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SOGNI HORROR |
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SAGOME NEL BUIO
Una notte passata allo sbando. Il sole stava per spuntare e lui aveva finalmente concesso un po’ di riposo al suo corpo. Set aveva tirato fino a tardi, il venerdì universitario doveva essere speciale, bevuto tutto d’un sorso come una tequila bum bum. La casa era finalmente scesa nel silenzio, madre e padre diretti ai rispettivi lavori e sorellina a scuola. Non riuscì a capire se a svegliarsi fu prima il mal di testa o i suoi occhi. Il buio era ancora suo alleato, la camera quietava nella più assoluta oscurità. Fu un movimento veloce quello che lo portò ad abbandonare il cuscino, troppo veloce, se uno spillo gli avesse punzecchiato il cervello avrebbe sentito meno dolore. Portò le mani alla testa, scompigliando le sue ciocche ribelli. Rimettersi a dormire era fuori discussione, diede uno sguardo fugace all’orologio a forma di clown, mancava qualche minuto alle 11.00. Si sentì un vampiro quando la luce della cucina invase il suo mattino, fece quasi male agli occhi, fu come andare incontro a qualcosa di innaturale. Una forte nausea imperversava come da copione. Fortuna che non c’è la mamma, pensò Set non appena ebbe finito di buttare l’anima nel bagno. Era un motore ingolfato, tornato in camere tradì il buio alleato spalancando la finestra. La luce si cibò avaramente delle tenebre, fino a divorarle del tutto. Diede un colpetto al pulsante del computer, partì rumorosamente. Con lo sguardo ancora appannato fissava lo schermo nell’attesa che lo sfondo desktop comparisse magicamente. Il sole splendeva forte e nella sua testa scorrevano veloci le immagini della nottata passata tra alcool e donne. Set piaceva. Le ragazze adoravano i suoi occhi azzurri, i suoi riccioli neri, il suo fisico asciutto e snello. Lui aveva fascino, lui lo sapeva e lui sfruttava le sue carte nel migliore dei modi. Telefonino spento, non aveva voglia di leggere il messaggio della futura scaricata di turno. Mano sul mouse, accesso ad internet. Diede una veloce occhiata alle sue caselle di posta elettronica. Piene zeppe di messaggi, li avrebbe letti successivamente. Un salto sul sito di cinema per vedere le ultime uscite. Bazzicando su google qualcosa lo distrasse, un piccolo manifesto nell’angolo sinistro dello schermo, un messaggio pubblicitario. Ci credete ai fantasmi? Cliccate qui, e con pochi soldi potrete entrare in possesso di un quadro vivente! Un sorriso appena accennato si fece spazio sul suo viso. Non pensò nemmeno per un istante di cliccare, ma lo fece. Quasi contro la sua volontà, la curiosità lo stava divorando. Il click del mouse risuonò nella stanza come amplificato mille volte. Lo schermo nero. Una pagina web si aprì, nulla di spettacolare, un normalissimo sito. Un certo signor Hill possedeva un quadro che aveva cercato di smistare in cento modi senza mai riuscirci. Ora lo aveva messo in vendita su internet sperando di liberasene per sempre. C’era una breve dichiarazione del suddetto signore. “Questo non è un gioco… io posseggo tantissimo oggetti strani, occulti… ma il quadro va contro ogni cognizione di controllo! Si anima, strane figure girovagano per la mia casa cercando di farmi perdere il lume della ragione! Il prezzo e di 300 dollari più le spese di spedizione. Ripeto, non è un gioco, chiunque ne entri in possesso stia molto attento!” Set fece leva sulla rotellina del mouse per scorrere la pagina. C’era una foto del quadro in vendita, una foto di pessima fattura. Era stato sempre appassionato di film horror e di misteri, tanto da passare le notti di Halloween nel cimitero di svariate città. Non posso comprarlo, si disse. Ma scrisse l’indirizzo e-mail del rivenditore su un foglio. Le grida del telefono lo distrassero. “Pronto?” “Sei sveglio bello?” Era Miky, la sua spalla di notti brave. “Sveglio e attivo!” “Appena svegliato?” “Da poco, giusto il tempo di vomitare!” “Successo anche a me… genitori in casa?” “No… fortunatamente no, altrimenti sai che ramanzina!” Qualche secondo di pausa. “Nel pomeriggio c’è il corso di psicologia… lo seguiamo?” Chiese Miky. “Si può fare… passo alle 15. 30, suono il clacson!” “Ok… a più tardi!” “Ciao!” Il corso era stato di una noia mortale, tanto che Set aveva passato tutto il tempo a guardare il sedere della ragazza dinnanzi a lui. Aveva promesso ai genitori che la cena sarebbe stata una tavola e una famiglia al completo. Salutò il gruppo e rincasò. “Non ci credo… mio figlio a casa per le 19.00” Set rispose con un timido sorriso, un bacio in fronte alla piccola Susy e di corsa veloce in camera. Porta chiusa a chiave e sigaretta accesa. Il primo tiro fu una soddisfazione. Il computer era acceso, rimasto attivo tutto il pomeriggio ad eseguire la deframmentazione. Set si accomodò distrattamente. Lo sguardo vagava per la stanza alla ricerca di un’occupazione sino alla fine della sigaretta. Si accorse di qualcosa, un pezzettino di carta con la sua scrittura, un nome, signor Hill, poi tutto fu chiaro, il sito, il quadro, ora ricordava. “Set, è pronto!” Una vocina deliziosa lo aveva avvisato da dietro la porta chiusa. “Si… scendo subito!” Due tiri alla morte del bastoncino di tabacco. Ma si, disse. Veloce, aprì il sito del quadro, aprendo automaticamente un’altra pagina per la sua casella di posta elettronica. Copia e incolla con l’e-mail del venditore. Caro signor Hill tra qualche istante verserò i soldi sul suo conto tramite bonifico bancario, spero che il prezzo valga la spesa, aspetto con impazienza! A presto Set Gordon! P.S. Il mio indirizzo è Bondey Street n. 12, Castel Island Qualche attimo di esitazione. Schiacciò il tasto invia. Notifica, e-mail inviata. Veloce sul sito della sua banca, coordinate bancarie inserite, bonifico effettuato a nome di William Hill. Sigaretta nel water e giù di corsa a mangiare e già sentiva l’odore del pollo con le patate e ancora non sapeva perché aveva comprato il quadro e aveva fatto tutto così in fretta, quasi d’istinto, quasi senza pensare, ma in fondo cosa poteva succedere? Una storia da raccontare agli amici, un modo per spaventare qualche ragazza. Set aprì gli occhi per qualche secondo, domenica mattina, tutto il tempo per dormire e oziare e dimenticare libri e corsi. Una voce lo incitò a scendere dal fondo delle scale, ecco cosa l’aveva svegliato. Il padre continuava imperterrito a urlare il suo nome. Uno sguardo all’orologio, 9.35, cosa diavolo volevano? Qualcuno entrò nella stanza. Sua sorella ai piedi del letto lo fissava incerta se svegliarlo o no. “Che cosa vuoi?” Domandò Set, visibilmente seccato. “Papy dice che giù c’è qualcosa per te, devi firmare un pacco!” “Ma è domenica, chi vuoi che faccia consegne oggi?” “Set, scendi immediatamente!” Ancora la voce del padre. Vestaglia, pantofole e l’aspetto di uno zombie. Raggiunse la porta d’ingresso. Un uomo reggeva qualcosa. “Salve, lei è il signor Set Gordon?” “Si, sono io!” “Una firma veloce qui!” Firmò, con la mano ancora parzialmente intorpidita. L’uomo posò l’oggetto in terra e si diresse alla sua auto. “Mi scusi, ma ora lavorate anche di domenica?” La domanda di Set non ottenne risposta, perdendosi nel fragore dell’auto in allontanamento. Rincasò, scartando l’oggetto, si… era il quadro, quello che appena la sera prima aveva acquistato. Come diavolo è possibile, pesò. Fece entrare luce nella sua camera. Posizionò il dipinto sul letto. L’interno di un abitazione, una sedia a dondolo con sopra una bambina visibilmente triste con in grembo una bambola di pezza. Una porta in basso a sinistra, semiaperta, un mano scheletrica che nasce dal buio. Ora che lo aveva scrutato meglio un piccolo brivido salì lungo la sua schiena. Porca vacca, si disse, fa accapponare la pelle. Nel corridoio, appena fuori la sua camera, il quadro aveva trovato una posizione. I genitori a preparare il pranzo domenicale, Set in giro, Susy nella sua camera a giocare con le bambole. Un spiffero d’aria fredda colpì la piccola in pieno viso scompigliando la sua frangetta ordinata. Sguardo alla finestra, chiusa. Distrazione che durò un attimo, Susy riprese immediatamente il dialogo tra le bambole. La porta della sua camera si chiuse lentamente. La bimba alzò la testa e la vide chiudersi definitivamente. Smise di giocare, quasi smise di respirare. “Susy…” Una flebile voce aveva sussurrato il suo nome, era arrivata alle sue orecchie come unghie sulla lavagna. Susy si girò più volte su se stessa. La camera era vuota. Il lamento dell’armadio incominciò a farsi sentire. Un’anta si stava aprendo lentamente. Susy impietrita. Dei passi dal fondo dell’armadio. La porta della stanza si spalancò improvvisamente. “Susy, perché eri con la porta chiusa? Ti stiamo chiamano da qualche minuto!” Il padre l’aveva rimproverata. La bimba non rispose. Bianca come cenere scese di sotto senza dire una parola. La luna sembrava un pozzo giallo nelle tenebre. La casa nel più assoluto silenzio. Susy si trovava nel suo letto, la tensione l’aveva afflitta durante tutta la giornata, ora era crollata. Set era sotto le coperte da qualche minuto. Aveva parlato del quadro agli amici, a qualche ragazza con la promessa di farlo vedere, ma ora che il crepuscolo era giunto, il dipinto era completamente sfuggito dai suoi pensieri. Non ci aveva fatto caso nemmeno quando era tornato in camera, passando per il corridoio. Sfregò gli occhi. Era stanco, il mattino seguente corso alle 8.30, senza la possibilità di ritardare, pena l’esclusione dall’esame. Lasciò che le palpebre si serrassero pesantemente. I peli sulle braccia si drizzarono. Strana sensazione. Riaprì gli occhi per un attimo. Un sussulto. Si portò a sedere. Aveva scorto una strana sagoma ai piedi del suo letto. Mano sull’interruttore della lampada. Niente, ancora buio. Guardò oltre, la spina staccata. Ritornò ai piedi del letto, non c’era nulla. Suggestione, unica spiegazione. Qualcosa gli toccò il braccio. Il suo fu uno scatto violento che lo portò quasi a cadere dal letto. Tentò di urlare, non aveva voce, era come un televisore con la funzione mute impostata. Ancora, con la bocca spalancata, tentava di richiamare l’attenzione di qualcuno, invano. Nell’angolo della camera, nel posto in cui la luce lunare rendeva il buio meno intenso, distinse qualcosa. Una figura non più alta di un bambino sostava in quel punto, braccia conserte, viso nell’ombra. Sudore a fiotti che scorreva sul suo viso. Set immobile sul letto. La sagoma indistinta fece qualche passo in avanti. La luna investì la figura. Era una bambina. Capelli lunghi, biondi. Braccia strette intorno a qualcosa, un oggetto, una bambola. Il viso tutt’altro che rassicurante. Un teschio, era un cranio senza pelle quello che si reggeva sul suo collo. Qualcosa di gelido toccò la sua spalla destra. Set alzò lo sguardo, sul soffitto la figura di un uomo lo fissava a testa in giù mentre perdeva bava dalla bocca. L’ombra allungò un braccio. Set potè distinguere una mano deforme, sottile, scheletrica che cercava appiglio tra i suoi capelli. Con un balzo raggiunse terra, lasciando il letto vuoto. Mani sulla porta, niente, era chiusa. Ancora un urlo muto. La bambina aveva definitivamente abbandonato l’angolo della stanza e con passo lento gli si avvicinava. Lui seduto in terra vicino alla porta con il viso cosparso di lacrime. Il fantasma si fermò a pochi passi da Set. La bambina fu raggiunta dall’uomo. Due figure nere troneggiavano dinnanzi ai suoi occhi. L’uomo sfoderò un coltello da sotto il cappotto nero. Set ebbe uno spasmo di terrore. La mano monca in aria, il coltello pronto per essere sferrato. L’uomo tagliò la testa alla bambina. Accanendosi ancora e ancora sul suo corpicino. Sangue fuori a cascate e l’uomo in nero che beveva e leccava. Un sole pallido infestò la mattina. Il padre si Set raggiunse la sua stanza, era tardi, le 9.00, stava perdendo il corso, dannato dormiglione. Spalancò la porta. Mano alla bocca, un urlo di dolore. Set inerte in un angolo della stanza, gola tagliata, sangue ovunque. Fu l’autopsia a stabilire che si era trattato di suicidio. Set si era tolto la vita lacerandosi la gola con un taglierino. Il quadro, ricordo doloroso di un figlio drammaticamente scomparso, fu tolto dalla parete, abbandonato in una discarica. Nessuno sa che fine abbia fatto il quadro! Ma qualcuno giura che prima o poi ricomparirà…
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