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CERTI CARI PASSATEMPI

- di Mariasilvia Avanzato -

 

In silenzio, protetto dall'ombra fissava tutta quella gente che usciva dalla Chiesa. Ogni tanto lanciava un'occhiata verso il cielo. C'erano pochissime stelle. Si stava annuvolando. Le campane della grande Casa del Signore rintoccarono per dodici volte... il Natale era iniziato e nulla avrebbe potuto inorgoglirlo quanto la sua fionda nuova, ben camuffata nella tasca destra del cappotto. Era solo un rigonfio scuro, facilmente scambiabile per un portafoglio, ma egli la lisciava con la mano, ne sentiva le estremità dure e legnose, desiderava provarla quanto prima.

Ecco la massa informe di fedeli attraversare il vialetto adiacente alla chiesa, prosciogliendosi in cerimoniali esagerati e pacche sulle spalle: in paese si vedevano sempre le solite facce e la presenza di ridicoli cappelli di lana sulle teste vuote rendeva quei personaggi ancora più stupidi ed irritanti. Perché, poi, si avviluppassero il collo con orripilanti sciarpe multicolori, restava un mistero! Non era nemmeno tanto freddo, dopotutto!

Poco più tardi un chiassoso nugolo di bambini apparì sul piazzale della chiesa. Essi presero a calciare un cartone appallottolato, ricavandone un empirico pallone da calcio e sollevando un coro di schiamazzi irriverenti.

L'uomo, nascosto fra gli alberi, pensò brevemente alla “mancanza di buona creanza per via di genitori incompetenti”, poi abbandonò il pensiero ed impugnò con gioia la sua fionda: osservò il gruppo di ragazzini ed individuò quasi subito un marmocchio grassottello e spettinato. Correva dietro alla “palla” con affanno incredibile, scuotendo quel suo prominente fardello di lardo e budella, sotto il maglioncino verdastro.

Un sassolino fu raccolto da terra, l'uomo caricò la fionda, strinse l'occhio destro e prese la mira.

Un solo, azzeccatissimo colpo.

Il sassolino venne catapultato sulla fronte del marmocchio, questi si portò una mano alla testa ed iniziò a lagnarsi, deriso dai compagni.

“Vi giuro che qualcosa mia ha colpito in testa! Veniva da quella parte!” bofonchiava il ragazzino indicando il buio degli alberi, fra le prese in giro generali.

L'uomo, con un risolino compiaciuto, tornò a nascondersi dietro ad un tronco d'albero, ma fu presto costretto a portarsi una mano alla bocca, per trattenere quella che era rapidamente diventata una risata prorompente.

“Oh, non sapevo che fosse qui, Giudice!” esclamò una voce alle sue spalle.

Il Magistrato nascose velocemente la fionda nel cappotto e si diede un contegno: era quell'avvizzita signorina di mezza età della tabaccheria, quella che doveva sempre inforcare gli occhiali per esaminare le monetine da venti centesimi e gli faceva perdere un sacco di tempo.

L'uomo pensò che al giorno d'oggi, non si riesce nemmeno più a giocare con la fionda in santa pace. Quindi si passò la mano sui capelli bianchi, abbottonò il cappotto di alpaca e la fissò dietro agli austeri occhiali dalla montatura nera “Buonasera, Signorina. E' stata alla Messa, suppongo.”

“Si, ma non l'ho vista, in chiesa” rispose lei, annaspando nel maglione incolore  “Speravo tanto che venisse alla Funzione, stasera. Volevo darle questo, ne ho regalato uno a tutti i miei migliori clienti.”

Gli allungò un biglietto rossiccio, contornato da sproporzionate palline natalizie e caratterizzato dal disegno centrale: un Babbo Natale macrocefalo e pingue.

Il magistrato trattenne un conato e le snocciolò un caldo sorriso.

“Pensiero delizioso” commentò

“Mi sono informata, sa? Per quei sigari di Caracas!” aggiunse lei, con un'espressione estatica sul visetto ossuto “Penso che prima di Capodanno glieli potrò procurare! Aspettavo oggi un corriere con il rifornimento, ma sa... i ritardi tipici del Natale.”

“Eh già, che peccato!” tagliò corto l'uomo, allontanandosi

“Ha qualcosa in programma per questa sera, Giudice?” insistette lei, seguendolo indiscretamente “Io sono sola, magari potrebbe essere mio ospite! Ho dell'ottimo rosolio!”

“Un' altra volta” rispose lui “Ho molto da fare stasera”

Una zitella, un sigaro ed un sorso di rosolio nel suo pidocchioso salottino tappezzato di rosa. Esisteva prospettiva peggiore?

L'uomo percorse fulmineamente il bosco, cercando di seminare quell'importuna tabaccaia e sacramentando fra sé e sé: un Magistrato sui sessant'anni, piacente, benestante, gentile e distinto, viene facilmente preso di mira dalle zitelle di paese come “papabile marito”. Possibile che nessuno capisse che egli non nutriva alcuna simpatia verso il matrimonio? Possibile che, la notte di Natale, tutti si frapponessero fra lui e la sua attività preferita?

Si fermò un istante a raccogliere un paio di bacchetti di quercia caduti a terra e li esaminò: ne avrebbe ricavato un' altra magnifica fionda, più tardi. Li mise in tasca e si diresse verso la sua amata casa, in Via Goldoni. Se nei paesi esisteva una distinzione fra “zone residenziali” e “zone borghesi”, il Giudice si era accaparrato una sontuosa villa nel quartiere più “alto” che ci fosse nei dintorni.

Era ancora presto per rientrare, tuttavia. Valeva la pena di fare un paio di “giri di fionda” nel vicinato.

L'uomo raccolse una manciata di sassolini da terra e si avvicinò alla casa dei coniugi Sorni, una modesta villetta con tapparelle rossastre e ghirlande augurali su ogni porta.

Le finestre al primo piano erano tutte illuminate, sbirciare all'interno fu più facile del previsto: un Veglione natalizio, un fuoco ardente nel camino, pacchetti da aprire. Quel mediocre impiegato comunale di Sorni, aveva stappato una bottiglia di spumante: un nettare frizzante, una scintilla di dorata magia natalizia, oscillante nei calici buoni.

Il Giudice ne fu disgustato e cercò attentamente con lo sguardo, in attesa di veder comparire Sorni o la moglie, vestiti di tutto punto.

Siccome nessuno dei due entrò nella sala al primo piano per ben dieci minuti, il Giudice fu costretto a tornare sui suoi passi, con la coda fra le gambe e la fionda alla mano. La rabbia gli si insidiò in corpo, come un' ondata di febbre alta: perché non entravano in quel maledetto salone? Lui si sarebbe acquattato ad una certa distanza e avrebbe lanciato una sassata dritta fra gli occhi di Sorni, bucando la finestra se necessario! E invece no, avevano apparecchiato una tavola, organizzato un intimo dopocena a base di spumante e nessuno si prestava come bersaglio!

Preso dalla collera, l'uomo si fermò al centro del giardino: una fionda così non doveva andare sprecata, era molto ben fatta, una delle più riuscite! Con circospezione costeggiò i muri della casa e si avventurò nel capanno degli attrezzi sul retro, trovò la porta leggermente socchiusa e diede un' occhiata all'interno: c'erano un paio di martelli, un materassino da mare sgonfio e floscio, una bici e vecchie riviste impilate. Nulla che si potesse colpire con una fionda.

Fuori di sé e paonazzo, il Magistrato tornò in giardino, brandendo la fionda con fare minaccioso. Se l'avessero visto? No, impossibile. Tutti lo conoscevano come un uomo di mezza età, posato e tranquillo.

Nessuno sapeva del suo amore per le fionde.

Stanco di cercare inutilmente un buon bersaglio, prese di mira il pupazzo di neve sbilenco che faceva da guardiano alla porta di casa. Gli avevano messo una tazza in testa a mò di cappello! Che idiozia! Scoccò un sasso dritto nella fronte del pupazzo ed esso si conficcò nella neve, creando un forellino quasi invisibile.

“Se la testa di un essere umano fosse così” pensò l'uomo, avviandosi verso casa “Se fosse come di burro e bastasse scagliarci contro un sassolino per aprirla in due!”

Appena ebbe svoltato in Via Goldoni, un cane abbandonato dall'aria malaticcia gli venne incontro con la lingua a penzoloni.

Aveva sete. Forse fame. Probabilmente freddo.

Nel dubbio, il Giudice si distanziò un poco e lo prese di mira: il sassolino colpì il cane e questi se la diede a gambe con un guaito.

Nel rientrare in casa, l'uomo si sentì quasi mancare: che infruttuosa serata! Un bambino fuori dalla chiesa, un pupazzo di neve ed un cane randagio. Sapeva fare di meglio!

Si richiuse la porta alle spalle, sbuffando.

La domestica Agnese fu subito da lui e si mise a cianciare circa “l'ora tarda”, “il clima freddo” e la necessità di “comprare un cappotto invernale”. Agnese si reggeva a fatica sulle gambe ed era nata in un anno imprecisato fra il 1915 e il 1920, ma era l'unica persona che avesse il privilegio di vivere assieme al Giudice. Quest'ultimo, naturalmente, reputava che vivere con sé stesso dovesse essere un dono per pochi eletti.

“Agnese, vada nella rimessa e prenda un po' di legna per il fuoco” ordinò il Giudice, prendendo posto alla solita poltrona accanto alla finestra. Un attimo dopo la donna, malferma sulle gambe storte, attraversava il cortile infagottata in un cappotto di misura eccessiva. Il Giudice aguzzò la vista e la seguì meticolosamente con lo sguardo: poi prese la fionda, socchiuse la finestra e la colpì alla schiena.

La donna proseguì a camminare come se nulla fosse, sbandando pericolosamente come era solita fare.

“Accidenti, vecchia strega!” imprecò l'uomo, ritentando.

Nulla da fare, il cappotto doveva essere troppo spesso e la vittima designata non si accorgeva dei sassolini che le venivano tirati continuamente, in ogni parte del corpo. Il Giudice, in preda al delirio, sentì il bisogno di rifugiarsi in salone: in quello spazio asettico e personale in cui egli aveva accumulato “sessantatré anni di ottime fionde”. Alcune si erano meritate un posto d'onore in una teca, altre se ne stavano allineate in una bacheca appesa al muro, i nuovi modelli giacevano sul suo scrittoio, adibito a “tavolo da lavoro”. La sua prima fionda, costruita a soli cinque anni, era stata incorniciata ed appesa sul camino: testimone silenziosa di una mano sapiente, una maestria non convenzionale. Chiunque, vedendo quella fionda, avrebbe capito nell'immediato che il Giudice era proprio “nato per le fionde”.

“Dovrebbe fare un po' di ordine qui” gracchiò Agnese facendo capolino nella stanza, col secchio della legna fra le braccia “E butti via questi gingilli d'infanzia, una volta o l'altra!”

Il Giudice si drizzò in tutta la sua imponente statura e si girò con la fionda alla mano: malefica megera, se la sarebbe vista con lui!

Egli alzò in aria la fionda, ma fu subito costretto ad arrestarsi. Colpire qualcuno in faccia, mostrandosi apertamente, non gli avrebbe dato alcun piacere: la magia della fionda sta nella sorpresa, nel vedere mani che massaggiano piccoli bernoccoli, nel vedere le teste che si girano e visi che si domandano “che diavolo di scherzo è questo”? 

Egli voleva giocare, ma nell'ombra.

“Un trastullo di tempi passati” esclamò carezzando la fionda “Non so separarmene”

La donna sorrise, mostrando una dentatura ordinata quanto chiaramente artificiale “Anche io ho tanti splendidi ricordi. Le mie bambole, ad esempio! Ne avevo dozzine! E badi che, in tempo di guerra, ce n'erano poche in circolazione!”

“Posso immaginare” sibilò lui, augurandosi che la donna togliesse il disturbo.

“Avevo anche i pupazzi, sa? Ubaldo il leone, ad esempio! Lo adoravo! Lo portavo con me ovunque!”

L'uomo mise una mano in tasca con aria annoiata: appurò che, proprio lì nella tasca dei calzoni, era rimasto un sasso. Un' occasione da non sottovalutare.

“Mi prepara un the, Agnese?” domandò, speranzoso

“Un bel the caldo!” fece la vecchietta con un rassicurante sorriso “Niente di meglio, la notte di Natale!”

Mentre la domestica trotterellava in cucina, il Giudice si appostava nel corridoio della sala da pranzo, con la fionda fra le mani: non era facile prendere la mira da tanta distanza, la posizione non era affatto favorevole. Lo stipite della porta ostruiva la visuale, il fornello a gas era appena visibile e la vecchietta si spostava continuamente da una parte alla' altra della stanza, senza lasciargli il tempo di colpire.

Stava per fare un tentativo, quando qualcuno bussò alla porta.

“Chi è?” ringhiò il Giudice, rabbiosamente.

“Ines” rispose melodiosamente la voce fuori dalla porta

“Ines chi?”

“Ines, la tabaccaia”

Ancora lei!

Il Giudice fu tentato di colpire l'odiosa compaesana attraverso la porta, con il suo sasso. Poi tornò in sé e comprese che non sarebbe mai riuscito a sfidare il legno massiccio del portone.

Dovette aprire la porta, infilandosi in tasca la fionda. Era accaldato e nervoso.

“Salve” squittì la donnina, seminascosta dal pesante maglione “Ho pensato di avvisarla che i suoi sigari sono arrivati, stasera stessa! Io purtroppo ero fuori casa, il corriere li ha lasciati da Melania Sorni. Li stavo giusto andando a prendere. Vuole accompagnarmi?”

“No!” ruggì il Magistrato, furibondo “E la prego di andarsene! Io... ho da fare!”

“Ma non si sarà mica offeso” mormorò la piccola tabaccaia infreddolita “Credevo le facesse piacere un buon sigaro, la notte di Natale!”

“Si sbaglia, io smetterò di fumare! Da stasera!”

“Ma allora non ci vedremo più?” la voce della donna si era fatta indifesa ed affranta. Il Giudice desiderò con tutto sé stesso di sfilarsi una scarpa e colpirla in pieno viso.

“Io sono un Magistrato, capisce?” continuò lui “Ho delle cose importanti da fare! Questa è casa mia, non permetto a nessuno di venire qui ad infastidirmi!”

“Ma io ho bussato solo per...”

“Lei non deve bussare e basta!” tuonò lui, ad un tono di voce talmente alto che per poco non gli schizzarono via gli occhi dalle orbite “Quando le vengono queste belle pensate non bussi affatto! Non importa in quale momento del giorno lei capiti qui! Deve girare sui tacchi e tornarsene da dove è venuta! Se ne vada!”

La donnina, con gli occhi colmi di lacrime ed imbarazzata, fece dietro front: probabilmente avrebbe passato la notte a piangere su di un calice di rosolio o a scrivere sul suo diario frasi bizzarre tipo “Non mi ama più, ne sono certa”.

E quando mai l'aveva amata? Piccola, detestabile, pedante fiammiferaia!

L'uomo tornò di corsa nel corridoio e riprese la sua postazione.

“Cosa fa lì impalato?”

Disdetta! Agnese non era più in cucina, ma alle sue spalle, con una tazza di the fra le mani “L'ho cercata ovunque, il the si fredda”

“Grazie... grazie” balbettò l'uomo, preso in contropiede

“Io allora vado a letto” aggiunse la donna, posando la tazza in salone.

Il Giudice trasalì “No!” gridò disperato “Non può restare.... un po' in giro?”

“In giro?”

“Si...qui, per casa” spiegò lui, ansiosamente, stringendo la fionda nella sua tasca “Io... io mi sento più sereno quando la vedo girare per casa”

Aveva appena detto un' inaudita assurdità, ma non aveva scelta: quella donna gli serviva, lui doveva colpirla e provocarle almeno un po' di dolore, era il suo unico desiderio. Dopotutto, era Natale!

“Giudice, lei è molto pallido” osservò la donna avvicinandosi “Ma cos'ha? Non si sente bene?”

L'uomo tentennò.

Agnese gli prese dolcemente le mani e si accorse immediatamente della presenza della fionda nella tasca “Ma cosa ci fa qui questo giocattolo? Ancora queste fionde? Giudice, lei è proprio un eterno ragazzino! Non sa rinunciare a certi cari passatempi di tanto tempo fa!”

“La prego, Agnese, resti un po' alzata. Giri un po' per casa...”

La vecchina scosse la testa “Non faccia i capricci, si metta subito a letto col suo the e si calmi. Salirò a portarle dei biscotti, più tardi. D'accordo?”

Il Giudice annuì, lievemente sollevato e decise di seguire il suo consiglio.

Poco dopo, sotto le coperte nella stanza color avorio, l'uomo maneggiava sicuro la sua fionda, senza distogliere lo sguardo dalla porta. Si era infilato un qualsiasi pigiama e pettinato all'indietro i folti capelli bianchi: sembrava pronto per un bel sonno, ma stava soltanto circuendo la tanto attesa preda.

Avvertì alcuni passi sul pianerottolo e si raggomitolò su sé stesso, ansioso di veder comparire la vecchietta nel vano vuoto della porta: essa si stava avvicinando lentamente alla stanza, così l'uomo impugnò la fionda ed accese l'abatjour. Ora che il campo di battaglia era stato pervaso da quel chiarore, era assai più facile individuare il bersaglio.

La vecchia entrò nella stanza, felpata ed accorta. L'uomo attese, sperando che si girasse e gli mostrasse la schiena: avrebbe scagliato un sasso lì, fra quelle costole rachitiche, a tradimento e con infinita precisione.  La fionda sfrigolava fra le sue mani, sotto le coltri. Il gelido sasso nel suo palmo chiedeva giustizia.

Agnese, contrariamente ai desideri del padrone di casa, disponeva alcuni biscotti su un piattino e gli rivolgeva sempre la fronte.

“Giudice, lei è incorreggibile” cantilenò la vecchietta, avvicinandosi al letto “Non le si può dare torto, i vecchi giochi di un tempo sono così cari. Anche io li amavo tanto!”

“Agnese, mi dia i biscotti e se ne vada... si giri...si diriga verso...insomma, si metta di spalle!” l'uomo pareva sul punto di esplodere, la sua fronte era madida di sudore ed un tremito sommesso lo scuoteva.

“Stia tranquillo, Giudice” lo interruppe la donna, con tono pacato “Non c'è nulla di male a restare un po' bambini. Per me vale lo stesso discorso. Certo che lei si è divertito parecchio con la sua fionda!”

“Si sbaglia, io... la fionda...”

“Via, sappiamo entrambi che ci gioca sempre. Dove l'ha messa? Mi faccia indovinare... lì, sotto la coperta! Lei è un Giudice dispettoso e mattacchione, sa? Ah, i bei giochi di una volta! Così semplici e cari. Anche io mi divertivo tanto. Pensi che io non ho mai lasciato il mio Ubaldo, non potevo separarmene!”

“Il suo... Ubaldo?”

La donna di girò e gli mostrò un piccolo leone di pezza, l'aveva fasciato nel grembiule e lo lasciò fuoriuscire appena un tantino. La creatura di pezza avrà avuto almeno cinquant'anni, una rada criniera di stoppa gli contornava il muso disegnato sbrigativamente, occhietti di celluloide si spalancavano sulla stoffa e squadravano curiosamente il Magistrato.

 “Si, lui, vede? Il mio Ubaldo. E' il mio preferito, lo è sempre stato. Per me è quasi vivo, sa? Peccato che debba pur mangiare qualcosa, ogni tanto.”

La mano del giudice si aprì di scatto. Gli occhi di celluloide si aprirono in una voragine scura, la luce dell' abatjour lampeggiò, un rantolio invase la stanza.

La fionda cadde a terra seguita da un piccolo sasso: quel sasso era destinato a non conoscere le meraviglie del volo.

 

***

 

Ines sfrecciò lungo il vialetto d'ingresso della grande villa in Via Goldoni, stringendo un piccolo pacco di sigari. Povera signora, Sorni! Il suo bel pupazzo di neve era crollato a terra, doveva essere stato qualche monellaccio!

Ines non amava sentirsi scartata, né rifiutata o trattata in modo sommario. Insomma, dapprima, davanti alla chiesa, il Giudice era stato tanto carino e garbato. Poi, sulla porta, sembrava tutto in disordine, scontroso e crudele.

Ma perché mai se ne era innamorata?

Forse per quei suoi modi eleganti e raffinati. Fino a quella sera, almeno.

La donna intirizzita camminava speditamente verso la casa del Giudice, con i famosi sigari alla mano. Li avrebbe dati a quell'uomo ad ogni costo!

Non aveva grande conoscenza di uomini, ma voleva conquistare questo. Avrebbe studiato un modo pratico per raggiungere il suo cuore, l'avrebbe assecondato, rifornito di sigari per il resto della vita, se necessario! Sarebbe stata una donna intuitiva e sicura di sé, come non era mai stata e avrebbe pizzicato le corde giuste, questa volta!

Quando fu in prossimità della villa udì subito alcune grida terrificanti e riconobbe la voce dell'amato. Al terzo piano, i vetri della finestra della stanza da letto del Giudice, erano imbrattati di schizzi scuri ed un frastuono lacerante di urla straziate misto ad un rumore felino e famelico, come il soffio irato di un gatto, provenivano dalla stanza.

Cosa urlava, il Giudice? Sembrava “aiuto”, o forse “auto”, o magari “alto”... era difficile distinguere le sue parole, fra i miagolii sinistri ed il fracasso di oggetti rotti e strappati.

Ines posò a terra i sigari e se ne andò.

Lui aveva detto di non bussare alla porta, né infastidirlo.

Una vera donna sa sempre come prendere il suo uomo.

 

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biografia dell'autore

 

Sono nata a Bologna,il primo giugno del 1985. Ho cominciato a scrivere all'età di cinque anni, invogliata dal soggetto delle coccinelle che popolavano il mio giardino ed incoraggiata dalla nonna.

 

Nonostante il diploma in lingue e corrispondente estero, il periodo trascorso in Francia e le varie mansioni di responsabilità lavorativa, ho proseguito la produzione di racconti brevi e poesie, destinando ad essi la maggior parte

delle mie energie. Ho lavorato presso strutture di prestigio, nel mondo dei palinsesti televisivi, come Responsabile del Personale, come traduttrice ed interprete, ma non ho mai tratto da nessuno di questi impieghi la gioia che mi riesce a dare la stesura di un buon racconto.

 

Nel 2008 ho pubblicato la mia prima antologia personale: una raccolta di tredici racconti ispirati alle donne.

 

Nel medesimo anno ho ricevuto una menzione donore dall Associazione

Internazionale Amicorom, grazie alla poesia La Cavigliera,

riguardante la difesa dei diritti umani. La Giuria mi ha consegnato  un

Diploma DOnore riconosciuto dalla Presidenza della Repubblica.

 

Nel novembre 2008 anche la poesia Folata e Strattone si è qualificata

positivamente allinterno del concorso poetico Onda DArte, indetto dalla

Proloco di Ceriale. Lopera è stata inclusa nellesposizione artistica di Ceriale

del dicembre 2008 e successivamente verrà recitata durante la rassegna In fin du ventu, prevista per Pasqua 2009.

 

Ho conquistato vari posizionamenti presso concorsi su scala nazionale, alcuni dei quali organizzati da riviste letterarie e stampa generica. Finalista al concorso letterario indetto dal Gazzettino del Tirreno.

 

La passione poetica si estende spesso e volentieri alla prosa e, recentemente, alla composizione di testi musicali: affronterò a breve una selezione finale riguardante un testo musicale che dovrà essere interpretato, in caso di esito positivo, dal chitarrista di Paolo Conte.

La poesia, tuttavia, rimane il primo amore.

 

Attualmente sono assistente personale presso uno Studio Legale, lavoro part time per tuffarmi nella scrittura all'occorrenza, ho posto l'accento sull'arte e ho deciso di mettere da parte le incombenze lavorative che, fino a qualche anno fa, avevano l'assoluta priorità: appeso il tailleur al chiodo, mi armo di caffè e scrivo tutta notte. Vivo a Bologna con la mia inseparabile nonna... che continua ad incoraggiarmi.

 

Nulla può descrivermi quanto questi pochi cenni: il mio è un amore per la

scrittura che dura da sempre, da quando ho preso in mano una penna per la

prima volta, ed è un amore che è divenuto orgoglio di chi mi circonda e di chi

non ha mai smesso di credere in me.

 

Questo è il più semplice dei miei curriculum, il più letterario ed il più

significativo.