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SOGNI HORROR |
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SUMMA SACRIFICIORUM
Il prurito si fa più intenso. Vicino allo zigomo, sotto l’ombelico, sul collo, alla nuca. Gli altri mi guardano, vedono le mani tremare, iniziano a farsi accorti. Tra poco non riuscirò più a controllarlo e dovrò grattare, forte, fino scoperchiare le croste. Fino a far uscire sangue e pus, caldi come magma bollente. Ma è proprio in quel momento di dolore che il fastidio si placherà, nell’attimo di gratificazione del graffio, dell’involucro che si lacera e lascia spazio alla realtà nuda che si cela sotto il sangue rappreso delle eruzioni. Lì dov’è la mia reale identità. Lì dov’è il mostro. Le catene iniziano a tintinnare, tra poco userò la chiave per liberarmi. Eppure ricordo ancora quando ero come gli altri. Gli uomini normali, intendo, non quelli che mi circondano adesso. Reietti simili a me, ma che di me covano ancora il timore. Nonostante io rappresenti la loro salvezza. Dannata, certo, ma pur sempre una salvezza. Basterebbe poco a tornare come prima, almeno credo. A meno che non abbia oltrepassato un punto di non ritorno io potrei ancora curarmi, recuperare il mio aspetto e la mia anima. Ma il fatto è che io ho scelto di diventare così. Ho scelto d’essere me stesso. Avevo sedici anni quando scoprii di essere affetto da una malattia praticamente incurabile, una sorta di affezione della pelle che si manifestava sottoforma di eruzioni cutanee, spesso violente e accompagnate da una lancinante prurigine. Ma se da un lato non vi era possibilità alcuna di debellare la sindrome ab origine, al pari di determinate forme di psoriasi, fu subito chiaro al medico che mi prese in cura che essa poteva venir resa innocua tramite l’applicazione di un unguento a base di germi d’avena, già reperibile in commercio. Esso poteva lenire tutti gli effetti e donarmi un aspetto normale, umano, privo delle macchie che tendevano a chiazzarmi il corpo. La mia vita continuò e, se si esclude la seccatura di doversi cospargere di pomata il corpo per due volte al giorno, scorse via placidamente. Fino al compimento del mio ventiquattresimo anno d’età. All’epoca frequentavo l’ultimo anno del corso di studi in scienze dell’università patavina. Il mio amore per le scienze era sempre stato profondo, al punto da dedicarvi la vita, sia mia che degli animali da esperimento che normalmente venivano utilizzati nei laboratori. Scoprire i segreti della vita era un qualcosa che trascendeva l’esistenza stessa, era un bene supremo cui tutto poteva essere sacrificato. La città poi, antica patavium romana, possedeva un’aria ricca di sapere, di stimolo accademico, tale da rendere lieve ogni altro affanno. Ciononostante, all’ultimo anno caddi in una depressione al momento insensata, tanto inesplicabile quanto penetrante. Ne ero impregnato, quasi fosse un’aura fradicia di sudore nero. Nei momenti di lucidità pensavo si trattasse del rimorso per le vite innocenti che avevo soppresso con tanta foga, ma in seguito mi accorsi di qual era la verità: la consapevolezza d’essere parte di quella massa vitale da sacrificare al bene superiore, la certezza d’essere null’altro che un’insignificante oscillazione, una vaga fluttuazione della summa vitalis. Io potevo godere dei benefici dell’apprezzamento dei miei simili solo in quanto adoperavo su di me un trucco ricavato dalla manipolazione della natura che andavo studiando. Ma al pari del topo che uccidevo per sviscerare gli innati meccanismi della vita io stesso, e per primo, dovevo liberarmi della maschera che mi copriva il volto. Appena appresi la realtà dei fatti capii che mi sarei dovuto liberare delle catene che mi vincolavano a un’esistenza falsata dalle macchinazioni della mente umana. Il giorno in cui realizzai, abbandonai di corsa i laboratori e mi recai al mio alloggio, dove presi tra le mani tutte le boccette contenenti il medicamento. D’istinto le lanciai contro le pareti della mia stanza. Il liquido colò sui muri, lento e vischioso, creando degli arabeschi simili alle bocche deformi di certe maschere da teatro. Bocche colme di lacrime mucose, lacrime di menzogna. In quel momento mi sentii libero. Presi così distacco dalla mia vita. Mi allontanai dal mondo universitario, dalla routine fatta di case di mattoni e microscopi, di aria viziata e pelli ricoperte di cera. La prima notte cha passai all’addiaccio fu un’esperienza quasi purificativa. Sotto il ponte ascoltavo i rumori delle macchine sopra la mia testa e il lento ruscellare del fiume al mio fianco. Fu una notte priva della benché minima emozione. Cominciai a mangiare alle mense dei poveri, a vestirmi degli abiti elemosinati alle parrocchie e quasi dimenticai l’uso della parola e del ragionamento deduttivo. Avevo raggiunto un grado di simbiosi pietosa e caritatevole col resto della natura. Ma ciò durò solamente una settimana. Appena il tempo di transizione verso il manifestarsi della malattia, il periodo di spurgo dagli ultimi residui di farmaco che invadevano il mio corpo. Spuntarono le prime eruzioni, i leggeri fastidi, i pruriti, le prime sottili croste. Nel volgere di un mese le piaghe avevano devastato l’intero cuoio capelluto, i gomiti e lo spazio perioculare. Il prurito insistente si tramutava in un dolore superficiale e via via sempre più ipodermico, al punto che la pelle scorticata risultava perennemente occupata da una patina oleosa frutto delle secrezioni essudate dal drenaggio del derma. Conobbi una nuova forma di sofferenza, uno stato alterato della percezione che concentrava i miei sensi sui movimenti intestini che mi sconvolgevano; e che mi distoglieva sempre più dalla realtà che mi circondava. Non mi stupii quando fui cacciato dalle mense, escluso dalle consegne di stracci per coprirsi. Non mi adirai quando venni emarginato ai confini della società. Non avevo specchi per osservarmi bene, ma gli svariati riflessi della natura fuori e dentro di me mi rendevano conto del mio aspetto, ormai ridotto a un ammasso di pus essiccato in costante contatto col male fisico. Eppure, mai la mia mente era stata più scevra da affanni, mai così in contatto con se stessa. E man mano che mi allontanavo dal centro della città, verso la periferia decadente, sentivo di entrare dentro di me, verso il centro dell’attenzione e della consapevolezza. Stavo per trascendere la vita. Credo che stessi per compiere il ventiseiesimo anno d’età quando fui accolto da una comunità di uomini, o meglio di resti d’uomo, che occupava un piccolo rione periferico. Pareva che mi stessero aspettando. Il loro capo mi guardò attraverso due occhi posti su due piani diversi del volto, e lasciò intravedere una tale meraviglia che il suo inchino parve quello di un suddito alla sua divinità. – Tu sei la perfezione – mi disse. Mi portarono nel loro covo macilento e mi offrirono tutte le prelibatezze che riuscirono ad arraffare dai migliori depositi d’immondizia della città. Io mangiai avidamente, senza ritegno, senza chiedere alcunché agli esseri deformi che mi attorniavano. Ero tra i miei simili, uomini senza braccia, gambe, alcuni senza parti di volto, altri con mostruose aggiunte che rimandavano ad animali marini, altri ancora con pestilenze della pelle analoghe alle mie. Ma nessuno raggiungeva il mio grado di disordine fisico. Io ero un’unica cosa con la malattia. Come se il male si stesse nutrendo del mio involucro e rigettasse all’esterno un digerito della mia umanità. Quando fui sazio, Ettore, questo era il nome del loro capo, mi porto in una camera sotterranea, ricavata in una pietra piuttosto antica, in cui facevano comparsa dei ceppi e delle catene pendenti dalle pareti. Mi diede una chiave e mi disse: – A breve arriverà la rabbia. È stato così per tutti noi. Ma la tua sarà una rabbia inumana, potente quanto il tuo male. Tu saprai quando stringere i morsi dell’acciaio e quando liberarti. Non capii cosa volesse dire, ma senza obiettare misi la chiave in una delle tasche di ciò che restava dei miei vestiti, quindi mi sedetti con le spalle contro la nuda roccia. Intorno a me si ammassarono uomini e donne, come in adorazione, formando una selva d’occhi appuntiti e speranzosi. Come aveva predetto Ettore, la rabbia non tardò ad arrivare. Il senso di sazietà e appagamento che avevo provato nutrendomi a volontà degli scarti del mondo iniziava a spingere all’esterno il rancore che non mi ero accorto di aver accumulato. Quel rancore rappresentava l’ultima comunione con il mondo degli uomini, l’ultima somiglianza che albergava nel mio animo. La mia esteriorità si era già diversificata, assumendo le sembianze di una larva, al cui interno covava un essere privo di rancore e costituito da puro istinto. Il lato sepolto del mio inconscio era l’ultimo ostacolo da superare. Quando iniziai a sentire le vene pulsare capii che era giunto il momento di usare la chiave. Mi legai i piedi e un braccio con le catene e chiusi i lucchetti, poi ingoiai la chiave. I miei compagni si allontanarono un poco, uno spazio sufficiente a garantire la loro incolumità. Non si trattò di rabbia, ma di un furore sconosciuto, che nessuna forma di scienza poteva spiegare. Avvertii una prurigine lancinante che spinse la mano rimasta libera a strappare ogni lembo crostificato del mio corpo, spargendo in ogni dove materia organica, mentre le urla mi gettavano nel buio di un mondo onirico, lontano dalla realtà. Ora rammento quei momenti di dolore come fossero parte di un sogno, o per meglio dire, di un incubo infernale. E attorno a me, pareti di esseri deformi, muri di occhi nefasti, bramosi di bere dalla terra cosparsa del mio sangue. Al termine delle sofferenze io rinacqui. Trascesi la vita e scoprii la mia carne nuda al mondo. Ero perfettamente lucido e in simbiosi con tutti i miei tessuti; non provavo alcun dolore. Non provavo alcuna emozione. Ero un animale perfetto, ero vita pura. Mi ficcai due dita in gola e vomitai la chiave all’esterno. Mi sciolsi dai vincoli delle catene e mi recai all’esterno, passando attraverso un fascio di teste piegate a terra in adorazione. La notte era profumata. Odorava di pelle e sudore, era ricca di umori dispersi nel lontano rumore ondoso delle automobili del centro città. In quegli odori mi persi, il barlume di lucidità lasciò spazio al puro istinto animalesco che pervadeva le mie membra. La bestia prese il sopravvento. Di essa rammento solo un riflesso purpureo sui denti scoperti all’aria nera. Quando rinvenni, giacevo accartocciato nelle catene della stanza di pietra. I lucchetti erano serrati e tutt’attorno era un tripudio d’ossa e viscere d’uomo. Liquami su cui stavano i miei simili, buttati al suolo come baccanali esausti. Alla sensazione di gonfiore che avvertivo nello stomaco ebbi un moto di ribrezzo. Ma durò solo un attimo. Ero vita e mi ero nutrito di vita. Ero una causa superiore e meritavo il sacrificio degli esseri umani che s’imbattevano in me. Capii la perfezione e il senso di ineluttabilità della vita. Io ero simbiosi di bene e male, di vitalità e malattia, occupavo un gradino superiore dell’evoluzione. Ciononostante non ero la perfezione come aveva predetto Ettore. Continuo a vacillare tra due stati alterati, tra presenza e assenza, tra controllo e furia. E mi rendo conto, mio malgrado, di non essere un oltre-uomo, ma solo un’anomalia, un vacuo scostamento dalla retta ciclica di questo ben oliato sistema. La rabbia sta per crescere, tra poco trascenderò la vita e offrirò la mia carne nuda al mondo. L’animale emergerà e inghiottirà tutte le prede sulla sua strada, ne farà carità ai suoi simili, si sentirà libero e immortale, per qualche ora. Ma io sono prigioniero delle catene, del mondo, della malattia. Ma soprattutto, forse, dell’eterno sacrificio, mio e delle vite che spezzerò, che dovrò offrire a quel bene supremo che agli uomini non è dato conoscere.
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