa lascia passare l’aria. La sensazione che qualche essere dentro di me mangi con sadismo la mia anima. Tutto finirebbe. Tutto.

Sarebbe buio. Semplicemente buio. Meraviglioso, candido, anestetizzante buio. Per l’eternità –

Marco riuscì a parlare a fatica. Non poteva credere a quello che stava succedendo. Si rendeva conto che avveniva tutto nella sua mente, ma doveva impedirle di fare quel passo. Doveva impedirglielo assolutamente.

- No. Ti prego non farlo… -

- Perché non dovrei farlo? –

Marco fu messo all’angolo da quella logica.

Perché non avrebbe dovuto farlo? Risposte a questa domanda non ce n’erano. E se anche ci fossero state non vennero in mente al ragazzo.

Gli venne in mente una sola risposta. Una risposta così ridicola, così penosa, così patetica…

- Perché… perché è peccato… -

Francesca si voltò. Disse:

- Addio. Ti voglio bene. Amici per sempre ricordi? –

Fece un passo. Fece il passo.

Il ragazzo non ebbe nemmeno il tempo di urlare, di cadere in ginocchio, di disperarsi.

Non ne ebbe il tempo, perché il tempo si fermò.

Apparve.

LA  MORTE DOLCE LA  MORTE AMARA

la tunica del colore della pazzia

LA  MORTE PUNTUALE LA  MORTE SENZA TEMPO

la tunica intessuta con i fili delle Parche

LA  MORTE NORMALE LA MORTE BIZZARRA

il capo perso nel buio del dolore

LA MORTE AMOREVOLE LA  MORTE CRUDELE

la falce macchiata di sangue raggrumato

LA  MORTE LA  MORTE  LA  MORTE

Marco guardò la Morte.

La Morte guardò Marco.

Francesca era immobile, addormentata

morta

tra le braccia dell’Oscura Mietitrice.

Marco parlò. E la Morte ascoltò.

- Posala a terra e vattene –

La risata della Morte aleggiò sulla scogliera. Una risata il cui solo accenno avrebbe fatto impazzire chiunque, una cui sola nota avrebbe fatto desiderare la morte a chiunque. Una risata piena di dolore, piena di sangue, piena di orrore, piena di normalità.

- PERCHE’ DOVREI ?-

Questa volta Marco ebbe la risposta.

- Perché te lo chiedo. Perché te lo ordino –

Un uomo smunto il viso ridotto ad un mucchio di ossa con un po’ di pelle attorno la barba incolta gli occhi rossi e smorti e privi d’anima e d’intelletto il corpo sdraiato a terra come una bambola una siringa sul pavimento lercio del cesso

Marco si lasciò sfuggire un lamento. Cristo, che cazzo era quella visione?

- E’ LA  MIA  VICINANZA. E’ L’AURA CHE EMANO. CREDEVI  DI POTER PARLARE, GUARDARE LA MORTE COME SE NIENTE FOSSE? -

Lo credeva

Doveva assolutamente riaprire gli occhi, fuggire da quel mondo.

Doveva.

Ma non poteva lasciare Francesca in braccio alla Morte.

Realtà o non realtà.

- Ho detto di lasc

Una donna sdraiata nella vasca è contenta l’acqua è rossa colpa dei tagli che si è inferta il rasoio ancora macchiato di sangue fresco abbandonato sul bordo bianco della vasca un rivolo di sangue cola lungo la parete esterna

Cristo… - si sforzò – ugh… t’ho detto di lasciarla –

Ma ormai la sua voce stava perdendo quasi completamente ogni nota di autorità. Solo supplica.

- NO. NON POSSO. VATTENE

Nella Sua voce c’è una nota di amorevole cura materna. Il ragazzo ne rimase un attimo stupefatto, ma poi capì che non doveva meravigliarsene… d’altronde Lei è la Vera Madre no?

Ma non per questo si sarebbe presa Francesca.

- Ti prego… -

Una donna

Mamma

è seduta in auto completamente distrutta contro un palo della luce la testa oltre il parabrezza sfondato pezzi di vetro perforano il collo bianco ormai macchiato di sangue che cola dalla testa aperta che lascia intravedere il cervello.

- No. NO. NO. NOO! – Marco cadde in ginocchio – fottuta troia vattene. Vattene. VATTENE! E LASCIALA!! –

La Morte guardò Marco.

In ginocchio, la testa china, le mani appoggiate sui capelli.

Quando parlò c’era compassione nella sua voce.

- MI DISPIACE, MA NON POSSO. ORA  VATTENE. FUGGI. CI RIVEDREMO NON TEMERE. MA ORA  VATTENE. SCAPPA SENZA  VOLTARTI INDIETRO

Marco voleva andarsene, Dio se lo voleva. Lo desiderava con tutte le sue forze, con tutto il suo corpo, con tutte le sue molecole.

Ma non poteva. Non poteva andarsene e abbandonare Francesca.

Amici per sempre ricordi?

- Perché non puoi? Perc…

 Un uomo

Papà

è steso a terra una pozza di sangue sotto di lui la parte superiore destra della testa è completamente scoperchiata il cervello spunta in parte oltre i capelli

- BASTA. BASTA!!!!

bianchi ormai macchiati di rosso scarlatto sul viso un espressione di dolore il cappotto a pochi metri da lui appoggiato sopra vi è il portafoglio vuoto.

Marco era stremato.

Mamma.

Papà.

No. Era troppo. Basta.

- VATTENE. PERCHE’ TI STAI FACENDO QUESTO?

Il ragazzo alzò di un poco la testa.

Perché si stava facendo questo? Ogni cosa aveva un limite e lui lo aveva oltrepassato da molto questo limite.

Eppure sarebbe bastato poco perché tutto questo terminasse. Sarebbe bastato aprire gli occhi e tutto sarebbe finito.

La scogliera.

Il vento.

Il dolore.

Tutto.

Amici per sempre.

Anche Francesca sarebbe scomparsa, e questo non lo poteva permettere.

Alzò il viso e guardò negli occhi la Morte.

- AMICI

Un

PER

ragazzo

SEMPRE! –

è steso

NO.

NOOOOOOOOO

             

Davanti a me il muro color pesca della cucina, il telefonino appoggiato all’orecchio, la bottiglietta di Coca-cola appoggiata sul tavolo.

All’altro capo del telefono Francesca parla di nuovo:

- E beh… mi sono semplicemente buttata. Buio –

Solo ora mi accorgo che la sua voce sembra provenire da mondi di distanza.

 

 

 
 

 

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