SOGNI HORROR

 
   
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SIT TIBI TERRA LAEVIS

 

 

Buio profondo d’una notte senza luna. Violato dal fascio di luce di una torcia elettrica che illumina il terreno.

Tutto è silenzio nel cimitero. Tutto, tranne il rumore di passi sull’erba secca. Due uomini si muovono nel buio. Furtivi, quasi colpevoli, si muovono tra le lapidi. Consci che nell’ora dei morti é sacrilego calpestare i sentieri che s’inoltrano tra i sepolcri.

Raul ha freddo. È vestito leggero, e una brezza silenziosa e malevola aleggia nel camposanto, solleticandogli la nuca. Come un avvertimento a non disturbare gli inquilini che dormono. Getta uno sguardo esasperato al suo accompagnatore, il vecchio e minuto ispettore di polizia che lo ha condotto lì in quell’ora insolita.

Non sarebbe un brutto ragazzo Raul. Senza la voglia violacea che gli deturpa il lato destro del viso, dall’occhio allo zigomo, forse la sua vita sociale sarebbe un po’ più soddisfacente. Un giorno potrà pagarsi una plastica, e si lascerà alle spalle la vita attuale, condizionata fin dall’infanzia da un marchio che lo ha isolato e fatto oggetto di ribrezzo, scherno e quant’altro la gente riserva a chi porta in evidenza le stimmate della diversità. Forse troverà anche una donna, e la sera potrà addormentarsi accanto al suo corpo caldo. Il suono del suo respiro lo tranquillizzerà, quando nel cuore della notte si sveglia da uno dei suoi frequenti incubi.

Ironia della sorte, il suo lavoro consiste nell’aiutare gli altri a essere belli. O meglio, ritornare belli, quando non possono più occuparsi del loro aspetto. Certo, fare il truccatore di cadaveri non lo aiuta a risolvere i suoi problemi relazionali. Tutt’altro.

«Immagino che il posto sia di tuo gradimento.» Mormora il vecchio, mentre si inoltrano nel cimitero.

«Ispettore, secondo lei io passo qui le mie serate, solitamente?»

«Mah, certo con i morti ci lavori tutto il giorno… magari con qualcuno di loro hai fatto amicizia. E la sera lo passi a salutare.»

Lui vorrebbe quasi replicare, ma poi riflette sul fatto che potrebbe rendere peggiore la sua situazione. Che è già nera.

Fino a mezz’ora prima si aspettava di concludere la sua giornata con un bagno caldo e poi subito a letto. Magari sentire un disco, chattare un po’ in attesa del sonno. Era davanti alla porta di casa, con la chiave che già girava nella toppa, quando da un anfratto d’ombra è sbucato l’anziano ispettore Zinon, che, senza neanche un saluto, gli ha detto: «Vieni con me.» Lui ha fatto un mezzo salto, nonostante il vecchio sia una figura per lui familiare e rassicurante. Come del resto per tutti, in paese.

«Ispettore! M’avete spaventato…»

«Muoviti!» ha intimato quello. Solo allora ha visto la pistola puntata su di lui, l’espressione spiritata negli occhi del vecchio. Neanche adesso può credere che il vecchio Pietro Zinon lo stia minacciando con la sua Beretta. Tutti, in paese, temono il giorno in cui questo mite e discreto tutore dell’ordine andrà in pensione. L’uomo giusto per gestire con elasticità i piccoli problemi di uno sperduto paese di montagna. Ma si dice che non sia più lo stesso da quando…

«Fermiamoci qui.» La voce imperiosa del vecchio interrompe le sue elucubrazioni. «Sai chi c’è qui sotto, vero?» domanda, mentre punta la torcia sulla tomba più vicina.

«Lo so bene, ispettore, e mi aspetto una spiegazione da lei, a questo punto…»

La piccola lapide bianca davanti a loro è pulita. I fiori sono stati cambiati da poco. La foto ritrae una biondina dai grandi occhi azzurri. C’è scritto:

 

ILDE ZINON

10 ottobre 1983 – 18 settembre 2005

“Come un angelo in terra

hai camminato accanto a noi.

Troppo presto sei tornata in volo

tra le celesti creature.”

 

Una brava ragazza, la figlia dell’ispettore, come tante in paese. A volte anche da queste parti si muore giovani. Magari tornando a notte fonda dalla discoteca, come Mario Corsi e la fidanzata. Le strade di montagna sono infide, quando si ha sonno. Katia Nardoni invece, una ragazzona, che Raul poteva quasi considerare sua amica (una rarità), si è rotta il collo sciando.

Ilde era andata in gita sul lago. Un movimento sbagliato, perde l’equilibrio e si ritrova in acqua, al largo. L’acqua dolce è infida. Le amiche sul canotto non riescono a recuperarla, lei annaspa, allontanandosi sempre più da loro, finché non va giù. La ripescano a sera, gonfia come una zucca.

S’era impegnato, quella volta. Nella bara la ragazza sembrava più bella che alla sua festa di diciotto anni. Suo padre, lo stesso che l’ha trascinato in un cimitero, sotto la minaccia della pistola, quel giorno era andato da lui, sembrandogli improvvisamente vecchio, curvo e ingrigito come mai prima, e gli aveva stretto la mano. Grazie, aveva detto, me l’hai resa bella un’ultima volta. Troppo presto è tornata in cielo tra le celesti creature. Fine della storia.

«Mi ascolti?» Il vecchio richiama la sua attenzione con un movimento dell’arma.

«Sì. Voglio sapere il perchè di tutto questo. Io non ho mai fatto niente di male a nessuno.»

«Non interrompermi. Ti ho portato qui per un motivo importante. Forse non lo sai, ma ultimamente girano delle voci. C’è qualcosa di strano nel cimitero.»

«Cioè?»

«Zolle di terra smosse misteriosamente. Strani suoni provenienti, si dice, dal terreno. Lamenti, versi striduli. Ovviamente all’inizio pensavo a degli scherzi. Di certo non do subito peso alle chiacchiere di qualche anziana vedova con le allucinazioni.»

«Vorrei vedere. Sono un po’ d’anni che faccio il mio lavoro, e finora non è ancora capitato che qualche cliente si sia tirato su a lamentarsi mentre mi occupavo di lui. Chissà chi è che fa questi scherzi…aah!»

Il vecchio ha avuto un fremito nel sentirlo parlare così. Poi, con apparente noncuranza, ha preso la mira. L’urlo di Raul è quasi più deflagrante dello sparo. Il ginocchio, trapassato dalla pallottola, cede, e lui finisce faccia a terra. La gamba ferita innaffia di sangue la rada erba del cimitero.

«Ma porcoschifo! Che cazzo vuoi da me, vecchio rincoglionito?» È per metà un ringhio, per l’altra un gemito.

L’ispettore si appoggia alla lapide della figlia, è come se quel gesto lo avesse svuotato delle sue stanche energie. Ma quasi subito si ricompone.

«Devo raccontarti per bene tutto. Voglio che tu sappia, forse non sospetti niente. Non abbiamo molto tempo, sai? L’odore del tuo sangue probabilmente li attirerà in superficie. Tra non molto verranno fuori…

«All’inizio non ho creduto a quelle voci. Tuttavia una volta venni a trovare Ilde, e mi accadde una cosa. Nell’andarmene passai vicino a una tomba recente, e mi sentii franare il terreno sotto i piedi. Ero incappato in un cunicolo scavato in prossimità della tomba. Feci dissotterrare la bara, quella del vecchio orologiaio vicino al municipio, per controllare. Tiratala fuori, scoprimmo uno squarcio nel legno di fianco alla cassa. QQualcuno aveva deciso di accelerare il lavoro di vermi e batteri: il cadavere era stato completamente scarnificato.

La successiva scoperta fu… Ascolta!» Il vecchio si interrompe. Con la torcia perlustra nervosamente il terreno del cimitero, per rivelare possibili pericoli. Raul si rannicchia tremante. I due stanno zitti per molti secondi. Poi rabbrividiscono.

Sembra d’udire dei flebili suoni d’incerta provenienza, nel cimitero. A metà tra l’uggiolio di un cane e dei lamenti.

«La successiva scoperta l’ho fatta aprendo la tomba di Betty, la ragazza di Marco Corsi. Te la ricordi, vero? È morta quattro mesi fa…»

«Sì… me la ricordo. Lei che c’entra?» geme Raul, cercando di tamponare il flusso di sangue che sgorga dal ginocchio. Betty era molto bella da viva, l’espressione dolce nei grandi occhi color nocciola. E un sorriso o una parola gentile per tutti.

«Dovresti dirmi tu cos’è successo. La bara non era stata violata. Il corpo dentro era integro. In normale corso di decomposizione, ma senza segni di profanazione. Poi però il medico legale mi ha fatto notare una cosa, un rigonfiamento all’addome del cadavere. Poteva essere la normale fermentazione di gas, ma lui non era sicuro. Perciò l’ho aiutato personalmente a fare un’autopsia speciale, senza informare nessuno… la tesi del dottore era troppo pazzesca per avere una autorizzazione ufficiale. Però, incredibilmente, aveva ragione lui.»

Raul attende che il vecchio prosegua, mentre continua a udire gli strani lamenti. A fatica lo incita. «Cosa… cosa avete scoperto?»

«Una cosa folle, assurda, non l’avrei mai creduta possibile. Ma lui mi ha spiegato che tante cose non si conoscono sui cadaveri. Che mentre si decompongono, per esempio, capelli, barba e unghie continuano a crescere… insomma non sono completamente “morti”, se mi capisci. Ma se non avessi visto con questi occhi, non avrei mai creduto che il corpo di Betty fosse in stato avanzato di gravidanza!»

Il volto pallido e sofferente del giovane si sbianca ancora di più «Ma cosa dice, ispettore? È assolutamente impossibile!»

«Oh, lo so che sembra impossibile, ma è proprio quel che sta accadendo. Ci sono forse più donne gravide nel cimitero che giù in paese, e molte hanno già partorito nei mesi scorsi. Certo, la loro non è una stirpe di figli normali. È il frutto di un rapporto contro natura. Tra un cadavere inerme di donna e un uomo vile e depravato.»

Il vecchio ispettore guarda fisso il ragazzo ferito. Poi prosegue. «Già, un pervertito che ama così tanto toccare e accudire i morti da averne fatto il suo lavoro. Così, nel silenzio e la solitudine della camera mortuaria, può soddisfare le sue voglie, con belle ragazze che da vive non lo avrebbero degnato di uno sguardo. Ragazze come mia figlia!»

Il giovane tiene gli occhi bassi evitando di incrociare quelli dell’ispettore. Lo sguardo è rivolto al terreno, da cui sembrano provenire i gemiti misteriosi che riempiono il cimitero.

Qualcosa sta smuovendo la terra nei pressi della pozza di sangue. Lui indietreggia strisciando, ma mentre cerca  un luogo in cui nascondersi si accorge che intorno la terra del cimitero è tutto un brulicare.

«Ma cosa succede qui, ispettore?» Si rivolge al vecchio, che inizia ad allontanarsi verso l’uscita del cimitero. «Non mi lasciate, per favore!»

«Non hai ancora capito? È giusto che i figli conoscano il padre. Tra poco ti riunirai alla tua prole. Spero che tu apprezzi questo commovente momento. Io me lo risparmio. Volevo assistere per gustare fino in fondo la mia vendetta, ma ho cambiato idea.»

Dal terreno spunta una piccola mano pallida. Potrebbe essere quella di un bimbo, così glabra e minuta. Ma quale bambino ha delle unghie così spesse e lunghe, gialle e aguzze? Mani adatte a smuovere la terra. Buone per graffiare il legno, scavarci dentro, aprendosi un varco dentro e fuori le bare. Facile, con esse, farsi strada attraverso la carne morta, squarciando il ventre gelido della propria madre, venendo al mondo nel buio silenzioso della tomba…

«Io non c’entro niente, ispettore, non ho fatto niente!»

«Ma davvero? Difficile crederti. Io c’ero, mentre il dottore apriva la pancia della Betty. E quando ho scoperchiato la bara di mia figlia ho potuto vedere bene in viso ciò che le stava divorando indisturbato le carni morte. Se anche avessi avuto dubbi, ciò che ho visto sul volto di quel mostro portava inevitabilmente a te…»

Le creature emergono gemendo dalla terra. I loro lamenti sono un’orrida caricatura del pianto di un neonato. E potrebbero quasi essere scambiati per tali. Ma mentre i normali bambini gattonano, essi strisciano sullo stomaco troppo largo, mentre gli arti rigidi fanno presa sul terreno con le unghie. La luce della luna cade sulle loro schiene bianche, sui capelli neri, lucenti e irsuti come cespugli di rovi. Hanno labbra esangui e piccoli denti troppo aguzzi. Gli occhi giallastri sono enormi, gli sguardi fissi hanno una cupa luminescenza. Nel pallore dei loro volti, spicca una macchia viola sul lato destro del viso, che li rende ancora più repellenti.

«Somigliano molto al padre, come vedi.» Dice il vecchio Pietro Zinon, dandogli definitivamente le spalle e abbandonandolo alle tenebre. Nel cimitero risuonano brevemente le grida di Raul. Poi ci sono solo infantili mugolii di piacere e rumore di carne strappata a morsi, durante le ore antelucane. Per molto, molto tempo.

 

 

 

 
 

 

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