SOGNI HORROR

 
   
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LUCILLA FRANGIPANE

 

"Corri Sestio! Sbrigati! Dannazione, fai andare i cavalli!" Ero nervosa, quella era una fuga in piena regola. La carrozza sembrava volare sull’Appia, e i numerosi sbalzi mi tenevano all'erta: poteva arrivare la guarnigione dei Caetani da un momento all’altro. Risi amaramente: quella prigionia forzata che mi avevano imposto entro le mura di Roma non era solo una punizione. Era la loro eterna soddisfazione nei miei confronti per essere riusciti a togliermi l'unica cosa che ancora mi restava: la libertà. Come è sempre stato e sempre sarà, il potere è nelle mani di pochi esseri, amministrato senza nessuna equità e giustizia, e neanche dopo la morte è diverso.

Guardai le mie mani, così simili alle mani che una volta lavoravano sotto il sole; le portai alle labbra, calde per il recente pasto. Avrebbero ingannato chiunque, e nella taverna nessuno dei miei amici sospettava la mia vera natura: mangiavo con loro, bevevo con loro, e quando mi andava mi coricavo con loro. Dopotutto, se uccidiamo altri esseri umani, non vedo come possano esistere problemi di morale. Solo i bambini non devono essere uccisi.

Mai.

Uno scossone mi fece sobbalzare, riportandomi alla realtà. Le mura erano passate da un pezzo, quel tragitto era così penoso per me. Ricordi, troppi e dolorosi, si riaffacciavano ogni anno in quella stessa notte nella mia mente affranta, debilitandomi nel corpo e nello spirito. Era diverso in vita, ma ora, questa sospensione tra la vita e la morte avevo mi aveva donato un rispetto ancora più grande per ogni tipo di sofferenza. Forse chi tanto ha sofferto sopporta poco di rivivere i propri dolori, anche se in altre persone.

La campagna si fece più rada: stavamo per raggiungere il villaggio dove ero nata, più di cento anni fa. Villaggio…certo ormai di villaggio non si poteva più parlare, dopo l'orrendo rogo sfuggito al controllo del secolo scorso. Ormai restano ammassi carbonizzati, che nessuno, per timore o per ribrezzo, ha mai deciso di rimuovere. Un monumento di quell'ultima notte, quando la mia vita si arrestò per mai più riprendere a scorrere. I ricordi sono là, sotto le ceneri del palco delle esecuzioni, in quella terra che non ha visto crescere nuova erba.

La carrozza si fermò.

Mi affacciai.

Un albero bloccava il sentiero, e in quelle condizioni era impossibile continuare. Scesi guardandomi intorno. Sestio mi osservava estasiato, come sempre del resto; e non era solo il mio sangue ad operare questa devozione nei miei confronti. Mi amava, e più volte me ne aveva dato prova. Ma neanche i suoi occhi profondi potevano farmi superare quello che avevo passato, e l'unica cosa che potevo dargli era il mio "dono tenebroso"; glielo offrii per scherzo, sperando scappasse una volta visto chi era colei che diceva di amare. Ma con mia sorpresa accettò; voleva stare con me, nel bene e nel male, anche se ormai io non credevo più a nulla. Ovviamente non fui così folle da dannarlo per l'eternità come invece sono io, e ne feci solo il mio ghoul; se ne sarebbe potuto andare in ogni momento. E invece è ancora qui, dopo più di cinquant'anni.

"Non preoccuparti, ora ci penso io!"

Mi piaceva essere così "necessaria". Ero sempre stata un po' esibizionista, sia in vita, come attrice teatrale, sia in morte, come ballerina alla taverna: aiutata dai numerosi giochetti di "prestigio" che il mio sangue dannato mi permetteva. Ma non sempre essere al centro dell'attenzione porta vantaggi, ma questo lo scoprii col tempo.

La notte era completamente buia, senza luna, come quella famosa notte. Rabbrividii, ma cercai di concentrarmi su quello che stavo per fare. Era una cosa difficile e pericolosa, visti gli animali che stavo per richiamare; ci voleva qualcuno di molto forte per spostare quel tronco, e chi meglio degli orsi poteva farlo? Mi concentrai. Nei miei occhi chiusi si formarono le sagome dei plantigradi, e con tutta la forza della mia mente li chiamai, invocandoli con la volontà, sperando che qualcuno di loro fosse nelle vicinanze. Ero eccitata dal pericolo a cui andavo incontro, come se anche questa sfida mi permettesse di ascendere sempre un po' di più a quell'olimpo che agognavo. Sestio rabbrividì; in lontananza si sentirono dei rumori.

Stavano arrivando.

Erano enormi: mi fissavano con i loro piccoli occhi. Con tutta la forza della mia volontà, comandai loro di spostare il tronco; come burattini guidati da fili invisibili, eseguirono il mio comando. Poi scomparvero nel bosco, come dopo un tributo dovuto ad un essere superiore.

Risi abbracciando Sestio; lo baciai sul collo, mordendolo lievemente. Era la nostra breve estasi, intensa e fuggevole, proprio come l'amore umano.

Riprendemmo il viaggio. Ormai mancava poco.

Il sangue di Sestio mi bruciò nella gola, riportandomi a ben altri piaceri, a tutt'altra vita.

Il ricordo di Lucio mi riempì l'anima, e i suoi baci appassionati rivissero per un istante ancora nella mia mente. Un soffio di vento aveva rotto l'incanto, un soffio che aveva il sapore del suo addio.

Del suo ripudio.

Del suo abbandono.

Una perla rossa scivolò consumandosi sulla guancia, macchiandomi il corsetto celeste. Io…io gli avevo creduto. Avevo creduto che un nobile potesse sposare veramente un'attrice di strada come me; e invece, come sempre fa la nobiltà, voleva solo un giocattolo. Giusto il necessario per mettermi incinta, e poi, ormai prossima a perdere la mia attraente figura, per abbandonarmi, con la scusa di essergli stata infedele. Ma nessuno mi credette. Ero solo una donna, e il mondo non ci considerava neanche un alito di vento all'imbrunire.

Rimasi sola con il mio bambino. Dovevo lavorare per vivere, la mia compagnia teatrale era ormai lontana, e io non sapevo fare niente.

Rubai.

Per un lungo periodo rischiai la vita ogni ora del giorno e della notte. Poi feci la danzatrice in una locanda, quella che poi rilevai e che tuttora mi appartiene; mi fu facile fare innamorare di me il vecchio proprietario. Quel folle credeva veramente che lo amassi; poveri esseri umani, credono in tutto ciò che vedono. Comunque, quel poverino morì dopo poco: ed io erdeditai la locanda.

Più tardi, quando Settimio, mio figlio, aveva già qualche anno, seppi che il mio amato Lucio si era accasato con una nobildonna. Gli augurai ogni bene, per quel che poteva valere la parola di una donna non più innamorata.

Il viaggio stava per giungere al termine. In lontananza vidi la collina con i suoi ruderi sulla cima, come scheletri che tendono invano le loro mani a quel cielo indifferente che li ha rifiutati.

Istintivamente portai la mano al collo, sul medaglione col piccolo ritratto dipinto.

Il mio Settimio crebbe forte e bello: aveva i capelli neri come i miei, ma gli occhi erano di un insolito azzurro ghiaccio. Di tanto in tanto, soprattutto con la pioggia, si cospargevano di pagliuzze verdi, donando alla sua espressione il cupo fascino che era in me e che aveva fatto impazzire gli uomini. Era irrequieto, come tutti i bambini di otto anni; giocava spesso in mezzo alla strada, con ragazzi più grandi di lui e che, come ben sapevo, si guadagnavano da vivere in modo ambiguo, alterando l'altrui percezione dei propri averi: rubando, insomma.

Eravamo arrivati.

La scarsa illuminazione rendeva difficile a Sestio camminare attraverso quei ruderi, ma io, guidata dalla mia vista soprannaturale arrivai con velocità alla piccola lapide. Con le mani seguii il nome del mio amore scritto nella pietra, fredda ormai quanto le mie dita stesse.

Crollai.

Come ogni volta scoppiai in un pianto dirotto che mi squassava il cuore e l'anima.

Perché?

Perché quel giorno era andata così?

Perché avevo fatto quelle azioni?

Perché ero umana. E cieca.

Era arrivato il vescovo. Una visita importante, perché oltre all'ordine pubblico doveva riportare l'ortodossia in quella che un tempo era stata la capitale del mondo. Il seguito episcopale ovviamente si trascinava dietro una tale quantità di preziosi da far accorrere tutti i ladri del mondo, e in un certo senso così avvenne. Purtroppo gli amici di Settimio decisero di giocare a fare i grandi, e lo portarono con loro. Inutile dire che furono scoperti subito con le mani nei grossi scrigni del vescovo; solo che erano tutti più grandi di Settimio, e lui nella fuga rimase indietro. Fu catturato. Dissero che aveva in mano un crocefisso d'oro di grande valore, e che doveva essere punito non solo per il furto, ma cosa ancora più importante, per il sacrilegio.

Dio del cielo, se ci sei e mi ascolti, perché non hai fatto niente?

Era così importante per te quel gioiello, più importante di un tuo figlio?

Perché non l'hai salvato?

Era solo un bambino….

Quella sera stessa fu allestito il patibolo per i criminali da punire al cospetto di Dio: una delle forche era per il mio Settimio.

Le mie proteste furono vane, e per la seconda volta nella mia vita, nessuno volle ascoltarmi. Mi sentii come Maria di fronte al Figlio prima della crocifissione, totalmente impotente e terribilmente disperata. Settimio piangeva, continuava a chiamarmi. A strillare perché lo portassi via. Ma io non potei fare assolutamente nulla.

Era vicino a criminali e assassini, lui, un bambino di soli otto anni. Il vescovo non fece una piega, disgustato dalla plebaglia, come ci definì con disprezzo. Vedendo mio figlio si fece il segno della croce, stupito di come Satana si fosse impossessato anche di un bambino in questi luoghi abbandonati da Dio.

Lo impiccarono come una bestia.

Crollai a terra piangendo mentre si levavano gli inni al Signore per redimere quei senza Dio appena morti. La luce del giorno era svanita da tempo.

Fu allora che un uomo mi porse la mano. Mi resi conto solo dopo che era fredda, al momento non ci badai.

"Lucilla, sono così dispiaciuto" sussurrò con sorriso sulle labbra.

"Vorresti vendicarti?" aggiunse.

Pensai fosse un sogno.

Annuii.

Sapevo che avrei vissuto solo per quello ormai.

Si attaccò violentemente al mio collo, con quello che poteva essere scambiato come un lungo bacio appassionato. Ipnotizzata lo morsi anch'io mentre avvenne la mia morte e la mia resurrezione. Quando alzai lo sguardo su di lui, lo vidi con i miei nuovi occhi di vampiro.

"Aiutami a distruggere questi patetici ministri di Dio, ed avrai la tua vendetta".

Il volto di angelo demoniaco.

Era affascinante.

"Credo che dovremo riscaldarci, tu che dici?" sorrise maliziosamente, tenendomi a braccetto come le dame della nobiltà.

Non appena finì la frase, un rogo divampò dalla base del patibolo. ; la gente non fece neanche in tempo a capire quello che accadeva, che già fuggiva da quelle fiamme. Era strano, perché io capivo che era solo un'illusione; Claudio, così si chiamava si diresse un granaio ove appiccò un fuoco vero che si propagò ad una velocità impressionante.

Il vescovo cominciò un esorcismo, pensando si trattasse di un maleficio operato da chissà quali stregoni.

Balzai sul palco in mezzo alle fiamme, mi avvicinai e guardai dritto negli occhi quel lupo vestito da agnello; come se servisse, cominciò a scacciarmi come se fossi un demone, o una strega uscita da un incubo.

Gli presi la testa tra le mani e la girai di scatto, provocando un rumore secco.

Il fuoco vero aveva ormai bruciato tutto ne uscimmo indenni solo Claudio ed io.  La vendetta era compiuta.

Claudio se ne andò dopo pochi giorni, libero come l'aria che lo aveva condotto da me, e soddisfatto per quello che aveva scatenato: il vescovo massacrato era un ghoul del principe di Roma, Mitra, verso il quale non nutriva una grande simpatia.

La tomba mi guardava muta e i miei ricordi svanivano..

Mi alzai distrutta come sempre, quando ogni anno ripercorro con la memoria la mia via crucis.

Mi girai verso Sestio: era in silenzio e rispettosamente lontano.

"Andiamo, tra poco sarà l'alba, il mio sangue lo sente. Torniamo a casa."

Così dicendo mi avvicinai a lui; dolcemente egli aprì il suo mantello, per accogliermi e confortarmi. Forse un giorno mi fiderò, e Sestio sarà il mio nuovo compagno che non mi abbandonerà mai, e sarà anche il mio nuovo figlio che nessuno potrà mai portarmi via.

 

 
 

 

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