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UN NATALE DA
CANI
- di Pia
Barletta -
In silenzio,
protetto
dall’ombra
fissava tutta
quella gente che
usciva dalla
chiesa. Ogni
tanto lanciava
un’occhiata
verso il cielo.
C’erano
pochissime
stelle. Si stava
annuvolando. Le
campane della
grande Casa del
Signore
rintoccarono per
dodici volte… il
Natale era
iniziato…
Voltò la testa,
e avrebbe voluto
turarsi le
orecchie:
l’udito
finissimo
amplificava il
suono dei
rintocchi
provocandogli
dolori
lancinanti.
S’incamminò
veloce, con la
testa piena di
pensieri
confusi: lei
l’aveva
abbandonato,
l’aveva messo
alla porta senza
nessuna
esitazione, non
lo voleva più,
semplicemente,
come a volte
purtroppo si fa
con un cane.
Questo era
l’unico concetto
che riusciva a
formulare.
Svoltò in un
vicolo. A terra
un barbone era
rannicchiato in
posizione
fetale, nel vano
tentativo di non
disperdere
calore; un piede
fuoriusciva
dalla coperta
lacera, la
scarpa talmente
consumata da
lasciare
intravvedere due
dita.
Si avvicinò
silenziosamente,
non voleva
svegliarlo: gli
faceva pena. Gli
si avvicinò.
Aprì la bocca
come per
parlare, ma da
essa iniziò a
fuoriuscire un
filo dapprima
sottile, poi
piano piano si
allargò, come a
formare un
triangolo di
tela leggera,
una sorta di
spessa
ragnatela.
Il tessuto
impalpabile
ricoprì prima il
piede dell’uomo,
poi risalì
fino ad
arrivare al
collo. Tra le
maglie
sottilissime
della tela
mille piccole
mani presero
forma e
iniziarono a
muoversi, come
seguendo un
ritmo che solo
loro potevano
percepire,
dapprima
lentamente, poi
accelerando fino
a muoversi in
maniera
frenetica.
Le dita
s’incrociavano,
si scioglievano
per poi di nuovo
incrociarsi. Una
patina ora
fittissima e
opalescente
avvolse
completamente il
barbone, ora
imbozzolato, che
nel sonno
dischiuse la
bocca in un
sorriso
sdentato:
finalmente
trovava calore,
ma non sapeva
ancora a quale
prezzo.
All’improvviso
si sentì
osservato. Si
girò: un uomo
brandiva un
ombrello come
fosse un’arma;
seminascosta
dietro di lui
una donna con la
bocca spalancata
in un urlo
silenzioso.
L’ uomo si
slanciò contro
di lui, ma lui
fu più svelto.
Lo anticipò
catapultandolo a
terra, con le
unghie gli
graffiò
profondamente il
viso, poi
continuò ad
attaccare con le
uniche armi di
cui era in
possesso: i
denti e le
unghie.
Affondò i denti
nella gola e
strappò. Un
fiotto di sangue
rosso-nero cadde
sul selciato. La
donna ritrovò la
voce e l’urlo
proruppe con
prepotenza,
sovrastando la
musica natalizia
che si
diffondeva
nell’aria,
mentre l’uomo si
agitava sempre
più debolmente.
Non aveva avuto
intenzione di
ucciderlo, ma
l’impeto era
stato troppo
forte, la
giugulare era
stata recisa e
il sangue si
riversava
intorno a lui.
L’uomo emise dei
suoni liquidi,
intanto che la
morte lo
accoglieva.
Scappò via,
sapeva che
presto sarebbe
arrivato
qualcuno.
Corse tanto con
il cuore che gli
martellava nel
petto. Non
avrebbe voluto
uccidere
quell’uomo, ma
in un attimo
aveva rivissuto
tutto il suo
dolore, che si
era trasformato
in rabbia
feroce.
Nella piccola
piazza
semideserta che
raggiunse, un
bar ancora
aperto ospitava
pochi avventori
che non avevano
una famiglia o
amici con i
quali
trascorrere il
Natale.
I tavolini sotto
al gazebo erano
ricoperti da
tovaglie rosse
con decori di
slitte trainate
da Babbo Natale,
e al centro una
candela
semiconsumata
contribuiva a
creare
l’atmosfera
natalizia.
Qualcuno di loro
lo guardò solo
per un attimo,
per poi
rivolgere di
nuovo lo sguardo
al televisore
acceso
all’interno del
locale. Una
donna di
mezz’età, dallo
sguardo spento,
gli offrì
silenziosamente
un dolcino e un
sorriso.
Ricambiò lo
sguardo, provò a
ricambiare anche
il sorriso, ma
sulla faccia gli
si disegnò solo
un ghigno. Nello
sguardo della
donna per un
attimo scoccò
una scintilla
d’interesse.
Proseguì per la
sua strada.
Sentiva sulla
pelle l’orrore
di quello che
aveva fatto,
sentiva l’orrore
intorno a sé, a
volte, quando
passava molto
vicino a
qualcuno lo
sentiva talmente
forte da essere
quasi palpabile.
Forse, se avesse
potuto spiegare
a quell’uomo che
stava compiendo
un atto d’amore
con il barbone…
Forse…
Risalì un
sentiero che
conduceva verso
una casa
discosta dalle
altre; la ghiaia
bianchissima
riluceva sotto i
raggi della
luna. Senza
fretta, ma con
decisione, lo
percorse fino ad
avvicinarsi alla
porta-finestra.
Da lì poteva
vedere la cucina
nella quale una
donna liberava
il tavolo da
quelli che
sembravano i
resti di una
cena senza
pretese, certo
non un cenone
natalizio:
nessun addobbo,
niente presepi o
alberi di
natale. Il
Natale lì non
era arrivato.
Un uomo russava
rumorosamente
sul divano, le
gambe allungate
con i piedi su
un tavolino
davanti al
televisore a
volume alto. I
due suoni si
confondevano.
La donna girò il
viso verso la
porta, e negli
occhi vide solo
disperazione,
come la sua.
Gli sguardi
s’incrociarono,
lei aprì la
porta al suo
destino, tese
una mano verso
di lui e
l’accarezzò
sulla testa
bionda.
Il tocco era
delicato e,
travolto dalla
piena delle sue
emozioni,
avrebbe voluto
aiutarla.
La guardò fisso
negli occhi,
catturandone
completamente
l’attenzione. La
donna si
accucciò a
terra, lui si
accucciò accanto
a lei, senza
distogliere lo
sguardo.
Dapprima lei si
sentì investita
da una luce
calda: dei
piccolissimi
soli ruotarono
come impazziti
nella luce, le
traiettorie si
incrociavano e,
nei loro punti
d’incontro,
scintille
colorate
esplosero in
mille colori,
verde, lilla,
rosso, giallo…
Il cuore della
donna batté in
perfetta
sincronia con lo
spettacolo
multicromatico.
L’ultima
scintilla,
arancio, rimase
lì sospesa per
un tempo che
sembrò infinito.
L’eco
dell’ultimo
battito del suo
cuore si spense
assieme alla
scintilla.
Leccò il viso
della donna.
Aveva fatto
quello che
poteva, in fondo
era solo un
povero cane
abbandonato, un
cane speciale,
ma sempre e
soltanto un
cane.
La notte era
lunga, e a
malincuore si
incamminò di
nuovo nel freddo
a cercare altri
derelitti da
salvare, magari
avrebbe trovato
anche la sua
padrona… avrebbe
salvato anche
lei.
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biografia
dell'autore
Sono
nata a Salerno ma ormai casertana d’adozione. Ho sempre letto
tantissimo, spaziando fra tutti i generi, e da pochissimo ho iniziato a
dilettarmi con la scrittura.
Il
mio primo racconto è stato pubblicato nell’e-book Oblio di Scheletri.
Ho un
bisogno viscerale del contatto con gli animali, soprattutto gatti, e
della natura.
Mi
diverto anche a praticare Aikido, antichissima disciplina giapponese.
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