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SOGNI HORROR |
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PARTY IN PISCINA
Erano ormai quattro giorni che le condizioni della paziente non facevano che peggiorare: i medici non riuscivano in alcun modo ad abbassarle la febbre e ormai passava più tempo stordita dagli antibiotici che sveglia. Fino al giorno in cui le era stato diagnosticata quella terribile malattia, la sua vita era sempre proceduta normalmente: a scuola bene, spesso fuori con le amiche a fare shopping, a girare per il centro senza posa e poi la sera in discoteca o al pub, a ballare per risvegliare con i propri sensuali movimenti gli istinti dei maschietti, forse un po’ troppo grandi per loro. Tutto sommato una vita normale: qualche scappatella ogni tanto ma nulla di irreparabile, nessun problema a casa, a parte qualche occasionale litigio con la mamma per poter tornare più tardi o per qualche lavoretto di casa non fatto. Il padre era più una figura immaginaria che reale: una sorta di babbo natale che porta i doni dodici volte l’anno, nel periodo in cui lui aveva l’affidamento. Ma a lei andava anche bene così. Eppure, era da un po’ di tempo che le faceva sempre male il petto quando tornava a casa, inizialmente cercava di non farci caso, ma ben presto sentì che il dolore cominciava a ripresentarsi un po’ troppo spesso e a metterci sempre più tempo ad andarsene. Tumore maligno al seno. Un nodulo non più grande di una arachide l’aveva condannata. I medici fin da subito si erano dimostrati scettici: il male era in stato troppo avanzato e a questo punto, benché non si fossero risparmiati nessuno sforzo, era più che una questione di quando che di se. Sera del 21 maggio. I medici le avevano iniettato il solito cocktail di medicinali e la avevano attaccata ad una flebo. Ormai viveva in uno stato di quasi perenne dormiveglia, e nei momenti di maggiore lucidità non poteva comunque abbandonare il suo letto. Le visite dei genitori erano abbastanza frequenti, quelle di amici e amiche invece si erano sempre più diradate con il passare del tempo. Non che se ne potesse accorgere, ormai. Mattina del 22 maggio. lei si alzò dal suo letto, puntellandosi con le mani, mettendosi seduta. Si guardò intorno, cercando di mettere a fuoco la stanza intorno a sé: mura bianche, il comodino ricoperto di fiori un po’ appassiti e la finestra, da cui splendeva un sole radioso e luminoso, un po’ coperto da leggere nubi bianche. Indecisa sul da farsi, decise di stendersi per un po’ per aspettare che qualcuno venisse, ma si stancò quasi subito di questa decisione: era rimasta stesa a fare nulla per oltre una settimana, e se c’era una cosa che voleva ora era lasciare quello stupido letto. Decise di mettersi seduta con le gambe a penzoloni, e schiacciò il pulsante per chiamare l’infermiere.
I medici dicevano che c’era dell’incredibile in tutto ciò, le avevano proposto di restare, per osservarla, studiarla: il tumore era andato in regressione da solo ed era velocemente sparito, a dispetto della lentezza e metodicità con cui aveva avvelenato il corpo della ragazza negli anni precedenti. Lei non ne volle sapere. Forse in futuro, ma ora no. Si era salvata e voleva tornare alla propria vita di tutti i giorni, dimenticarsi dell’accaduto il prima possibile, tornare a scuola, alle sue amiche, al suo ragazzo.
Era la mattina di martedì 1° Giugno. Lei si svegliò alle sei di mattina, si preparò con cura, si vestì, raccolse le sue cose e, dopo una fugace colazione, scappò eccitata in strada: stava andando a scuola: si sentiva come se questo fosse stato il suo primo giorno, ed in effetti in un certo senso lo era: nonostante il ricovero aveva ancora qualche giorno di margine per non perdere l’anno, e mettendocisi di impegno sarebbe potuta riuscire a colmare il solco nel programma tra sé e i suoi compagni. Nonostante il mese fosse estivo, la mattina era ancora fredda, e lei aveva indossato sopra la attillata maglietta di Armani un piccolo golf rosso per non congelarsi nel tragitto tra casa e scuola. Lungo la strada incontrò alcuni dei suoi compagni, che la erano venuta a trovare in ospedale, e alcuni anche a casa, saputo della miracolosa guarigione: Marta, Anna, Michele, Mario e Sandra. Li salutò e si diresse verso di loro. Si scambiò alcuni convenevoli, e presto la discussione volse a questioni decisamente pratiche: la ragazza aveva già in mente un programma da rispettare per non perdere l’anno e aveva bisogno di raccogliere informazioni per vedere se andava ritoccato o no in qualche modo. A lezione i professori furono magnanimi con lei, spiegandole per bene ciò che non capiva, e aiutandola a sistemare il suo programma di lavoro. Nell’intervallo scoprì che il suo ragazzo, dandola per spacciata, si era messo con un’altra, ma la cosa non la scalfì nemmeno: dopo il calvario che aveva passato l’atto meschino del liceale era solo un altro segno della sua rinascita: via il vecchio, dentro il nuovo. Scoprì inoltre, con sua somma gioia, che nel week end ci sarebbe stata la festa di compleanno di Michele, e che lei ovviamente era invitata. Arrivata a casa, depositò lo zaino sul letto e si recò in cucina, per mettere a bollire l’acqua della pasta. Sua madre non era in casa, quindi preparò circa cinquanta grammi di spaghetti e tirò fuori il sugo dal frigo. Non aveva quasi per nulla fame, ma la avevano avvertita che i medicinali potevano fare questo effetto, e che lei doveva sforzarsi di mangiare un poco. Mentre l’acqua bolliva, apparecchiò per se con la tovaglietta, e si diresse in camera per cambiarsi. Fu un attimo, una figura sfuggente quando passò per il corridoio. Si fermò trasalendo, con stupore, e indietreggiò un poco. Si guardò davanti allo specchio del corridoio. La sua pelle era di un pallore mortale, la carne era tesa sulle guance, le braccia erano ossute, i capelli un po’ secchi e scomposti e il ventre, forse un tempo un po’ in carne, era ora una sorta di sacco sgonfio appeso per la pelle tirata che ricopriva come un guanto il suo sterno. Urlò di orrore, e corse davanti ad un altro specchio, mentre si guardava mani e piedi con orrore: anche lo specchio del bagno restituì il medesimo verdetto. Afferrò con forza i bordi del lavandino davanti a sé: che era successo? Che orrore! Come era possibile che si fosse trasformata in quella… cosa? Com’era possibile che a scuola non se ne fosse accorto nessuno? Si guardò intorno terrorizzata e voleva con tutte le sue energie che lacrime le scendessero lungo le gote, ma si sentiva gli occhi secchi, e una rapida occhiata allo specchio le mostrò che le sue orbite scavate ospitavano due vuote polle dall’aspetto malsano. L’acqua sul fuoco emise un sonoro borbottio.
Afferrò con decisione il suo beauty case, e ne rovesciò il contenuto sul pavimento del bagno. Troppo poco. Ma era un inizio. Sarebbe bastato fino al negozio, per prendere poi altro.
Sera di sabato 5 giugno e finora il trucco aveva funzionato: a scuola la sua pelle, opportunamente celata con fondotinta e colori acrilici, era passata per un po’ di pallore dovuto al ricovero. Le lenti a contatto avevano restituito lucentezza e vita ai suoi occhi vacui; una forte tinta dorata copriva il grigiore dei suoi capelli e una combinazione di stracci e vestiti scelti accuratamente trasformavano il suo ributtante ventre in una misura di vita sogno delle migliori modelle professioniste. Era la festa in piscina di Michele, ed era stata invitata tutta la classe. Aveva pensato a lungo se parteciparvi o no: certo il buon senso e la sua attuale condizione le suggerivano di no, ma non aveva senso rimanere per sempre rintanata in casa. in un certo qual modo incredibile, era ancora viva: si muoveva, mangiava –salvo poi vomitare tutto per evitare di gonfiare a dismisura quel sacco inerte del suo stomaco-, dormiva e andava a scuola come tutti i ragazzi normali. Il piano era buono, sarebbe bastato mantenere un profilo basso, e avrebbe potuto comunque divertirsi con i suoi vecchi amici. Sarebbe stata una specie di “prova del fuoco” del suo travestimento. Durante il party, ballò e bevve: si concesse qualche salatino e stuzzichino, pur non potendone gustare il sapore, e passò la maggior parte del tempo a parlare vagando per il giardino con le sue amiche di sempre, adducendo alla poca attività la stanchezza per lo studio e i postumi dell’operazione. Ad un certo punto però, mentre stavano passeggiando in prossimità del bordo della piscina, un ragazzo di 3° B, decisamente brillo, prese la rincorsa per fare un tuffo, lasciando dietro di sé una scia di indumenti levati alla rinfusa tra le risate generali. Incespicò, si sfilò un calzino, ondeggiò e sbandò quando era sul bordo, travolgendo nel tuffo lei e le sue amiche. Lei se ne accorse quando ormai era in volo sopra l’acqua, e la forza di gravità stava facendo il suo lavoro a dovere. Mentre l’acqua (fredda? Calda? Non sentiva nulla) si richiudeva sopra di lei, un orribile pensiero le passò per la mente: l’acqua avrebbe completamente sciolto il colore, avrebbe reso i vestiti fradici e aderenti: la avrebbe, insomma, rivelata per quello che era davanti alla sua classe. Cosa poteva fare? Vedeva intorno a sé le sue amiche che si dimenavano per emergere, mentre con la coda dell’occhio poteva vedere la sottile scia di colore che le abbandonava la pelle. Con rassegnazione, ammise a sé stessa che non c’era nulla da fare: era stata una stupidaggine l’idea di venire alla festa, e ancora più stupida l’idea di passeggiare sul bordo. Come poteva essere stata così stupida? Ormai le frittata era fatta, tutto il travestimento era saltato, e una volta riemersa, avrebbe suscitato panico e orrore in quelle che una volta erano le sue amiche. Non c’era più nulla da fare. E comunque, pensò con un sorriso amaro, realisticamente quanto sarebbe potuta durare quella mascherata? Emerse in un alone del colore rosa carne che le tingeva la pelle, a occhi bassi, aspettandosi da un momento all’altro le urla. Il suono che la accolse fu quello degli stereo a tutto volume, che spargevano musica per tutto il quartiere, i suoi compagni ridevano di gusto, e vedeva delle mani protendersi, per aiutarla ad emergere. Era questione di tempo, presto si sarebbero resi conto di cos’era. “Che fai? Vuoi continuare a stare mollo ancora per molto?” sentì una voce sopra di lei: apparteneva al proprietario di una delle mani. Com’era possibile? Nessuno si era spaventato? Nessuno si era stupito? Forse per una qualche inspiegabile ragione nonostante tutto aveva conservato un aspetto umano? Guardò verso la faccia di quello che aveva parlato, e afferrò il suo braccio, per emergere. Incredula, si guardò le mani: erano innegabilmente ossute e bianche come quelle di un cadavere, l’acqua della piscina aveva reso i vestiti una fascia aderente, che le metteva in risalto i fianchi senza un filo di carne appesa, il ventre tirato e il fisico cascante. Sui polpastrelli delle dita però c’erano dei segni: come delle sbavature di colore. Guardò meglio. Sembrava proprio della vernice di qualche genere, di color carne. Ma non era la sua: no, la sua era di un colore più scuro, questa era molto chiara, come se avesse dovuto simulare la pelle di un nordico, come un inglese o uno scandinavo. Si girò verso colui che la aveva aiutata e gli afferrò il braccio: la sua pelle era dello stesso colore, e sul polso il colore era andato tutto via, come se qualcuno avesse strofinato via il colore con uno straccio. Si guardò intorno, e fu come se un velo le fosse caduto da davanti gli occhi. Tutti quelli che erano alla festa erano nelle sue stesse condizioni: guardò bene i loro vestiti, la loro postura, le loro carni! Le sue amiche, appena riemerse, sembravano degli zombi in procinto di disintegrarsi, le ossa cascanti appese per pochi tendini marci, sui quali il leggero vento estivo soffiava, producendo un rumore di cigolio. La festa proseguì fino alle prime luci dell’alba.
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