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BLOODY CHRISTMAS

- di Francesca Dalle Lucche -

 

In silenzio, protetto dall'ombra fissava tutta quella gente che usciva dalla Chiesa. Ogni tanto lanciava un'occhiata verso il cielo. C'erano pochissime stelle. Si stava annuvolando. Le campane della grande Casa del Signore rintoccarono per dodici volte... il Natale era iniziato...guardò a terra e si fissò poi le mani. Aperte, il palmo rivolto verso l’alto e le dita piegate. Sembrava si fossero lasciate sfuggire qualcosa.

“Mamma guarda, il signor Jack, poverino, gli andiamo a portare qualcosa da mangiare o un caffè? È li da solo al freddo”

“Vieni via tesoro, non ti avvicinare. Il suo sguardo non mi da fiducia per nulla, mi fa paura”

È vero che andare in chiesa durante il periodo natalizio, non è sempre sinonimo di coerenza, ma quel Natale nel piccolo paese di Tagliaboschi non era all’insegna della gioia e della spensieratezza. Le persone si sorridevano, pur avendo occhi tristi e si scambiavano doni, più per consuetudine che perché lo sentissero veramente. Ma soprattutto avevano paura, non si fidavano di nessuno, chiunque  poteva essere pericoloso, ma nascosto da un viso familiare, apparentemente degno di rispetto e fiducia.

Era oramai una settimana che, giorno dopo giorno, delitti efferati si susseguivano nella zona. Le vittime non avevano apparentemente collegamenti tra di loro, solo il modo in cui venivano ritrovate le rendeva simili. Per lo meno, dopo giorni di indagine, la polizia era riuscita a ricostruire una sommaria dinamica. Le vittime erano ritrovate sempre in una piazza o in un parco attorno alla città, lasciate ogni volta in una posizione naturale, mentre leggevano il giornale, nell’atto di bere un caffè o leggere un  libro. Non si sarebbe detto ci fosse nulla di strano. Solo dopo  i primi due delitti, una volta ritrovato il corpo, era facile intuire il seguito. Le vittime sparivano nel tardo pomeriggio, veniva lanciato l’allarme e la mattina le ritrovavano sedute da qualche parte apparentemente prese da attività quotidiane.

Un volta arrivati i soccorsi, si scopriva la triste realtà: il loro torace era completamente aperto e svuotato. All’interno l’assassino non lasciava nulla, neanche un organo, sembravano bambole tenute in piedi solo dalla struttura ossea. La prima volta fu shoccante. Nessuno si aspettava che una persona seduta, con i vestiti puliti e nessun segno o ferita visibile, potesse essere morta. Era solo dopo, quando scoprivano la verità, che era difficile frenare le proprie interiora dal rivoltarsi.

L’uomo continuava a fissarsi le mani, aveva cominciato a nevicare e alcun fiocchi erano caduti sui suoi palmi e si erano sciolti.

Ad un certo punto il cane abbandonato del paese, Pongo o Ciccio per tutti, si accostò a lui e gli leccò le mani. Questo scosse l’uomo dal torpore. Diede una spinta al cane per allontanarlo, ma la bestiola persistente ritornò ad annusare e leccare le sue mani, una, due , tre volte. Alla fine Jack si arrese

“As you prefer little bastard!”

Si alzò dalla panchina, come in trance, e cominciò a camminare. Viveva oramai in quel paese da trent’anni, ma non aveva mai imparato la lingua come si deve. La  difficoltà linguistica unita al suo carattere burbero lo avevano lasciato isolato dal resto della comunità. Era venuto da un piccolo villaggio inglese con la moglie, che era morta dieci anni prima per una terribile malattia. Gli abitanti di Tagliaboschi cercavano di fare del loro meglio per stargli vicino, ma Jack non sembrava curarsene.

Continuò a camminare verso casa sua , l’ultima del paese, nella zona più buia e nascosta. La chiesa era dalla parte opposta, per cui era inevitabile dover attraversare il folto numero di case per giungere a destinazione. Passò in quel momento davanti alla piccola questura, dalla quale provenivano grida disperate

“Voi dovete fare qualcosa, non trovo più mio figlio, non voglio che succeda nulla, non voglio che venga ucciso, per favore….”

Jack si fermò ad ascoltare poi voltò la schiena e ritornò a camminare in direzione della casa, d’altra parte non erano affari suoi pensava. Non era cattivo, Jack, ma non pensava di avere nulla a che fare con il resto delle persone, non pensava di appartenere a nessun gruppo.

Entrò nel suo piccolo pezzo di giardino, scuro in confronto a tutto il resto del villaggio, spoglio di ogni decorazione natalizia. Era un periodo come tutti gli altri, perché sprecare il proprio tempo ad appendere palle colorate e sbrogliare fili di lucette luminose. In ogni caso dopo poche settimane, il lavoro  sarebbe stato da distruggere di nuovo.

“Welcome home Jack!” disse una voce dall’ombra.

“Mnh…” grugnì l’uomo.

“Bloody Christmas to you!”

Jack si mise i guanti e uscì di casa nuovamente, questa volta con il coltello da caccia stretto in pugno e si avviò sulla cima della collina. C’era una villa abbandonata, oscura, che tutti oramai avevano dimenticato. Un tempo era abitata, ma il proprietario aveva deciso di andarsene con il figlio dopo che la moglie e la figlia erano morte l’anno precedente.

Il cancello scricchiolò quando Jack lo aprì, pietre sconnesse si muovevano sotto i suoi piedi mentre si faceva strada per il vialetto, una volta libero dall’erbaccia ma ora quasi completamente ricoperto. La porta si aprì subito con una leggera spinta. Scricchiolava, come il resto della casa. Sembrava quasi che stesse in piedi per miracolo. I vetri erano rotti o incrinati in tutte le stanze, il che rendeva l’ambiente ancora più freddo e polveroso del normale. Una luce bluastra illuminava il salone. Era la luna piena, che faceva capolino tra le nubi, portate via dal vento. Vicino al camino spento, stava un ragazzo di circa 16 anni, era bendato e legato mani e piedi. Il viso era sporco per le lacrime che si facevano strada sulle guance impolverate, le sue mani erano ricoperte di sangue, di sicuro aveva lottato.

“Chi c’è? C’è nessuno? Ti prego, non farmi del male, lasciami andare…”

Il pianto rotto dai singhiozzi, e il corpo scosso da fremiti di paura.

“Per favore, cosa vuoi, soldi? Non ne abbiamo, ma sono sicuro che la mia famiglia farà tutto il possibile per mettere insieme quello che chiederai….ti prego, lasciami andare…”

Jack sembrava quasi non sentirlo, avanzava in modo inconsapevole verso la figura seduta a terra, aggiustando la direzione quasi non fosse lui a decidere i movimenti del proprio corpo. Gli occhi sbarrati erano bianchi e fissavano il vuoto.

Si avvicinò al ragazzo, senza dire nulla, lo afferrò e lo stese a terra

“Noooo, no ti prego, che cosa fai, smettila, ti prego, ti prego, noooooooooo…”

Cominciò a spogliarlo e, mano a mano, piegava i vestiti li vicino a lui. Una volta terminato riprese il coltello che aveva appoggiato sul pavimento e lo diresse verso l’addome del ragazzo. Fece pressione sulla sua pancia, trapassando la pelle e poi i muscoli.

“Aaaaahhhhhhhhhhhhhhhhhh” il ragazzo urlò di dolore e continuò a piangere in preda al terrore e alla disperazione “Basta, ti prego, ti prego, basta fermati, fermati bastardo, falla finita, lasciami andare! Aiutooooooooooooo, aiutoooooooooooooooooooooo”

Continuava a gridare, ma il suo carnefice sembrava non sentisse. Con meticolosità cominciò a muovere il coltello verso l’altro, disegnando un ovale quasi perfetto. Il sangue schizzava da tutte le parti e il suo viso e la sua barba ne erano completamente coperti. Il ragazzo era alla fine svenuto dal dolore, o forse era già morto. Una volta terminato il taglio, Jack staccò la parte di carne quasi fosse un coperchio. La gettò in un angolo

“Bene…ora il resto, LANCIAMI ANCHE IL RESTO!” urlò una voce dall’angolo buio. Apparentemente non c’era nessuno, si sentiva solo uno strano rumore non ben definito.

L’uomo continuò la sua opera asportando uno dopo l’altro gli organi del ragazzo, il cuore per ultimo come faceva sempre. Tutti venivano gettati nello stesso angolo. Con delle bende e degli strofinacci pulì i residui di sangue. Raccolse i vestiti che erano al suolo, li portò in un'altra stanza e cominciò a lavarli. Li mise quindi nell’asciugatrice e quando furono pronti, tornò di nuovo nel salone.  Una persona con il volto coperto da un cappuccio nero lo aspettava, prese i vestiti e si apprestò a rivestire il ragazzo.

Jack si avvicinò a lui, sollevò il corpo senza vita e si avviò verso il parco vicino, lo mise  seduto su una panchina con un libro di favole in mano.

“Thanks Santa!” disse una voce gelida.

Ripercorse tutta la strada verso casa e si infilò nel letto.

La mattina dopo, tutto il villaggio fu svegliato da un grido

“Svegliatevi, ha colpito ancora, aiuto, qualcuno mi aiuti!”. Giulia, la figlia del fornaio aveva trovato il corpo del cugino andando a fare jogging quella mattina. Lo sapeva che era pericoloso andare in giro da soli, specialmente a ore insolite, ma era convinta che in ogni caso avrebbe corso più veloce dell’assassino e non se ne curava. Lo aveva trovato sulla panchina, il libro di favole era caduto a terra, e il ragazzo non dava segni di vita. Faceva freddo quel giorno e nuvole di vapore uscivano dalla bocca al minimo respiro. Il cugino era una statua di ghiaccio.

La polizia se ne occupò, seguì la procedura, come sempre. Il cadavere venne sottoposto ad autopsia, la modalità era la stessa. Nessuna prova, nessun indizio, solo una vittima in più. Trovare qualche traccia quel giorno era ancora più dura, aveva nevicato tutta la notte e un fitto strato di neve copriva tutte le montagne lì intorno.

Due poliziotti parlavano tra di loro sui gradini della chiesa quel giorno

“Oramai è il decimo delitto, dobbiamo fermarlo in qualche modo!”

“Si, se solo sapessimo chi è…non abbiamo speranza di trovarlo se almeno non fa un errore”

Erano scoraggiati, a testa bassa entrarono in chiesa per la messa del giorno. Jack era di nuovo seduto sulla panchina del parco, di nuovo fissando il vuoto e le sue mani. Non entrava mai in chiesa, forse non riusciva a seguire la messa o forse non ne aveva voglia, nessuno lo sapeva con certezza.

“Ciao Jack, come stai?” la signora Elisa era un brava donna, si preoccupava sempre per tutti. Era rimasta sola anni prima, i suoi figli se ne erano andati a vivere in città ma lei non aveva voluto seguirli neanche dopo la morte del marito. Apparteneva a quelle montagne, diceva.

“Guarda che cosa ti ho portato, ne avrai bisogno se continui a sederti qui fuori al freddo!” disse mentre tirava fuori dalla borsa una sciarpa fatta a mano. Gliela mise attorno al collo. Era calda e bella, tutta verde con decori in oro e rosso.

Improvvisamente arrivò Pongo con in bocca qualcosa, sembrava un pallone sgonfio.

“Ah guarda il tuo amico qui, ha preso a seguirti ovunque, almeno non sarai più solo soletto!”

“I don’t care!”

“Ma che cosa ha in bocca? Vieni Pongo, qui, qui bello!”

Quando l’animale si avvicinò Elisa prese quello che teneva stretto tra i denti. Era una scarpa, imbrattata di sangue, con pezzi di carne putrescenti che penzolavano e tagliata in più punti. Gridò spaventata, attirando l’attenzione delle persone che stavano seguendo la funzione nella chiesa. Immediatamente tutti uscirono sulla scalinata e videro Elisa pietrificata dal terrore e Jack che se ne andava infastidito dall’improvviso trambusto. Pongo continuava a leccare la scarpa.

I poliziotti si avvicinarono e  scacciarono il cane dalla sua preda. Presero la scarpa per analizzarla, temendo fortemente il risultato.

Dopo un paio di giorni furono sicuri, il sangue sulla scarpa apparteneva alla quarta vittima. Si erano svolti i funerali dell’ultima e tutti non sapevano più che pesci prendere. I delitti continuavano con la stessa frequenza, uno al giorno.

“Io non so come possiamo fare. Ci deve pure essere un nesso tra le vittime.”

“Apparentemente no. Anche per questo è più difficile prenderlo. Non c’è nesso logico” continuò il commissario Pelletti “a meno che…”

“A meno che?”

“A meno che non colpisca veramente a caso. Analizziamo i dati che abbiamo. Di nuovo”

“ Tutte le vittime…cacchio non c’è neanche un nesso riguardante l’età! Hanno tutte età diverse”

“Si, ma aspetta, sono tutti appartenenti a famiglie diverse” disse una terza poliziotta “voglio dire, questo potrà significare solo una cosa… molto probabilmente sono senza nesso per questo! Devono esserlo!”

“Non ti seguo…”

“Io neanche”

“Scusa quante famiglie hanno perso una persona? Sono oramai più le persone che hanno un familiare deceduto quest’anno che quelle che non hanno subito lutti. Probabilmente solo chi è partito per andare a passare il Natale a casa di parenti che non vivono qui si è salvato.”

“È vero…che tristezza”

Intanto in questura si rifletteva su come risolvere il caso, su chi poteva essere indagato. La situazione tuttavia era trapelata ai giornali e in città cominciavano ad arrivare sempre più giornalisti.

Qui Marco Cioli per tele maremma. Il paese di Tagliaboschi, che conta un centinaio di abitanti, è stato scosso da efferati delitti cominciati la settimana prima di Natale. Si potrebbe dire che queste persone stanno vivendo un natale sanguinoso

“Ma chi lo ha liberato questo? Come se fosse divertente…”

Il paese era in preda alla disperazione, dopo l’imbrunire non si vedeva nessuno per le strade, i negozi chiudevano, il bar del paese era deserto, riempito solo dal rumore del televisore che riportava le nefande notizie

…è qui, esattamente su questa panchina, che l’ultima vittima è stata ritrovata ieri notte. È strano immaginare una persona…mah…che cosa succede, ma che fai?...

Improvvisamente il cameraman lasciò la cinepresa e scappò via in preda al terrore. Cadendo a terra, senza smettere di registrare tutti videro quello che succedeva. Una figura fin troppo nota si avvicinò, con il coltello in mano, alle spalle del giornalista e senza troppi complimenti gli piantò la lama nel collo, l’uomo cadde urlando di dolore. Solo quando fu a terra, il suo carnefice, come in preda a un raptus cominciò  a muovere il coltello. Aprì un lungo taglio lungo tutta la spina dorsale e poi cominciò a ritagliare due ali di carne. Staccò la pelle grondante di sangue, incurante delle urla di dolore dell’uomo che piano, piano si spense come un moccolo di candela. Nell’operazione schizzi di sangue sporcarono il vetro della telecamera, ma non tanto da non poter mostrare i poliziotti che arrivavano e braccavano l’uomo a terra. Cadde sotto il peso degli agenti, così senza urlare, senza dire una parola o opporre resistenza. L’unica cosa che era riuscito a fare prima che le mani gli venissero legate, fu lanciare i due pezzi di carne lontano nella parte buia del parco. Solo uno dei poliziotti che era sopra di lui vide che venivano trascinati via, lasciando una scia di sangue, nella macchia oscura dietro la fontanella.

“Tommasi, sbrigati, dietro la fontana, credo ci sia qualcun altro, corri!”

Non fece in tempo ad arrivare, trovò solo Pongo che leccava le macchie di sangue, della carne neanche l’ombra.

“Va bene Jack, ora confessa. Hai ucciso tu tutte quelle persone?”

Jack continuò a fissare il vuoto davanti a lui, come se potesse vedere qualcosa che agli altri era sfuggito. Era in quello stato di trance da quando lo avevano trovato nel parco, gli occhi velati, spenti.

“Allora?” disse il commissario scuotendolo con forza “Dimmi bastardo, hai ucciso tu tutte quelle persona? DIMMELO brutto pezzo di merda…”

Era chiaro che non avrebbe ottenuto risposta, l’uomo era come un muro.

“Ma che diavolo ha quest’uomo? È drogato? Non parla, avrà ancora la lingua?”

In quel momento la porta di spalancò sbattendo “Commissario un altro ragazzo è sparito, è il figlio del barbiere..”

“Oh cazzo, non è possibile, questo malato di mente è qui. Tenetelo d’occhio, dobbiamo trovare il suo complice. È l’unica soluzione, non lavorava da solo.”

Il commissario a grandi passi infilò la porta seguito da degli agenti.

Uscito dall’edifico andò ad inciampare su Pongo. “Maledetto randagio, togliti dalle palle!” e gli allungò una pedata sul dorso.

“No, commissario aspetti. Ho un’idea. Ricorda la scarpa che trovammo in piazza e di cui non abbiamo mai scoperto il proprietario? Ricorda prima, quando abbiamo fermato Jack? Il cane era lì in entrambi i casi, lui può portarci dove si trova l’assassino.”

“Si, va bene, glielo chiedi tu gentilmente in canese oppure dici che possiamo fargli una richiesta scritta? Dici che sa leggere?”

In quel momento Pongo si mosse dalla piazza principale e cominciò a dirigersi verso la casa di Jack.

“Lei faccia quello che vuole, io lo seguo”

Tommasi cominciò a correre dietro a Pongo, seppur ad una certa distanza per non spaventarlo e rendere vano lo sforzo. Piano, piano il cane si avvicinò alla casa di Jack, annusò il cancello, ma non si fermò li. Passò oltre. Iniziò  salire per la collina, verso la villa abbandonata.

“Mah, non vorrei che il commissario avesse ragione. Sto solo perdendo tempo qui inseguendo un cane”

Stava per voltarsi quando sentì un rumore provenire proprio da quell’ammasso di assi in rovina. Sembrava un urlo. “Mi sto lasciando davvero condizionare, sento i rumori provenienti dal nulla… ma forse…”

Decise che valeva la pena comunque controllare e si avviò attraverso il cancelletto, camminando sull’erba calpestata che indicava il vecchio sentiero ciottolato “Merda, qui davvero c’è stato qualcuno.” Prese la radio e, come spinto da un’intuizione improvvisa chiamò i colleghi. “Qui agente Tommasi, alla casa abbandonata c’è qualcosa di strano, mi servono rinforzi.”

Subito dopo un grosso pezzo di legno lo colpì alla testa. Quando riaprì gli occhi si ritrovò in un salone  buio, illuminato dai gelidi raggi della luna. Davanti a lui un’immagine raccapricciante, una figura accucciata era piegata sul corpo di un ragazzo che con terrore riconobbe essere il figlio del barbiere. Si lasciò sfuggire un grido, ma non poteva, la sua bocca era sigillata da uno spesso pezzo di nastro isolante.

Il ragazzo doveva essere già morto quando lui era arrivato, perché al momento giaceva al suolo senza vita, con il torace completamente aperto e rivoli di sangue che uscivano dalla sua bocca. L’altra persona stava china su di lui, armeggiando sul corpo. Non era chiaro cosa stesse facendo, era troppo buio. L’agente cercò di calmarsi e di riflettere anche se risultava difficile.

Percepì in quel momento, oltre al forte odore di sangue, un odore più acuto, di benzina. Poi si soffermò ad ascoltare. Con orrore realizzò che i brevi e sordi rumori che sentiva provenivano dal corpo e dal suo aggressore, sentiva masticare, succhiare…la figura chinata sul corpo del ragazzo ne stava mangiando le interiora come un cane che leccava l’interno di una ciotola.

Sentì un rumore provenire da fuori, ma il carnefice pareva non essersene accorto concentrato sul suo pasto. Se aveva fortuna avrebbero trovato la radio che gli era caduta per terra. Dopo qualche minuto la porta venne sfondata da un paio di agenti che fecero irruzione. Vide due fasci di luce provenienti dalla porta. La figura si girò in quella direzione

“Cristo santo, ma che diavolo è quella cosa?”

“O merda, il ragazzo, è morto.”

Uno degli agenti andò a slegare il collega che giaceva a pancia a terra con le mani e i piedi legati sopra la schiena.

La figura continuò a fissarli, sapeva di essere sotto tiro, si limitò a finire il boccone. Ogni volta che masticava, lentamente, come se fosse solo nella stanza, un fiotto di sangue usciva dalla bocca, distorta in un terribile ghigno.

“Va bene, mentecatto, alzati e tieni le mani sopra la testa”

La figura a testa bassa si alzò in piedi  “Così ora tutti sapranno…” alzò le mani lentamente. L’unica cosa che videro fu una piccola scintilla accendersi tra le sue mani. Questa minuscola fonte di luce venne lasciata cadere sul pavimento e tutto fu fuoco. Dalle fiamme una voce “Tutti capiranno cosa vuol dire soffrire, tutti sapranno che cosa significa un Natale da soli”

Poi si udì un grido, lo avevano riconosciuto dalla voce. Era il medico del paese che aveva perso la famiglia il Natale precedente a causa di un incidente d’auto. Era impazzito, e aveva pagato per la sua follia. Si affrettarono ad uscire dalla casa in fiamme. Dal giardino videro la villa accartocciarsi su se stessa divorata dalle fiamme. Erano sconvolti.

In questura intanto l’interrogatorio continuava, senza che gli agenti riuscissero a tirare fuori una sillaba da quella figura persa chissà in quale parte della sua memoria.

“Ah grazie mille brutto bastardo! Grazie Babbo Natale della morte! Bastardo!”

Come scosso da una scarica elettrica, la vita sembrò ritornare in Jack. Si guardò le mani ancora imbrattate di sangue e pianse.

 

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biografia dell'autore

 

Francesca nasce a Carrara (MS) nel 1979. Dopo una semidisastrosa carriera scolastica, ottiene una laurea in Studi Comparatistici con discreti risultati.

Lavora in una videoteca per due anni, appassionata di cinema, divora centinaia di pellicole con predilezione per fantasy e fantascienza.

Attualmente convive con il compagno a Dublino e lavora nel museo adiacente la fabbrica di birra più irlandese del mondo! Ma è astemia, mai un datore di lavoro è stato più felice!

La fantasia non le è mai mancata, sin da bambina. Sin da quando a soli sette anni si era improvvisata architetto tentando di costruire un rifugio con gli stecchi dei ghiaccioli!

La passione per la scrittura e la lettura sono cominciate sin dall’ultimo anno delle scuole medie. A queste, in anni più maturi si è aggiunta una forte predilezione per le lingue straniere e l’Asia estremorientale.

Più attenta al dovere che non al piacere solo da poco ha cominciato a cimentarsi nella pratica. Sta attualmente cercando il suo stile e il suo genere letterario.

Spera di diventare una scrittrice e traduttrice abbastanza nota da poter vivere del proprio lavoro. Ma se così non fosse, ha il suo piano B. Aprire una trattoria vecchio stile al centro di Dublino, come oasi culinaria per gli italiani in vacanza.