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LA PARTITA
- diMarco
Decandia -
In silenzio,
protetto
dall'ombra
fissava tutta
quella gente che
usciva dalla
Chiesa. Ogni
tanto lanciava
un'occhiata
verso il cielo.
C'erano
pochissime
stelle. Si stava
annuvolando. Le
campane della
grande Casa del
Signore
rintoccarono per
dodici volte...
il Natale era
iniziato...
E pensare che
solo 12 mesi
prima, in quella
folla festante e
chiusa nei
cappotti, c’era
anche lui. E non
era solo. Lei
era al suo
fianco, bella
come non mai,
innamorata,
sorridente.
Progettavano la
vita insieme,
provavano a
incastrare nel
calendario la
data delle loro
nozze. Erano
destinati a
farsi compagnia
per sempre. I
primi fiocchi
cominciarono a
cadere
dall’alto. “Per
sempre”…. Che
suono acido,
quelle due
parole. Lei non
c’era più.
Sparita nello
spazio di un
pomeriggio. In
meno di un
giorno.
Lui, il più
grande talento
del basket
nazionale, solo
6 mesi prima
aveva coronato
il sogno che
aveva sempre
inseguito:
vincere il
titolo nella sua
città, con la
sua squadra,
davanti alla sua
gente. Era la
partita
decisiva,
arrivavano
quelli della
capitale,
boriosi e con
tutto il loro
peso politico
nel bagaglio.
Però nessuno
poteva farcela a
spegnere le
fiamme di quegli
atleti. Il
piccolo centro
salito agli
onori della
cronaca a ritmo
di canestri, la
squadra più
forte mai vista
in giro sui
campi. Aveva
telefonato alla
sua compagna di
cammino e
l’aveva
scongiurata….
“Ti prego, vieni
a vedermi. La
gioia non
sarebbe completa
senza di te”. E
lei, al quarto
mese di
gravidanza e con
poca voglia di
mettersi al
volante e
percorrere la
strada che
collegava le
rispettive
residenze, aveva
provato ad
opporsi, poi
aveva ceduto. Ma
sì, cosa poteva
succedere mai?
Entro un mese si
sarebbero
scambiati gli
anelli e
avrebbero
giurato di
fronte a Dio che
sarebbero stati
un solo corpo,
un solo cuore,
un solo respiro.
La partita seguì
i binari
previsti, lui
fece il diavolo
a quattro e
trascinò i
compagni verso
l’apoteosi.
Invasato dal
contatto con la
palla e con il
parquet
stridente, non
si era neanche
accorto che il
posto più
importante sugli
spalti era
vuoto. Tornò
negli spogliatoi
fradicio di
sudore, di
adrenalina e di
spumante. E la
sua vita si
fermò lì. Si
spense la luce,
si azzerò la
colonna sonora.
Le parole che
gli pronunciò il
dirigente
accompagnatore
ancora ronzavano
nelle sue
orecchie… “Sai (BZZZ)…
c’è stato un
incidente (BZZZZZ)…”.
Un guidatore di
camion, forse
troppo stanco,
magari
impasticcato,
fumato, calato,
drogato
ubriaco….. aveva
perso il
controllo del
suo mostro dalle
troppe ruote,
aveva invaso la
corsia opposta,
si era portato
via la sua
futura moglie,
il suo futuro
figlio, la sua
futura felicità.
Il suo futuro.
Qualche giorno
dopo la verità
venne a galla:
una banalità, le
stringhe di una
scarpa del
camionista si
erano annodate
al pedale
dell’acceleratore
e quello, nel
tentativo di
liberarsi, si
era abbassato,
non aveva tenuto
gli occhi sulla
striscia di
asfalto. Non
aveva
controllato il
suo fottuto
bisonte, che
libero dalle
briglie, aveva
sconfinato a
proprio
piacimento.
La neve si
infittì. Tornare
con la memoria
alla sera del
trionfo faceva
così male…. Da
allora, era
uscito dallo
spogliatoio e
aveva
abbandonato
tutto. Basta con
il basket, basta
con l’esistenza.
Si era lasciato
andare,
accompagnato dai
suoi se.. “Se
non l’avessi
obbligata….. se
avessi
assecondato la
sua mancanza di
voglia di
raggiungermi… se
fossimo stati
eliminati in
semifinale…. Se…
Se…”. Il
presidente e i
compagni
continuavano a
chiamarlo, a
scongiurarlo di
tornare sui suoi
passi. I suoi
suoceri mancati
gli
cantilenavano
che non era
colpa sua…
Però…. Se… Se…
Se…. Era un
morto che
respirava.
- Guardi la
gente che esce
dalla Chiesa? In
fondo 12 mesi fa
eri uno di loro
Chi poteva
possedere una
voce così
tagliente e allo
stesso tempo
seducente? Si
girò, vide un
uomo filiforme
appoggiato a un
muro poco
distante. Lo
fissava con
occhi di brace…
e avrebbe
giurato che si
era appena
acceso un sigaro
facendo
schioccare una
scintilla tra le
dita. “Avrà i
polpastrelli
imbevuti di
zolfo – pensò
tra sé. – Trucco
da squallido
prestigiatore”.
- Dì la verità.
Vorresti essere
con lei, adesso.
- Chi sei? –
strillò
furibondo. Non
poteva
sopportare che
il suo nome
venisse
pronunciato dal
primo arrivato.
Magari un
giornalista alla
ricerca della
notorietà sulla
pelle squartata
altrui. Magari
un tifoso della
capitale…
- Diciamo che
sono Babbo
Natale che ha
letto la tua
letterina e sa
che cosa
vorresti trovare
sotto l’albero.
Sono colui che
può restituirti
ciò che hai
perso. Ciò che
desideri…
- Neanche il
Demonio in
persona ci
riuscirebbe – e
sputò davanti ai
piedi dello
straniero.
- Ne sei certo?
– sibilò
mellifluo
l’altro. –
Mettimi alla
prova…
Il fiato mancò
nei polmoni del
ragazzo. Squadrò
meglio il
personaggio e
scoppiò in una
risata isterica.
- Se non fossi
sicuro di essere
sveglio e ancora
sufficientemente
in me, mi
verrebbe da
chiamarti
Belzebù, con
quella barbetta
caprina che ti
ritrovi.
Chissà.. magari
Mefistofele che
vuole farmi
firmare un
contratto
pungendomi una
vena…
- Quella è roba
da letteratura –
replicò l’altro.
– Io ti faccio
una proposta
seria. Una
partita di
basket, uno
contro uno. Chi
arriva prima a
66 punti, ha
vinto
- Certo –
sorrise il
ragazzo. – Ora è
tutto chiaro. Ti
ha mandato
qualche agente.
Magari sei un ex
giocatore
prezzolato che
non ha perso la
mano e pensi
che, sfidando
questo relitto,
avrai vita
facile per
ottenere un
accordo in
esclusiva per il
tuo padrone, che
mi riporterà nel
giro da cui mi
sono tirato
fuori. No,
grazie.
- No, mio caro.
Se vinci, ti
faccio tornare
indietro al
giorno fatidico.
E questa volta
non ci sarà
nessun
incidente,
vivrete il
vostro destino
come lo avevate
programmato.
- E se perdo?
- Ti porto con
me nel mio sacco
dei doni. Ti
ricongiungo con
lei. In un certo
senso, assecondo
ugualmente le
tue brame, visto
che, dopo il
botto, l'hanno
mandata subito
da me. Non
credere che
fosse quella
santa che ti
immaginavi, sai?
Ti sei mai
chiesto come
potesse essere
rimasta incinta
in un periodo di
super
allenamento e di
ritiri come
quello che hai
vissuto?
- Basta,
smettila. Uomo,
hai fortuna. E’
la notte di Gesù
Bambino. Ti farò
il regalo di
andare in giro a
raccontare di
esserti misurato
con un campione.
- Molto bene –
sorrise l’altro,
mentre nelle sue
mani si
materializzava
un pallone da
pallacanestro,
arrivato non si
sa da dove. –
Abbiamo detto a
66, no? Qua
dietro c’è un
campetto, tu lo
dovresti
conoscere bene.
E’ lì che hai
mosso i primi
passi da
giocatore, con
gli amici di
scuola. O mi
sbaglio?
Lui annuì,
stordito e
ubriaco di
parole ed
emozioni
contrastanti.
Gettò via la
giacca a vento
lisa, che si
adagiò su una
panchina con uno
sbuffo di piume
d’oca. “Ti darò
una lezione”,
ringhiò a bassa
voce, e si
proiettò tra le
righe e le curve
del terreno.
I contendenti si
studiarono,
caricarono lo
sguardo di odio
e la sfida ebbe
inzio. Il
ragazzo si
impossessò per
primo della
sfera, ritrovò
il contatto
ruvido che ben
conosceva e da
cui si era
separato tanti,
troppi secoli
fa. Fu invaso da
un calore simile
a un orgasmo,
durò una
frazione di
secondo. Troppo,
l’altro gli
soffiò la palla
e volò a
depositarla
nella retina. Il
colpo dello 0-2.
Nuova azione…
“Questa volta
devo rimanere
concentrato”, si
ripetè. Provò
una finta,
l’altro non
abboccò,
accelerò il
passo, si
palleggiò dietro
la schiena,
spiccò il volo
verso l’anello…
e ricevette un
colpo in pieno
viso che gli
prosciugò ogni
energia. Cadde
pesantemente,
sentì un fiotto
di sangue
invadergli la
bocca e sputò
con rabbia,
colorando di
rosso la neve.
- Ehi, ma sei
impazzito? –
strillò con
furia
- Non
pretenderai mica
che il diavolo
faccia le cose
secondo le
regole, no? –
sogghignò il
nemico. –
Credimi, il tuo
sogno dovrai
guadagnartelo
fino in fondo.
Intanto stai
perdendo 4-0..
Il pallone, con
la leggerezza di
un foglio di
carta, lasciò le
dita dello
sfidante e andò
a gonfiare il
canestro senza
nemmeno fare
CIUFF.
Ormai era guerra
aperta. Il
giovane puntava
sull’esplosività
dei suoi
polpacci per
alzare il ritmo,
l’altro usava
unghie affilate
come coltelli
per dilaniargli
la carne mentre
si apprestava a
concludere
un’azione e
piedi lunghi e
sinuosi per
fargli perdere
l’equilibrio
quando prendeva
il passo
migliore. I
contatti si
fecero serrati e
aspri, spesso
accompagnati da
male parole e
spintoni. Il
ragazzo era una
maschera di
sangue, aveva
piaghe sulla
fronte e sul
dorso delle
mani, la vista
annebbiata e una
caviglia
probabilmente
fracassata. Ma
la furia lo
teneva in piedi
e gli faceva
attingere
energie che
neanche
sospettava di
possedere.
Andarono avanti
sbuffando e
duellando per
oltre un’ora,
fino a che il
punteggio si
bloccò sul
64-64. La palla
era in mano
all’uomo alto,
che adesso i
suoi occhi
velati vedevano
enorme, in grado
di stagliarsi
verso il cielo e
di bucare le
nuvole che
rovesciavano giù
una cascata di
fiocchi. Fece un
viaggio nelle
sue viscere,
cercò in ogni
centimetro una
risorsa
dimenticata di
adrenalina e la
trovò, in un
angolo sperduto
della sua
volontà. Abbassò
la testa e
caricò, colpì il
nemico dritto
nello stomaco e
lo stese sul
manto bianco che
delimitava i
bordi del campo.
Recuperò la
sfera mentre
l’altro esplose
in una risata
che non aveva
niente di umano.
Lo sentì
gorgogliare
orribilmente…
“Alla fine ce
l’hai fatta, hai
capito le mie
regole, ti sei
allineato.
Niente più gioco
pulito, hai
fatto a modo
mio. Sei
diventato come
me, sei sceso al
mio livello. Che
è basso, molto
basso. E’ da
inferi…”. Sentì
questo delirio
in sottofondo
interrogandosi
sul senso di
tali parole.
Puntò il
canestro e per
un momento si
chiese come
fosse possibile
che il terreno
fosse totalmente
privo di neve,
vista la bufera
che mulinava
tutto intorno.
Ma poi
l’obiettivo fu
chiaro: “Devo
schiacciare!!!
Oddio, qualcuno
mi metta benzina
nei muscoli
delle gambe,
qualcuno mi
tenga per le
braccia affinché
non cada. Questi
2 punti valgono
la vittoria. E
questa vittoria
vale più di un
titolo. Vale più
di tutto. Vale
tutto ciò per
cui vale la pena
di vivere. Ci
siamo, ecco
lassù la retina,
ecco il
cerchio…. Che
faccio, salto.?
Oddio, e se non
vado abbastanza
in alto? Allora
tiro. Da qui,
ora, prima che
sia troppo
tardi. Prima che
lui si alzi e mi
squarci il
ventre, le
spalle. Prima
che mi apra un
terzo occhio
sulla nuca. Vai,
pallone, vai.
Vai a casa, vai
dove sai di
dover andare.
VAAAAAAIIIIIII……”
Il giorno dopo
lo trovò un
vecchio cane
abbandonato che,
sentendo l’odore
del sangue,
provò a scavare
nella coltre di
neve in cui era
sprofondato, ai
bordi del campo.
Lo annusò un
attimo, capì che
il digiuno non
era finito e se
ne andò per la
sua strada. Non
toccava a lui
capire. Era un
compito degli
uomini, e non
certo di quelli
che adesso
correvano per le
strade con i
loro cartocci di
dolci, come se
fossero in
ritardo per
chissà cosa. Ci
avrebbero
pensato i
giornalisti a
tuffarsi come
mosche carnivore
sulla carogna,
cercando di
sciogliere
l’arcano di cosa
ci faceva il più
grande talento
cestistico della
nazione lì,
senza giacca e
senza scarpe.
Morto. Ma
soprattutto,
avrebbero
provato a
risolvere un
altro enigma
pressante: dove
diavolo aveva
trovato un
pallone da
basket dalla
foggia così
strana, che
sembrava saldato
alle sue mani,
quasi impiantato
sotto pelle? La
risposta, per
ora, poteva
anche aspettare.
In fondo era
Natale.
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biografia
dell'autore
Marco Decandia, nato a Pisa il 23
settembre 1967, vive a Siena ed è giornalista professionista dal 2001
perché proprio non riesce a concepire la propria vita senza scrivere.
Prima ha provato, ai tempi del Liceo classico, a comporre poesie, le ha
mandate anche in giro per concorsi e ha messo insieme una collezione di
diplomi, complimenti, piazzamenti, menzioni speciali, strette di mano e
statue ingombranti prima di cambiare idea e lasciare i versi aulici nel
cassetto. Ha allora tentato con i racconti, messi su carta per diletto
personale e fatti leggere agli amici dell’Università e ai parenti più
fidati. Uno di questi, per qualche ragione, nel 1994 è stato ritenuto
degno di tentare la sorte al concorso biennale nazionale per autori
Under 28 “Ermanno Pifferi” di Grosseto. Con somma sorpresa dell’autore,
è entrato nella rosa dei finalisti e ha pure vinto, finendo pubblicato
su un almanacco che lo stesso autore si è dovuto comprare perché i
curatori non hanno fatto lo sforzo neanche di regalargliene una copia.
Preso dall’esaltazione, ha tentato la fortuna anche nell’edizione
successiva, nel 1996, a cui è stato ammesso con una scappatoia: non
aveva ancora compiuto nell’effettivo i 29 anni al momento
dell’iscrizione, pur avendoli come millesimo. Il nuovo racconto è
nuovamente entrato nella rosa dei finalisti, classificandosi però ben
più in basso (sesto o settimo, difficile ricordare così su due piedi…).
Convinto di essere un talento inespresso, il nostro ha provato a capire
se c’era modo di tentare la strada della scrittura per guadagnare il
pane, ma la risposta più gentile che ha ricevuto da una casa editrice è
stata: “Se ci dai 10 milioni, pubblichiamo il tuo libro”. Però, nel
frattempo, ha mandato un suo racconto a Stefano Benni, il quale gli ha
perfino risposto via mail: “Te lo dico chiaramente: è un aborto. Questo
giudizio non lo prendere come un’offesa, significa solo che è ancora
allo stato embrionale e farlo uscire così equivale a partorire un
aborto. Lavoraci, rivedilo, riscrivilo centinaia di volte. E’ l’unico
modo”.
Morale della favola: il racconto in
questione, è rimasto all’interno di un vecchio MacIntosh, Marco Decandia
si è preso un pc con Windows e ha bussato a un giornale locale. Nel
frattempo, anche se le due cose non sono necessariamente collegate, si è
sposato e si è garantito una successione con due bambini che sono la
luce dei suoi occhi. Tutto sommato non gli è andata male perché potrà
comunque raccontare ai nipoti, un domani, di essersi guadagnato da
vivere scrivendo. Tralasciando magari la parte in cui ha dovuto titolare
i pezzi altrui…. Se ha voglia di andare fuori dalle righe, ammorba il
web con il suo blog, che ha una sua ristretta cerchia di affezionati
visitatori che, a quanto pare, lo apprezzano. Se poi capita e trova la
scintilla giusta, ogni tanto tira fuori dai polpastrelli qualche
racconto, lo lima e riscrive lo stretto indispensabile e prova a
mandarlo in giro. Hai visto mai…
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