SOGNI HORROR

 
   
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LE CORDE E LE SPADE

 

 

Le due dita si intingevano nel calice di cristallo, raccolto in una mano, sfiorandone appena il bordo, affondando con pigra voluttà nel liquido seminale, ancora caldo, raffinato con granuli di menta. Vi si trattenevano per brevi istanti, come a volersene imprimere, nella filigrana delle impronte, la memoria, e subito se ne sgusciavano, veloci, sospendendosi così, a mezz'aria, nella luce fioca che la luce di un candeliere seminava tutt'intorno. Quindi, appena in tempo ad evitare che l'unguento si raffreddasse oltre il debito, si reclinavano sul torace, racchiuso fra due sbuffi di seta bianca ricamati, e si chiudevano con cura sulle areole, di un rosso lampone, paonazze, tese, come due lame temprate nella brace.

La gola si tendeva tutta, così come ogni muscolo di quel corpo si inarcava, cercando di raggiungere l'estremo della sua traiettoria, di superarlo. Le chiome di un biondo quasi avorio si abbandonavano all'indietro, si scuotevano appena, ad un ritmo impercettibile, mentre l'unguento proseguiva il suo cammino circolare, prima su una e poi sull'altra areola, afferrandole e rilasciandole, come in una coreografia. 

La mano che tratteneva fra le sue dita il calice di cristallo, di tanto in tanto, senza apparente regolarità, si avvicinava al volto dell'uomo, alla sua carnagione pallida, agli zigomi alti, lucidi di sudore; ne sfiorava la linea del naso, scolpita come nel marmo, e ne appoggiava l'orlo alle labbra, dischiuse sulla chiostra dei denti, lasciandovi fluire appena poche gocce di quel liquido denso. Il pomo d'Adamo, allora, compiva un movimento minimo, giusto uno scarto, verso l'alto, e quindi ritornava indietro, segno di una deglutizione. Il disegno delle labbra, compresso poco prima come in un brivido, si rifaceva lento, disteso, allargandosi di poco, lasciando che il bianco niveo dello smalto si riflettesse, al lume della lampada.  

Era silenzio, sotto il soffitto a cassettoni, tra i velluti e le lenzuola di lino, nella torretta del castello, alterato solo dal frangersi del vento contro la muratura, contro le vetrate, da un grido di corvi, rauco, che giungeva, a tratti, come soffocato, dal di fuori.  

In un angolo del sotterraneo, legati i polsi con catene di ferro ad una delle colonne di pietra, una bava di sangue che gli macchiava il collo, il giovane Mircea respirava appena, gli occhi sbarrati e lucidi di pianto. Una camiciola di cotone grezzo gli arrivava poco sotto l'ombelico, non sufficiente a coprirgli il ventre. Le piante dei piedi toccavano a malapena il pavimento in terra battuta, fermati anch'essi alle caviglie contro la colonna, sempre con catene.

Accanto a lui, nel buio, ciascuno su un'altra colonna, allineati e distanziati di poco l'uno dall'altro, si distinguevano i profili di una decina di ragazzi, tutti legati polsi e piedi con catene robuste, strette. Anch'essi avevano le gambe nude, e così pure il ventre, incorniciato da riccioli folti, impudico. Le loro bocche, tinte di sangue, si aprivano, si richiudevano, lasciando intravedere un moncone di lingua, ricucito chirurgicamente, che si agitava debolmente. Da quelle bocche spalancate provenivano mugolii appena udibili, striduli, dilatati all'infinito, che cercavano di spingere oltre il possibile, di forzare, di farsi udire.

Allora, gli occhi di quei ragazzi si serravano, come per darsi forza, sembravano volessero rientrare all'interno delle cavità, farsi inghiottire, i volti si infiammavano, si congestionavano. Allora, nel tendersi della pelle, delle nervature, il doppio foro che avevano sul collo, proprio di lato, vicino alla scapola, si ingigantiva, si arrossava, il sangue riprendeva a fuoriuscire.

Un abbaiare di cani stava echeggiando, in lontananza, risuonava, attraverso le vetrate della torretta, si faceva sempre più vicino, frammisto a voci di uomini, alte, eccitate. Sembrava una battuta di caccia, in piena notte, giunta al suo culmine, la muta tenuta a freno, tenuta al laccio.

Il calice di cristallo venne allontanato da quel volto, dalle labbra, lasciato schiantarsi a terra, in mille schegge. Le mani strinsero a sé, quasi con febbre, i lembi di una vestaglia di seta bianca, vi serrarono le dita, a nascondere alla notte il pallore di quel corpo, nudo, accaldato. La vetrata venne dischiusa, con un gesto nervoso, sùbito, aprendosi sul viale del castello, sulle cancellate. 

Le fiaccole si agitavano, laggiù, nell'oscurità, illuminando di un rossastro acceso  i volti dei servi, le corde e le spade, le gole dei cani, lustre di bava, una nuova preda.

 
 

 

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