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FINE DELLA CORSA

- di Marta Tellez -

 

In silenzio, protetto dall'ombra fissava tutta quella gente che usciva dalla Chiesa. Ogni tanto lanciava un'occhiata verso il cielo. C'erano pochissime stelle. Si stava annuvolando. Le campane della grande Casa del Signore rintoccarono per dodici volte... il Natale era iniziato, ma non per lui. Una scintilla negli occhi, come quando all’improvviso la luce e’ troppo forte, ma solo per qualche secondo, si spense subito nel momento in cui la vide scendere le scale della chiesa. Gli anni non l’avevano cambiata, appesantita forse, i capelli più corti e una vena di tristezza negli occhi, ma nella sostanza era sempre la stessa. Indossava un cappotto verde malva e degli stivali neri, di camoscio, alti fino al ginocchio. Dal cappotto fuoriusciva una gonna nera di gabardine. Vittoria si tirò su il bavero e, claudicando, scese con perizia un gradino alla volta. Il tacco della scarpa sinistra era più alto del destro, ma nonostante questo aggiustamento non riusciva proprio a non zoppicare. Era una cosa che le aveva sempre dato fastidio, per questo usciva poco: la spesa al mercato, la messa, una partita a bridge con le amiche del circolo, qualche serata di beneficenza, magari un cinema o un teatro una volta al mese. Per il resto era consuetudine di balcone e cortile pomeriggio e sera d’estate. Si usava così: si accostava una sedia al muro vicino alla porta. Quelli dei piani alti le lasciavano lì, nel cortile, chiuse e affastellate, sotto ai gradini della scala di appartenenza per tutta la stagione. Ma l’inverno non c’e’ mai nessuno dopo le diciotto, Antonio chiude il portone e il portoncino e si tira la porta di casa alle spalle. Vittoria alzò gli occhi e li strizzo’ un po’. Per un momento pensai di essere stato scoperto, invece no, guardava lontano. Un cane abbandonato annusava i portoni uggiolando, aveva ancora i resti di un collare legati al collo. Sfiorai la barba con soddisfazione pensando che questa volta l’avevo sistemata proprio bene, anche la scelta del colore che non stonava con le sopracciglia. Il naso reggeva a dovere e quando lo toccai per un momento lo sentii realmente mio. Vittoria prese per via Monte Tesoro, la seguii. Sapevo dove stava andando e non avevo fretta. Un’aria fredda e tagliente, come una lama era scesa la sera e io non potei fare a meno di sorridere ripensando al filo del rasoio che avevo fatto nel pomeriggio, in mezzo a tutte quelle foto appese, perfino ai disegni. Un giorno mi avevano chiamato dall’Istituto pregandomi di andare a ritirare i miei effetti personali: le pagelle, i quaderni, le foto di classe. Era rimasto tutto lì nel fondo di un armadio in un’ala della scuola chiusa da anni. Comunque ci ero andato.

Vittoria e’ entrata come tutte le sere nel bar all’angolo, quello che resta sempre aperto, anche a Pasqua e a Ferragosto. Alla cassa, la signora Bertini le passa un sacchetto di plastica e le allunga il resto. E’ ingrassata e gli anni le pesano sulle spalle e sulle scarpe sformate, mi sa che mica se la passano tanto bene là dentro. Vittoria, si stringe la cintura del cappotto e guadagna Corso Sempione, poi gira a sinistra in Via Monte Altissimo. La salita le accorcia il fiato e la gamba sembra gesso tanto e’ rigido. La seguo a distanza, senza fatica. Mi sento bene. Respiro e vedo il fiato che si fa condensa e ripenso a tutte le volte che ho immaginato disegnando sui vetri del dormitorio questo momento, il rasoio affilato o le forbici, poi rosso, come io lo immaginavo, sparso su tutta la superficie della finestra che alla fine con la mano che va da sola copri tutto, solo negli angoli ancora un piccolo spazio.

Ecco il portone. La chiamo. “Signora Sargentini. Sono Carlo, Carlo Robecchi o almeno credo sia questo il cognome che mi hanno affibbiato dopo che mi hai lasciato a marcire lì…”

Questo non l’avevo previsto, non riesco a fermare la lingua. Pensavo sarebbe stato tutto più veloce. E in silenzio. Vittoria si gira e si porta le mani alla gola. E’ pallida e la pelle e’ ancora così tirata che ricorda quella delle ali di pollo. Muove la bocca come per dire qualcosa, ma la gamba cede ed e’ costretta ad attaccarsi alla chiglia del portone per non cadere. Il tacco della scarpa sinistra, quella più bassa si e’ staccato, eccolo a pochi centimetri dalla scarpa, vicino al tombino. Un po’ come Vittoria che ha il fiato corto e che proprio non le piace vedere il riflesso della sua paura sulla lama del rasoio, solo un riflesso perché riprendo sicurezza e sferro il primo colpo. La strada e’ deserta illuminata solo da due lampioni e dalle luci di natale sui balconi. La sagoma di un babbo natale che si arrampica sulla facciata di un palazzo mi da’ ancora più sicurezza e sferro il secondo colpo, ben assestato. Ricorda una v, v per vendetta, e Vittoria non emette lamenti tanto che per un momento penso che se l’e’ portata via un attacco di cuore arrivato proprio al momento giusto per rovinarmi la festa. E invece no, ha ancora quello sguardo freddo, quasi di rimprovero, nonostante le lacrime e il mascara che le e’ colato sulle guance arrossate. Poi inizia a fiottare, come a dire qualcosa, ma io taglio corto, vaffanculo, quanto tempo mi fa perdere questa vecchia.  Il terzo colpo deve andare liscio liscio, proprio la giugulare, ho solo il tempo per allargare le labbra, screpolate per il freddo, sotto ai baffi finti che mi hanno cominciato a prudere. Buon Natale, mamma, dico.

La lascio lì, vicino ai secchioni, riversa in un rigagnolo di foglie gialle e acqua marcia, mi allontano senza neanche troppa premura, illuminato a intermittenza dalle luci di natale.

L’antifurto della mia macchina fa un rumore sordo, in lontananza si sente ridere, magari intorno a un tavolo verde per una partita a carte. Io invece salgo in macchina e accendo la radio che oggi ho il turno di notte.

 

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biografia dell'autore

 

Marta Tellez, 1967, laurea in Storia e Critica del Cinema, con tesi: Dracula da Bram Stoker al Bram Stoker’s Dracula. Sta attualmente ultimando il romanzo Morso dopo morso.