SOGNI HORROR

 
   
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MARMOR NIVEO

 

Quel corpo giaceva nel fango, umido, freddo e immoto. Buia era quella cavità, quell’antro tra le radici secche, ai margini dell’abitato. Da una fessura nel corpo secco del salice filtrava una spillatura di luce, un tremulo raggio bianco, intenso, lineare quasi affilato come una lama, argentea, lunare. Unico tocco di colore erano le sue unghie ricurve, tinte, color cremisi, adagiate sul petto, ferme, rigide e rinsecchite come la stessa materia legnosa dell’albero, come se il corpo e l’albero fossero morfologicamente simili, uniti da uno stesso destino e dalla comune tomba.

La pelle era burrosa come cera, sfatta e amorfa come una candela sciolta, bruciata e asfissiata.

Ogni cosa informe era nascosta, celata da un ceruleo sudario, calato come su una tavola troppo lunga, gobbe scomposte emergevano al posto degli occhi come colline spinte da una qualche forza tellurica. Comparivano grigi capelli, scompigliati, secchi come paglia, lunghi, aggrovigliati e dimenticati. Piedi troppo grandi per essere umani, erano sospesi nel vuoto dell’antro, che proseguiva al di sotto in forma di tunnel, una lunga e stretta galleria diretta nel sottosuolo, scavata con precisione, progettata proprio per quel luogo, quella soglia, quel limbo, quell’anticamera infernale a contatto con il mondo esterno… si il mondo esterno, la superficie fatta di luce e aria fresca, odorosa di aghi di pino, umida di rugiada e resina. Aria notturna carica dell’odore del mare e dei suoni della notte, richiami d’animali, voli di rapaci, artigli d’acciaio serrati attorno alle prede e vittime, lecite carneficine in nome della sopravvivenza, consumate al chiaro di luna.

Quel corpo un tempo possedeva un nome, quel corpo un tempo respirava la stessa aria e viveva di quell’aria, inspirava e quasi si nutriva di tutta quella libertà, di quella vita, perversa, malefica, diabolica, oscura ma pur sempre vita.

Sorse la luna, enorme nel suo perigeo di fine aprile, cullata come un vascello in mezzo al mare, tranquilla nel suo viaggio boreale, nel piccolo rettangolo di cielo steso sopra Livorno.

La spillatura di luce si fece più intensa su quelle unghie lucide e uncinate come un becco pungente, dirette verso il cuore inerte come pietra….e all’improvviso si mosse, scosso come da scariche di corrente, le dita presero a stringere e a contrarsi come a voler scavare e cavarsi il cuore, se ancora vi era un cuore. E la bocca si schiuse quasi a voler inspirare ed una voragine si aprì nel sudario blu, risucchiata da quella bocca che avida voleva vivere ancora…e poi espirò con forza, la voragine venne soffiata via insieme a quell’alito fetido misto a polveri e terra secca….il sudario cadde scoprendo quella cosa, che di nuovo inspirava ed espirava sempre più velocemente e convulsamente. Orribile era il suo viso, e quella bocca che bramava ossigeno, quell’apertura secca. Il naso era solo una piccola appendice, mentre i suoi occhi erano imprigionati sotto alle palpebre gonfie e cucite…la cecità infertagli da altrui mano, il non poter aprire gli occhi gli provocò delle scosse di rabbia e paura, atteggiò la bocca come ad urlare ma nessun suono ne uscì, solo gorgoglii e rantoli, era muto, reso afono da coloro che l’avevano reso cieco. Toccò con le dita uncinate gli occhi senza capire, senza memoria e poi si rannicchiò, tirò a sé le lunghe gambe e si mise seduto, sconvolto da vertigini, tastando il terreno su cui sedeva alla ricerca di una risposta. Le radici secche del salice gli graffiavano il capo e la luce ora gli illuminava il volto rivelando ogni dettaglio di quel viso. Non era completamente cieco, dall’occhio sinistro riusciva ancora a vedere da uno spiraglio tra le cuciture delle palpebre. La luce lo infastidiva, l’occhio gli doleva, ma era il suo unico contatto con la realtà di quel luogo. Chi era stato? L’unico suo ricordo era una bianca mano, candida come neve, pallida e fredda come solo la morte può esserlo. Allungò le mani nel fango, nuovamente spingendosi lontano dal suo giaciglio sino a percepire un leggero declivio, si avvicinò con la faccia a terra, sino al bordo del tunnel sotterraneo, un buco nero come pece, un piccolo baratro che lo attraeva inspiegabilmente. Chino come un animale cercava di capire se vi fosse una via d’uscita da quella prigione. Largo poco più di un metro di diametro, spirava da esso un lieve alito più fresco, come se una tremula corrente d’aria provenisse da un’apertura posta in basso e fosse risucchiata verso l’alto. Vi si gettò dentro, incurante di ciò che poteva esservi, dell’abisso nero, del dolore, della morte. Vi si gettò perché voleva morire, nuovamente. Perché voleva fuggire dalla luce.

Cadde e cadde per un tempo lunghissimo ed indefinibile e per tutto quel tempo gli mancò il respiro, catturato, rapito da quel suo gravitare.Eppure il tunnel sembrava essere senza pareti, non urtò contro alcun genere di roccia, sino all’impatto finale, ultimo.  E d’improvviso la luce, accecante, fredda, glaciale, una luce inesorabile, che consumava i contorni di ogni cosa che fosse in quello spazio. L’essere ne era ugualmente dilaniato, non solo nel corpo ma anche nello spirito.

Ricordava quel luogo, era lo stesso in cui si trovava sempre dopo essersi risvegliato, era la prefazione all’ennesimo nuovo inizio della sua diabolica vita. Ricordava tutto del buco nero e delle innumerevoli soglie attraversate nelle sue vite precedenti. Ricordava tutto, tutto ciò che un comune mortale avrebbe voluto cancellare, che avrebbe potuto distruggere solo morendo. Lui non poteva, a lui era negata la possibilità di cancellare che era un assassino, che il suo istinto era più forte della sua volontà e lo spingeva voracemente ad uccidere, a cercare, a desiderare irrimediabilmente il sangue. Il sangue stesso lo chiamava e lo rendeva pazzo. Come un’amante lo corteggiava, per poi appropriarsene  voracemente. Egli rinasceva già adulto e consapevole. Egli era un vampiro, maledetto e immortale. Ad ogni sua sconfitta, l’uomo aveva creduto di averlo ucciso, semplicemente dilaniandolo, pugnalandolo con essenze di legno ogni volta diverse, bruciandolo, rendendolo cieco, afono, talvolta monco o sciancato. Ma tutto ciò non bastava, e non era mai bastato, ogni arma era vana, anche le più moderne e veloci, anche le più distruttive.

Si risvegliava in una cavità sotterranea in uno stato di incoscienza, con tutte le menomazioni infertegli e poi, inevitabilmente varcava la soglia. Per pochi attimi la sua anima era pulita, come quella di un nascituro, inconsapevole, e inorridita dal male che altri gli avevano inferto.

Poi la luce gli si apriva innanzi come una porta verso la verità ed egli sapeva di essere ritornato nuovamente, più potente di prima, più vorace e maligno che mai.

La luce destava la sua memoria e i suoi occhi tornavano a vedere in quello splendore abbagliante.

Si trovava in una sala scintillante quadrata, senza finestre ne porte, senza mobili, nulla che potesse squilibrare quella purezza cubica. Si rialzava da quel pavimento ed improvvisamente ricadeva sul soffitto. La gravità era sconvolta in continuazione perché qualcuno voleva che lui rimanesse disteso, nella luce, semplicemente in attesa.

Ed in quello stato si osservò le mani tornate giovani, si toccò il viso e cercò di vedersi riflesso sulla superficie lucida di quel pavimento….ed improvvisamente quella superficie si increspò come acqua lasciando che lui potesse di nuovo riconoscersi. Lunghi capelli corvini lo coprivano come una veste, nudo, agli inizi della sua ennesima vita. Coprivano la sua pelle bianca senza cicatrici. Allungò la mano verso lo specchio marmoreo, sino ad attraversare tutte quelle increspature, e poi ritrasse la mano asciutta e intatta. Occhi grandi enormi, profondi, neri come tenebre, in un viso magro, nervoso, era di nuovo se stesso. E rise, rise a lungo, e la sua voce divenne un eco tra quelle bianche pareti, un eco che si smorzava velocemente, come assorbito, divorato da quello spazio irreale.

Poi iniziò a sentire un suono lontano, armonico, ripetitivo, ipnotico. Sempre più intenso.

Lui aveva di nuovo fame. Quella musica era dentro di lui. Dapprima pura e perfetta si era mutata in dissonante, asimmetrica. Urlò, perché desiderava nuovamente. Urlò e poi rise nuovamente.

E lei arrivò.

Lei, la sola e l’unica, la prima vittima.

Lei, bellissima, bianca come la neve, varcava una delle pareti come fosse una soglia e camminava su quel marmo come fosse acqua, marmo increspato. Gli si avvicinò tendendogli le bianche mani e lo aiutò ad alzarsi. Gli accarezzò gli occhi e poi gli parlò. La sua voce era la stessa musica che aveva udito poco prima, ma molto più dolce. Quella musica lo avvolse e lo stordì.

Lui le baciò le bianche mani e poi i polsi, il collo…si trovò inebriato dal suo profumo, quel profumo che aveva assaporato tante volte, un profumo caldo, ferreo, vivo, fluido e pulsante come il sangue che scorre. Ne era ubriaco, pazzo, ebbro.

Ed in quello stato di completo stravolgimento di sensi aprì gli occhi.

La fanciulla era svanita, ma la superficie di marmo increspata era rosso sangue.

Dal soffitto iniziò a piovere una purpurea pioggia ed anche le pareti di fecero rosse, venose.

Iniziò a correre con una nuova vita che gli pulsava in corpo, e varcò una delle pareti.

Fu come passare sotto una fresca cascata che lo ridestò nuovamente. Una purpurea cascata da un lato, una cristallina cascata dall’altro, in un bosco nuovo, in una vita nuova…. In una città nuova… la tua…. Ancora ed ancora.

 
 

 

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