|
CERTI CARI
PASSATEMPI
- di Mariasilvia
Avanzato -
In silenzio,
protetto
dall'ombra
fissava tutta
quella gente che
usciva dalla
Chiesa. Ogni
tanto lanciava
un'occhiata
verso il cielo.
C'erano
pochissime
stelle. Si stava
annuvolando. Le
campane della
grande Casa del
Signore
rintoccarono per
dodici volte...
il Natale era
iniziato e nulla
avrebbe potuto
inorgoglirlo
quanto la sua
fionda nuova,
ben camuffata
nella tasca
destra del
cappotto. Era
solo un rigonfio
scuro,
facilmente
scambiabile per
un portafoglio,
ma egli la
lisciava con la
mano, ne sentiva
le estremità
dure e legnose,
desiderava
provarla quanto
prima.
Ecco la massa
informe di
fedeli
attraversare il
vialetto
adiacente alla
chiesa,
prosciogliendosi
in cerimoniali
esagerati e
pacche sulle
spalle: in paese
si vedevano
sempre le solite
facce e la
presenza di
ridicoli
cappelli di lana
sulle teste
vuote rendeva
quei personaggi
ancora più
stupidi ed
irritanti.
Perché, poi, si
avviluppassero
il collo con
orripilanti
sciarpe
multicolori,
restava un
mistero! Non era
nemmeno tanto
freddo,
dopotutto!
Poco più tardi
un chiassoso
nugolo di
bambini apparì
sul piazzale
della chiesa.
Essi presero a
calciare un
cartone
appallottolato,
ricavandone un
empirico pallone
da calcio e
sollevando un
coro di
schiamazzi
irriverenti.
L'uomo, nascosto
fra gli alberi,
pensò brevemente
alla “mancanza
di buona creanza
per via di
genitori
incompetenti”,
poi abbandonò il
pensiero ed
impugnò con
gioia la sua
fionda: osservò
il gruppo di
ragazzini ed
individuò quasi
subito un
marmocchio
grassottello e
spettinato.
Correva dietro
alla “palla” con
affanno
incredibile,
scuotendo quel
suo prominente
fardello di
lardo e budella,
sotto il
maglioncino
verdastro.
Un sassolino fu
raccolto da
terra, l'uomo
caricò la
fionda, strinse
l'occhio destro
e prese la mira.
Un solo,
azzeccatissimo
colpo.
Il sassolino
venne
catapultato
sulla fronte del
marmocchio,
questi si portò
una mano alla
testa ed iniziò
a lagnarsi,
deriso dai
compagni.
“Vi giuro che
qualcosa mia ha
colpito in
testa! Veniva da
quella parte!”
bofonchiava il
ragazzino
indicando il
buio degli
alberi, fra le
prese in giro
generali.
L'uomo, con un
risolino
compiaciuto,
tornò a
nascondersi
dietro ad un
tronco d'albero,
ma fu presto
costretto a
portarsi una
mano alla bocca,
per trattenere
quella che era
rapidamente
diventata una
risata
prorompente.
“Oh, non sapevo
che fosse qui,
Giudice!”
esclamò una voce
alle sue spalle.
Il Magistrato
nascose
velocemente la
fionda nel
cappotto e si
diede un
contegno: era
quell'avvizzita
signorina di
mezza età della
tabaccheria,
quella che
doveva sempre
inforcare gli
occhiali per
esaminare le
monetine da
venti centesimi
e gli faceva
perdere un sacco
di tempo.
L'uomo pensò che
al giorno
d'oggi, non si
riesce nemmeno
più a giocare
con la fionda in
santa pace.
Quindi si passò
la mano sui
capelli bianchi,
abbottonò il
cappotto di
alpaca e la
fissò dietro
agli austeri
occhiali dalla
montatura nera
“Buonasera,
Signorina. E'
stata alla
Messa,
suppongo.”
“Si, ma non l'ho
vista, in
chiesa” rispose
lei, annaspando
nel maglione
incolore
“Speravo tanto
che venisse alla
Funzione,
stasera. Volevo
darle questo, ne
ho regalato uno
a tutti i miei
migliori
clienti.”
Gli allungò un
biglietto
rossiccio,
contornato da
sproporzionate
palline
natalizie e
caratterizzato
dal disegno
centrale: un
Babbo Natale
macrocefalo e
pingue.
Il magistrato
trattenne un
conato e le
snocciolò un
caldo sorriso.
“Pensiero
delizioso”
commentò
“Mi sono
informata, sa?
Per quei sigari
di Caracas!”
aggiunse lei,
con
un'espressione
estatica sul
visetto ossuto
“Penso che prima
di Capodanno
glieli potrò
procurare!
Aspettavo oggi
un corriere con
il rifornimento,
ma sa... i
ritardi tipici
del Natale.”
“Eh già, che
peccato!” tagliò
corto l'uomo,
allontanandosi
“Ha qualcosa in
programma per
questa sera,
Giudice?”
insistette lei,
seguendolo
indiscretamente
“Io sono sola,
magari potrebbe
essere mio
ospite! Ho
dell'ottimo
rosolio!”
“Un' altra
volta” rispose
lui “Ho molto da
fare stasera”
Una zitella, un
sigaro ed un
sorso di rosolio
nel suo
pidocchioso
salottino
tappezzato di
rosa. Esisteva
prospettiva
peggiore?
L'uomo percorse
fulmineamente il
bosco, cercando
di seminare
quell'importuna
tabaccaia e
sacramentando
fra sé e sé: un
Magistrato sui
sessant'anni,
piacente,
benestante,
gentile e
distinto, viene
facilmente preso
di mira dalle
zitelle di paese
come “papabile
marito”.
Possibile che
nessuno capisse
che egli non
nutriva alcuna
simpatia verso
il matrimonio?
Possibile che,
la notte di
Natale, tutti si
frapponessero
fra lui e la sua
attività
preferita?
Si fermò un
istante a
raccogliere un
paio di
bacchetti di
quercia caduti a
terra e li
esaminò: ne
avrebbe ricavato
un' altra
magnifica
fionda, più
tardi. Li mise
in tasca e si
diresse verso la
sua amata casa,
in Via Goldoni.
Se nei paesi
esisteva una
distinzione fra
“zone
residenziali” e
“zone borghesi”,
il Giudice si
era accaparrato
una sontuosa
villa nel
quartiere più
“alto” che ci
fosse nei
dintorni.
Era ancora
presto per
rientrare,
tuttavia. Valeva
la pena di fare
un paio di “giri
di fionda” nel
vicinato.
L'uomo raccolse
una manciata di
sassolini da
terra e si
avvicinò alla
casa dei coniugi
Sorni, una
modesta villetta
con tapparelle
rossastre e
ghirlande
augurali su ogni
porta.
Le finestre al
primo piano
erano tutte
illuminate,
sbirciare
all'interno fu
più facile del
previsto: un
Veglione
natalizio, un
fuoco ardente
nel camino,
pacchetti da
aprire. Quel
mediocre
impiegato
comunale di
Sorni, aveva
stappato una
bottiglia di
spumante: un
nettare
frizzante, una
scintilla
di dorata magia
natalizia,
oscillante nei
calici buoni.
Il Giudice ne fu
disgustato e
cercò
attentamente con
lo sguardo, in
attesa di veder
comparire Sorni
o la moglie,
vestiti di tutto
punto.
Siccome nessuno
dei due entrò
nella sala al
primo piano per
ben dieci
minuti, il
Giudice fu
costretto a
tornare sui suoi
passi, con la
coda fra le
gambe e la
fionda alla
mano. La rabbia
gli si insidiò
in corpo, come
un' ondata di
febbre alta:
perché non
entravano in
quel maledetto
salone? Lui si
sarebbe
acquattato ad
una certa
distanza e
avrebbe lanciato
una sassata
dritta fra gli
occhi di Sorni,
bucando la
finestra se
necessario! E
invece no,
avevano
apparecchiato
una tavola,
organizzato un
intimo dopocena
a base di
spumante e
nessuno si
prestava come
bersaglio!
Preso dalla
collera, l'uomo
si fermò al
centro del
giardino: una
fionda così non
doveva andare
sprecata, era
molto ben fatta,
una delle più
riuscite! Con
circospezione
costeggiò i muri
della casa e si
avventurò nel
capanno degli
attrezzi sul
retro, trovò la
porta
leggermente
socchiusa e
diede un'
occhiata
all'interno:
c'erano un paio
di martelli, un
materassino da
mare sgonfio e
floscio, una
bici e vecchie
riviste
impilate. Nulla
che si potesse
colpire con una
fionda.
Fuori di sé e
paonazzo, il
Magistrato tornò
in giardino,
brandendo la
fionda con fare
minaccioso. Se
l'avessero
visto? No,
impossibile.
Tutti lo
conoscevano come
un uomo di mezza
età, posato e
tranquillo.
Nessuno sapeva
del suo amore
per le fionde.
Stanco di
cercare
inutilmente un
buon bersaglio,
prese di mira il
pupazzo di neve
sbilenco che
faceva da
guardiano alla
porta di casa.
Gli avevano
messo una tazza
in testa a mò di
cappello! Che
idiozia! Scoccò
un sasso dritto
nella fronte del
pupazzo ed esso
si conficcò
nella neve,
creando un
forellino quasi
invisibile.
“Se la testa di
un essere umano
fosse così”
pensò l'uomo,
avviandosi verso
casa “Se fosse
come di burro e
bastasse
scagliarci
contro un
sassolino per
aprirla in due!”
Appena ebbe
svoltato in Via
Goldoni, un
cane abbandonato
dall'aria
malaticcia gli
venne incontro
con la lingua a
penzoloni.
Aveva sete.
Forse fame.
Probabilmente
freddo.
Nel dubbio, il
Giudice si
distanziò un
poco e lo prese
di mira: il
sassolino colpì
il cane e questi
se la diede a
gambe con un
guaito.
Nel rientrare in
casa, l'uomo si
sentì quasi
mancare: che
infruttuosa
serata! Un
bambino fuori
dalla chiesa, un
pupazzo di neve
ed un cane
randagio. Sapeva
fare di meglio!
Si richiuse la
porta alle
spalle,
sbuffando.
La domestica
Agnese fu subito
da lui e si mise
a cianciare
circa “l'ora
tarda”, “il
clima freddo” e
la necessità di
“comprare un
cappotto
invernale”.
Agnese si
reggeva a fatica
sulle gambe ed
era nata in un
anno imprecisato
fra il 1915 e il
1920, ma era
l'unica persona
che avesse il
privilegio di
vivere assieme
al Giudice.
Quest'ultimo,
naturalmente,
reputava che
vivere con sé
stesso dovesse
essere un dono
per pochi
eletti.
“Agnese, vada
nella rimessa e
prenda un po' di
legna per il
fuoco” ordinò il
Giudice,
prendendo posto
alla solita
poltrona accanto
alla finestra.
Un attimo dopo
la donna,
malferma sulle
gambe storte,
attraversava il
cortile
infagottata in
un cappotto di
misura
eccessiva. Il
Giudice aguzzò
la vista e la
seguì
meticolosamente
con lo sguardo:
poi prese la
fionda,
socchiuse la
finestra e la
colpì alla
schiena.
La donna
proseguì a
camminare come
se nulla fosse,
sbandando
pericolosamente
come era solita
fare.
“Accidenti,
vecchia strega!”
imprecò l'uomo,
ritentando.
Nulla da fare,
il cappotto
doveva essere
troppo spesso e
la vittima
designata non si
accorgeva dei
sassolini che le
venivano tirati
continuamente,
in ogni parte
del corpo. Il
Giudice, in
preda al
delirio, sentì
il bisogno di
rifugiarsi in
salone: in
quello spazio
asettico e
personale in cui
egli aveva
accumulato
“sessantatré
anni di ottime
fionde”. Alcune
si erano
meritate un
posto d'onore in
una teca, altre
se ne stavano
allineate in una
bacheca appesa
al muro, i nuovi
modelli
giacevano sul
suo scrittoio,
adibito a
“tavolo da
lavoro”. La sua
prima fionda,
costruita a soli
cinque anni, era
stata
incorniciata ed
appesa sul
camino:
testimone
silenziosa di
una mano
sapiente, una
maestria non
convenzionale.
Chiunque,
vedendo quella
fionda, avrebbe
capito
nell'immediato
che il Giudice
era proprio
“nato per le
fionde”.
“Dovrebbe fare
un po' di ordine
qui” gracchiò
Agnese facendo
capolino nella
stanza, col
secchio della
legna fra le
braccia “E butti
via questi
gingilli
d'infanzia, una
volta o
l'altra!”
Il Giudice si
drizzò in tutta
la sua imponente
statura e si
girò con la
fionda alla
mano: malefica
megera, se la
sarebbe vista
con lui!
Egli alzò in
aria la fionda,
ma fu subito
costretto ad
arrestarsi.
Colpire qualcuno
in faccia,
mostrandosi
apertamente, non
gli avrebbe dato
alcun piacere:
la magia della
fionda sta nella
sorpresa, nel
vedere mani che
massaggiano
piccoli
bernoccoli, nel
vedere le teste
che si girano e
visi che si
domandano “che
diavolo di
scherzo è
questo”?
Egli voleva
giocare, ma
nell'ombra.
“Un trastullo di
tempi passati”
esclamò
carezzando la
fionda “Non so
separarmene”
La donna
sorrise,
mostrando una
dentatura
ordinata quanto
chiaramente
artificiale
“Anche io ho
tanti splendidi
ricordi. Le mie
bambole, ad
esempio! Ne
avevo dozzine! E
badi che, in
tempo di guerra,
ce n'erano poche
in
circolazione!”
“Posso
immaginare”
sibilò lui,
augurandosi che
la donna
togliesse il
disturbo.
“Avevo anche i
pupazzi, sa?
Ubaldo il leone,
ad esempio! Lo
adoravo! Lo
portavo con me
ovunque!”
L'uomo mise una
mano in tasca
con aria
annoiata: appurò
che, proprio lì
nella tasca dei
calzoni, era
rimasto un
sasso. Un'
occasione da non
sottovalutare.
“Mi prepara un
the, Agnese?”
domandò,
speranzoso
“Un bel the
caldo!” fece la
vecchietta con
un rassicurante
sorriso “Niente
di meglio, la
notte di
Natale!”
Mentre la
domestica
trotterellava in
cucina, il
Giudice si
appostava nel
corridoio della
sala da pranzo,
con la fionda
fra le mani: non
era facile
prendere la mira
da tanta
distanza, la
posizione non
era affatto
favorevole. Lo
stipite della
porta ostruiva
la visuale, il
fornello a gas
era appena
visibile e la
vecchietta si
spostava
continuamente da
una parte alla'
altra della
stanza, senza
lasciargli il
tempo di
colpire.
Stava per fare
un tentativo,
quando qualcuno
bussò alla
porta.
“Chi è?” ringhiò
il Giudice,
rabbiosamente.
“Ines” rispose
melodiosamente
la voce fuori
dalla porta
“Ines chi?”
“Ines, la
tabaccaia”
Ancora lei!
Il Giudice fu
tentato di
colpire l'odiosa
compaesana
attraverso la
porta, con il
suo sasso. Poi
tornò in sé e
comprese che non
sarebbe mai
riuscito a
sfidare il legno
massiccio del
portone.
Dovette aprire
la porta,
infilandosi in
tasca la fionda.
Era accaldato e
nervoso.
“Salve” squittì
la donnina,
seminascosta dal
pesante maglione
“Ho pensato di
avvisarla che i
suoi sigari sono
arrivati,
stasera stessa!
Io purtroppo ero
fuori casa, il
corriere li ha
lasciati da
Melania Sorni.
Li stavo giusto
andando a
prendere. Vuole
accompagnarmi?”
“No!” ruggì il
Magistrato,
furibondo “E la
prego di
andarsene! Io...
ho da fare!”
“Ma non si sarà
mica offeso”
mormorò la
piccola
tabaccaia
infreddolita
“Credevo le
facesse piacere
un buon sigaro,
la notte di
Natale!”
“Si sbaglia, io
smetterò di
fumare! Da
stasera!”
“Ma allora non
ci vedremo più?”
la voce della
donna si era
fatta indifesa
ed affranta. Il
Giudice desiderò
con tutto sé
stesso di
sfilarsi una
scarpa e
colpirla in
pieno viso.
“Io sono un
Magistrato,
capisce?”
continuò lui “Ho
delle cose
importanti da
fare! Questa è
casa mia, non
permetto a
nessuno di
venire qui ad
infastidirmi!”
“Ma io ho
bussato solo
per...”
“Lei non deve
bussare e
basta!” tuonò
lui, ad un tono
di voce talmente
alto che per
poco non gli
schizzarono via
gli occhi dalle
orbite “Quando
le vengono
queste belle
pensate non
bussi affatto!
Non importa in
quale momento
del giorno lei
capiti qui! Deve
girare sui
tacchi e
tornarsene da
dove è venuta!
Se ne vada!”
La donnina, con
gli occhi colmi
di lacrime ed
imbarazzata,
fece dietro
front:
probabilmente
avrebbe passato
la notte a
piangere su di
un calice di
rosolio o a
scrivere sul suo
diario frasi
bizzarre tipo
“Non mi ama più,
ne sono certa”.
E quando mai
l'aveva amata?
Piccola,
detestabile,
pedante
fiammiferaia!
L'uomo tornò di
corsa nel
corridoio e
riprese la sua
postazione.
“Cosa fa lì
impalato?”
Disdetta! Agnese
non era più in
cucina, ma alle
sue spalle, con
una tazza di the
fra le mani
“L'ho cercata
ovunque, il the
si fredda”
“Grazie...
grazie” balbettò
l'uomo, preso in
contropiede
“Io allora vado
a letto”
aggiunse la
donna, posando
la tazza in
salone.
Il Giudice
trasalì “No!”
gridò disperato
“Non può
restare.... un
po' in giro?”
“In giro?”
“Si...qui, per
casa” spiegò
lui,
ansiosamente,
stringendo la
fionda nella sua
tasca “Io... io
mi sento più
sereno quando la
vedo girare per
casa”
Aveva appena
detto un'
inaudita
assurdità, ma
non aveva
scelta: quella
donna gli
serviva, lui
doveva colpirla
e provocarle
almeno un po' di
dolore, era il
suo unico
desiderio.
Dopotutto, era
Natale!
“Giudice, lei è
molto pallido”
osservò la donna
avvicinandosi
“Ma cos'ha? Non
si sente bene?”
L'uomo tentennò.
Agnese gli prese
dolcemente le
mani e si
accorse
immediatamente
della presenza
della fionda
nella tasca “Ma
cosa ci fa qui
questo
giocattolo?
Ancora queste
fionde? Giudice,
lei è proprio un
eterno
ragazzino! Non
sa rinunciare a
certi cari
passatempi di
tanto tempo fa!”
“La prego,
Agnese, resti un
po' alzata. Giri
un po' per
casa...”
La vecchina
scosse la testa
“Non faccia i
capricci, si
metta subito a
letto col suo
the e si calmi.
Salirò a
portarle dei
biscotti, più
tardi.
D'accordo?”
Il Giudice
annuì,
lievemente
sollevato e
decise di
seguire il suo
consiglio.
Poco dopo, sotto
le coperte nella
stanza color
avorio, l'uomo
maneggiava
sicuro la sua
fionda, senza
distogliere lo
sguardo dalla
porta. Si era
infilato un
qualsiasi
pigiama e
pettinato
all'indietro i
folti capelli
bianchi:
sembrava pronto
per un bel
sonno, ma stava
soltanto
circuendo la
tanto attesa
preda.
Avvertì alcuni
passi sul
pianerottolo e
si raggomitolò
su sé stesso,
ansioso di veder
comparire la
vecchietta nel
vano vuoto della
porta: essa si
stava
avvicinando
lentamente alla
stanza, così
l'uomo impugnò
la fionda ed
accese
l'abatjour. Ora
che il campo di
battaglia era
stato pervaso da
quel chiarore,
era assai più
facile
individuare il
bersaglio.
La vecchia entrò
nella stanza,
felpata ed
accorta. L'uomo
attese, sperando
che si girasse e
gli mostrasse la
schiena: avrebbe
scagliato un
sasso lì, fra
quelle costole
rachitiche, a
tradimento e con
infinita
precisione. La
fionda
sfrigolava fra
le sue mani,
sotto le coltri.
Il gelido sasso
nel suo palmo
chiedeva
giustizia.
Agnese,
contrariamente
ai desideri del
padrone di casa,
disponeva alcuni
biscotti su un
piattino e gli
rivolgeva sempre
la fronte.
“Giudice, lei è
incorreggibile”
cantilenò la
vecchietta,
avvicinandosi al
letto “Non le si
può dare torto,
i vecchi giochi
di un tempo sono
così cari. Anche
io li amavo
tanto!”
“Agnese, mi dia
i biscotti e se
ne vada... si
giri...si diriga
verso...insomma,
si metta di
spalle!” l'uomo
pareva sul punto
di esplodere, la
sua fronte era
madida di sudore
ed un tremito
sommesso lo
scuoteva.
“Stia
tranquillo,
Giudice” lo
interruppe la
donna, con tono
pacato “Non c'è
nulla di male a
restare un po'
bambini. Per me
vale lo stesso
discorso. Certo
che lei si è
divertito
parecchio con la
sua fionda!”
“Si sbaglia,
io... la
fionda...”
“Via, sappiamo
entrambi che ci
gioca sempre.
Dove l'ha messa?
Mi faccia
indovinare...
lì, sotto la
coperta! Lei è
un Giudice
dispettoso e
mattacchione,
sa? Ah, i bei
giochi di una
volta! Così
semplici e cari.
Anche io mi
divertivo tanto.
Pensi che io non
ho mai lasciato
il mio Ubaldo,
non potevo
separarmene!”
“Il suo...
Ubaldo?”
La donna di girò
e gli mostrò un
piccolo leone di
pezza, l'aveva
fasciato nel
grembiule e lo
lasciò
fuoriuscire
appena un
tantino. La
creatura di
pezza avrà avuto
almeno
cinquant'anni,
una rada
criniera di
stoppa gli
contornava il
muso disegnato
sbrigativamente,
occhietti di
celluloide si
spalancavano
sulla stoffa e
squadravano
curiosamente il
Magistrato.
“Si, lui, vede?
Il mio Ubaldo.
E' il mio
preferito, lo è
sempre stato.
Per me è quasi
vivo, sa?
Peccato che
debba pur
mangiare
qualcosa, ogni
tanto.”
La mano del
giudice si aprì
di scatto. Gli
occhi di
celluloide si
aprirono in una
voragine scura,
la luce dell'
abatjour
lampeggiò, un
rantolio invase
la stanza.
La fionda cadde
a terra seguita
da un piccolo
sasso: quel
sasso era
destinato a non
conoscere le
meraviglie del
volo.
***
Ines sfrecciò
lungo il
vialetto
d'ingresso della
grande villa in
Via Goldoni,
stringendo un
piccolo pacco di
sigari. Povera
signora, Sorni!
Il suo bel
pupazzo di neve
era crollato a
terra, doveva
essere stato
qualche
monellaccio!
Ines non amava
sentirsi
scartata, né
rifiutata o
trattata in modo
sommario.
Insomma,
dapprima,
davanti alla
chiesa, il
Giudice era
stato tanto
carino e
garbato. Poi,
sulla porta,
sembrava tutto
in disordine,
scontroso e
crudele.
Ma perché mai se
ne era
innamorata?
Forse per quei
suoi modi
eleganti e
raffinati. Fino
a quella sera,
almeno.
La donna
intirizzita
camminava
speditamente
verso la casa
del Giudice, con
i famosi sigari
alla mano. Li
avrebbe dati a
quell'uomo ad
ogni costo!
Non aveva grande
conoscenza di
uomini, ma
voleva
conquistare
questo. Avrebbe
studiato un modo
pratico per
raggiungere il
suo cuore,
l'avrebbe
assecondato,
rifornito di
sigari per il
resto della
vita, se
necessario!
Sarebbe stata
una donna
intuitiva e
sicura di sé,
come non era mai
stata e avrebbe
pizzicato le
corde giuste,
questa volta!
Quando fu in
prossimità della
villa udì subito
alcune grida
terrificanti e
riconobbe la
voce dell'amato.
Al terzo piano,
i vetri della
finestra della
stanza da letto
del Giudice,
erano imbrattati
di schizzi scuri
ed un frastuono
lacerante di
urla straziate
misto ad un
rumore felino e
famelico, come
il soffio irato
di un gatto,
provenivano
dalla stanza.
Cosa urlava, il
Giudice?
Sembrava
“aiuto”, o forse
“auto”, o magari
“alto”... era
difficile
distinguere le
sue parole, fra
i miagolii
sinistri ed il
fracasso di
oggetti rotti e
strappati.
Ines posò a
terra i sigari e
se ne andò.
Lui aveva detto
di non bussare
alla porta, né
infastidirlo.
Una vera donna
sa sempre come
prendere il suo
uomo.
_____ _____
_____ _____
_____
biografia
dell'autore
Sono nata a Bologna,il
primo giugno del 1985. Ho cominciato a scrivere all'età di cinque anni,
invogliata dal soggetto delle coccinelle che popolavano il mio giardino
ed incoraggiata dalla nonna.
Nonostante il diploma
in lingue e corrispondente estero, il periodo trascorso in Francia e le
varie mansioni di responsabilità
lavorativa, ho proseguito la produzione di racconti brevi e poesie,
destinando ad essi la maggior parte
delle mie energie. Ho
lavorato presso strutture di prestigio, nel mondo dei palinsesti
televisivi, come Responsabile del Personale, come traduttrice ed
interprete, ma non ho mai tratto da nessuno di questi impieghi la gioia
che mi riesce a dare la stesura di un buon racconto.
Nel 2008 ho pubblicato
la mia prima antologia personale: una raccolta di tredici racconti
ispirati alle donne.
Nel medesimo anno ho
ricevuto una menzione d’onore
dall’
Associazione
Internazionale
Amicorom, grazie alla poesia “La
Cavigliera”,
riguardante la difesa
dei diritti umani. La Giuria mi ha consegnato un
Diploma D’Onore
riconosciuto dalla Presidenza della Repubblica.
Nel novembre 2008
anche la poesia “Folata
e Strattone”
si è
qualificata
positivamente all’interno
del concorso poetico “Onda
D’Arte”,
indetto dalla
Proloco di Ceriale. L’opera
è
stata inclusa nell’esposizione
artistica di Ceriale
del dicembre 2008 e
successivamente verrà
recitata durante la rassegna “In
fin du ventu”,
prevista per Pasqua 2009.
Ho conquistato vari
posizionamenti presso concorsi su scala nazionale, alcuni dei quali
organizzati da riviste letterarie e stampa generica. Finalista al
concorso letterario indetto dal Gazzettino del Tirreno.
La passione poetica si
estende spesso e volentieri alla prosa e, recentemente, alla
composizione di testi musicali: affronterò
a breve una selezione finale riguardante un testo musicale che dovrà
essere interpretato, in caso di esito positivo, dal chitarrista di Paolo
Conte.
La poesia, tuttavia,
rimane il primo amore.
Attualmente sono
assistente personale presso uno Studio Legale, lavoro part time per
tuffarmi nella scrittura all'occorrenza, ho posto l'accento sull'arte e
ho deciso di mettere da parte le incombenze lavorative che, fino a
qualche anno fa, avevano l'assoluta priorità:
appeso il tailleur al chiodo, mi armo di caffè
e scrivo tutta notte. Vivo a Bologna con la mia inseparabile nonna...
che continua ad incoraggiarmi.
Nulla può
descrivermi quanto questi pochi cenni: il mio
è
un amore per la
scrittura che dura da
sempre, da quando ho preso in mano una penna per la
prima volta, ed
è
un amore che è
divenuto orgoglio di chi mi circonda e di chi
non ha mai smesso di
credere in me.
Questo
è
il più
semplice dei miei curriculum, il più
letterario ed il più
significativo.
|