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BLOODY CHRISTMAS
- di Francesca
Dalle Lucche -
In silenzio,
protetto
dall'ombra
fissava tutta
quella gente che
usciva dalla
Chiesa. Ogni
tanto lanciava
un'occhiata
verso il cielo.
C'erano
pochissime
stelle. Si stava
annuvolando. Le
campane della
grande Casa del
Signore
rintoccarono per
dodici volte...
il Natale era
iniziato...guardò
a terra e si
fissò poi le
mani. Aperte, il
palmo rivolto
verso l’alto e
le dita piegate.
Sembrava si
fossero lasciate
sfuggire
qualcosa.
“Mamma guarda,
il signor Jack,
poverino, gli
andiamo a
portare qualcosa
da mangiare o un
caffè? È li da
solo al freddo”
“Vieni via
tesoro, non ti
avvicinare. Il
suo sguardo non
mi da fiducia
per nulla, mi fa
paura”
È vero che
andare in chiesa
durante il
periodo
natalizio, non è
sempre sinonimo
di coerenza, ma
quel Natale nel
piccolo paese di
Tagliaboschi non
era all’insegna
della gioia e
della
spensieratezza.
Le persone si
sorridevano, pur
avendo occhi
tristi e si
scambiavano
doni, più per
consuetudine che
perché lo
sentissero
veramente. Ma
soprattutto
avevano paura,
non si fidavano
di nessuno,
chiunque poteva
essere
pericoloso, ma
nascosto da un
viso familiare,
apparentemente
degno di
rispetto e
fiducia.
Era oramai una
settimana che,
giorno dopo
giorno, delitti
efferati si
susseguivano
nella zona. Le
vittime non
avevano
apparentemente
collegamenti tra
di loro, solo il
modo in cui
venivano
ritrovate le
rendeva simili.
Per lo meno,
dopo giorni di
indagine, la
polizia era
riuscita a
ricostruire una
sommaria
dinamica. Le
vittime erano
ritrovate sempre
in una piazza o
in un parco
attorno alla
città, lasciate
ogni volta in
una posizione
naturale, mentre
leggevano il
giornale,
nell’atto di
bere un caffè o
leggere un
libro. Non si
sarebbe detto ci
fosse nulla di
strano. Solo
dopo i primi
due delitti, una
volta ritrovato
il corpo, era
facile intuire
il seguito. Le
vittime
sparivano nel
tardo
pomeriggio,
veniva lanciato
l’allarme e la
mattina le
ritrovavano
sedute da
qualche parte
apparentemente
prese da
attività
quotidiane.
Un volta
arrivati i
soccorsi, si
scopriva la
triste realtà:
il loro torace
era
completamente
aperto e
svuotato.
All’interno
l’assassino non
lasciava nulla,
neanche un
organo,
sembravano
bambole tenute
in piedi solo
dalla struttura
ossea. La prima
volta fu
shoccante.
Nessuno si
aspettava che
una persona
seduta, con i
vestiti puliti e
nessun segno o
ferita visibile,
potesse essere
morta. Era solo
dopo, quando
scoprivano la
verità, che era
difficile
frenare le
proprie
interiora dal
rivoltarsi.
L’uomo
continuava a
fissarsi le
mani, aveva
cominciato a
nevicare e alcun
fiocchi erano
caduti sui suoi
palmi e si erano
sciolti.
Ad un certo
punto il cane
abbandonato del
paese, Pongo o
Ciccio per
tutti, si
accostò a lui e
gli leccò le
mani. Questo
scosse l’uomo
dal torpore.
Diede una spinta
al cane per
allontanarlo, ma
la bestiola
persistente
ritornò ad
annusare e
leccare le sue
mani, una, due ,
tre volte. Alla
fine Jack si
arrese
“As you prefer
little bastard!”
Si alzò dalla
panchina, come
in trance, e
cominciò a
camminare.
Viveva oramai in
quel paese da
trent’anni, ma
non aveva mai
imparato la
lingua come si
deve. La
difficoltà
linguistica
unita al suo
carattere
burbero lo
avevano lasciato
isolato dal
resto della
comunità. Era
venuto da un
piccolo
villaggio
inglese con la
moglie, che era
morta dieci anni
prima per una
terribile
malattia. Gli
abitanti di
Tagliaboschi
cercavano di
fare del loro
meglio per
stargli vicino,
ma Jack non
sembrava
curarsene.
Continuò a
camminare verso
casa sua ,
l’ultima del
paese, nella
zona più buia e
nascosta. La
chiesa era dalla
parte opposta,
per cui era
inevitabile
dover
attraversare il
folto numero di
case per
giungere a
destinazione.
Passò in quel
momento davanti
alla piccola
questura, dalla
quale
provenivano
grida disperate
“Voi dovete fare
qualcosa, non
trovo più mio
figlio, non
voglio che
succeda nulla,
non voglio che
venga ucciso,
per favore….”
Jack si fermò ad
ascoltare poi
voltò la schiena
e ritornò a
camminare in
direzione della
casa, d’altra
parte non erano
affari suoi
pensava. Non era
cattivo, Jack,
ma non pensava
di avere nulla a
che fare con il
resto delle
persone, non
pensava di
appartenere a
nessun gruppo.
Entrò nel suo
piccolo pezzo di
giardino, scuro
in confronto a
tutto il resto
del villaggio,
spoglio di ogni
decorazione
natalizia. Era
un periodo come
tutti gli altri,
perché sprecare
il proprio tempo
ad appendere
palle colorate e
sbrogliare fili
di lucette
luminose. In
ogni caso dopo
poche settimane,
il lavoro
sarebbe stato
da distruggere
di nuovo.
“Welcome home
Jack!” disse una
voce dall’ombra.
“Mnh…” grugnì
l’uomo.
“Bloody
Christmas to
you!”
Jack si mise i
guanti e uscì di
casa nuovamente,
questa volta con
il coltello da
caccia stretto
in pugno e si
avviò sulla cima
della collina.
C’era una villa
abbandonata,
oscura, che
tutti oramai
avevano
dimenticato. Un
tempo era
abitata, ma il
proprietario
aveva deciso di
andarsene con il
figlio dopo che
la moglie e la
figlia erano
morte l’anno
precedente.
Il cancello
scricchiolò
quando Jack lo
aprì, pietre
sconnesse si
muovevano sotto
i suoi piedi
mentre si faceva
strada per il
vialetto, una
volta libero
dall’erbaccia ma
ora quasi
completamente
ricoperto. La
porta si aprì
subito con una
leggera spinta.
Scricchiolava,
come il resto
della casa.
Sembrava quasi
che stesse in
piedi per
miracolo. I
vetri erano
rotti o
incrinati in
tutte le stanze,
il che rendeva
l’ambiente
ancora più
freddo e
polveroso del
normale. Una
luce bluastra
illuminava il
salone. Era la
luna piena, che
faceva capolino
tra le nubi,
portate via dal
vento. Vicino al
camino spento,
stava un ragazzo
di circa 16
anni, era
bendato e legato
mani e piedi. Il
viso era sporco
per le lacrime
che si facevano
strada sulle
guance
impolverate, le
sue mani erano
ricoperte di
sangue, di
sicuro aveva
lottato.
“Chi c’è? C’è
nessuno? Ti
prego, non farmi
del male,
lasciami
andare…”
Il pianto rotto
dai singhiozzi,
e il corpo
scosso da
fremiti di
paura.
“Per favore,
cosa vuoi,
soldi? Non ne
abbiamo, ma sono
sicuro che la
mia famiglia
farà tutto il
possibile per
mettere insieme
quello che
chiederai….ti
prego, lasciami
andare…”
Jack sembrava
quasi non
sentirlo,
avanzava in modo
inconsapevole
verso la figura
seduta a terra,
aggiustando la
direzione quasi
non fosse lui a
decidere i
movimenti del
proprio corpo.
Gli occhi
sbarrati erano
bianchi e
fissavano il
vuoto.
Si avvicinò al
ragazzo, senza
dire nulla, lo
afferrò e lo
stese a terra
“Noooo, no ti
prego, che cosa
fai, smettila,
ti prego, ti
prego,
noooooooooo…”
Cominciò a
spogliarlo e,
mano a mano,
piegava i
vestiti li
vicino a lui.
Una volta
terminato
riprese il
coltello che
aveva appoggiato
sul pavimento e
lo diresse verso
l’addome del
ragazzo. Fece
pressione sulla
sua pancia,
trapassando la
pelle e poi i
muscoli.
“Aaaaahhhhhhhhhhhhhhhhhh”
il ragazzo urlò
di dolore e
continuò a
piangere in
preda al terrore
e alla
disperazione
“Basta, ti
prego, ti prego,
basta fermati,
fermati
bastardo, falla
finita, lasciami
andare!
Aiutooooooooooooo,
aiutoooooooooooooooooooooo”
Continuava a
gridare, ma il
suo carnefice
sembrava non
sentisse. Con
meticolosità
cominciò a
muovere il
coltello verso
l’altro,
disegnando un
ovale quasi
perfetto. Il
sangue schizzava
da tutte le
parti e il suo
viso e la sua
barba ne erano
completamente
coperti. Il
ragazzo era alla
fine svenuto dal
dolore, o forse
era già morto.
Una volta
terminato il
taglio, Jack
staccò la parte
di carne quasi
fosse un
coperchio. La
gettò in un
angolo
“Bene…ora il
resto, LANCIAMI
ANCHE IL RESTO!”
urlò una voce
dall’angolo
buio.
Apparentemente
non c’era
nessuno, si
sentiva solo uno
strano rumore
non ben
definito.
L’uomo continuò
la sua opera
asportando uno
dopo l’altro gli
organi del
ragazzo, il
cuore per ultimo
come faceva
sempre. Tutti
venivano gettati
nello stesso
angolo. Con
delle bende e
degli
strofinacci pulì
i residui di
sangue. Raccolse
i vestiti che
erano al suolo,
li portò in
un'altra stanza
e cominciò a
lavarli. Li mise
quindi
nell’asciugatrice
e quando furono
pronti, tornò di
nuovo nel
salone. Una
persona con il
volto coperto da
un cappuccio
nero lo
aspettava, prese
i vestiti e si
apprestò a
rivestire il
ragazzo.
Jack si avvicinò
a lui, sollevò
il corpo senza
vita e si avviò
verso il parco
vicino, lo mise
seduto su una
panchina con un
libro di favole
in mano.
“Thanks Santa!”
disse una voce
gelida.
Ripercorse tutta
la strada verso
casa e si infilò
nel letto.
La mattina dopo,
tutto il
villaggio fu
svegliato da un
grido
“Svegliatevi, ha
colpito ancora,
aiuto, qualcuno
mi aiuti!”.
Giulia, la
figlia del
fornaio aveva
trovato il corpo
del cugino
andando a fare
jogging quella
mattina. Lo
sapeva che era
pericoloso
andare in giro
da soli,
specialmente a
ore insolite, ma
era convinta che
in ogni caso
avrebbe corso
più veloce
dell’assassino e
non se ne
curava. Lo aveva
trovato sulla
panchina, il
libro di favole
era caduto a
terra, e il
ragazzo non dava
segni di vita.
Faceva freddo
quel giorno e
nuvole di vapore
uscivano dalla
bocca al minimo
respiro. Il
cugino era una
statua di
ghiaccio.
La polizia se ne
occupò, seguì la
procedura, come
sempre. Il
cadavere venne
sottoposto ad
autopsia, la
modalità era la
stessa. Nessuna
prova, nessun
indizio, solo
una vittima in
più. Trovare
qualche traccia
quel giorno era
ancora più dura,
aveva nevicato
tutta la notte e
un fitto strato
di neve copriva
tutte le
montagne lì
intorno.
Due poliziotti
parlavano tra di
loro sui gradini
della chiesa
quel giorno
“Oramai è il
decimo delitto,
dobbiamo
fermarlo in
qualche modo!”
“Si, se solo
sapessimo chi
è…non abbiamo
speranza di
trovarlo se
almeno non fa un
errore”
Erano
scoraggiati, a
testa bassa
entrarono in
chiesa per la
messa del
giorno. Jack era
di nuovo seduto
sulla panchina
del parco, di
nuovo fissando
il vuoto e le
sue mani. Non
entrava mai in
chiesa, forse
non riusciva a
seguire la messa
o forse non ne
aveva voglia,
nessuno lo
sapeva con
certezza.
“Ciao Jack, come
stai?”
la
signora
Elisa era un
brava
donna,
si
preoccupava
sempre
per
tutti.
Era rimasta sola
anni prima, i
suoi figli se ne
erano andati a
vivere in città
ma lei non aveva
voluto seguirli
neanche dopo la
morte del
marito.
Apparteneva a
quelle montagne,
diceva.
“Guarda che cosa
ti ho portato,
ne avrai bisogno
se continui a
sederti qui
fuori al
freddo!” disse
mentre tirava
fuori dalla
borsa una
sciarpa fatta a
mano. Gliela
mise attorno al
collo. Era calda
e bella, tutta
verde con decori
in oro e rosso.
Improvvisamente
arrivò Pongo con
in bocca
qualcosa,
sembrava un
pallone sgonfio.
“Ah guarda il
tuo amico qui,
ha preso a
seguirti
ovunque, almeno
non sarai più
solo soletto!”
“I don’t care!”
“Ma che cosa ha
in bocca? Vieni
Pongo, qui, qui
bello!”
Quando l’animale
si avvicinò
Elisa prese
quello che
teneva stretto
tra i denti. Era
una scarpa,
imbrattata di
sangue, con
pezzi di carne
putrescenti che
penzolavano e
tagliata in più
punti. Gridò
spaventata,
attirando
l’attenzione
delle persone
che stavano
seguendo la
funzione nella
chiesa.
Immediatamente
tutti uscirono
sulla scalinata
e videro Elisa
pietrificata dal
terrore e Jack
che se ne andava
infastidito
dall’improvviso
trambusto. Pongo
continuava a
leccare la
scarpa.
I poliziotti si
avvicinarono e
scacciarono il
cane dalla sua
preda. Presero
la scarpa per
analizzarla,
temendo
fortemente il
risultato.
Dopo un paio di
giorni furono
sicuri, il
sangue sulla
scarpa
apparteneva alla
quarta vittima.
Si erano svolti
i funerali
dell’ultima e
tutti non
sapevano più che
pesci prendere.
I delitti
continuavano con
la stessa
frequenza, uno
al giorno.
“Io non so come
possiamo fare.
Ci deve pure
essere un nesso
tra le vittime.”
“Apparentemente
no. Anche per
questo è più
difficile
prenderlo. Non
c’è nesso
logico” continuò
il commissario
Pelletti “a meno
che…”
“A meno che?”
“A meno che non
colpisca
veramente a
caso.
Analizziamo i
dati che
abbiamo. Di
nuovo”
“ Tutte le
vittime…cacchio
non c’è neanche
un nesso
riguardante
l’età! Hanno
tutte età
diverse”
“Si, ma aspetta,
sono tutti
appartenenti a
famiglie
diverse” disse
una terza
poliziotta
“voglio dire,
questo potrà
significare solo
una cosa… molto
probabilmente
sono senza nesso
per questo!
Devono esserlo!”
“Non ti seguo…”
“Io neanche”
“Scusa quante
famiglie hanno
perso una
persona? Sono
oramai più le
persone che
hanno un
familiare
deceduto
quest’anno che
quelle che non
hanno subito
lutti.
Probabilmente
solo chi è
partito per
andare a passare
il Natale a casa
di parenti che
non vivono qui
si è salvato.”
“È vero…che
tristezza”
Intanto in
questura si
rifletteva su
come risolvere
il caso, su chi
poteva essere
indagato. La
situazione
tuttavia era
trapelata ai
giornali e in
città
cominciavano ad
arrivare sempre
più giornalisti.
“Qui Marco
Cioli per tele
maremma. Il
paese di
Tagliaboschi,
che conta un
centinaio di
abitanti, è
stato scosso da
efferati delitti
cominciati la
settimana prima
di Natale. Si
potrebbe dire
che queste
persone stanno
vivendo un
natale
sanguinoso”
“Ma chi lo ha
liberato questo?
Come se fosse
divertente…”
Il paese era in
preda alla
disperazione,
dopo l’imbrunire
non si vedeva
nessuno per le
strade, i negozi
chiudevano, il
bar del paese
era deserto,
riempito solo
dal rumore del
televisore che
riportava le
nefande notizie
“…è qui,
esattamente su
questa panchina,
che l’ultima
vittima è stata
ritrovata ieri
notte. È strano
immaginare una
persona…mah…che
cosa succede, ma
che fai?...”
Improvvisamente
il cameraman
lasciò la
cinepresa e
scappò via in
preda al
terrore. Cadendo
a terra, senza
smettere di
registrare tutti
videro quello
che succedeva.
Una figura fin
troppo nota si
avvicinò, con il
coltello in
mano, alle
spalle del
giornalista e
senza troppi
complimenti gli
piantò la lama
nel collo,
l’uomo cadde
urlando di
dolore. Solo
quando fu a
terra, il suo
carnefice, come
in preda a un
raptus cominciò
a muovere il
coltello. Aprì
un lungo taglio
lungo tutta la
spina dorsale e
poi cominciò a
ritagliare due
ali di carne.
Staccò la pelle
grondante di
sangue,
incurante delle
urla di dolore
dell’uomo che
piano, piano si
spense come un
moccolo di
candela.
Nell’operazione
schizzi di
sangue
sporcarono il
vetro della
telecamera, ma
non tanto da non
poter mostrare i
poliziotti che
arrivavano e
braccavano
l’uomo a terra.
Cadde sotto il
peso degli
agenti, così
senza urlare,
senza dire una
parola o opporre
resistenza.
L’unica cosa che
era riuscito a
fare prima che
le mani gli
venissero
legate, fu
lanciare i due
pezzi di carne
lontano nella
parte buia del
parco. Solo uno
dei poliziotti
che era sopra di
lui vide che
venivano
trascinati via,
lasciando una
scia di sangue,
nella macchia
oscura dietro la
fontanella.
“Tommasi,
sbrigati, dietro
la fontana,
credo ci sia
qualcun altro,
corri!”
Non fece in
tempo ad
arrivare, trovò
solo Pongo che
leccava le
macchie di
sangue, della
carne neanche
l’ombra.
“Va bene Jack,
ora confessa.
Hai ucciso tu
tutte quelle
persone?”
Jack continuò a
fissare il vuoto
davanti a lui,
come se potesse
vedere qualcosa
che agli altri
era sfuggito.
Era in quello
stato di trance
da quando lo
avevano trovato
nel parco, gli
occhi velati,
spenti.
“Allora?” disse
il commissario
scuotendolo con
forza “Dimmi
bastardo, hai
ucciso tu tutte
quelle persona?
DIMMELO brutto
pezzo di merda…”
Era chiaro che
non avrebbe
ottenuto
risposta, l’uomo
era come un
muro.
“Ma che diavolo
ha quest’uomo? È
drogato? Non
parla, avrà
ancora la
lingua?”
In quel momento
la porta di
spalancò
sbattendo
“Commissario un
altro ragazzo è
sparito, è il
figlio del
barbiere..”
“Oh cazzo, non è
possibile,
questo malato di
mente è qui.
Tenetelo
d’occhio,
dobbiamo trovare
il suo complice.
È l’unica
soluzione, non
lavorava da
solo.”
Il commissario a
grandi passi
infilò la porta
seguito da degli
agenti.
Uscito
dall’edifico
andò ad
inciampare su
Pongo.
“Maledetto
randagio,
togliti dalle
palle!” e gli
allungò una
pedata sul
dorso.
“No, commissario
aspetti. Ho
un’idea. Ricorda
la scarpa che
trovammo in
piazza e di cui
non abbiamo mai
scoperto il
proprietario?
Ricorda prima,
quando abbiamo
fermato Jack? Il
cane era lì in
entrambi i casi,
lui può portarci
dove si trova
l’assassino.”
“Si, va bene,
glielo chiedi tu
gentilmente in
canese oppure
dici che
possiamo fargli
una richiesta
scritta? Dici
che sa leggere?”
In quel momento
Pongo si mosse
dalla piazza
principale e
cominciò a
dirigersi verso
la casa di Jack.
“Lei faccia
quello che
vuole, io lo
seguo”
Tommasi cominciò
a correre dietro
a Pongo, seppur
ad una certa
distanza per non
spaventarlo e
rendere vano lo
sforzo. Piano,
piano il cane si
avvicinò alla
casa di Jack,
annusò il
cancello, ma non
si fermò li.
Passò oltre.
Iniziò salire
per la collina,
verso la villa
abbandonata.
“Mah, non vorrei
che il
commissario
avesse ragione.
Sto solo
perdendo tempo
qui inseguendo
un cane”
Stava per
voltarsi quando
sentì un rumore
provenire
proprio da
quell’ammasso di
assi in rovina.
Sembrava un
urlo. “Mi sto
lasciando
davvero
condizionare,
sento i rumori
provenienti dal
nulla… ma
forse…”
Decise che
valeva la pena
comunque
controllare e si
avviò attraverso
il cancelletto,
camminando
sull’erba
calpestata che
indicava il
vecchio sentiero
ciottolato
“Merda, qui
davvero c’è
stato qualcuno.”
Prese la radio
e, come spinto
da un’intuizione
improvvisa
chiamò i
colleghi. “Qui
agente Tommasi,
alla casa
abbandonata c’è
qualcosa di
strano, mi
servono
rinforzi.”
Subito dopo un
grosso pezzo di
legno lo colpì
alla testa.
Quando riaprì
gli occhi si
ritrovò in un
salone buio,
illuminato dai
gelidi raggi
della luna.
Davanti a lui
un’immagine
raccapricciante,
una figura
accucciata era
piegata sul
corpo di un
ragazzo che con
terrore
riconobbe essere
il figlio del
barbiere. Si
lasciò sfuggire
un grido, ma non
poteva, la sua
bocca era
sigillata da uno
spesso pezzo di
nastro isolante.
Il ragazzo
doveva essere
già morto quando
lui era
arrivato, perché
al momento
giaceva al suolo
senza vita, con
il torace
completamente
aperto e rivoli
di sangue che
uscivano dalla
sua bocca.
L’altra persona
stava china su
di lui,
armeggiando sul
corpo. Non era
chiaro cosa
stesse facendo,
era troppo buio.
L’agente cercò
di calmarsi e di
riflettere anche
se risultava
difficile.
Percepì in quel
momento, oltre
al forte odore
di sangue, un
odore più acuto,
di benzina. Poi
si soffermò ad
ascoltare. Con
orrore realizzò
che i brevi e
sordi rumori che
sentiva
provenivano dal
corpo e dal suo
aggressore,
sentiva
masticare,
succhiare…la
figura chinata
sul corpo del
ragazzo ne stava
mangiando le
interiora come
un cane che
leccava
l’interno di una
ciotola.
Sentì un rumore
provenire da
fuori, ma il
carnefice pareva
non essersene
accorto
concentrato sul
suo pasto. Se
aveva fortuna
avrebbero
trovato la radio
che gli era
caduta per
terra. Dopo
qualche minuto
la porta venne
sfondata da un
paio di agenti
che fecero
irruzione. Vide
due fasci di
luce provenienti
dalla porta. La
figura si girò
in quella
direzione
“Cristo santo,
ma che diavolo è
quella cosa?”
“O merda, il
ragazzo, è
morto.”
Uno degli agenti
andò a slegare
il collega che
giaceva a pancia
a terra con le
mani e i piedi
legati sopra la
schiena.
La figura
continuò a
fissarli, sapeva
di essere sotto
tiro, si limitò
a finire il
boccone. Ogni
volta che
masticava,
lentamente, come
se fosse solo
nella stanza, un
fiotto di sangue
usciva dalla
bocca, distorta
in un terribile
ghigno.
“Va bene,
mentecatto,
alzati e tieni
le mani sopra la
testa”
La figura a
testa bassa si
alzò in piedi
“Così ora tutti
sapranno…” alzò
le mani
lentamente.
L’unica cosa che
videro fu una
piccola
scintilla
accendersi tra
le sue mani.
Questa minuscola
fonte di luce
venne lasciata
cadere sul
pavimento e
tutto fu fuoco.
Dalle fiamme una
voce “Tutti
capiranno cosa
vuol dire
soffrire, tutti
sapranno che
cosa significa
un Natale da
soli”
Poi si udì un
grido, lo
avevano
riconosciuto
dalla voce. Era
il medico del
paese che aveva
perso la
famiglia il
Natale
precedente a
causa di un
incidente
d’auto. Era
impazzito, e
aveva pagato per
la sua follia.
Si affrettarono
ad uscire dalla
casa in fiamme.
Dal giardino
videro la villa
accartocciarsi
su se stessa
divorata dalle
fiamme. Erano
sconvolti.
In questura
intanto
l’interrogatorio
continuava,
senza che gli
agenti
riuscissero a
tirare fuori una
sillaba da
quella figura
persa chissà in
quale parte
della sua
memoria.
“Ah grazie mille
brutto bastardo!
Grazie Babbo
Natale della
morte!
Bastardo!”
Come scosso da
una scarica
elettrica, la
vita sembrò
ritornare in
Jack. Si guardò
le mani ancora
imbrattate di
sangue e pianse.
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biografia
dell'autore
Francesca nasce a Carrara (MS) nel 1979.
Dopo una semidisastrosa carriera scolastica, ottiene una laurea in Studi
Comparatistici con discreti risultati.
Lavora in una videoteca per due anni,
appassionata di cinema, divora centinaia di pellicole con predilezione
per fantasy e fantascienza.
Attualmente convive con il compagno a
Dublino e lavora nel museo adiacente la fabbrica di birra più irlandese
del mondo! Ma è astemia, mai un datore di lavoro è stato più felice!
La fantasia non le è mai mancata, sin da
bambina. Sin da quando a soli sette anni si era improvvisata architetto
tentando di costruire un rifugio con gli stecchi dei ghiaccioli!
La passione per la scrittura e la lettura
sono cominciate sin dall’ultimo anno delle scuole medie. A queste, in
anni più maturi si è aggiunta una forte predilezione per le lingue
straniere e l’Asia estremorientale.
Più attenta al dovere che non al piacere
solo da poco ha cominciato a cimentarsi nella pratica. Sta attualmente
cercando il suo stile e il suo genere letterario.
Spera di diventare una scrittrice e
traduttrice abbastanza nota da poter vivere del proprio lavoro. Ma se
così non fosse, ha il suo piano B. Aprire una trattoria vecchio stile al
centro di Dublino, come oasi culinaria per gli italiani in vacanza.
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