|
SOGNI HORROR |
||||
| [Home]|[Racconti]|[Disegni]|[Forum]|[Sogni d'horror]|[Fumetti]|[Concorso]|[Recensioni]|[Vampiri]|[Frasi Horror]|[Chi siamo]|[Buio in sala]|[Link] | ||||
|
|
UNA CENA DI SOCIETA'
Pensavo di essere stata davvero fortunata a vincere quel premio: dopotutto si trattava di una vacanza gratuita ed io, in quel periodo ne avevo proprio bisogno; non sapevo, però, che non sarebbe stata per niente rilassante. Il primo premio della lotteria cittadina era un viaggio per due persone in un castello ungherese ma, non avendo nessuno che mi accompagnasse, chiesi ed ottenni dagli organizzatori il permesso di andare da sola. Arrivai nel tardo pomeriggio del 3 novembre: all’aeroporto c’era ad attendermi un uomo alto, che recava in mano un cartello con sopra scritto il mio nome. Senza dire una parola, appena mi avvicinai a lui, egli uscii come se per lui fosse sottointeso che io l’avrei seguito. Salimmo su una macchina d’epoca, come non se ne vedevano più in Italia e partimmo alla volta del castello. Si sarebbe detto che quell’ uomo era un servitore ma, attribuirgli quel rango già indesiderabile, mi sembrava una concessione troppo alta. Notai inoltre che sul collo aveva due segni circolari, non molto distanziati l’uno dall’altro; ma la stanchezza ebbe il sopravvento e crollai sul sedile di pelle. Mi risvegliò il rumore del portone che si apriva; non so dire quanto tempo dormii: potrebbero anche essere state ore. Da dietro la pesante struttura in legno, finemente intarsiata, apparve quello che scoprii essere il padrone di casa: un uomo abbastanza giovane, che portava sempre i capelli raccolti all’indietro in una coda di cavallo e indossava sempre degli abiti neri che differivano gli uni dagli altri soltanto per delle decorazioni colorate. Non seppi mai il suo nome ma, per quel che ricordo, mi pare fosse una persona abile nel conversare, che sapeva come farsi dire sempre ciò che voleva; mi accorsi subito che aveva un certo fascino. Mentre l’uomo che mi aveva accompagnata portava le mie valigie, mi accorsi che sul collo non aveva più alcun segno; pensai di essere impazzita. Ritrovai poi il padrone a cena: ci furono servite delle pietanze squisite, ma ciò che mi inquietò fu il vino; era di un rosso scuro, come non ne avevo mai visti, era denso ed emanava un profumo dolciastro. Poi egli mi disse: “Spero che il vino le piaccia, è una delle nostre annate migliori. Vede, le nostre cantine sono molto rinomate in tutta la regione; se le capiterà di andare in città, chieda ai paesani che cosa ne pensano e vedrà che saranno della mia stessa idea.”. Ringraziai per la cena e, prima di andare a dormire, chiesi il permesso di visitare il castello: queste fortezze così poderose erano sempre state per me oggetto di mistero e suggestione. Quel nobile così particolare fu ben lieto di accompagnarmi, illustrandomi minuziosamente ogni dettaglio di quel bastione che, nei secoli passati era stato l’unico caposaldo per la difesa della città. Tutto procedeva per il meglio finché, a un certo punto, mi disse: “Vede laggiù? Quella era la vecchia sala della tortura ma credo che a lei non interessi uno spettacolo tanto increscioso, non è così?”. Io in realtà ero molto curiosa di vedere che cosa si celasse dietro a quel portone ma, per non contraddirlo, accettai di andare oltre. Poco dopo, presa dalla stanchezza, decisi di andare a dormire nella camera che mi era stata preparata. Il gusto con cui quest’ultima era stata arredata, era tipicamente medioevale: c’era un lampadario di ferro appeso al soffitto, senza lampadine perchè, in tutto il castello, non c’era la corrente elettrica. Fu forse la scomodità del materasso che mi impedì di prendere sonno quella notte ma, quello che sentii, mi fece rabbrividire. Verso l’una, udii degli strani rumori provenire dall’ala orientale della fortezza; per qualche strana pulsione mi affacciai alla finestra, che dava proprio su quel lato e vidi delle luci nella sala delle torture, in cui oggi mi era stato impedito l’accesso. Pensai che forse quello strano servitore stava facendo delle pulizie fuori programma e mi rimisi a letto. Non so bene perché ma, dopo qualche minuto, riuscii a prendere sonno, come se una strana forza premesse su di me perché mi addormentassi. Il giorno seguente, appena sveglia, andai a cercare il padrone di casa, per dirgli quello che avevo sentito di notte; mi illudevo che, forse, l’inserviente avesse agito di nascosto, forse per trafugare qualcosa. Lo trovai nel grande salone che, con aria soddisfatta, dava indicazioni al suo fedele schiavo affinché spostasse quadri e armature nella posizione più artistica possibile. Sembrò felice di vedermi: “Avete dormito bene?” mi chiese, voltandosi. “Veramente no” gli dissi con un tono quasi dispiaciuto. “Vede, può capitare che il cambiamento d’aria non concilii il riposo; è una cosa naturale. Non se ne preoccupi, vedrà che le prossime nottate saranno tranquille”. “Ne sono certa, probabilmente non sono abituata ai vostri letti” aggiunsi io ridendo. Non avevo il coraggio di dirgli ciò che avevo sentito la sera prima; anche perché il servo era nella stessa stanza e non potevo prevederne o controllarne le reazioni. Prima che potessi andarmene però, il mio nobile padrone di casa, mi disse come se mi leggesse nel pensiero: “Deve forse dirmi qualcosa signorina?”. A quel punto non potei evitare di raccontare l’accaduto. Egli continuava a guardare il quadro appeso alla parete, senza voltarsi. La tela rappresentava un cavaliere medievale e scoprii in seguito che si trattava di un avo di famiglia. Finalmente egli disse: “Vede, non glielo avevo ancora detto ma ora lei me ne da la possibilità perciò le comunicherò ora la notizia. Deve sapere che ogni anno, i nobili della valle che abitano nei castelli attigui al nostro, si ritrovano nella residenza di uno ed organizzano una cena di società. Quest’anno tocca a me e quindi ieri sera io e Marcus (scoprii che il servo si chiamava così solo in quell’occasione), essendo in ritardo con i preparativi, ci siamo dati da fare per sistemare l’ala del castello dalla quale ha sentito provenire strani rumori. Ed è sempre per questo motivo che oggi prepariamo il salone: gli ospiti arriveranno questa sera alle ventuno”. Rimasi stupita di quanto credibile e razionale potesse essere questa spiegazione; mi sentii molto stupida e non mi posi neppure il problema che potesse esserci un’altra interpretazione agli eventi accaduti la notte precedente. Ringraziai per le informazioni e mi scusai per non so quante volte di aver arrecato disturbo a quella nobile personalità. Passai la giornata visitando la valle e notai infatti che erano presenti molti castelli sparpagliati non molto lontano da quello dove ero ospite. Mi convinsi ancora di più di quanto mi era stato detto. Arrivò presto la sera; alle ventuno il sole era già tramontato da molto e si cominciò a sentire lo scalpiccio di alcuni zoccoli: erano le carrozze degli ospiti che, una dopo l’altra giunsero alla fortezza che, avvolta nel buio, pareva non ci fosse neppure. Io scesi nel salone (che trovai preparato in maniera favolosa) circa mezz’ora dopo, quando gli invitati erano già tutti lì. Mentre scendevo la scala principale vedevo i loro occhi posarsi su di me, ma non mi sentivo a disagio. Il fatto che gli altri, nel bene o nel male, mi guardassero, mi aveva sempre lasciato indifferente. Nella grande sala c’erano in tutto una quindicina di persone compresa me, il Duca ( scoprii essere questo il titolo nobiliare del padrone di casa) e Marcus. Uno dopo l’altro, mi vennero presentati, mio malgrado, tutti gli ospiti; solo alla fine di questo gran cerimoniale ci fu annunciato che ci sarebbe stato qualcosa di particolare quella sera, a detta del Duca era “Qualcosa di nuovo, che non succedeva da molto tempo”. A quel punto egli si mise dietro di me, poggiandomi le mani sulle spalle. Più egli rimaneva in quella posizione, più io cadevo vittima inesorabile di un torpore immotivato. Mi risvegliai poco dopo, avevo le palpebre pesanti e non riuscivo a tenere aperti gli occhi. Sentivo di non potermi muovere ma non capivo dove mi trovavo. Sentii dei passi avvicinarsi a me. “Vedi cara, quando ti ho parlato di una cena di società forse non ti ho detto che tu saresti stata il piatto forte”. Sinceramente non capivo se si trattasse di uno scherzo oppure no ma quando cominciai a sentire il fiato di alcune persone su di me, capii che c’era sicuramente qualcosa di strano. “Sai – continuò il Duca – è da tanto che non ci è dato di assaggiare qualcuno di buono e giovane come te.”. Io riuscii solo a sussurrare un debole: “Cosa?”. A quel punto si avvicinò ulteriormente a me e, dopo avermi aperto gli occhi, li portò vicino alla sua bocca: due canini oltremisura spiccavano su tutto il resto. Non riuscivo a credere a quello che stava succedendo ma non sapevo che presto ne avrei avuto la soluzione. “Vedi, le lotterie sono una scusa facile: ogni anno uno di noi chiede a qualche città di mettere come premio una settimana nel castello e sarà proprio lui ad organizzare la cena durante quell’anno. Come avrai capito, noi siamo vampiri e presto lo diventerai anche tu.” Un coro di flebili risate si alzò in quel momento. “Stai per rinascere a nuova vita, spero tu ne sia felice”. Sentii un dolore improvviso e incontrollabile alla spalla sinistra. Percepivo lo scorrere del sangue che passava al braccio e gocciolava dalle dita della mano. Altri lancinanti ferite, tutte di uguale intensità, seguirono a questa e da ognuna sentivo uscire, goccia dopo goccia, il mio sangue. “Ricordati che noi siamo ovunque” mi disse il Duca con malizia e sicurezza. Dopo qualche minuto di indicibile sofferenza persi i sensi. Quando mi risvegliai ero nel letto di casa mia. Le lenzuola erano sfatte e sembrava proprio che avessi dormito poco. Sollevata, pensai che fosse solo un sogno. Sollevata pensai che si fosse trattato soltanto di un incubo. Erano le dieci e trenta del mattino quando bussarono alla mia porta. Aprii e mi ritrovai davanti una grassa signora che mi disse: “Complimenti cara, hai vinto il primo premio alla lotteria; spero che ti piacciano i castelli perché in una settimana ne visiterai tanti!”. Ero sconvolta, non si era trattato solo di un sogno? Presi il biglietto che tenevo sul bancone e lo buttai nella tazza. Tirando lo sciacquone, lo vidi scomparire nelle tubature. Mi sentivo meglio, senza biglietto non potevo dimostrare di aver vinto il premio. Uscii a fare la spesa e, non trovando i cereali, mi rivolsi al commesso. Gentilmente egli mi rispose e, quando ebbe finito di darmi indicazioni, mi sorrise. Due lunghi canini spiccavano da quella bocca; i suoi occhi sembrarono infiammarsi.
|
|||
|
LA MUSICA CHE STATE ASCOLTANDO E' LA COLONNA SONORA DEL FILM - PHENOMENA - TUTTI I DIRITTI RISERVATI - © degli autori
|
||||