Sognihorror.com
È orgoglioso di
proporvi questa
nuova raccolta
di racconti
horror.
12 opere per
allietarvi
queste feste!
Consideratelo,
se volete, un
piccolo dono da
parte del sito.
Ringrazio sin da
ora gli autori
che hanno
dedicato il loro
tempo a questa
ennesima
iniziativa
proposta dal
sito.
Vi lascio ora
alla lettura di
questi
“orribili” (in
senso buono,
ovviamente, per
stare in tema
col sito),
racconti, ma,
prima di
concludere
rivolgo ad ogni
autori e ogni
lettore che
passa per il
sito un
felicissimo
Natale e
splendido 2008.
Ed ora, rullino
i tamburi,
squillino le
trombe, si
rompano i
sigilli, la
terra si squarci
e i morti escano
dalle fosse, vi
lascio al :
JINGLE DEADS

Feste Di Sangue!
i disegni e la
musica sono di
Luca Auriemma
_____ _____
_____ _____
_____
BUON NATALE
THOMAS.
-Vincenzo Abate
-
In silenzio,
protetto
dall'ombra
fissava tutta
quella gente che
usciva dalla
Chiesa. Ogni
tanto lanciava
un'occhiata
verso il cielo.
C'erano
pochissime
stelle. Si stava
annuvolando. Le
campane della
grande Casa del
Signore
rintoccarono per
dodici
volte...il
Natale era
iniziato...la
cosiddetta festa
della pace, ma
nel cuore di
Thomas non c’era
traccia di
serenità.
Avrebbe passato
l’ennesimo
Natale
solitario,
sarebbe passato
a fare gli
auguri ai suoi
genitori, e poi
si sarebbe
chiuso in casa
ad osservare le
mura; quelle
mura che lo
stringevano
sempre di più in
un oblio che
durava ormai da
troppo tempo.
Passando oltre
la Chiesa, notò
sul marciapiede
opposto un
piccolo cane
abbandonato, con
l’aria davvero
malandata. Gli
si avvicinò:
«Ciao bello. Sei
tutto solo e
abbandonato!?
Anche io.
Coraggio,
dobbiamo
rassegnarci
all’idea di
passare un altro
maledetto Natale
da soli.» la
voce di Thomas
era priva di
qualunque
tonalità,
fredda,
metallica. Il
cane si
allontanò da
lui,
intrufolandosi
attraverso una
recinzione
distrutta.
Arrivato
all’angolo, si
fermò di fronte
una piccola
libreria. Era
rimasto colpito
dalla vecchia
signora ferma
davanti la porta
del minuscolo
negozio: molto
bassa e minuta,
ma dava comunque
l’idea di una
grande vitalità.
Aveva però
qualcosa di
strano. Thomas
la guardò dalla
testa ai piedi.
Aveva una sola
scarpa, e
l’altro piede
era coperto da
una calza
bucherellata.
“Che tipo.”
pensò Thomas,
“però, dato che
starò da solo in
queste
festività, quasi
quasi entro e mi
scelgo un libro.
Sarà la mia
compagnia in
questo
periodo.”.
«Signora, mi
scusi. Posso
entrare a dare
un’occhiata?».
«Ma certo,
giovanotto.
Certo che può
entrare.».
All’interno del
locale il freddo
era più rigido
rispetto al di
fuori. C’erano
solo pochi
scaffali,
contenenti però
un numero
abbastanza
sorprendente di
libri.
Sembravano molto
vecchi, potevano
esserci delle
cose davvero
interessanti.
«Cosa cerca
giovanotto?»
ruppe il
ghiaccio
l’anziana
signora.
«Me stesso.»
disse
istintivamente
Thomas con voce
triste «Non so,
veramente.
Vorrei un libro
con cui passare
la maggior parte
del tempo nei
prossimi
giorni.».
«Deduco che lei
passerà il
Natale da solo.
Sembra assurdo
che un ragazzo
della sua età
passi da solo le
feste. Ma non
tutto il male
vien per
nuocere. Un
libro può essere
un compagno
migliore di
qualsiasi
persona; i
libri, pur non
parlando, hanno
molte cose da
dire. Nella
grande
maggioranza dei
casi, hanno più
cose da dire
rispetto a
qualunque
individuo.».
«Già, potrebbe
anche aver
ragione.»
ribatté Thomas.
Si guardò in
giro, fin quando
lo sguardo non
gli cadde su un
testo in
particolare: il
“Compendium
Maleficarum”, il
testo
inquisitorio di
Francesco Maria
Guaccio. Aveva
sentito parlare
di quel libro,
sapeva che si
trattava di un
testo che
spiegava delle
varie procedure
per la tortura
degli eretici e
delle cosiddette
streghe. A primo
acchito gli
sembrò una
scelta un po’
stupida: già il
periodo
natalizio
sarebbe stato
estremamente
triste, poi
cercare di
distrarsi con un
libro che
spiegava come
torturare la
gente poteva
sembrare un’idea
malsana. Ma poi
pensò che non
gli importava.
“Chi dice che a
Natale dobbiamo
essere tutti
dannatamente
felici? Se uno
non lo è non può
forzarsi ad
esserlo. Sarà
una lettura un
po’ cruda, ma
sicuramente sarà
più interessante
di un libro di
Harry Potter”.
«Va bene
signora, prendo
questo.».
Ripose il volume
sul bancone per
poterlo pagare.
Si accorse che
quando la donna
capì di che
libro era,
l’espressione
del suo viso
cambiò
d’improvviso.
Thomas notò nei
suoi occhi una
sorta di
scintilla
diabolica.
«Come mai
proprio questo
testo,
giovanotto?»
disse l’anziana
donna con la
voce acida.
«Mah, non so…non
le so dire.».
«Libri come
questo sono
scritti col
sangue di
giovani donne
innocenti.» la
strana signora
si scaldava
sempre di più
«quei poveri
idioti del
Vaticano
torturavano ed
uccidevano le
donne solo
perché erano
impotenti.»
sputò a terra
«erano solo
povere donne,
povere
fanciulle.
Cercavano solo
di conoscere, di
comprendere il
significato
degli aspetti
della natura, di
ciò che la mente
può concepire,
di ciò che le è
negato.» ormai
sembrava fosse
in pieno delirio
«Poveri
impotenti. Nel
medioevo, se una
donna cercava di
carpire i
segreti della
natura, allora
veniva chiamata
strega, veniva
arrestata, e
senza un equo
processo veniva
torturata e
bruciata viva.
Invece, gli
uomini che
facevano le
stesse cose
venivano
chiamati
filosofi, maghi,
geni. Questo,
giovanotto, le
fa ben
comprendere
l’ipocrisia e la
crudeltà degli
uomini.».
«Si, certo
signora. Ma ora
mi dica quanto
le devo. E’
tardi, fa
freddo. Vorrei
andare a casa.».
La donna annuì,
e scusandosi
disse a Thomas
di attendere
qualche minuto.
Doveva scendere
nel sotto
bottega per un
paio di minuti.
Lo pregò di
attendere.
Rimasto solo,
Thomas
rimuginava sullo
scoppio d’ira di
quella vecchia.
Era molto
strano: mentre
parlava ed
inveiva, nel suo
sguardo si
poteva scorgere
una scintilla di
follia, di
pazzia, di
malvagità.
Doveva trattarsi
di una pazza, di
una povera pazza
che riusciva a
tirare avanti
vendendo qualche
libro agli
uomini soli.
Proprio come
Thomas.
Dopo cinque
minuti la donna
risalì dalla
scala del sotto
bottega con una
tazza in mano.
«Giovanotto,
gradisce una
tazza di tè
caldo? Dopo il
mio precedente
sfogo avrà
sicuramente
pensato che sia
scappata da un
manicomio.».
«No signora, non
si preoccupi. Mi
dica solo quanto
le devo…».
«Ma no, su.
Prenda un po’ di
tè.» i denti di
quella pazza
erano marci.
Thomas si rese
conto di aver a
che fare con una
persona non
proprio sana di
mente. Prese
quel tè, lo
buttò giù tutto
d’un fiato.
Aveva un sapore
pessimo.
Thomas si
risvegliò.
Sentiva un
freddo atroce.
Schiarendosi le
idee, si rese
conto di essere
nudo, a parte
gli slip. Ma non
era a casa sua.
Non ricordava
nulla dopo lo
schifoso tè
ingurgitato
dall’anziana
libraia.
Si guardò
intorno. Era in
un posto sporco
ed umido, con un
albero di Natale
addobbato con
stranissime
decorazioni.
Iniziò
seriamente a
preoccuparsi.
“Dove diavolo
sono finito?”.
Continuando a
guardarsi
intorno,
cercando di
riprendere
pienamente
conoscenza. Ma
era bloccato.
Capì di avere le
gambe ed il
braccio legati
con una vecchia
fune, fissata a
terra con dei
picchetti. Da
dietro l’albero
di Natale spuntò
fuori l’anziana
libraia. Cantava
“Jingle bells”
con la sua
vocina
fastidiosa ed
irritante. In
quel momento,
Thomas capì
d’essere nelle
mani di una vera
e propria pazza.
«Che cavolo
succede? Che ci
faccio qui
così?».
«Ben svegliato
giovanotto. Ha
dormito come un
ghiro per sei
ore. Dopo aver
bevuto il mio tè
è caduto a terra
addormentato.
Sarà forse stato
perché io il tè
lo preparo con
delle erbe che
posseggo io…non
è il solito tè.»
le raggrinzite
labbra le si
inarcarono in un
folle sorriso
«Sa, lei ha
detto di essere
solo, e visto
che anche io
sono da sola ho
pensato di
volerla far
rimanere qui da
me ad aspettare
la mattina di
Natale. Poi lei
mi ha anche
aiutato a
completare il
mio albero.».
«Aiutata a
completare
l’albero? Ma che
cosa dice…»
Thomas guardò
alla sua
sinistra. Non
aveva più il
braccio. La
pelle era
bruciata.
Sembrava come se
qualcuno avesse
amputato il
braccio con
un’ascia e poi
abbia
cauterizzato le
carni con
qualcosa di
molto caldo.
«Oh Cristo,
Cristo. Che cosa
mi ha fatto,
lurida vecchia
pazza?» la
vecchia indicò
la cima
dell’albero. Fu
a quel punto che
Thomas realizzò
l’orrore in cui
era finito: in
cima all’albero,
dove di solito
viene posta la
stella, c’era il
braccio di
Thomas. Il resto
degli addobbi
erano pezzi di
cadavere.
C’erano occhi,
lingue, budella.
Un campionario
degli orrori che
sfuggiva ad ogni
logica.
Thomas esplose
in un pianto
disperato,
inframmezzato da
urla di dolore e
di terrore.
L’anziana
vecchietta, con
una voce da
buona nonnina,
prima asciugò la
fronte di Thomas
con un
fazzoletto
completamente
sporco di
sangue, poi
disse:
«Vede
giovanotto,
appena lei ha
scelto quel
libro maledetto
ho deciso che
lei avrebbe
avuto un posto
d’onore nella
mia festicciola
natalizia. Vede,
alla fine non ha
passato la notte
in cui nasce il
figlio di Dio da
solo. Dovrebbe
essere contento.
Ed invece lei
piange ed
impreca.
Sbaglia.».
«Che cosa vuole
da me vecchia
malata di mente?
Chi cazzo è
lei?» disse
Thomas prima di
svenire di
nuovo, ma
stavolta non
perché era stato
narcotizzato:
stavolta dalla
paura.
La vecchia si
mise carponi, si
avvicinò
all’orecchio di
Thomas e,
nonostante egli
non potesse
sentire una
parola, disse
così:
«Chi sono io?
Quando io sono
venuta al mondo
la tua famiglia
era venti
generazioni
indietro. Io
sono una di
quelle donne
offese dalle
calunnie di quei
poveri preti,
che lei ha
dimostrato di
apprezzare
scegliendo quel
libraccio. Io e
le mie compagne
venivamo
chiamate streghe
da quei
religiosi. Ci
inseguirono e ci
diedero la
caccia per anni.
Ci torturarono
crudelmente.
Eravamo solo
delle fanciulle.
Eh eh eh »
esplose in una
risata fragorosa
«ma non sapevano
che la Notte di
Valpurga del
1432, nel sabba
che celebrammo
nella grande
radura sulla
montagna più
alta, Satana si
mostrò davanti a
noi. Noi
vendemmo l’anima
al Principe
delle Tenebre,
in cambio di una
vita lunga.
Nemmeno quando
mi bruciarono
sul rogo si
liberarono di
me. Il giorno
dopo, le mie
ceneri erano
scomparse. Ah ah
ah ah ah…» di
nuovo la folle
risata «Ormai è
quasi giorno.
Buon Natale
Thomas. Ah ah
ah…».
La vecchia
strega prese un
pugnale che
aveva sul manico
l’effige di un
demonio. Aprì la
pancia di
Thomas, gli tirò
fuori le budella
ed iniziò a
rosicchiarle
come fa un topo
con un pezzo di
formaggio.
_____ _____
_____ _____
_____
FINE DELLA CORSA
- di Marta
Tellez -
In silenzio,
protetto
dall'ombra
fissava tutta
quella gente che
usciva dalla
Chiesa. Ogni
tanto lanciava
un'occhiata
verso il cielo.
C'erano
pochissime
stelle. Si stava
annuvolando. Le
campane della
grande Casa del
Signore
rintoccarono per
dodici volte...
il Natale era
iniziato, ma non
per lui. Una
scintilla
negli occhi,
come quando
all’improvviso
la luce e’
troppo forte, ma
solo per qualche
secondo, si
spense subito
nel momento in
cui la vide
scendere le
scale della
chiesa. Gli anni
non l’avevano
cambiata,
appesantita
forse, i capelli
più corti e una
vena di
tristezza negli
occhi, ma nella
sostanza era
sempre la
stessa.
Indossava un
cappotto verde
malva e degli
stivali neri, di
camoscio, alti
fino al
ginocchio. Dal
cappotto
fuoriusciva una
gonna nera di
gabardine.
Vittoria si tirò
su il bavero e,
claudicando,
scese con
perizia un
gradino alla
volta. Il tacco
della scarpa
sinistra era più
alto del destro,
ma nonostante
questo
aggiustamento
non riusciva
proprio a non
zoppicare. Era
una cosa che le
aveva sempre
dato fastidio,
per questo
usciva poco: la
spesa al
mercato, la
messa, una
partita a bridge
con le amiche
del circolo,
qualche serata
di beneficenza,
magari un cinema
o un teatro una
volta al mese.
Per il resto era
consuetudine di
balcone e
cortile
pomeriggio e
sera d’estate.
Si usava così:
si accostava una
sedia al muro
vicino alla
porta. Quelli
dei piani alti
le lasciavano
lì, nel cortile,
chiuse e
affastellate,
sotto ai gradini
della scala di
appartenenza per
tutta la
stagione. Ma
l’inverno non
c’e’ mai nessuno
dopo le
diciotto,
Antonio chiude
il portone e il
portoncino e si
tira la porta di
casa alle
spalle. Vittoria
alzò gli occhi e
li strizzo’ un
po’. Per un
momento pensai
di essere stato
scoperto, invece
no, guardava
lontano. Un
cane
abbandonato
annusava i
portoni
uggiolando,
aveva ancora i
resti di un
collare legati
al collo.
Sfiorai la barba
con
soddisfazione
pensando che
questa volta
l’avevo
sistemata
proprio bene,
anche la scelta
del colore che
non stonava con
le sopracciglia.
Il naso reggeva
a dovere e
quando lo toccai
per un momento
lo sentii
realmente mio.
Vittoria prese
per via Monte
Tesoro, la
seguii. Sapevo
dove stava
andando e non
avevo fretta.
Un’aria fredda e
tagliente, come
una lama era
scesa la sera e
io non potei
fare a meno di
sorridere
ripensando al
filo del rasoio
che avevo fatto
nel pomeriggio,
in mezzo a tutte
quelle foto
appese, perfino
ai disegni. Un
giorno mi
avevano chiamato
dall’Istituto
pregandomi di
andare a
ritirare i miei
effetti
personali: le
pagelle, i
quaderni, le
foto di classe.
Era rimasto
tutto lì nel
fondo di un
armadio in
un’ala della
scuola chiusa da
anni. Comunque
ci ero andato.
Vittoria e’
entrata come
tutte le sere
nel bar
all’angolo,
quello che resta
sempre aperto,
anche a Pasqua e
a Ferragosto.
Alla cassa, la
signora Bertini
le passa un
sacchetto di
plastica e le
allunga il
resto. E’
ingrassata e gli
anni le pesano
sulle spalle e
sulle scarpe
sformate, mi sa
che mica se la
passano tanto
bene là dentro.
Vittoria, si
stringe la
cintura del
cappotto e
guadagna Corso
Sempione, poi
gira a sinistra
in Via Monte
Altissimo. La
salita le
accorcia il
fiato e la gamba
sembra gesso
tanto e’ rigido.
La seguo a
distanza, senza
fatica. Mi sento
bene. Respiro e
vedo il fiato
che si fa
condensa e
ripenso a tutte
le volte che ho
immaginato
disegnando sui
vetri del
dormitorio
questo momento,
il rasoio
affilato o le
forbici, poi
rosso, come io
lo immaginavo,
sparso su tutta
la superficie
della finestra
che alla fine
con la mano che
va da sola copri
tutto, solo
negli angoli
ancora un
piccolo spazio.
Ecco il portone.
La chiamo.
“Signora
Sargentini. Sono
Carlo, Carlo
Robecchi o
almeno credo sia
questo il
cognome che mi
hanno affibbiato
dopo che mi hai
lasciato a
marcire lì…”
Questo non
l’avevo
previsto, non
riesco a fermare
la lingua.
Pensavo sarebbe
stato tutto più
veloce. E in
silenzio.
Vittoria si gira
e si porta le
mani alla gola.
E’ pallida e la
pelle e’ ancora
così tirata che
ricorda quella
delle ali di
pollo. Muove la
bocca come per
dire qualcosa,
ma la gamba cede
ed e’ costretta
ad attaccarsi
alla chiglia del
portone per non
cadere. Il tacco
della scarpa
sinistra, quella
più bassa si e’
staccato, eccolo
a pochi
centimetri dalla
scarpa, vicino
al tombino. Un
po’ come
Vittoria che ha
il fiato corto e
che proprio non
le piace vedere
il riflesso
della sua paura
sulla lama del
rasoio, solo un
riflesso perché
riprendo
sicurezza e
sferro il primo
colpo. La strada
e’ deserta
illuminata solo
da due lampioni
e dalle luci di
natale sui
balconi. La
sagoma di un
babbo natale che
si arrampica
sulla facciata
di un palazzo mi
da’ ancora più
sicurezza e
sferro il
secondo colpo,
ben assestato.
Ricorda una v, v
per vendetta, e
Vittoria non
emette lamenti
tanto che per un
momento penso
che se l’e’
portata via un
attacco di cuore
arrivato proprio
al momento
giusto per
rovinarmi la
festa. E invece
no, ha ancora
quello sguardo
freddo, quasi di
rimprovero,
nonostante le
lacrime e il
mascara che le
e’ colato sulle
guance
arrossate. Poi
inizia a
fiottare, come a
dire qualcosa,
ma io taglio
corto,
vaffanculo,
quanto tempo mi
fa perdere
questa vecchia.
Il terzo colpo
deve andare
liscio liscio,
proprio la
giugulare, ho
solo il tempo
per allargare le
labbra,
screpolate per
il freddo, sotto
ai baffi finti
che mi hanno
cominciato a
prudere. Buon
Natale, mamma,
dico.
La lascio lì,
vicino ai
secchioni,
riversa in un
rigagnolo di
foglie gialle e
acqua marcia, mi
allontano senza
neanche troppa
premura,
illuminato a
intermittenza
dalle luci di
natale.
L’antifurto
della mia
macchina fa un
rumore sordo, in
lontananza si
sente ridere,
magari intorno a
un tavolo verde
per una partita
a carte. Io
invece salgo in
macchina e
accendo la radio
che oggi ho il
turno di notte.
_____ _____
_____ _____
_____
COME UN CLOWN A
MEZZANOTTE
- di Simone
Babini -
In silenzio,
protetto
dall'ombra
fissava tutta
quella gente che
usciva dalla
Chiesa. Ogni
tanto lanciava
un'occhiata
verso il cielo.
C'erano
pochissime
stelle. Si stava
annuvolando. Le
campane della
grande Casa del
Signore
rintoccarono per
dodici volte...
il Natale era
iniziato… e lui
scosse la t
La sua sagoma si
distingueva
appena
nell’ombra. Era
alta forse quasi
due metri, aveva
il ventre gonfio
e due
protuberanze che
si allungavano
dalla testa, una
verso il basso e
l’altra verso la
schiena.
Può apparire la
descrizione di
chissà quale
essere
grottesco, ma
osservandolo da
vicino e con un
po’ più di luce,
nessuno si
sarebbe
spaventato alla
sua vista, anzi
gli avrebbe
probabilmente
sorriso ed
augurato un Buon
Natale. Le sue
sembianze erano
infatti
nient’altro se
non quelle di un
Babbo Natale
qualsiasi, dalla
lunga e folta
barba bianca,
corpulento e con
il vestito rosso
bordato di
bianco, a dirla
tutta forse più
che altro niente
di più
dell’immagine
stereotipata di
un personaggio
di fantasia, che
ci arriva dalla
pubblicità di
una ben nota
bevanda
analcolica. Dopo
il primo sorriso
e l’immancabile
augurio, però
probabilmente ci
si sarebbe
chiesti, forse
con una punta di
sospetto, che
cosa ci facesse
nascosto lì
nell’oscurità,
ad osservare la
gente che
entrava in
chiesa.
Dopotutto la
notte di Natale,
quando tutta la
gente va alla
messa di
mezzanotte, è un
momento più che
propizio per i
topi
d’appartamento e
chi mai avrebbe
sospettato di un
simpatico Babbo
Natale. Poi,
oltre alle
considerazioni
razionali,
sarebbe forse
sorta quella
strana
sensazione che
si ha di fronte
ad un
personaggio che
normalmente
suscita una
grande allegria,
ma che in un
contesto
inusuale può
scatenare un
certo senso
d’inquietudine,
come un clown a
mezzanotte.
Quello strano
Babbo Natale
continuò ad
osservare la
gente entrare in
quel luogo a lui
proibito, con un
senso di
profondo
disprezzo.
- Miserabili
creature, tutte
lì, buona parte
delle quali
senza una vera
fede, a
celebrare la sua
nascita, come un
gregge di
pecore. E
pensare che la
data e perfino
la stagione sono
sbagliate…-
borbottò tra sé
e sé
quell’essere.
Intanto il cielo
si era
completamente
annuvolato e
cominciò a
nevicare
copiosamente.
Non che gli
importassero le
condizioni
meteo, comunque…
Il Babbo Natale
distolse lo
sguardo dalla
chiesa e lo
rivolse
apparentemente
verso il vuoto.
- Non te
l’aspettavi
proprio la notte
di Natale, vero?
Ma dopotutto non
cambia un
granché.
Sentiamo, che
hai da dire a
tua discolpa?-
Babbo Natale non
diede tempo al
suo
interlocutore
invisibile di
rispondere- No,
non dire nulla ,
non me ne frega
un cazzo, ne ho
sentite di tutti
i colori e
miliardi,
miliardi di
miliardi di
volte, a dir
poco.
Alcuni
inveiscono
contro di me e
non ne capisco
proprio il
motivo, visto
che dal momento
esatto in cui è
scoccata la
vostra scintilla
d’esistenza,
avete agito
sempre e
comunque
liberamente.
Certo non
nascondo di
avervi sempre
consigliato
qualcosa, ma
stava sempre a
voi decidere…
Sai, esisto da
prima che il
tempo
cominciasse, se
mi perdoni il
gioco di parole,
ma dopotutto non
è certo colpa
mia se tutti i
vostri linguaggi
sono così
maledettamente
limitati, come
le vostre misere
e presuntuose
menti.
Che c’è? Non
dici nulla? Non
saresti il
primo, sai.
Il suo
misterioso
interlocutore
invisibile
rimase ancora in
silenzio per
pochi istanti,
poi chiese con
voce
balbettante:-
Che… diavolo è
successo? Che
diavolo sta
succedendo… chi
sei?
Babbo Natale
fece una grossa
risata, proprio
come quella che
ci si sarebbe
aspettata da un
suo reale
qualunque
collega.
- Vengo per
ognuno di voi,
che ci crediate
o no. Per quelli
che scelgono
liberamente di
seguirmi
intendo… Vi
accolgo
personalmente,
gentile no?
Quasi nessuno
ricorda lì per
lì- Babbo Natale
emise un grosso
sospiro, poi
continuò- Un
grosso blocco di
neve è scivolato
da un tetto, ha
colpito un
albero di
Natale, il cui
pesante vaso ha
a sua volta
colpito la tua
testa,
sfracellando il
tuo disgustoso
cervello. Un
clamoroso colpo
di sfiga, non
c’è che dire-
sentenziò Babbo
Natale e poi
concluse:- Non
conoscete né il
giorno, né
l’ora. Lo
dimenticate
troppo spesso.
- Vuoi dire che
sono…- disse
l’interlocutore
visibile solo a
Babbo Natale,
che subito lo
interruppe:-
Già, proprio
così- e sorrise.
Mi hanno
immaginato e
raffigurato in
innumerevoli
forme diverse,
ma questa è la
prima volta che
assumo queste
sembianze. Di
volta in volta,
quando faccio
visita
fisicamente in
un certo mondo,
assumo infatti
la prima
immagine che
suscita più
paura nella
mente di un
qualsiasi essere
senziente, nel
particolare
istante della
mia comparsa.
Una sorta di
estrazione a
caso per
intenderci. La
persona in
questione questa
volta deve avere
seri problemi
personali con il
Natale
ovviamente…
Sai, dicono in
molti che ho
poteri infiniti
sulle cose, ma
in realtà non
posso
interferire
direttamente con
questo mondo, in
alcun modo.
Guarda quel cane
rognoso
abbandonato, che
si aggira qui
intorno in cerca
di cibo. Io non
provo alcuna
compassione, non
sai quanto
vorrei straziare
il suo corpo e
trascinarlo giù
con me, ma non
potrò mai fare
né l’una, né
l’altra cosa.
Provo disgusto
per ogni forma
di ciò che voi
chiamate vita,
eppure non posso
nemmeno
schiacciare con
la mia grossa
scarpa nera una
formica. Non mi
ha concesso
nemmeno questo…
tu sai a chi mi
riferisco, vero?
E già, non hai
mai creduto alla
sua esistenza,
ma ormai non fa
più alcuna
differenza. Hai
scelto la tua
strada, pensando
che ciò che
facevi non
avrebbe avuto
alcuna
conseguenza, ma
non è così che
funziona. Alla
fine tutto ciò
che rimane di
voi sono le
vostre azioni e
giunti al
momento fatidico
siete voi stessi
a giudicarvi, è
sempre stato
così e sempre lo
sarà. In realtà
è tutto molto
più complesso di
quanto le vostre
insignificanti
menti potrebbero
anche solo
vagamente
concepire, ma in
sostanza io
svolgo solo il
mio sporco ed
ingrato incarico
nell’ordine
delle cose, sono
la necessaria
parte oscura di
tutto ciò che
esiste, eppure
sono l’essere
più infamato di
tutti gli
universi. Ero
tra gli Eletti,
sai. Poi ho
commesso un
singolo ed
imperdonabile
errore… Lui è
pronto a
perdonare a
chiunque, un
numero infinito
di volte, Lui è
la Misericordia,
ma a me non ha
perdonato
quell’unico,
singolo errore!-
sbottò con
rabbia il Babbo
Natale - Ti
sembra forse
giusto?- chiese
infine forse più
a se stesso, che
al suo
interlocutore.
- Beh, io penso
che…- cercò di
dire il suo
interlocutore,
ma fu interrotto
prima che
potesse
continuare.
- Lascia stare,
non c’è nulla
che tu possa
dire per
cambiare il tuo
destino. Ma ora
non indugiamo
oltre, è giunto
il momento che
ti sprofondi con
me nell’Abisso.
Sarà la tua
ultima dimora,
al di fuori di
tempo e spazio.
Troverai
un’infinità di
persone ad
accoglierti, da
innumerevoli
mondi diversi.
Un esperienza
emozionante, no?
Potrei dirti che
c’è di peggio,
ma sarebbe una
colossale balla-
disse Babbo
Natale,
facendosi
un’ultima grossa
risata.
Poi smise di
reagire alla
luce del nostro
mondo e divenne
visibile solo al
suo
interlocutore,
che non lo vide
però più come
Babbo Natale, ma
solo nella sua
vera Essenza,
come solo
Angeli, Demoni e
dannati sono in
grado di fare.
Solo le prime
due categorie
sono però in
grado di
sostenere quella
“vista”.
L’interlocutore
misterioso fu
travolto
dall’orrore,
comprese il suo
destino, al
quale lui stesso
si era
condannato ed
esplose in un
grido di
disperazione
inconcepibile,
che nessuno
poteva udire, ma
che non si
sarebbe mai
spento…
_____ _____
_____ _____
_____
IL NATALE DEI
DEBOLI
- di Giorgia Mus
-
In silenzio,
protetto
dall’ombra,
fissava tutta
quella gente che
entrava in
Chiesa. Ogni
tanto lanciava
un’occhiata
verso il cielo.
C’erano
pochissime
stelle. Si stava
annuvolando. Le
campane della
grande Casa del
Signore
rintoccarono per
dodici volte…il
Natale era
iniziato.
Era
iniziato il
Natale, i cui
dodici rintocchi
avrebbero
segnato l’inizio
della spaventosa
festa…piombando
nella sacra Casa
del Signore,
invase di fumo
metafisico tutte
le navate
sciogliendo come
cera i solenni
monumenti di
marmo bianco
dedicati ai
santi…dalle
profondità della
Chiesa, un urlo
disumano si levò
straziando
d’orrore le
orecchie dei
fedeli
sconcertati;
mentre i sacri
paramenti
presero fuoco in
una vampata ad
invadere le alte
cupole, l’altare
si oscurò di
densa nebbia
fuligginosa…il
cane, piccolo e
magro, si portò
in prossimità
della calca di
gente assiepata
al portone
serrato. Le urla
di terrore e i
pianti disperati
dei bambini,
calarono di
intensità alla
vista della
bestiola
inoffensiva e la
prima bimba
porse fiduciosa
la sua mano…
(prologo)
…A balzi
desolati arrivò
come sperava
poco distante
dal retro del
ristorante
cinese,
spaventato dal
suo stesso
affanno ed
esasperato dal
ticchettio
ritmato e
strascicato
delle sue zampe
ossute. Dopo
poco, un ometto
grasso e unto
gettò nel bidone
dei rifiuti gli
avanzi della
giornata,
inseguendolo per
un breve tratto
con l’intento di
dargli una
pedata se
possibile
mortale, in modo
da eliminare per
sempre da quel
fetido vicolo
almeno una delle
bestie che
infestavano il
quartiere. Il
cane abbandonato
si nascose per
un attimo sino a
ritrovarsi solo,
al buio, e
libero di
rovistare tra i
rimasugli di
cibo fritto e
maleodorante.
Quell’anno era
per lui così
fredda e
solitaria la
vigilia di
Natale, da
quando i suoi
padroni
l’avevano
lasciato solo si
ritrovava molto
spesso a frugare
disperato nel
fango delle
strade poco
trafficate per
sopravvivere al
desidero di
morire. Talvolta
trovava un ratto
che lo sfamava e
rimetteva in
forze, sovente
si cibava di
carne putrida,
una notte mangiò
un’intera
scarpa
vecchia.
Mille stelle
cadenti tra alti
palazzi e alberi
luminosi sulle
strade invase di
gente, berretti
rossi su floridi
nonni barbuti e
scatole colorate
stracolme di
giochi e oggetti
di lusso.
…mentre lui
zoppicava,
dolorante e
straziato nella
carne e nel
cuore.
Quella stessa
notte che
sarebbe stata,
per sua
speranza,
l’ultima, si
protesse dal
caos natalizio
riparandosi
dietro una
macchina rubata
e ormai
inutilizzabile
nascosta nel
vicolo;
rannicchiandosi
su se stesso
nascose il muso
tra le zampe e
la magra spalla,
serrando le
palpebre fece la
sua ultima
preghiera di
morte
eterna…sino a
quando il filo
invisibile che
trascina la
veglia nel sonno
più profondo lo
tirò su di
scatto, come una
molla il suo
istinto animale
gli rizzò le
orecchie
tendendogli la
schiena e
facendolo
rabbrividire.
I suoi occhi
brillarono,
acquosi e
insanguinati,
mentre un
bambino avvolto
da nuvola bianca
gli si avvicinò.
Era piccolo e
pareva tenero e
dolce, come il
suo precedente
padroncino,
sorridente e con
occhi di
cucciolo
affettuoso. Una
manina morbida e
piena di
promesse gli
carezzò la
testa…ma un
balzo
dell’occhio
primitivo del
cane acchiappò
una scintilla..
Una scintilla
seguita da altre
mille, nere e di
fuoco a
circondare il
bimbo con gli
occhi di pozzo e
il riso
profondo…quel
mostro che
ancora voleva
fargli del male,
quel demone che
alla morte
serena lo voleva
strappare!
Il povero cane
saltò sulla
macchina
indietreggiando
velocissimo sino
a cadere
nuovamente
sull’asfalto,
mentre l’essere
che poco prima
gli tendeva la
mano ora
assumeva forma
indistinta
proiettandosi
con un battito
del suo cuore
animale davanti
a lui…forma
amorfa e umana
allo stesso
tempo, gli
mostrò i bei
giorni passati
al caldo di una
casa
accogliente;
lacerandogli le
fragili ossa con
ciclopiche mani
gli strizzò il
cervello
cancellando per
sempre i
desolati ricordi
di vita felice.
Il suo corpo
divenne un otre
vuoto che, al
suono delle
campanelle
dorate di un
Babbo Natale
cantilenante
oltre la strada,
si fuse come
burro di pece al
suolo sporco e
oleoso di quella
città divenuta
un inferno..
Il vicolo, nel
silenzio più
assoluto
spintonato da
risate canti e
cornamuse
lontane, si
riempì di
squallida
desolazione di
forma bestiale;
inondando ogni
muro, la
sensazione nera
si concentrò al
suolo prendendo
forma di
malvagio guaito
sino a divenire
in crescendo un
ringhio
ininterrotto
grondante
sangue…il cane
si materializzò,
bavoso e
diabolico,
avviandosi
lentamente nel
pieno possesso
della sua
immensa forza,
verso la grande
Chiesa in cui
tanti uomini
deboli e soli
avrebbero
celebrato la
Santa Messa di
Natale.
_____ _____
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IL SORRISO DELLA
BESTIA
- di Federica D'Ascani
-
In silenzio,
protetto
dall'ombra,
fissava tutta
quella gente che
usciva dalla
Chiesa. Ogni
tanto lanciava
un'occhiata
verso il cielo.
C'erano
pochissime
stelle. Si stava
annuvolando. Le
campane della
grande Casa del
Signore
rintoccarono per
dodici volte...
il Natale era
iniziato...
Si avviò con
passo sicuro
verso il portone
di legno,
facendosi largo
tra le persone
sorridenti e in
festa.
Festa... Il
Natale era una
festa, ancora,
tra i vivi. Era
incomprensibile
ed Evan lo
sapeva ma...
Come far vedere
a un cieco la
realtà limpida e
chiara che si
staglia davanti
ai suoi occhi?
Come far sentire
a un sordo il
rombo lontano
della menzogna?
Abbassò lo
sguardo, incerto
se entrare
subito nella
Chiesa, e
sospirò. Si
stava preparando
al peggio, ne
riconosceva i
sintomi nello
stomaco. La
scarpa destra,
bagnata di
sangue, sembrava
emettere
scintille
guizzanti, come
se chiunque
fosse in grado
di vedere
l'enormità del
suo percorso...
Sorrise. Nessuno
avrebbe saputo,
nessuno avrebbe
solo
lontanamente
immaginato.
Aggrottò la
fronte,
assumendo
quell'espressione
che tanto era
piaciuta a Linda
quando si erano
conosciuti, e
procedette a
passo rapido
verso l'interno.
L'eco dei suoi
passi cercava di
calmare il suo
spirito, lo
avvertiva come
se quel fenomeno
pulsasse di vita
propria... Ma
sapeva, già in
partenza, la
follia dei suoi
pensieri. Forse
uccidere un
demone comporta
la pazzia. Forse
CREDERE di
uccidere una
creatura
infernale è da
pazzi,
dopotutto... Si
fermò nella
navata centrale
e, scostando un
ciuffo di
capelli neri con
la mano, scrutò
l'interno della
Chiesa con più
attenzione. Era
lì, lo sentiva.
Avrebbe potuto
odorarne la
puzza, se solo
avesse voluto.
Ma non lo
desiderava. In
fin dei conti,
l'acidità che
permeava nelle
sue narici era
ancora troppo
forte per
desiderare altri
effluvi
negativi.
“Eccolo il
guerriero senza
pace... Eccolo
l' UOMO che
crede di aver
capito tutto
dell'universo!
Ancora non
riesco a
realizzare come
tu abbia potuto
uccidere Bune e
farla franca...”
Avrebbe voluto
sobbalzare dallo
stupore. Avrebbe
voluto provare
paura per quella
vocetta piccola
e infida.
Avrebbe voluto
desiderare
fuggire il più
lontano
possibile da
quel luogo,
dimenticare ogni
battaglia e
riabbracciare
Linda davanti
all'albero di
Natale, appena
finito di
addobbare.
Avrebbe voluto
ma infondo non
poteva... Amava
quella vita,
desiderava
quell'adrenalina,
nonostante fosse
la sua firma sul
contratto della
morte. Mise una
mano in tasca e
afferrò il suo
pacchetto di
Amadis rosse,
sfilò una
sigaretta,
l'accese e tirò
una boccata di
nicotina.
Veleno.
Ma non sarebbe
stato quel tipo
di male a
insinuarsi nelle
sue vene. No.
La vecchia lo
fissava, il
sorriso
infingardo
dipinto sulle
labbra. Evan la
rimirò con
attenzione. Era
la prima volta
che si
fronteggiavano e
voleva che la
sua immagine lo
accompagnasse
ovunque, come un
tormento
costante.
Ovunque...
sempre che fosse
riuscito a
rimanere vivo,
cosa altamente
improbabile.
Sorrise, mesto,
contemplando la
scarpa macchiata
di sangue e la
vecchia se ne
rese conto.
“L'hai ucciso e
lo hai lasciato
bruciare come un
appestato,
grande figlio di
puttana. La mia
creatura... Hai
ucciso mio
figlio. Hai
passato il segno
ed è ora che tu
paghi per i tuoi
errori.”
“Non ci credi
neanche tu,
vecchia, in
quello che dici.
L'ho ucciso
perché questo è
il mio
compito... Lo
sai bene. Sembra
impossibile
distruggere te,
invece...”
“E tu vorresti
uccidermi la
notte di Natale?
Tu credi sul
serio che mio
padre
acconsentirebbe
a un delitto
simile? La notte
di Natale?”
La vecchia era
quasi divertita,
nel suo vestito
nero con stampa
di viole. I
capelli raccolti
in un crocchia
argentata,
fissava Evan con
lo sguardo
lucido e le
sopracciglia
alzate dallo
stupore. Un uomo
poteva essere
così stupido?
Eppure quel
ragazzo sembrava
davvero convinto
delle sue
supposizioni.
Quel maledetto
umano si era
messo sulle sue
tracce ed era
riuscito a
carpire le
informazioni
necessarie per
rintracciarla.
Quell'uomo era
una minaccia, ma
non avrebbe
potuto nulla
contro i suoi
poteri... E lo
sapeva,
dopotutto.
“Hai paura,
vecchia?”
“Io paura? Stai
scherzando,
spero.
Basterebbe solo
un mio pensiero
per
annientarti...”
“Balle. Mi
avresti già
ucciso.
Nonostante
questo sia un
luogo di culto
per umani, è
stato consacrato
al tuo
antagonista e
non puoi nulla
contro la sua
volontà.”
“Sto qui dentro
e questo già
vale ad
annullare ciò
che stai
dicendo.”
“Sei qui dentro
perché hai una
componente
umana... Niente
di più, niente
di meno.”
Evan sostenne lo
sguardo truce
della vecchia.
L'aveva messa in
difficoltà e ne
era soddisfatto.
Avvicinò la
sigaretta alla
bocca, aspirò
una boccata e
disperse il fumo
nell'aria. Non
poteva attendere
oltre. Sembrava
fossero passate
ore dal suo
ingresso in quel
luogo sacro, ma
l'orologio al
polso diceva il
contrario. Due
minuti che
parlava con la
vecchia e le sue
speranze già
venivano meno.
Doveva agire in
fretta.
Udì gli
schiamazzi
notturni della
gente in festa,
i canti di
Natale fuori
dalla Chiesa,
alti e potenti,
a rinnovare la
magia che ogni
anno veniva a
crearsi sul
mondo. Gli
uomini
ignoravano il
potere che Dio
aveva concesso
loro, lo
ignoravano pur
continuando a
credere
nell'Alto.
Costruivano
Chiese, luoghi
di culto, come
insulsi
pagani... Eppure
avevano fatto di
tutto, in epoche
passate, pur di
allontanare lo
spettro della
stregoneria e
dell'esoterismo.
Evan osservò
l'altare, dietro
alla spalle
della vecchia, e
considerò la sua
vita in meno di
un secondo.
Quella sarebbe
stata la sua
ultima scena, il
suo ultimo
spettacolo per
il genere umano.
Linda, la sua
amata Linda,
aveva accettato
con il pianto il
suo compito. Lei
era l'unica che
sapeva aveva
cercato in ogni
modo di
dissuaderlo
dalla sua
missione.
L'aveva udita
inveire contro
il suo maestro,
urlare contro le
sue credenze.
Non avrebbe mai
compreso.
Deglutì,
avvertendo il
bruciore del
fumo in gola.
Avrebbe salvato
anche lei,
assieme al mondo
intero.
“Sai che, se
anche dovessi
riuscire a
sconfiggermi,
arriverebbe un
nuovo anticristo
a minacciare il
tuo amato
universo? Sei
cosciente di
questo, vero?”
L'espressione
sardonica della
vecchia gli fece
accapponare la
pelle. Aveva
ragione, ma non
poteva
soffermarsi a
riflettere su
quell'eventualità...
Sarebbe venuto
meno il suo
coraggio e i
suoi propositi.
“Non importa, un
nuovo umano
prenderà il mio
posto e
combatterà.”
“Chi te lo fa
fare, stolto?
Nessuno ti
conosce, nessuno
ti ricorderà...
Potresti unirti
a me, invece, e
governare sul
mondo a
discapito del
Dio inesistente
che ti ha messo
al mondo.”
“Non combatto
contro le
creature
infernali per
quel Dio che tu
reputi
inesistente.
Fronteggerò te e
chiunque altro
in nome del bene
assoluto. I più
deboli, gli
incapaci, i
dimenticati, gli
emarginati: loro
hanno bisogno di
me.”
“Quelle persone
non servono a
nessuno”
“Quelle persone
sono persone e
come tali
meritano di
vivere
serenamente. Dio
ha concesso il
libero arbitrio
e io ho scelto
da che parte
stare.”
“Stupido... Dio
non sa neanche
che esisti.” La
vecchia sorrise,
abbassando per
la prima volta
lo sguardo, e
giunse le dita
magre e
perlacee. Una
piccola
scintilla
scaturì dalle
sue mani e un
guizzo
attraversò lo
sguardo nero e
penetrante
dell'anticristo.
Mutò in poco
tempo, sotto gli
occhi increduli
di Evan,
assumendo via
via l'aspetto
inquietante dei
suoi peggiori
incubi. Il cuore
del ragazzo
prese a battere
tumultuosamente
nel petto,
lasciando
intuire ai sensi
della vecchia il
timore che lo
aveva pervaso.
La terra prese a
tremare e le
candele delle
offerte caddero,
una dopo
l'altra, a
terra. Evan
cominciò a
indietreggiare,
ma un ghigno
alle sue spalle
arrestò i suoi
propositi di
colpo.
Come poteva
essere
possibile? Gocce
solide e
glaciali gli
imperlarono le
tempie,
scendendo
lentamente verso
le guance.
La vecchia
poteva abitare
quel luogo, data
la sua natura
semi umana, ma
il demone che lo
tallonava no.
Sarebbe dovuto
morire
all'istante.
Piano, la
sigaretta ancora
incastonata tra
le dita,
arrischiò
un'occhiata
fugace al
portone di
entrata. Bune
era lì dietro,
le labbra
increspate in
una curva
perversa, ad
attendere il suo
tributo.
“T...ti ho
ucciso... Io ti
ho ucciso.”
“Ah... Io non
posso morire...
Mi hai
sconfitto, è
vero, ma mio
padre ha
rinforzato il
mio essere.
Rassegnati,
piccolo umano,
non puoi nulla
contro di noi.”
“Io ti ho
ucciso...”
Guardò di nuovo
davanti a sé, a
cercare,
disperato, la
vecchia.
Scomparsa.
Le certezze di
Evan crollarono
in un momento,
le gambe
cedettero e lui
si ritrovò in
ginocchio,
davanti alla
croce spezzata
che troneggiava
sull'altare nero
della Chiesa
sconsacrata.
Corrucciò la
fronte, portò il
capo tra le mani
e prese ad
ansimare,
avvolto nelle
spire della
confusione. Cosa
stava accadendo?
“Credevi sul
serio di potermi
affrontare? Solo
Dio può, tu non
sei nessuno. Ti
sei arrogato il
diritto di
sapere. Oh, i
tuoi propositi
sono nobili, ma
senza strumenti
non puoi nulla
contro di me.
Sei venuto a
morire, ma
questo già lo
sapevi. Ciò che
ignoravi era la
tua assoluta
disfatta in poco
tempo. È bastato
mutare il mio
aspetto in
quello di mio
padre e la tua
mente ha
vacillato a tal
punto da farti
impazzire.
Linda... Tu vuoi
Linda. Potevi
rimanere con la
tua donna,
invece di
imbarcarti in
questo viaggio
privo di
fondamenta. Hai
seguito le
dicerie di
quella setta
pagana e ora ne
paghi le
conseguenze. Sei
solo un debole,
nulla più. Non
mi sprecherò
neanche un poco
a torturati, non
ne vale la pena.
Ma lascia
solamente che ti
dica una cosa:
hai creduto
nelle cose
sbagliate, Evan.
Io non ho
bisogno di
distruggere il
tuo mondo perché
non devo far
altro che
osservare le
vostre
perversioni per
sentirmi
appagata.
Arriverà il
giorno in cui il
trono del vostro
Signore crollerà
sotto il peso
delle vostre
colpe. A noi non
resterà altro
che costruire
dalle macerie e
dare inizio a
una nuova era.
Voi umani siete
piccoli e stolti
e non avete
ancora compreso
il grande
disegno che mio
padre ha per voi
e per il vostro
mondo. Io abito
nella Chiesa in
cui mi hai
trovata, abito
in ogni luogo di
culto esistente
e, se vogliamo,
abito in ogni
dove. Non ho
dimora. Non c'è
un antro da
ricercare e da
mettere a fuoco,
per
distruggermi...
Il bene non può
esistere senza
male e io, in
terra, provvedo
all'equilibrio
dei due poli
assoluti
dell'esistenza.”
“Non capisco...
Dove sono?”
“Ah, non sei
neanche in grado
di reggere un
discorso
serio... Non
avevi i nervi
saldi? Non sei
forse entrato
nella casa del
tuo Signore con
aria spavalda,
credendo di
avere nelle mani
il potere
supremo? Sei in
un'altra
dimensione, Evan...
La mia!”
Un vagito riempì
la Chiesa e
riecheggiò nei
timpani del
ragazzo. Evan si
voltò, le
lacrime agli
occhi, e vide.
Vide la nascita
di un demonio,
vide la
consacrazione
del male, vide
gli occhi fieri
del diavolo,
vide la madre
degli anticristi
e comprese ciò
che era da
sempre stato
evidente.
Nessuno deve
mettersi sulla
strada del male.
Nessuno.
Il grido di
orrore si perse
nel buio
dell'inferno e
la vecchia tornò
nella sua
Chiesa, accanto
al candelabro
delle offerte,
il sorriso
inquietante
sulle labbra e i
capelli raccolti
in una crocchia
argentata.
Il Natale era
passato e un
nuovo anticristo
era nato. Per
quanto tempo
ancora gli
uomini avrebbero
festeggiato il
trionfo del male
senza saperlo? -
La vecchia rise
di gusto, sola
nella sacralità
della casa del
Signore - Ancora
a lungo. “Il
male non ha
bisogno di
proclamare la
propria presenza
nel mondo per
acclarare il
dominio che
detiene sul
genere umano. Il
male esiste,
Dio, e non puoi
farci nulla.
Continua a
osservare la tua
disfatta dalla
croce, Signore,
e attendi la
caduta del trono
che fino ad ora
hai tenuto
stretto. I tuoi
figli ti
distruggeranno e
noi dovremo solo
guardarti
cadere...”
La vecchia si
alzò dalla panca
per le preghiere
e si ritirò
nella stanze
della sacrestia.
Il battere
insistente dei
pugni di Evan
sarebbe cessato
entro poco
tempo, divorato
dal nulla
dell'inferno. Il
pazzo sarebbe
morto, solo,
come un cane
abbandonato
dalle carezze
amorevoli del
padrone.
Imprigionato
nell'oscurità
del male,
avrebbe avuto
modo di
riflettere e
comprendere la
visione delle
Parche.
La vecchia entrò
nella sua camera
di ancella e si
distese, in
attesa di suo
padre.
_____ _____
_____ _____
_____
NATALE,
L'ANNIVERSARIO
DI UN MOSTRO
- di Giancarlo
Ferraris -
In
silenzio,
protetto
dall'ombra
fissava tutta
quella gente che
usciva dalla
chiesa. Ogni
tanto lanciava
un'occhiata
verso il cielo.
C'erano
pochissime
stelle. Si stava
annuvolando. Le
campane della
grande Casa del
Signore
rintoccarono per
dodici volte...
Il Natale era
iniziato.
Sì!...
Finalmente è
Natale! Anche
quest’anno ci
siamo
arrivati!... È
il mio
dodicesimo
Natale… Questo
numero non
c’entra niente
con la mia età,
né riguarda il
civico dove
abito e neppure
nessuna di tutte
quelle futili
cose che ci
riempiono la
vita,
opprimendoci,
tutti i giorni.
Questo numero è
molto, molto più
importante per
me: esso è
l’essenza, il
principio ed
anche la fine
della mia vita.
Sono dodici
anni, dodici
volte, dodici
Natali che
uccido. Sì!...
Dodici volte che
affondo il
coltello nella
carne umana… Il
mio nutrimento,
il mio pranzo
del 25
dicembre!...
Sempre e
soltanto a
Natale. Perché?
Perché voglio
che questa
festa, diventata
così vuota, così
atea e così
pagana finanche
blasfema,
diventi
un’occasione,
anzi
l’occasione, per
celebrare non
più la vita, ma
la morte, per
festeggiare non
più l’avvento
del bene, ma la
venuta del male,
per macchiare
con qualcosa di
vero - il rosso
del sangue - il
bianco della
neve finta che i
camion spruzzano
sulle strade per
far credere a
tutti che sia
veramente
Natale.
Ho iniziato
dodici anni fa.
A uccidere. A
Natale,
s’intende. Ho
incominciato con
mio padre,
troppo vecchio
per capire che
cosa gli stesse
accadendo. Poi è
toccato a mia
madre: mi voleva
troppo bene per
credere a quello
che le stavo
facendo. Di
seguito, a tutti
gli altri: mio
fratello, mia
sorella, la mia
compagna, il mio
migliore amico…
Tutti non me li
ricordo. E di
nessuno di loro
è rimasta una
qualche traccia
che potesse, in
qualche maniera,
portare a me,
con una sola
eccezione - la
classica
eccezione che
conferma la
regola! - quando
la Polizia ha
trovato una
scarpa di donna
appartenente ad
una delle
vittime.
Comunque, non mi
hanno beccato.
Non ho
risparmiato
nessuno tra
quelli
prescelti,
compreso un cane
abbandonato che
vagava per il
quartiere. I
suoi latrati mi
infastidivano,
non lo
sopportavo
proprio più. E
poi volevo
variare un po’
il menu. Una
vittima ogni
anno, una ad
ogni Natale, per
dodici volte:
dodici come sono
i rintocchi
delle campane
che annunciano
il Natale, la
festa più bella
dell’anno come
dice la
pubblicità.
Mi sono spesso
domandato perché
uccido sempre e
soltanto a
Natale, quale
folle,
terribile,
demoniaca
scintilla scocca
dentro la mia
testa in quel
giorno… Non sono
riuscito a
trovare nessuna
risposta. So
soltanto che il
giorno di Natale
inizia sempre
quando è buio,
nel silenzio;
quando fisso
nell’ombra la
gente che esce
di chiesa,
mentre guardo,
di tanto in
tanto, il cielo
con pochissime
stelle che si
sta annuvolando,
mentre le
campane della
grande Casa del
Signore battono
dodici
rintocchi.
Ecco, inizia il
Natale, il mio
giorno
preferito, il
mio
anniversario…
L’anniversario
di un mostro.
_____ _____
_____ _____
_____
PIOGGIA
DELL'INFERNO
-
di Mario Beretta
-
In silenzio,
protetto
dall'ombra,
fissava tutta
quella gente che
usciva dalla
Chiesa. Ogni
tanto lanciava
un'occhiata
verso il cielo.
C'erano
pochissime
stelle. Si stava
annuvolando. Le
campane della
grande Casa del
Signore
rintoccarono per
dodici volte...
il Natale era
iniziato...
“Fantastico…”
pensò
accendendosi una
sigaretta, “Come
minimo si mette
a nevicare…”
Quasi che il
cielo lo stesse
ascoltando,
proprio in quel
momento la neve
iniziò a cadere
con una
moltitudine di
fiocchi grandi,
morbidi e
freddi.
Imprecò
sottovoce e si
ritirò ancora di
più sotto allo
scarso riparo
offertogli dalla
cripta a cui era
appoggiato. Il
cimitero era
buio e
silenzioso, le
pietre tombali
grigio scuro già
iniziavano a
ricoprirsi di
una sottile
patina bianca e
l’aria era
talmente
immobile da
sembrare quasi
solida.
“Detesto questo
posto!”
Il silenzio
innaturale,
l’intenso odore
di fiori e
terra, il freddo
che sembrava
permeare ogni
cosa e che
sembrava voler
allontanare i
vivi dal luogo
consacrato ai
morti…
Con un moto di
stizza gettò la
sigaretta a
terra e la
spense
schiacciandola
violentemente
con il tacco
della scarpa.
Non gli era mai
piaciuto pensare
alla morte. Non
gli piaceva
pensare che un
giorno o l’altro
anche lui
sarebbe stato
sepolto sotto a
un metro di
terra.
Senza contare
che, a
differenza di
quegli invasati
che avevano
lasciato la
cattedrale pochi
minuti prima,
lui non credeva
in nessun Dio,
perciò non aveva
neppure la
speranza di un
paradiso…
“Però non ho
neppure il
terrore di
finire
all’inferno… E
in fondo il non
credere in
niente se non
nei soldi mi
consente di
guadagnare anche
oggi!”
Scosse la testa
con un mezzo
sorriso: strani
pensieri,
quelli, per un
venditore di
morte come lui.
Strani pensieri,
per uno
spacciatore di
droga.
“Ma dove diavolo
è finita quella
rompiscatole?”
Il motivo per
cui si trovava
lì, in quel
giorno e a
quell’ora
improbabili, era
la chiamata che
aveva ricevuto
dalla sua
migliore
cliente: una
ragazzina di
buona famiglia
che era immersa
nella sostanza
fino alle
orecchie e
ancora non si
rendeva conto di
avere
praticamente
entrambi i piedi
nella fossa.
Lo aveva
chiamato quel
pomeriggio,
dicendogli di
essere rimasta a
secco, e lo
aveva supplicato
di portargli un
po’ di dosi
quella sera
stessa. Lui
aveva fatto
resistenza,
manco a farlo
apposta quella
sera in
televisione
c’era un film
che gli
interessava, ma
poi l’altra si
era messa a
piagnucolare
come un cane
abbandonato, gli
aveva assicurato
che avrebbe
pagato un extra
e, oh, al
diavolo il
film!, i soldi
erano soldi.
Così ora era lì,
nel loro solito
punto di
ritrovo, a
congelarsi
aspettando che
quella fattona
si decidesse a
farsi viva…
Un rumore
improvviso lo
fece sobbalzare.
Si guardò
attorno alla
ricerca della
fonte, ma non
riuscì a vedere
nulla tranne la
grigia distesa
di lapidi e i
bianchi fiocchi
di neve che
cadevano.
“Probabilmente
la mia
immaginazione…”
Rabbrividì: il
freddo sembrava
stranamente più
intenso.
Si strinse
addosso il
cappotto e cercò
di schiacciarsi
contro la parete
della piccola
costruzione, ma
la sensazione di
gelo continuò ad
aumentare. Fece
per muoversi, ma
i suoi muscoli
non risposero
agli ordini
della sua mente.
Ora gli sembrava
che gelide dita
di ghiaccio gli
si stessero
perforando le
carni. Cercò di
urlare, ma
nessun suono
uscì dalla bocca
spalancata.
Poi,
improvvisamente
tutto divenne
nero…
La ragazza
emerse
dall’oscurità
della notte e
avanzò
lentamente tra
le tombe
cercando di non
scivolare sulla
neve fresca.
Lo spacciatore
la osservò
avanzare
barcollando: la
poverina era
ormai ridotta a
pelle e ossa,
consumata dalle
sostanze
chimiche a cui
ricorreva per
sfuggire alla
realtà, e i
vestiti che
indossava, un
paio di jeans
sdruciti e una
felpa rosa di
cotone dal
cappuccio tirato
sulla testa,
erano del tutto
inadatti a
proteggerla dal
freddo della
notte invernale.
Ormai è
completamente in
balìa della
droga. La
prossima dose
potrebbe essere
l’ultima.
Il pensiero si
manifestò per un
istante nella
mente dell’uomo,
poi si accorse
che lei lo aveva
individuato e
che si stava
avvicinando con
un sorriso beato
sulle labbra
esangui.
La giovane
iniziò a
ringraziarlo e a
scusarsi per
l’orario, ma da
quando era a
casa per le
vacanze si
faceva una volta
di più e non si
era resa conto
che la sua
piccola scorta
si sarebbe
esaurita prima
del previsto. Ma
era Natale: ci
voleva qualcosa
di speciale per
festeggiare!
Lo spacciatore
non ascoltò
nessuna di
queste parole,
intento com’era
a osservare il
suo volto
pallido e
minuto, i suoi
grandi occhi
colore del cielo
pieni di fiducia
e i sottili
capelli dorati
che uscivano ai
lati del
cappuccio e che,
anche a
quell’ora della
notte,
risplendevano
come la luce del
sole .
Ma è ancora una
bambina! Come
fanno i genitori
a non accorgersi
che la stanno
perdendo?
Notando che non
gli stava
prestando
attenzione, la
ragazza dapprima
gli chiese se ci
fosse qualcosa
che non andasse,
poi, con una
scintilla di
terrore nello
sguardo, gli
chiese
freneticamente
dove fosse la
droga, se per
caso ne fosse
rimasto
sprovvisto o
cos’altro, e
iniziò ad
estrarre dalle
tasche decine di
banconote
stropicciate
porgendogliele e
pregandolo di
darle una dose,
almeno una.
Per lo
spacciatore
questo fu
troppo.
La afferrò per
le braccia e la
fissò dritta
negli occhi.
Questi divennero
sempre più
grandi,
colmandosi di
paura e di
dolore, poi il
potere si
diffuse dalle
mani dell’uomo
nel corpo di lei
e lì iniziò a
bruciare la
maledetta
sostanza che
stava uccidendo
quella creatura
innocente.
La ragazza che
stringeva tra le
braccia fu
scossa da un
tremito violento
e
incontrollabile.
Le banconote
sfuggirono dalle
mani,
volteggiarono
per un po’ e poi
caddero a terra
dove vennero
presto ricoperte
dalla neve che
cadeva senza
sosta. Gli occhi
si rovesciarono
all’indietro a
mostrare solo il
bianco e la
bocca si
spalancò in una
parodia di grido
senza però alcun
tipo di suono.
Pochi istanti
dopo il tremito
cessò e l’altra
si accasciò
senza forze,
probabilmente
svenuta a causa
dello shock.
L’uomo la
trattenne in
posizione
verticale e, con
un sorriso
crudele, pensò:
Bene. Ora
completiamo
l’opera.
Sbatté le
palpebre più
volte.
Cos’era
successo? Gli
sembrava quasi
di essersi
addormentato…
“Forse il
freddo. Magari
sono svenuto per
un secondo o
due.”
D’un tratto si
rese conto che
la fattona era
proprio davanti
a lui.
Sorrise,
iniziando a
insultarla con
un tono che lui
riteneva
bonario, a
blandirla con la
promessa che
quella che le
aveva portato
era roba di
prima qualità e
a tormentarla
col chiedere
dove fossero i
soldi e a quanto
ammontava
l’extra
promesso.
L’altra però non
rispose e il suo
sorriso vacillò.
“Ma che ha
questa stronza?”
Solo a quel
punto notò che
gli occhi
azzurri che lo
squadravano
erano colmi di
una furia gelida
a stento
trattenuta e che
il viso era come
ricoperto da una
specie di ombra
scura.
Credendo fosse
un sintomo di
astinenza,
decise di
compiere la sua
buona azione del
millennio e,
tratta dalla
tasca una
bustina di
plastica piena
di polvere
bianco-azzurra,
allungò la mano
per porgergliela
dicendo che
forse poteva
chiudere un
occhio
sull’extra, per
stavolta.
La mano di lei
partì come un
fulmine e colpì
la sua facendo
volare la busta
tra le tenebre.
Iniziò a urlare
per chiedere
cosa diavolo
avesse in mente,
ma poi quella
gli saltò
addosso con il
ringhio di una
belva feroce.
Prima ancora di
capire cos’era
successo si
ritrovò steso a
terra,
schiacciato dal
peso del corpo
di lei.
Unghie scavarono
profondi solchi
nel suo viso,
denti
affondarono in
profondità nella
sua gola.
Cercò di
scrollarsela di
dosso, ma quella
pazza aveva una
forza che non
aveva nulla di
umano!
Sentì qualcosa
di caldo e umido
iniziare a
scorrere su di
lui e, con un
principio di
nausea, capì che
si trattava del
suo sangue. Poi
il dolore lo
prese alla base
del collo, dove
sentì che
brandelli della
sua carne gli
venivano
strappati via a
viva forza.
Il terrore si
impadronì di
lui:
quell’invasata
lo stava facendo
a pezzi!
La paura e lo
shock
dell’aggressione
furono troppo.
Dando in un
ultimo grido
perse coscienza
e scivolò in una
tenebra da cui
non si sarebbe
mai più
svegliato.
Lo spirito
osservò
raccapricciato
la giovane donna
china sul corpo
insanguinato.
Il rumore osceno
dei denti al
lavoro per
strappare e
masticare pezzi
di carne era
orribile, ma
quando
l’assassina si
chinò per
mordere un
braccio,
consentendogli
di vedere il
morto in volto,
l’orrore puro
esplose dentro
di lui:
“Quello è il
mio corpo!
Io sono morto e
quella stronza
fattona sta
mangiando il mio
corpo!”
Che c’è di male?
chiese una voce
sepolcrale molto
vicina a lui,
Tu l’hai quasi
uccisa, con la
tua droga.
Divorandoti
riacquisterà le
forze perdute.
Lo spacciatore
si voltò di
scatto e si
trovò a fissare
un’alta figura
avvolta in un
lacero mantello
nero, con il
cappuccio calato
sulla testa a
nasconderne
completamente il
volto.
L’uomo precipitò
nel panico
nell’intuire di
trovarsi al
cospetto della
sua più grande
paura.
Ora poteva
vedere la Morte.
Iniziò a
protestare,
balbettando che
lui si limitava
a vendere una
merce,
sostenendo che
non era lui a
uccidere, quanto
gli altri a
uccidersi con le
proprie mani!
L’altro essere
lo zittì con uno
sguardo
infuocato, poi
sentenziò:
Troppe vite la
tua “merce” ha
spento prima del
tempo. Ora devi
pagare.
Ma prima…
Si volse verso
la ragazza, che
ora sostava in
piedi con lo
sguardo perso
nel vuoto, il
volto e i
vestiti
imbrattati di
sangue. Mosse
una mano
scheletrica e il
sangue sparì,
poi sussurrò:
Torna a casa.
Torna a casa e
dimentica.
L’altra obbedì
senza fiatare,
con gli occhi
sempre vitrei e
assenti, e si
voltò
incamminandosi
verso l’uscita
del camposanto.
La nera signora
tornò a voltarsi
verso lo spettro
dello
spacciatore.
Intuendo di non
avere nessuna
possibilità,
questo cercò di
rimandare
l’inevitabile
chiedendo se,
dato che era un
non-credente,
sarebbe comunque
andato
all’inferno.
La Morte lo
squadrò solo per
un istante, poi
sollevò la
grande falce e
sibilò:
Chi ha parlato
di una punizione
lieve come
l’inferno?
_____ _____
_____ _____
_____
UN NATALE DA
CANI
- di Pia
Barletta -
In silenzio,
protetto
dall’ombra
fissava tutta
quella gente che
usciva dalla
chiesa. Ogni
tanto lanciava
un’occhiata
verso il cielo.
C’erano
pochissime
stelle. Si stava
annuvolando. Le
campane della
grande Casa del
Signore
rintoccarono per
dodici volte… il
Natale era
iniziato…
Voltò la testa,
e avrebbe voluto
turarsi le
orecchie:
l’udito
finissimo
amplificava il
suono dei
rintocchi
provocandogli
dolori
lancinanti.
S’incamminò
veloce, con la
testa piena di
pensieri
confusi: lei
l’aveva
abbandonato,
l’aveva messo
alla porta senza
nessuna
esitazione, non
lo voleva più,
semplicemente,
come a volte
purtroppo si fa
con un cane.
Questo era
l’unico concetto
che riusciva a
formulare.
Svoltò in un
vicolo. A terra
un barbone era
rannicchiato in
posizione
fetale, nel vano
tentativo di non
disperdere
calore; un piede
fuoriusciva
dalla coperta
lacera, la
scarpa talmente
consumata da
lasciare
intravvedere due
dita.
Si avvicinò
silenziosamente,
non voleva
svegliarlo: gli
faceva pena. Gli
si avvicinò.
Aprì la bocca
come per
parlare, ma da
essa iniziò a
fuoriuscire un
filo dapprima
sottile, poi
piano piano si
allargò, come a
formare un
triangolo di
tela leggera,
una sorta di
spessa
ragnatela.
Il tessuto
impalpabile
ricoprì prima il
piede dell’uomo,
poi risalì
fino ad
arrivare al
collo. Tra le
maglie
sottilissime
della tela
mille piccole
mani presero
forma e
iniziarono a
muoversi, come
seguendo un
ritmo che solo
loro potevano
percepire,
dapprima
lentamente, poi
accelerando fino
a muoversi in
maniera
frenetica.
Le dita
s’incrociavano,
si scioglievano
per poi di nuovo
incrociarsi. Una
patina ora
fittissima e
opalescente
avvolse
completamente il
barbone, ora
imbozzolato, che
nel sonno
dischiuse la
bocca in un
sorriso
sdentato:
finalmente
trovava calore,
ma non sapeva
ancora a quale
prezzo.
All’improvviso
si sentì
osservato. Si
girò: un uomo
brandiva un
ombrello come
fosse un’arma;
seminascosta
dietro di lui
una donna con la
bocca spalancata
in un urlo
silenzioso.
L’ uomo si
slanciò contro
di lui, ma lui
fu più svelto.
Lo anticipò
catapultandolo a
terra, con le
unghie gli
graffiò
profondamente il
viso, poi
continuò ad
attaccare con le
uniche armi di
cui era in
possesso: i
denti e le
unghie.
Affondò i denti
nella gola e
strappò. Un
fiotto di sangue
rosso-nero cadde
sul selciato. La
donna ritrovò la
voce e l’urlo
proruppe con
prepotenza,
sovrastando la
musica natalizia
che si
diffondeva
nell’aria,
mentre l’uomo si
agitava sempre
più debolmente.
Non aveva avuto
intenzione di
ucciderlo, ma
l’impeto era
stato troppo
forte, la
giugulare era
stata recisa e
il sangue si
riversava
intorno a lui.
L’uomo emise dei
suoni liquidi,
intanto che la
morte lo
accoglieva.
Scappò via,
sapeva che
presto sarebbe
arrivato
qualcuno.
Corse tanto con
il cuore che gli
martellava nel
petto. Non
avrebbe voluto
uccidere
quell’uomo, ma
in un attimo
aveva rivissuto
tutto il suo
dolore, che si
era trasformato
in rabbia
feroce.
Nella piccola
piazza
semideserta che
raggiunse, un
bar ancora
aperto ospitava
pochi avventori
che non avevano
una famiglia o
amici con i
quali
trascorrere il
Natale.
I tavolini sotto
al gazebo erano
ricoperti da
tovaglie rosse
con decori di
slitte trainate
da Babbo Natale,
e al centro una
candela
semiconsumata
contribuiva a
creare
l’atmosfera
natalizia.
Qualcuno di loro
lo guardò solo
per un attimo,
per poi
rivolgere di
nuovo lo sguardo
al televisore
acceso
all’interno del
locale. Una
donna di
mezz’età, dallo
sguardo spento,
gli offrì
silenziosamente
un dolcino e un
sorriso.
Ricambiò lo
sguardo, provò a
ricambiare anche
il sorriso, ma
sulla faccia gli
si disegnò solo
un ghigno. Nello
sguardo della
donna per un
attimo scoccò
una scintilla
d’interesse.
Proseguì per la
sua strada.
Sentiva sulla
pelle l’orrore
di quello che
aveva fatto,
sentiva l’orrore
intorno a sé, a
volte, quando
passava molto
vicino a
qualcuno lo
sentiva talmente
forte da essere
quasi palpabile.
Forse, se avesse
potuto spiegare
a quell’uomo che
stava compiendo
un atto d’amore
con il barbone…
Forse…
Risalì un
sentiero che
conduceva verso
una casa
discosta dalle
altre; la ghiaia
bianchissima
riluceva sotto i
raggi della
luna. Senza
fretta, ma con
decisione, lo
percorse fino ad
avvicinarsi alla
porta-finestra.
Da lì poteva
vedere la cucina
nella quale una
donna liberava
il tavolo da
quelli che
sembravano i
resti di una
cena senza
pretese, certo
non un cenone
natalizio:
nessun addobbo,
niente presepi o
alberi di
natale. Il
Natale lì non
era arrivato.
Un uomo russava
rumorosamente
sul divano, le
gambe allungate
con i piedi su
un tavolino
davanti al
televisore a
volume alto. I
due suoni si
confondevano.
La donna girò il
viso verso la
porta, e negli
occhi vide solo
disperazione,
come la sua.
Gli sguardi
s’incrociarono,
lei aprì la
porta al suo
destino, tese
una mano verso
di lui e
l’accarezzò
sulla testa
bionda.
Il tocco era
delicato e,
travolto dalla
piena delle sue
emozioni,
avrebbe voluto
aiutarla.
La guardò fisso
negli occhi,
catturandone
completamente
l’attenzione. La
donna si
accucciò a
terra, lui si
accucciò accanto
a lei, senza
distogliere lo
sguardo.
Dapprima lei si
sentì investita
da una luce
calda: dei
piccolissimi
soli ruotarono
come impazziti
nella luce, le
traiettorie si
incrociavano e,
nei loro punti
d’incontro,
scintille
colorate
esplosero in
mille colori,
verde, lilla,
rosso, giallo…
Il cuore della
donna batté in
perfetta
sincronia con lo
spettacolo
multicromatico.
L’ultima
scintilla,
arancio, rimase
lì sospesa per
un tempo che
sembrò infinito.
L’eco
dell’ultimo
battito del suo
cuore si spense
assieme alla
scintilla.
Leccò il viso
della donna.
Aveva fatto
quello che
poteva, in fondo
era solo un
povero cane
abbandonato, un
cane speciale,
ma sempre e
soltanto un
cane.
La notte era
lunga, e a
malincuore si
incamminò di
nuovo nel freddo
a cercare altri
derelitti da
salvare, magari
avrebbe trovato
anche la sua
padrona… avrebbe
salvato anche
lei.
_____ _____
_____ _____
_____
CERTI CARI
PASSATEMPI
- di Mariasilvia
Avanzato -
In silenzio,
protetto
dall'ombra
fissava tutta
quella gente che
usciva dalla
Chiesa. Ogni
tanto lanciava
un'occhiata
verso il cielo.
C'erano
pochissime
stelle. Si stava
annuvolando. Le
campane della
grande Casa del
Signore
rintoccarono per
dodici volte...
il Natale era
iniziato e nulla
avrebbe potuto
inorgoglirlo
quanto la sua
fionda nuova,
ben camuffata
nella tasca
destra del
cappotto. Era
solo un rigonfio
scuro,
facilmente
scambiabile per
un portafoglio,
ma egli la
lisciava con la
mano, ne sentiva
le estremità
dure e legnose,
desiderava
provarla quanto
prima.
Ecco la massa
informe di
fedeli
attraversare il
vialetto
adiacente alla
chiesa,
prosciogliendosi
in cerimoniali
esagerati e
pacche sulle
spalle: in paese
si vedevano
sempre le solite
facce e la
presenza di
ridicoli
cappelli di lana
sulle teste
vuote rendeva
quei personaggi
ancora più
stupidi ed
irritanti.
Perché, poi, si
avviluppassero
il collo con
orripilanti
sciarpe
multicolori,
restava un
mistero! Non era
nemmeno tanto
freddo,
dopotutto!
Poco più tardi
un chiassoso
nugolo di
bambini apparì
sul piazzale
della chiesa.
Essi presero a
calciare un
cartone
appallottolato,
ricavandone un
empirico pallone
da calcio e
sollevando un
coro di
schiamazzi
irriverenti.
L'uomo, nascosto
fra gli alberi,
pensò brevemente
alla “mancanza
di buona creanza
per via di
genitori
incompetenti”,
poi abbandonò il
pensiero ed
impugnò con
gioia la sua
fionda: osservò
il gruppo di
ragazzini ed
individuò quasi
subito un
marmocchio
grassottello e
spettinato.
Correva dietro
alla “palla” con
affanno
incredibile,
scuotendo quel
suo prominente
fardello di
lardo e budella,
sotto il
maglioncino
verdastro.
Un sassolino fu
raccolto da
terra, l'uomo
caricò la
fionda, strinse
l'occhio destro
e prese la mira.
Un solo,
azzeccatissimo
colpo.
Il sassolino
venne
catapultato
sulla fronte del
marmocchio,
questi si portò
una mano alla
testa ed iniziò
a lagnarsi,
deriso dai
compagni.
“Vi giuro che
qualcosa mia ha
colpito in
testa! Veniva da
quella parte!”
bofonchiava il
ragazzino
indicando il
buio degli
alberi, fra le
prese in giro
generali.
L'uomo, con un
risolino
compiaciuto,
tornò a
nascondersi
dietro ad un
tronco d'albero,
ma fu presto
costretto a
portarsi una
mano alla bocca,
per trattenere
quella che era
rapidamente
diventata una
risata
prorompente.
“Oh, non sapevo
che fosse qui,
Giudice!”
esclamò una voce
alle sue spalle.
Il Magistrato
nascose
velocemente la
fionda nel
cappotto e si
diede un
contegno: era
quell'avvizzita
signorina di
mezza età della
tabaccheria,
quella che
doveva sempre
inforcare gli
occhiali per
esaminare le
monetine da
venti centesimi
e gli faceva
perdere un sacco
di tempo.
L'uomo pensò che
al giorno
d'oggi, non si
riesce nemmeno
più a giocare
con la fionda in
santa pace.
Quindi si passò
la mano sui
capelli bianchi,
abbottonò il
cappotto di
alpaca e la
fissò dietro
agli austeri
occhiali dalla
montatura nera
“Buonasera,
Signorina. E'
stata alla
Messa,
suppongo.”
“Si, ma non l'ho
vista, in
chiesa” rispose
lei, annaspando
nel maglione
incolore
“Speravo tanto
che venisse alla
Funzione,
stasera. Volevo
darle questo, ne
ho regalato uno
a tutti i miei
migliori
clienti.”
Gli allungò un
biglietto
rossiccio,
contornato da
sproporzionate
palline
natalizie e
caratterizzato
dal disegno
centrale: un
Babbo Natale
macrocefalo e
pingue.
Il magistrato
trattenne un
conato e le
snocciolò un
caldo sorriso.
“Pensiero
delizioso”
commentò
“Mi sono
informata, sa?
Per quei sigari
di Caracas!”
aggiunse lei,
con
un'espressione
estatica sul
visetto ossuto
“Penso che prima
di Capodanno
glieli potrò
procurare!
Aspettavo oggi
un corriere con
il rifornimento,
ma sa... i
ritardi tipici
del Natale.”
“Eh già, che
peccato!” tagliò
corto l'uomo,
allontanandosi
“Ha qualcosa in
programma per
questa sera,
Giudice?”
insistette lei,
seguendolo
indiscretamente
“Io sono sola,
magari potrebbe
essere mio
ospite! Ho
dell'ottimo
rosolio!”
“Un' altra
volta” rispose
lui “Ho molto da
fare stasera”
Una zitella, un
sigaro ed un
sorso di rosolio
nel suo
pidocchioso
salottino
tappezzato di
rosa. Esisteva
prospettiva
peggiore?
L'uomo percorse
fulmineamente il
bosco, cercando
di seminare
quell'importuna
tabaccaia e
sacramentando
fra sé e sé: un
Magistrato sui
sessant'anni,
piacente,
benestante,
gentile e
distinto, viene
facilmente preso
di mira dalle
zitelle di paese
come “papabile
marito”.
Possibile che
nessuno capisse
che egli non
nutriva alcuna
simpatia verso
il matrimonio?
Possibile che,
la notte di
Natale, tutti si
frapponessero
fra lui e la sua
attività
preferita?
Si fermò un
istante a
raccogliere un
paio di
bacchetti di
quercia caduti a
terra e li
esaminò: ne
avrebbe ricavato
un' altra
magnifica
fionda, più
tardi. Li mise
in tasca e si
diresse verso la
sua amata casa,
in Via Goldoni.
Se nei paesi
esisteva una
distinzione fra
“zone
residenziali” e
“zone borghesi”,
il Giudice si
era accaparrato
una sontuosa
villa nel
quartiere più
“alto” che ci
fosse nei
dintorni.
Era ancora
presto per
rientrare,
tuttavia. Valeva
la pena di fare
un paio di “giri
di fionda” nel
vicinato.
L'uomo raccolse
una manciata di
sassolini da
terra e si
avvicinò alla
casa dei coniugi
Sorni, una
modesta villetta
con tapparelle
rossastre e
ghirlande
augurali su ogni
porta.
Le finestre al
primo piano
erano tutte
illuminate,
sbirciare
all'interno fu
più facile del
previsto: un
Veglione
natalizio, un
fuoco ardente
nel camino,
pacchetti da
aprire. Quel
mediocre
impiegato
comunale di
Sorni, aveva
stappato una
bottiglia di
spumante: un
nettare
frizzante, una
scintilla
di dorata magia
natalizia,
oscillante nei
calici buoni.
Il Giudice ne fu
disgustato e
cercò
attentamente con
lo sguardo, in
attesa di veder
comparire Sorni
o la moglie,
vestiti di tutto
punto.
Siccome nessuno
dei due entrò
nella sala al
primo piano per
ben dieci
minuti, il
Giudice fu
costretto a
tornare sui suoi
passi, con la
coda fra le
gambe e la
fionda alla
mano. La rabbia
gli si insidiò
in corpo, come
un' ondata di
febbre alta:
perché non
entravano in
quel maledetto
salone? Lui si
sarebbe
acquattato ad
una certa
distanza e
avrebbe lanciato
una sassata
dritta fra gli
occhi di Sorni,
bucando la
finestra se
necessario! E
invece no,
avevano
apparecchiato
una tavola,
organizzato un
intimo dopocena
a base di
spumante e
nessuno si
prestava come
bersaglio!
Preso dalla
collera, l'uomo
si fermò al
centro del
giardino: una
fionda così non
doveva andare
sprecata, era
molto ben fatta,
una delle più
riuscite! Con
circospezione
costeggiò i muri
della casa e si
avventurò nel
capanno degli
attrezzi sul
retro, trovò la
porta
leggermente
socchiusa e
diede un'
occhiata
all'interno:
c'erano un paio
di martelli, un
materassino da
mare sgonfio e
floscio, una
bici e vecchie
riviste
impilate. Nulla
che si potesse
colpire con una
fionda.
Fuori di sé e
paonazzo, il
Magistrato tornò
in giardino,
brandendo la
fionda con fare
minaccioso. Se
l'avessero
visto? No,
impossibile.
Tutti lo
conoscevano come
un uomo di mezza
età, posato e
tranquillo.
Nessuno sapeva
del suo amore
per le fionde.
Stanco di
cercare
inutilmente un
buon bersaglio,
prese di mira il
pupazzo di neve
sbilenco che
faceva da
guardiano alla
porta di casa.
Gli avevano
messo una tazza
in testa a mò di
cappello! Che
idiozia! Scoccò
un sasso dritto
nella fronte del
pupazzo ed esso
si conficcò
nella neve,
creando un
forellino quasi
invisibile.
“Se la testa di
un essere umano
fosse così”
pensò l'uomo,
avviandosi verso
casa “Se fosse
come di burro e
bastasse
scagliarci
contro un
sassolino per
aprirla in due!”
Appena ebbe
svoltato in Via
Goldoni, un
cane abbandonato
dall'aria
malaticcia gli
venne incontro
con la lingua a
penzoloni.
Aveva sete.
Forse fame.
Probabilmente
freddo.
Nel dubbio, il
Giudice si
distanziò un
poco e lo prese
di mira: il
sassolino colpì
il cane e questi
se la diede a
gambe con un
guaito.
Nel rientrare in
casa, l'uomo si
sentì quasi
mancare: che
infruttuosa
serata! Un
bambino fuori
dalla chiesa, un
pupazzo di neve
ed un cane
randagio. Sapeva
fare di meglio!
Si richiuse la
porta alle
spalle,
sbuffando.
La domestica
Agnese fu subito
da lui e si mise
a cianciare
circa “l'ora
tarda”, “il
clima freddo” e
la necessità di
“comprare un
cappotto
invernale”.
Agnese si
reggeva a fatica
sulle gambe ed
era nata in un
anno imprecisato
fra il 1915 e il
1920, ma era
l'unica persona
che avesse il
privilegio di
vivere assieme
al Giudice.
Quest'ultimo,
naturalmente,
reputava che
vivere con sé
stesso dovesse
essere un dono
per pochi
eletti.
“Agnese, vada
nella rimessa e
prenda un po' di
legna per il
fuoco” ordinò il
Giudice,
prendendo posto
alla solita
poltrona accanto
alla finestra.
Un attimo dopo
la donna,
malferma sulle
gambe storte,
attraversava il
cortile
infagottata in
un cappotto di
misura
eccessiva. Il
Giudice aguzzò
la vista e la
seguì
meticolosamente
con lo sguardo:
poi prese la
fionda,
socchiuse la
finestra e la
colpì alla
schiena.
La donna
proseguì a
camminare come
se nulla fosse,
sbandando
pericolosamente
come era solita
fare.
“Accidenti,
vecchia strega!”
imprecò l'uomo,
ritentando.
Nulla da fare,
il cappotto
doveva essere
troppo spesso e
la vittima
designata non si
accorgeva dei
sassolini che le
venivano tirati
continuamente,
in ogni parte
del corpo. Il
Giudice, in
preda al
delirio, sentì
il bisogno di
rifugiarsi in
salone: in
quello spazio
asettico e
personale in cui
egli aveva
accumulato
“sessantatré
anni di ottime
fionde”. Alcune
si erano
meritate un
posto d'onore in
una teca, altre
se ne stavano
allineate in una
bacheca appesa
al muro, i nuovi
modelli
giacevano sul
suo scrittoio,
adibito a
“tavolo da
lavoro”. La sua
prima fionda,
costruita a soli
cinque anni, era
stata
incorniciata ed
appesa sul
camino:
testimone
silenziosa di
una mano
sapiente, una
maestria non
convenzionale.
Chiunque,
vedendo quella
fionda, avrebbe
capito
nell'immediato
che il Giudice
era proprio
“nato per le
fionde”.
“Dovrebbe fare
un po' di ordine
qui” gracchiò
Agnese facendo
capolino nella
stanza, col
secchio della
legna fra le
braccia “E butti
via questi
gingilli
d'infanzia, una
volta o
l'altra!”
Il Giudice si
drizzò in tutta
la sua imponente
statura e si
girò con la
fionda alla
mano: malefica
megera, se la
sarebbe vista
con lui!
Egli alzò in
aria la fionda,
ma fu subito
costretto ad
arrestarsi.
Colpire qualcuno
in faccia,
mostrandosi
apertamente, non
gli avrebbe dato
alcun piacere:
la magia della
fionda sta nella
sorpresa, nel
vedere mani che
massaggiano
piccoli
bernoccoli, nel
vedere le teste
che si girano e
visi che si
domandano “che
diavolo di
scherzo è
questo”?
Egli voleva
giocare, ma
nell'ombra.
“Un trastullo di
tempi passati”
esclamò
carezzando la
fionda “Non so
separarmene”
La donna
sorrise,
mostrando una
dentatura
ordinata quanto
chiaramente
artificiale
“Anche io ho
tanti splendidi
ricordi. Le mie
bambole, ad
esempio! Ne
avevo dozzine! E
badi che, in
tempo di guerra,
ce n'erano poche
in
circolazione!”
“Posso
immaginare”
sibilò lui,
augurandosi che
la donna
togliesse il
disturbo.
“Avevo anche i
pupazzi, sa?
Ubaldo il leone,
ad esempio! Lo
adoravo! Lo
portavo con me
ovunque!”
L'uomo mise una
mano in tasca
con aria
annoiata: appurò
che, proprio lì
nella tasca dei
calzoni, era
rimasto un
sasso. Un'
occasione da non
sottovalutare.
“Mi prepara un
the, Agnese?”
domandò,
speranzoso
“Un bel the
caldo!” fece la
vecchietta con
un rassicurante
sorriso “Niente
di meglio, la
notte di
Natale!”
Mentre la
domestica
trotterellava in
cucina, il
Giudice si
appostava nel
corridoio della
sala da pranzo,
con la fionda
fra le mani: non
era facile
prendere la mira
da tanta
distanza, la
posizione non
era affatto
favorevole. Lo
stipite della
porta ostruiva
la visuale, il
fornello a gas
era appena
visibile e la
vecchietta si
spostava
continuamente da
una parte alla'
altra della
stanza, senza
lasciargli il
tempo di
colpire.
Stava per fare
un tentativo,
quando qualcuno
bussò alla
porta.
“Chi è?” ringhiò
il Giudice,
rabbiosamente.
“Ines” rispose
melodiosamente
la voce fuori
dalla porta
“Ines chi?”
“Ines, la
tabaccaia”
Ancora lei!
Il Giudice fu
tentato di
colpire l'odiosa
compaesana
attraverso la
porta, con il
suo sasso. Poi
tornò in sé e
comprese che non
sarebbe mai
riuscito a
sfidare il legno
massiccio del
portone.
Dovette aprire
la porta,
infilandosi in
tasca la fionda.
Era accaldato e
nervoso.
“Salve” squittì
la donnina,
seminascosta dal
pesante maglione
“Ho pensato di
avvisarla che i
suoi sigari sono
arrivati,
stasera stessa!
Io purtroppo ero
fuori casa, il
corriere li ha
lasciati da
Melania Sorni.
Li stavo giusto
andando a
prendere. Vuole
accompagnarmi?”
“No!” ruggì il
Magistrato,
furibondo “E la
prego di
andarsene! Io...
ho da fare!”
“Ma non si sarà
mica offeso”
mormorò la
piccola
tabaccaia
infreddolita
“Credevo le
facesse piacere
un buon sigaro,
la notte di
Natale!”
“Si sbaglia, io
smetterò di
fumare! Da
stasera!”
“Ma allora non
ci vedremo più?”
la voce della
donna si era
fatta indifesa
ed affranta. Il
Giudice desiderò
con tutto sé
stesso di
sfilarsi una
scarpa e
colpirla in
pieno viso.
“Io sono un
Magistrato,
capisce?”
continuò lui “Ho
delle cose
importanti da
fare! Questa è
casa mia, non
permetto a
nessuno di
venire qui ad
infastidirmi!”
“Ma io ho
bussato solo
per...”
“Lei non deve
bussare e
basta!” tuonò
lui, ad un tono
di voce talmente
alto che per
poco non gli
schizzarono via
gli occhi dalle
orbite “Quando
le vengono
queste belle
pensate non
bussi affatto!
Non importa in
quale momento
del giorno lei
capiti qui! Deve
girare sui
tacchi e
tornarsene da
dove è venuta!
Se ne vada!”
La donnina, con
gli occhi colmi
di lacrime ed
imbarazzata,
fece dietro
front:
probabilmente
avrebbe passato
la notte a
piangere su di
un calice di
rosolio o a
scrivere sul suo
diario frasi
bizzarre tipo
“Non mi ama più,
ne sono certa”.
E quando mai
l'aveva amata?
Piccola,
detestabile,
pedante
fiammiferaia!
L'uomo tornò di
corsa nel
corridoio e
riprese la sua
postazione.
“Cosa fa lì
impalato?”
Disdetta! Agnese
non era più in
cucina, ma alle
sue spalle, con
una tazza di the
fra le mani
“L'ho cercata
ovunque, il the
si fredda”
“Grazie...
grazie” balbettò
l'uomo, preso in
contropiede
“Io allora vado
a letto”
aggiunse la
donna, posando
la tazza in
salone.
Il Giudice
trasalì “No!”
gridò disperato
“Non può
restare.... un
po' in giro?”
“In giro?”
“Si...qui, per
casa” spiegò
lui,
ansiosamente,
stringendo la
fionda nella sua
tasca “Io... io
mi sento più
sereno quando la
vedo girare per
casa”
Aveva appena
detto un'
inaudita
assurdità, ma
non aveva
scelta: quella
donna gli
serviva, lui
doveva colpirla
e provocarle
almeno un po' di
dolore, era il
suo unico
desiderio.
Dopotutto, era
Natale!
“Giudice, lei è
molto pallido”
osservò la donna
avvicinandosi
“Ma cos'ha? Non
si sente bene?”
L'uomo tentennò.
Agnese gli prese
dolcemente le
mani e si
accorse
immediatamente
della presenza
della fionda
nella tasca “Ma
cosa ci fa qui
questo
giocattolo?
Ancora queste
fionde? Giudice,
lei è proprio un
eterno
ragazzino! Non
sa rinunciare a
certi cari
passatempi di
tanto tempo fa!”
“La prego,
Agnese, resti un
po' alzata. Giri
un po' per
casa...”
La vecchina
scosse la testa
“Non faccia i
capricci, si
metta subito a
letto col suo
the e si calmi.
Salirò a
portarle dei
biscotti, più
tardi.
D'accordo?”
Il Giudice
annuì,
lievemente
sollevato e
decise di
seguire il suo
consiglio.
Poco dopo, sotto
le coperte nella
stanza color
avorio, l'uomo
maneggiava
sicuro la sua
fionda, senza
distogliere lo
sguardo dalla
porta. Si era
infilato un
qualsiasi
pigiama e
pettinato
all'indietro i
folti capelli
bianchi:
sembrava pronto
per un bel
sonno, ma stava
soltanto
circuendo la
tanto attesa
preda.
Avvertì alcuni
passi sul
pianerottolo e
si raggomitolò
su sé stesso,
ansioso di veder
comparire la
vecchietta nel
vano vuoto della
porta: essa si
stava
avvicinando
lentamente alla
stanza, così
l'uomo impugnò
la fionda ed
accese
l'abatjour. Ora
che il campo di
battaglia era
stato pervaso da
quel chiarore,
era assai più
facile
individuare il
bersaglio.
La vecchia entrò
nella stanza,
felpata ed
accorta. L'uomo
attese, sperando
che si girasse e
gli mostrasse la
schiena: avrebbe
scagliato un
sasso lì, fra
quelle costole
rachitiche, a
tradimento e con
infinita
precisione. La
fionda
sfrigolava fra
le sue mani,
sotto le coltri.
Il gelido sasso
nel suo palmo
chiedeva
giustizia.
Agnese,
contrariamente
ai desideri del
padrone di casa,
disponeva alcuni
biscotti su un
piattino e gli
rivolgeva sempre
la fronte.
“Giudice, lei è
incorreggibile”
cantilenò la
vecchietta,
avvicinandosi al
letto “Non le si
può dare torto,
i vecchi giochi
di un tempo sono
così cari. Anche
io li amavo
tanto!”
“Agnese, mi dia
i biscotti e se
ne vada... si
giri...si diriga
verso...insomma,
si metta di
spalle!” l'uomo
pareva sul punto
di esplodere, la
sua fronte era
madida di sudore
ed un tremito
sommesso lo
scuoteva.
“Stia
tranquillo,
Giudice” lo
interruppe la
donna, con tono
pacato “Non c'è
nulla di male a
restare un po'
bambini. Per me
vale lo stesso
discorso. Certo
che lei si è
divertito
parecchio con la
sua fionda!”
“Si sbaglia,
io... la
fionda...”
“Via, sappiamo
entrambi che ci
gioca sempre.
Dove l'ha messa?
Mi faccia
indovinare...
lì, sotto la
coperta! Lei è
un Giudice
dispettoso e
mattacchione,
sa? Ah, i bei
giochi di una
volta! Così
semplici e cari.
Anche io mi
divertivo tanto.
Pensi che io non
ho mai lasciato
il mio Ubaldo,
non potevo
separarmene!”
“Il suo...
Ubaldo?”
La donna di girò
e gli mostrò un
piccolo leone di
pezza, l'aveva
fasciato nel
grembiule e lo
lasciò
fuoriuscire
appena un
tantino. La
creatura di
pezza avrà avuto
almeno
cinquant'anni,
una rada
criniera di
stoppa gli
contornava il
muso disegnato
sbrigativamente,
occhietti di
celluloide si
spalancavano
sulla stoffa e
squadravano
curiosamente il
Magistrato.
“Si, lui, vede?
Il mio Ubaldo.
E' il mio
preferito, lo è
sempre stato.
Per me è quasi
vivo, sa?
Peccato che
debba pur
mangiare
qualcosa, ogni
tanto.”
La mano del
giudice si aprì
di scatto. Gli
occhi di
celluloide si
aprirono in una
voragine scura,
la luce dell'
abatjour
lampeggiò, un
rantolio invase
la stanza.
La fionda cadde
a terra seguita
da un piccolo
sasso: quel
sasso era
destinato a non
conoscere le
meraviglie del
volo.
***
Ines sfrecciò
lungo il
vialetto
d'ingresso della
grande villa in
Via Goldoni,
stringendo un
piccolo pacco di
sigari. Povera
signora, Sorni!
Il suo bel
pupazzo di neve
era crollato a
terra, doveva
essere stato
qualche
monellaccio!
Ines non amava
sentirsi
scartata, né
rifiutata o
trattata in modo
sommario.
Insomma,
dapprima,
davanti alla
chiesa, il
Giudice era
stato tanto
carino e
garbato. Poi,
sulla porta,
sembrava tutto
in disordine,
scontroso e
crudele.
Ma perché mai se
ne era
innamorata?
Forse per quei
suoi modi
eleganti e
raffinati. Fino
a quella sera,
almeno.
La donna
intirizzita
camminava
speditamente
verso la casa
del Giudice, con
i famosi sigari
alla mano. Li
avrebbe dati a
quell'uomo ad
ogni costo!
Non aveva grande
conoscenza di
uomini, ma
voleva
conquistare
questo. Avrebbe
studiato un modo
pratico per
raggiungere il
suo cuore,
l'avrebbe
assecondato,
rifornito di
sigari per il
resto della
vita, se
necessario!
Sarebbe stata
una donna
intuitiva e
sicura di sé,
come non era mai
stata e avrebbe
pizzicato le
corde giuste,
questa volta!
Quando fu in
prossimità della
villa udì subito
alcune grida
terrificanti e
riconobbe la
voce dell'amato.
Al terzo piano,
i vetri della
finestra della
stanza da letto
del Giudice,
erano imbrattati
di schizzi scuri
ed un frastuono
lacerante di
urla straziate
misto ad un
rumore felino e
famelico, come
il soffio irato
di un gatto,
provenivano
dalla stanza.
Cosa urlava, il
Giudice?
Sembrava
“aiuto”, o forse
“auto”, o magari
“alto”... era
difficile
distinguere le
sue parole, fra
i miagolii
sinistri ed il
fracasso di
oggetti rotti e
strappati.
Ines posò a
terra i sigari e
se ne andò.
Lui aveva detto
di non bussare
alla porta, né
infastidirlo.
Una vera donna
sa sempre come
prendere il suo
uomo.
_____ _____
_____ _____
_____
BLOODY CHRISTMAS
- di Francesca
Dalle Lucche -
In silenzio,
protetto
dall'ombra
fissava tutta
quella gente che
usciva dalla
Chiesa. Ogni
tanto lanciava
un'occhiata
verso il cielo.
C'erano
pochissime
stelle. Si stava
annuvolando. Le
campane della
grande Casa del
Signore
rintoccarono per
dodici volte...
il Natale era
iniziato...guardò
a terra e si
fissò poi le
mani. Aperte, il
palmo rivolto
verso l’alto e
le dita piegate.
Sembrava si
fossero lasciate
sfuggire
qualcosa.
“Mamma guarda,
il signor Jack,
poverino, gli
andiamo a
portare qualcosa
da mangiare o un
caffè? È li da
solo al freddo”
“Vieni via
tesoro, non ti
avvicinare. Il
suo sguardo non
mi da fiducia
per nulla, mi fa
paura”
È vero che
andare in chiesa
durante il
periodo
natalizio, non è
sempre sinonimo
di coerenza, ma
quel Natale nel
piccolo paese di
Tagliaboschi non
era all’insegna
della gioia e
della
spensieratezza.
Le persone si
sorridevano, pur
avendo occhi
tristi e si
scambiavano
doni, più per
consuetudine che
perché lo
sentissero
veramente. Ma
soprattutto
avevano paura,
non si fidavano
di nessuno,
chiunque poteva
essere
pericoloso, ma
nascosto da un
viso familiare,
apparentemente
degno di
rispetto e
fiducia.
Era oramai una
settimana che,
giorno dopo
giorno, delitti
efferati si
susseguivano
nella zona. Le
vittime non
avevano
apparentemente
collegamenti tra
di loro, solo il
modo in cui
venivano
ritrovate le
rendeva simili.
Per lo meno,
dopo giorni di
indagine, la
polizia era
riuscita a
ricostruire una
sommaria
dinamica. Le
vittime erano
ritrovate sempre
in una piazza o
in un parco
attorno alla
città, lasciate
ogni volta in
una posizione
naturale, mentre
leggevano il
giornale,
nell’atto di
bere un caffè o
leggere un
libro. Non si
sarebbe detto ci
fosse nulla di
strano. Solo
dopo i primi
due delitti, una
volta ritrovato
il corpo, era
facile intuire
il seguito. Le
vittime
sparivano nel
tardo
pomeriggio,
veniva lanciato
l’allarme e la
mattina le
ritrovavano
sedute da
qualche parte
apparentemente
prese da
attività
quotidiane.
Un volta
arrivati i
soccorsi, si
scopriva la
triste realtà:
il loro torace
era
completamente
aperto e
svuotato.
All’interno
l’assassino non
lasciava nulla,
neanche un
organo,
sembravano
bambole tenute
in piedi solo
dalla struttura
ossea. La prima
volta fu
shoccante.
Nessuno si
aspettava che
una persona
seduta, con i
vestiti puliti e
nessun segno o
ferita visibile,
potesse essere
morta. Era solo
dopo, quando
scoprivano la
verità, che era
difficile
frenare le
proprie
interiora dal
rivoltarsi.
L’uomo
continuava a
fissarsi le
mani, aveva
cominciato a
nevicare e alcun
fiocchi erano
caduti sui suoi
palmi e si erano
sciolti.
Ad un certo
punto il cane
abbandonato del
paese, Pongo o
Ciccio per
tutti, si
accostò a lui e
gli leccò le
mani. Questo
scosse l’uomo
dal torpore.
Diede una spinta
al cane per
allontanarlo, ma
la bestiola
persistente
ritornò ad
annusare e
leccare le sue
mani, una, due ,
tre volte. Alla
fine Jack si
arrese
“As you prefer
little bastard!”
Si alzò dalla
panchina, come
in trance, e
cominciò a
camminare.
Viveva oramai in
quel paese da
trent’anni, ma
non aveva mai
imparato la
lingua come si
deve. La
difficoltà
linguistica
unita al suo
carattere
burbero lo
avevano lasciato
isolato dal
resto della
comunità. Era
venuto da un
piccolo
villaggio
inglese con la
moglie, che era
morta dieci anni
prima per una
terribile
malattia. Gli
abitanti di
Tagliaboschi
cercavano di
fare del loro
meglio per
stargli vicino,
ma Jack non
sembrava
curarsene.
Continuò a
camminare verso
casa sua ,
l’ultima del
paese, nella
zona più buia e
nascosta. La
chiesa era dalla
parte opposta,
per cui era
inevitabile
dover
attraversare il
folto numero di
case per
giungere a
destinazione.
Passò in quel
momento davanti
alla piccola
questura, dalla
quale
provenivano
grida disperate
“Voi dovete fare
qualcosa, non
trovo più mio
figlio, non
voglio che
succeda nulla,
non voglio che
venga ucciso,
per favore….”
Jack si fermò ad
ascoltare poi
voltò la schiena
e ritornò a
camminare in
direzione della
casa, d’altra
parte non erano
affari suoi
pensava. Non era
cattivo, Jack,
ma non pensava
di avere nulla a
che fare con il
resto delle
persone, non
pensava di
appartenere a
nessun gruppo.
Entrò nel suo
piccolo pezzo di
giardino, scuro
in confronto a
tutto il resto
del villaggio,
spoglio di ogni
decorazione
natalizia. Era
un periodo come
tutti gli altri,
perché sprecare
il proprio tempo
ad appendere
palle colorate e
sbrogliare fili
di lucette
luminose. In
ogni caso dopo
poche settimane,
il lavoro
sarebbe stato
da distruggere
di nuovo.
“Welcome home
Jack!” disse una
voce dall’ombra.
“Mnh…” grugnì
l’uomo.
“Bloody
Christmas to
you!”
Jack si mise i
guanti e uscì di
casa nuovamente,
questa volta con
il coltello da
caccia stretto
in pugno e si
avviò sulla cima
della collina.
C’era una villa
abbandonata,
oscura, che
tutti oramai
avevano
dimenticato. Un
tempo era
abitata, ma il
proprietario
aveva deciso di
andarsene con il
figlio dopo che
la moglie e la
figlia erano
morte l’anno
precedente.
Il cancello
scricchiolò
quando Jack lo
aprì, pietre
sconnesse si
muovevano sotto
i suoi piedi
mentre si faceva
strada per il
vialetto, una
volta libero
dall’erbaccia ma
ora quasi
completamente
ricoperto. La
porta si aprì
subito con una
leggera spinta.
Scricchiolava,
come il resto
della casa.
Sembrava quasi
che stesse in
piedi per
miracolo. I
vetri erano
rotti o
incrinati in
tutte le stanze,
il che rendeva
l’ambiente
ancora più
freddo e
polveroso del
normale. Una
luce bluastra
illuminava il
salone. Era la
luna piena, che
faceva capolino
tra le nubi,
portate via dal
vento. Vicino al
camino spento,
stava un ragazzo
di circa 16
anni, era
bendato e legato
mani e piedi. Il
viso era sporco
per le lacrime
che si facevano
strada sulle
guance
impolverate, le
sue mani erano
ricoperte di
sangue, di
sicuro aveva
lottato.
“Chi c’è? C’è
nessuno? Ti
prego, non farmi
del male,
lasciami
andare…”
Il pianto rotto
dai singhiozzi,
e il corpo
scosso da
fremiti di
paura.
“Per favore,
cosa vuoi,
soldi? Non ne
abbiamo, ma sono
sicuro che la
mia famiglia
farà tutto il
possibile per
mettere insieme
quello che
chiederai….ti
prego, lasciami
andare…”
Jack sembrava
quasi non
sentirlo,
avanzava in modo
inconsapevole
verso la figura
seduta a terra,
aggiustando la
direzione quasi
non fosse lui a
decidere i
movimenti del
proprio corpo.
Gli occhi
sbarrati erano
bianchi e
fissavano il
vuoto.
Si avvicinò al
ragazzo, senza
dire nulla, lo
afferrò e lo
stese a terra
“Noooo, no ti
prego, che cosa
fai, smettila,
ti prego, ti
prego,
noooooooooo…”
Cominciò a
spogliarlo e,
mano a mano,
piegava i
vestiti li
vicino a lui.
Una volta
terminato
riprese il
coltello che
aveva appoggiato
sul pavimento e
lo diresse verso
l’addome del
ragazzo. Fece
pressione sulla
sua pancia,
trapassando la
pelle e poi i
muscoli.
“Aaaaahhhhhhhhhhhhhhhhhh”
il ragazzo urlò
di dolore e
continuò a
piangere in
preda al terrore
e alla
disperazione
“Basta, ti
prego, ti prego,
basta fermati,
fermati
bastardo, falla
finita, lasciami
andare!
Aiutooooooooooooo,
aiutoooooooooooooooooooooo”
Continuava a
gridare, ma il
suo carnefice
sembrava non
sentisse. Con
meticolosità
cominciò a
muovere il
coltello verso
l’altro,
disegnando un
ovale quasi
perfetto. Il
sangue schizzava
da tutte le
parti e il suo
viso e la sua
barba ne erano
completamente
coperti. Il
ragazzo era alla
fine svenuto dal
dolore, o forse
era già morto.
Una volta
terminato il
taglio, Jack
staccò la parte
di carne quasi
fosse un
coperchio. La
gettò in un
angolo
“Bene…ora il
resto, LANCIAMI
ANCHE IL RESTO!”
urlò una voce
dall’angolo
buio.
Apparentemente
non c’era
nessuno, si
sentiva solo uno
strano rumore
non ben
definito.
L’uomo continuò
la sua opera
asportando uno
dopo l’altro gli
organi del
ragazzo, il
cuore per ultimo
come faceva
sempre. Tutti
venivano gettati
nello stesso
angolo. Con
delle bende e
degli
strofinacci pulì
i residui di
sangue. Raccolse
i vestiti che
erano al suolo,
li portò in
un'altra stanza
e cominciò a
lavarli. Li mise
quindi
nell’asciugatrice
e quando furono
pronti, tornò di
nuovo nel
salone. Una
persona con il
volto coperto da
un cappuccio
nero lo
aspettava, prese
i vestiti e si
apprestò a
rivestire il
ragazzo.
Jack si avvicinò
a lui, sollevò
il corpo senza
vita e si avviò
verso il parco
vicino, lo mise
seduto su una
panchina con un
libro di favole
in mano.
“Thanks Santa!”
disse una voce
gelida.
Ripercorse tutta
la strada verso
casa e si infilò
nel letto.
La mattina dopo,
tutto il
villaggio fu
svegliato da un
grido
“Svegliatevi, ha
colpito ancora,
aiuto, qualcuno
mi aiuti!”.
Giulia, la
figlia del
fornaio aveva
trovato il corpo
del cugino
andando a fare
jogging quella
mattina. Lo
sapeva che era
pericoloso
andare in giro
da soli,
specialmente a
ore insolite, ma
era convinta che
in ogni caso
avrebbe corso
più veloce
dell’assassino e
non se ne
curava. Lo aveva
trovato sulla
panchina, il
libro di favole
era caduto a
terra, e il
ragazzo non dava
segni di vita.
Faceva freddo
quel giorno e
nuvole di vapore
uscivano dalla
bocca al minimo
respiro. Il
cugino era una
statua di
ghiaccio.
La polizia se ne
occupò, seguì la
procedura, come
sempre. Il
cadavere venne
sottoposto ad
autopsia, la
modalità era la
stessa. Nessuna
prova, nessun
indizio, solo
una vittima in
più. Trovare
qualche traccia
quel giorno era
ancora più dura,
aveva nevicato
tutta la notte e
un fitto strato
di neve copriva
tutte le
montagne lì
intorno.
Due poliziotti
parlavano tra di
loro sui gradini
della chiesa
quel giorno
“Oramai è il
decimo delitto,
dobbiamo
fermarlo in
qualche modo!”
“Si, se solo
sapessimo chi
è…non abbiamo
speranza di
trovarlo se
almeno non fa un
errore”
Erano
scoraggiati, a
testa bassa
entrarono in
chiesa per la
messa del
giorno. Jack era
di nuovo seduto
sulla panchina
del parco, di
nuovo fissando
il vuoto e le
sue mani. Non
entrava mai in
chiesa, forse
non riusciva a
seguire la messa
o forse non ne
aveva voglia,
nessuno lo
sapeva con
certezza.
“Ciao Jack, come
stai?”
la
signora
Elisa era un
brava
donna,
si
preoccupava
sempre
per
tutti.
Era rimasta sola
anni prima, i
suoi figli se ne
erano andati a
vivere in città
ma lei non aveva
voluto seguirli
neanche dopo la
morte del
marito.
Apparteneva a
quelle montagne,
diceva.
“Guarda che cosa
ti ho portato,
ne avrai bisogno
se continui a
sederti qui
fuori al
freddo!” disse
mentre tirava
fuori dalla
borsa una
sciarpa fatta a
mano. Gliela
mise attorno al
collo. Era calda
e bella, tutta
verde con decori
in oro e rosso.
Improvvisamente
arrivò Pongo con
in bocca
qualcosa,
sembrava un
pallone sgonfio.
“Ah guarda il
tuo amico qui,
ha preso a
seguirti
ovunque, almeno
non sarai più
solo soletto!”
“I don’t care!”
“Ma che cosa ha
in bocca? Vieni
Pongo, qui, qui
bello!”
Quando l’animale
si avvicinò
Elisa prese
quello che
teneva stretto
tra i denti. Era
una scarpa,
imbrattata di
sangue, con
pezzi di carne
putrescenti che
penzolavano e
tagliata in più
punti. Gridò
spaventata,
attirando
l’attenzione
delle persone
che stavano
seguendo la
funzione nella
chiesa.
Immediatamente
tutti uscirono
sulla scalinata
e videro Elisa
pietrificata dal
terrore e Jack
che se ne andava
infastidito
dall’improvviso
trambusto. Pongo
continuava a
leccare la
scarpa.
I poliziotti si
avvicinarono e
scacciarono il
cane dalla sua
preda. Presero
la scarpa per
analizzarla,
temendo
fortemente il
risultato.
Dopo un paio di
giorni furono
sicuri, il
sangue sulla
scarpa
apparteneva alla
quarta vittima.
Si erano svolti
i funerali
dell’ultima e
tutti non
sapevano più che
pesci prendere.
I delitti
continuavano con
la stessa
frequenza, uno
al giorno.
“Io non so come
possiamo fare.
Ci deve pure
essere un nesso
tra le vittime.”
“Apparentemente
no. Anche per
questo è più
difficile
prenderlo. Non
c’è nesso
logico” continuò
il commissario
Pelletti “a meno
che…”
“A meno che?”
“A meno che non
colpisca
veramente a
caso.
Analizziamo i
dati che
abbiamo. Di
nuovo”
“ Tutte le
vittime…cacchio
non c’è neanche
un nesso
riguardante
l’età! Hanno
tutte età
diverse”
“Si, ma aspetta,
sono tutti
appartenenti a
famiglie
diverse” disse
una terza
poliziotta
“voglio dire,
questo potrà
significare solo
una cosa… molto
probabilmente
sono senza nesso
per questo!
Devono esserlo!”
“Non ti seguo…”
“Io neanche”
“Scusa quante
famiglie hanno
perso una
persona? Sono
oramai più le
persone che
hanno un
familiare
deceduto
quest’anno che
quelle che non
hanno subito
lutti.
Probabilmente
solo chi è
partito per
andare a passare
il Natale a casa
di parenti che
non vivono qui
si è salvato.”
“È vero…che
tristezza”
Intanto in
questura si
rifletteva su
come risolvere
il caso, su chi
poteva essere
indagato. La
situazione
tuttavia era
trapelata ai
giornali e in
città
cominciavano ad
arrivare sempre
più giornalisti.
“Qui Marco
Cioli per tele
maremma. Il
paese di
Tagliaboschi,
che conta un
centinaio di
abitanti, è
stato scosso da
efferati delitti
cominciati la
settimana prima
di Natale. Si
potrebbe dire
che queste
persone stanno
vivendo un
natale
sanguinoso”
“Ma chi lo ha
liberato questo?
Come se fosse
divertente…”
Il paese era in
preda alla
disperazione,
dopo l’imbrunire
non si vedeva
nessuno per le
strade, i negozi
chiudevano, il
bar del paese
era deserto,
riempito solo
dal rumore del
televisore che
riportava le
nefande notizie
“…è qui,
esattamente su
questa panchina,
che l’ultima
vittima è stata
ritrovata ieri
notte. È strano
immaginare una
persona…mah…che
cosa succede, ma
che fai?...”
Improvvisamente
il cameraman
lasciò la
cinepresa e
scappò via in
preda al
terrore. Cadendo
a terra, senza
smettere di
registrare tutti
videro quello
che succedeva.
Una figura fin
troppo nota si
avvicinò, con il
coltello in
mano, alle
spalle del
giornalista e
senza troppi
complimenti gli
piantò la lama
nel collo,
l’uomo cadde
urlando di
dolore. Solo
quando fu a
terra, il suo
carnefice, come
in preda a un
raptus cominciò
a muovere il
coltello. Aprì
un lungo taglio
lungo tutta la
spina dorsale e
poi cominciò a
ritagliare due
ali di carne.
Staccò la pelle
grondante di
sangue,
incurante delle
urla di dolore
dell’uomo che
piano, piano si
spense come un
moccolo di
candela.
Nell’operazione
schizzi di
sangue
sporcarono il
vetro della
telecamera, ma
non tanto da non
poter mostrare i
poliziotti che
arrivavano e
braccavano
l’uomo a terra.
Cadde sotto il
peso degli
agenti, così
senza urlare,
senza dire una
parola o opporre
resistenza.
L’unica cosa che
era riuscito a
fare prima che
le mani gli
venissero
legate, fu
lanciare i due
pezzi di carne
lontano nella
parte buia del
parco. Solo uno
dei poliziotti
che era sopra di
lui vide che
venivano
trascinati via,
lasciando una
scia di sangue,
nella macchia
oscura dietro la
fontanella.
“Tommasi,
sbrigati, dietro
la fontana,
credo ci sia
qualcun altro,
corri!”
Non fece in
tempo ad
arrivare, trovò
solo Pongo che
leccava le
macchie di
sangue, della
carne neanche
l’ombra.
“Va bene Jack,
ora confessa.
Hai ucciso tu
tutte quelle
persone?”
Jack continuò a
fissare il vuoto
davanti a lui,
come se potesse
vedere qualcosa
che agli altri
era sfuggito.
Era in quello
stato di trance
da quando lo
avevano trovato
nel parco, gli
occhi velati,
spenti.
“Allora?” disse
il commissario
scuotendolo con
forza “Dimmi
bastardo, hai
ucciso tu tutte
quelle persona?
DIMMELO brutto
pezzo di merda…”
Era chiaro che
non avrebbe
ottenuto
risposta, l’uomo
era come un
muro.
“Ma che diavolo
ha quest’uomo? È
drogato? Non
parla, avrà
ancora la
lingua?”
In quel momento
la porta di
spalancò
sbattendo
“Commissario un
altro ragazzo è
sparito, è il
figlio del
barbiere..”
“Oh cazzo, non è
possibile,
questo malato di
mente è qui.
Tenetelo
d’occhio,
dobbiamo trovare
il suo complice.
È l’unica
soluzione, non
lavorava da
solo.”
Il commissario a
grandi passi
infilò la porta
seguito da degli
agenti.
Uscito
dall’edifico
andò ad
inciampare su
Pongo.
“Maledetto
randagio,
togliti dalle
palle!” e gli
allungò una
pedata sul
dorso.
“No, commissario
aspetti. Ho
un’idea. Ricorda
la scarpa che
trovammo in
piazza e di cui
non abbiamo mai
scoperto il
proprietario?
Ricorda prima,
quando abbiamo
fermato Jack? Il
cane era lì in
entrambi i casi,
lui può portarci
dove si trova
l’assassino.”
“Si, va bene,
glielo chiedi tu
gentilmente in
canese oppure
dici che
possiamo fargli
una richiesta
scritta? Dici
che sa leggere?”
In quel momento
Pongo si mosse
dalla piazza
principale e
cominciò a
dirigersi verso
la casa di Jack.
“Lei faccia
quello che
vuole, io lo
seguo”
Tommasi cominciò
a correre dietro
a Pongo, seppur
ad una certa
distanza per non
spaventarlo e
rendere vano lo
sforzo. Piano,
piano il cane si
avvicinò alla
casa di Jack,
annusò il
cancello, ma non
si fermò li.
Passò oltre.
Iniziò salire
per la collina,
verso la villa
abbandonata.
“Mah, non vorrei
che il
commissario
avesse ragione.
Sto solo
perdendo tempo
qui inseguendo
un cane”
Stava per
voltarsi quando
sentì un rumore
provenire
proprio da
quell’ammasso di
assi in rovina.
Sembrava un
urlo. “Mi sto
lasciando
davvero
condizionare,
sento i rumori
provenienti dal
nulla… ma
forse…”
Decise che
valeva la pena
comunque
controllare e si
avviò attraverso
il cancelletto,
camminando
sull’erba
calpestata che
indicava il
vecchio sentiero
ciottolato
“Merda, qui
davvero c’è
stato qualcuno.”
Prese la radio
e, come spinto
da un’intuizione
improvvisa
chiamò i
colleghi. “Qui
agente Tommasi,
alla casa
abbandonata c’è
qualcosa di
strano, mi
servono
rinforzi.”
Subito dopo un
grosso pezzo di
legno lo colpì
alla testa.
Quando riaprì
gli occhi si
ritrovò in un
salone buio,
illuminato dai
gelidi raggi
della luna.
Davanti a lui
un’immagine
raccapricciante,
una figura
accucciata era
piegata sul
corpo di un
ragazzo che con
terrore
riconobbe essere
il figlio del
barbiere. Si
lasciò sfuggire
un grido, ma non
poteva, la sua
bocca era
sigillata da uno
spesso pezzo di
nastro isolante.
Il ragazzo
doveva essere
già morto quando
lui era
arrivato, perché
al momento
giaceva al suolo
senza vita, con
il torace
completamente
aperto e rivoli
di sangue che
uscivano dalla
sua bocca.
L’altra persona
stava china su
di lui,
armeggiando sul
corpo. Non era
chiaro cosa
stesse facendo,
era troppo buio.
L’agente cercò
di calmarsi e di
riflettere anche
se risultava
difficile.
Percepì in quel
momento, oltre
al forte odore
di sangue, un
odore più acuto,
di benzina. Poi
si soffermò ad
ascoltare. Con
orrore realizzò
che i brevi e
sordi rumori che
sentiva
provenivano dal
corpo e dal suo
aggressore,
sentiva
masticare,
succhiare…la
figura chinata
sul corpo del
ragazzo ne stava
mangiando le
interiora come
un cane che
leccava
l’interno di una
ciotola.
Sentì un rumore
provenire da
fuori, ma il
carnefice pareva
non essersene
accorto
concentrato sul
suo pasto. Se
aveva fortuna
avrebbero
trovato la radio
che gli era
caduta per
terra. Dopo
qualche minuto
la porta venne
sfondata da un
paio di agenti
che fecero
irruzione. Vide
due fasci di
luce provenienti
dalla porta. La
figura si girò
in quella
direzione
“Cristo santo,
ma che diavolo è
quella cosa?”
“O merda, il
ragazzo, è
morto.”
Uno degli agenti
andò a slegare
il collega che
giaceva a pancia
a terra con le
mani e i piedi
legati sopra la
schiena.
La figura
continuò a
fissarli, sapeva
di essere sotto
tiro, si limitò
a finire il
boccone. Ogni
volta che
masticava,
lentamente, come
se fosse solo
nella stanza, un
fiotto di sangue
usciva dalla
bocca, distorta
in un terribile
ghigno.
“Va bene,
mentecatto,
alzati e tieni
le mani sopra la
testa”
La figura a
testa bassa si
alzò in piedi
“Così ora tutti
sapranno…” alzò
le mani
lentamente.
L’unica cosa che
videro fu una
piccola
scintilla
accendersi tra
le sue mani.
Questa minuscola
fonte di luce
venne lasciata
cadere sul
pavimento e
tutto fu fuoco.
Dalle fiamme una
voce “Tutti
capiranno cosa
vuol dire
soffrire, tutti
sapranno che
cosa significa
un Natale da
soli”
Poi si udì un
grido, lo
avevano
riconosciuto
dalla voce. Era
il medico del
paese che aveva
perso la
famiglia il
Natale
precedente a
causa di un
incidente
d’auto. Era
impazzito, e
aveva pagato per
la sua follia.
Si affrettarono
ad uscire dalla
casa in fiamme.
Dal giardino
videro la villa
accartocciarsi
su se stessa
divorata dalle
fiamme. Erano
sconvolti.
In questura
intanto
l’interrogatorio
continuava,
senza che gli
agenti
riuscissero a
tirare fuori una
sillaba da
quella figura
persa chissà in
quale parte
della sua
memoria.
“Ah grazie mille
brutto bastardo!
Grazie Babbo
Natale della
morte!
Bastardo!”
Come scosso da
una scarica
elettrica, la
vita sembrò
ritornare in
Jack. Si guardò
le mani ancora
imbrattate di
sangue e pianse.
_____ _____
_____ _____
_____
JINGLE DEADS
- Raffaello
Maggio -
In silenzio,
protetto
dall'ombra
fissava tutta
quella gente che
usciva dalla
Chiesa. Ogni
tanto lanciava
un'occhiata
verso il cielo.
C'erano
pochissime
stelle. Si stava
annuvolando. Le
campane della
grande Casa del
Signore
rintoccarono per
dodici volte...
il Natale era
iniziato..e lui
questa
volta…dopo una
vita passata in
attesa di
ricevere un dono
mai
arrivato…aveva
deciso che
doveva farlo lui
un dono. Aveva
deciso da tempo
chi fosse la
prescelta. Dopo
una attenta
riflessione.
Riflessione
fatta nelle
tante ore
passate in
solitudine con i
suoi compagni di
lavoro: la
signora zappa e
il collega
sudore. A volte
aveva dei
dipendenti in
carne e ossa, ma
non parlavano:
erano maiali.
L’allevamento
più diffuso
della zona.
Come tutti i
suoi natali da
30 anni ad oggi
era tornata al
paese della
madre. Una
infanzia
silenzionsa e a
tratti serena
che si è
trasformata in
una adolescenza
un po’ inquieta
e sognante.
Sogni che man
mano erano
svaniti come gli
amori passati
uno alla volta.
Eppure solo 4
anni prima stava
con quello
giusto, l’unico
di cui si era
innamorata, con
il quale ci
stava da quando
aveva 22 anni.
Ma aveva
ritenuto allora
che era troppo
modesto per lei.
Un semplice
figlio di
meccanico. E fu
così che lo
lasciò per i
bravi figli di
papà e le loro
auto fiammanti.
Eppure ora gli
mancava
terribilmente
quel compagno di
università. Se
chiudeva gli
occhi le
tornavano nitide
alla mente le
immagini di lei
in quella stessa
chiesa, anni
prima, quando,
mentre il prete
predicava,
mandava, col
cellulare, al
suo amore
messaggi erotici
con promesse di
fuoco per
capodanno. Se
chiudeva gli
occhi riusciva
ancora a sentire
il suo odore e
la sua voce e
riusciva anche a
sentirlo dentro
di se. Ora che,
raggiunti i
trentanni senza
essersi
laureata, aveva
deciso di
accettare a
malinquore il
lavoro come
segretaria in un
piccolo ente
pubblico, lavoro
ovviamente
ottenuto grazie
a un concorso
truccato e ai
grandi sconti
fatti dal padre
nella vendita
delle case d
alcuni politici,
si sentiva
frustrata e
sconfitta. Al
punto da non
rendersi neanche
conto di quanto
invece fosse
fortunata nel
non avere
problemi a
trovare un
lavoro. Aveva
anche deciso di
sposarsia a
marzo, un
architetto. Ma
non era come
aveva sognato la
sua vita.
L’architetto non
era così ricco
da farle fare la
vita da regina.
In realtà era
una vita più che
agiata ma lei
ovviamente non
se ne rendeva
conto.
Non era mai
stata troppo
religiosa e
sebbene
raccontasse che
andava in chiesa
solo per far
contenta sua
madre, in realtà
quella antica
chiesa in pietra
grigia,
imponente e su
una collina
rispetto alle
case della
piccola
frazione, era un
luogo che la
rasserenava. Le
portava alla
mente i momenti
sereni dell’infazia
e le ricordava
il periodo in
cui stava con il
suo vero amore
forse perché
quelle mura
massicce erano
testimoni,
mentre il prete
faceva la
predica, dei
loro messaggi
erotici con
promesse di
regali focosi
per capodonno.
Uscì fuori dalla
chiesa, alla
fine della
messa, dando uno
sguardo al cielo
oscurato.
<<Torno a piedi,
ne approfitto
per fare due
passi>> E così
aveva lasciato
che i suoi
genitori
tornassero a
casa di sua
nonna senza di
lei. Aveva
bisogno di fare
due passi al
freddo e si
diresse verso un
punto panoramico
sulla vallata
allontanandosi
dalle luci a
intermittenza
dell’albero di
natale per
cercare di
vedere meglio le
stelle.
Le piaceva da
sempre quel
posto perché era
spesso deserto,
circondato da
alberi e poco
illuminato. Il
luogo ideale per
intristirsi
pensando agli
sbagli fatti
guardando il
panorama della
vallata
illuminata dalle
luci dei vari
paesi.
Avvenne tutto
troppo in fretta
per capirlo. La
mano guantata
sulla bocca, la
presa forte da
farle male, il
panno imbevuto
di chissà che e
poi il buio.L’ultima
cosa che vide
furono le luci
intermittenti
del grande
albero di natale
davanti alla
chiesa.
<<Non muoverti e
non cercare di
urlare. Tanto è
inutile>>.
La voce
dell’uomo era
stranamente
familiare ma il
cappuccio sugli
occhi le
impediva di
vedere. Non
sentiva nulla
tranne il verso
dei maiali. Era
sicuramente
vicino a una
porcilaia e lo
sentiva anche
dall’odore.
Le tolse il
cappuccio e la
debole luce
della stanza non
le diede molto
fastidio.
Il nastro sulla
bocca era
orribile.
<<Sei fortunata
ad essere stata
scelta per il
mio regalo. Oggi
ti regalo il mio
amore>>
La voce
dell’uomo era
calma, con un
forte accento
tipico della
zona.
<<avrei voluto
farti il regalo
il natale scorso
ma tu hai fatto
la tua solita
passeggiata dopo
la messadi
Natale insieme a
tua cugina. Oggi
però hai fatto
bene a fare la
passeggiata da
sola…>>.
<Ti stai
chiedendo perché
ho scelto te per
questo regalo
hee? Dovrai
chiederlo a tua
madre e a quella
volta quando
avevamo 12 anni
che mi sputò
addosso tutta la
ripugnanza che
provava per me.
Ma io non sono
come lei. Non ti
offendo. Anzi ti
do il mio
amore>>
Per un attimo
l’uomo si ferma,
gli passa alla
mente alcuni
flash della sua
vita e si chiede
perché è
diventato un
uomo così…
Una vita passata
a coltivare la
terra…non la sua
ovviamente…ma
quella degli
altri e a badare
agli animali,
che qualche
volta erano i
suoi. Eppure
c’era stato un
momento in cui
sembrava che
quel regalo
stesse per
arrivare…se solo
avesse potuto
vincere quel
posto come
operaio
forestale…ma
c’era qualcuno
più raccomandato
di lui. C’era
stato anche un
altro momento,
ormai 20 anni
prima, in cui
sembrava che
quel regalo
stesse per
arrivare. Un
giovane angelo
finito per
sbaglio nel suo
paesino di 500
anime, una
badante
straniera, dalla
pelle
chiarissima gli
aveva rivolto il
suo sguardo. Poi
addirittura la
parola e poi
dopo 2 mesi di
appostamenti
sotto casa di
lei, era
riuscito anche a
ricevere un
bacio. Fu
l’inizio di sei
mesi più belli
della sua vita
dove la fatica
del lavoro di
giorno era
ripagato tutte
le sere
dall’amore di
lei. Finalmente
non si sentiva
come un cane
abbandonato o
come un’inutile
scarpa spaiata
ma sentiva la
sua vita
illuminata dalla
scintilla
dell’amore. La
considerava una
sorta di
rivincita, si
era quasi illuso
che fosse vero
il detto che la
ruota gira prima
o poi. Infatti
quella sua donna
aveva la pelle
chiara come
quella
ragazzina, sua
compagna di
scuola, che
molti anni prima
lo aveva
umiliato in
pubblico
gridandogli
quanto gli
facesse schifo e
che un
poveraccio come
lui non poteva
mai avere
speranze con una
come lei. Ora
stava con una
donna ancora più
bella di quella.
Un sogno
interrotto
bruscamente
quando la donna
fu costretta a
tornare a casa
per sempre per
badare ai suoi
anziani genitori
ormai troppo
malati. Non la
rivide mai più,
solo qualche
lettere per un
anno e poi più
niente…temeva si
fosse sposata.
Se solo avesse
avuto un po’ di
soldi. Se solo
non avesse
dovuto occuparsi
della sua
adorata mamma
malata. Era
appena trentenne
allora e la sua
vita sembrava
proprio che
stesse per
svoltare. Ma
tutto andò in
fumo.
Il passare degli
anni e
l’accumulare
delle delusioni
trasforma le
persone. Sebbene
si rese conto in
quella notte di
natale che le
delusioni danno
lo stesso dolore
a tutte le età.
E’ solo che
quando si cresce
si sopporta
meglio il dolore
senza rendersi
conto che è solo
perché prende il
sopravvento la
rassegnazione.
Ormai quel
trentenne non
era più lui.
Aveva
cinquant’anni ma
ne dimostrava di
più e ormai
aveva smesso di
chiedere a Dio i
regali. E ora
stava per fare
il suo reagalo.
L’uomo scuote la
testa per
scacciare i suoi
pensieri, torna
in se dal trance
e riprende a
fare quello che
aveva
interrotto…
Ormai la donna
non ci vedeva
più. Le lacrime
uscivano
abbondantemente
e se non avesse
avuto il nastro
avrebbe urlato
tutta la sua
disperazione per
quell’incubo.
Come poteva
succederle
questo. L’uomo
era Salvatore ed
era un coetaneo
della mamma. E
ormai Salvatore
vaneggiava. Se
solo avesse
potuto parlare
forse avrebbe
potuto
convincerlo a
smetterla, a…
L’uomo si
spoglia e poi
indossa un
cappello rosso
da Babbo
Natale.La mano
di lui le
afferra
pesantemente un
seno. Ne è
sempre andata
fiera delle sue
tette ma non
oggi.
L’uomo la
spoglia con
decisione ma con
delicatezza. E
impacciato sul
reggiseno. Gli
tremano le mani
e anche se ora è
a faccia in giù
lo sente che gli
tremano. Si
stufa e taglia
il reggiseno con
le forbici. Il
breve contatto
tra la lama e la
pelle bianca la
fa raggelare.
Per un attimo le
viene da pensare
che poco tempo
prima stava
pensando al suo
ex dentro di lei
e ora dentro di
lei sta per
entrare un
mostro. Le
lacrime ormai
non hanno freno.
<<ecco il tuo
Babbo
Natale…ecco il
mio dono…>> dice
l’uomo mentre si
sdraia su di
lei. In maniera
goffa la penetra
e gli occhi di
lei che si
sgranano lo
eccitano ancora
di più.
Le spinte sono
violente, lo
sente venire
dentro di lei.
Spera di non
rimanere
incinta.
<<Non ho ancora
finito…ecco
l’ultima parte
del mio dono per
te…>>
Dice l’uomo.
La vista del
suo corpo nudo
sul materazzo
con orribili
lenzuola la
riporta
drammaticamente
alla realtà dopo
un sonno che non
si rende conto
quanto può
essere stato
lungo. E’ sola
nella stanza…non
ha il nastro
sulle labbra…e
non è legata…
Le viane voglia
di urlare ma si
trattiene…porta
le mani fra le
cosce quasi a
voler
controllare che…
Si gira intorno
e cerca vestiti
cercando di
scorgere il
minimo rumore
sospetto ma
l’unica cosa che
sente è il verso
dei maiali.
Sulla sedia ci
sono dei vestiti
di lui. Le fanno
schifo ma
ormai…Li
indossa. Cerca
le scarpe ma ne
trova solo una.
Fa niente,
scalza. corre
verso la
finestra ma da
sul retro della
casa. Non vede
niente. La
porta…è
socchiusa…esce
senza
sfiorarla…Fuori
è giorno.
Riconosce la
statale…non è
molto distante
da casa…inizia a
correre…La corsa
verso casa senza
sapere cosa
avrebbe detto ai
suoi e
soprattutto a
sua madre anche
se a dir la
verità ce l’ha a
morte con lei.
Perché aveva
trattato male il
suo
coetaneo…allora
si rese conto da
chi aveva preso
il suo
carattere…Sarebbe
dovuta andare al
più presto dai
carabinieri…il
mostro non la
avrebbe passata
liscia…
In un’attimo è
già a casa…forse
la forza della
disperazione le
ha messo le ali
ai piedi…
La porta di casa
è aperta e lei
vi entra a piedi
nudi
velocissima…c’è
sua mamma seduta
ma è strana…non
si volta
<<mamma>> urla
disperata ma
niente…
Si avvicina al
camino spento e
vede la madre
che ha in mano
la sua foto…ai
suoi piedi c’è
la scarpa che
non aveva
trovato dal
mostro.
Vede la
scintilla
dell’accendino
di sua madre che
si accende
l’ennesima
sigaretta. Sente
un cane che
abbaia dentro
casa sua. Si
volta ma trova
il suo cane che
aveva 20 anni
prima. Un
incrocio tra
labrador e
pastoretedesco.
Il cane che lei
e il padre hanno
abbandonato una
sera di inverno
in mezzo alla
strada. Il cane
si avvicina
scodinzolando…
Si rigira verso
la madre…sempre
immobile….la
afferra per la
spalla per farla
voltare … ma la
sua mano è senza
consistena e
attraversa il
corpo della
madre…
Subito
dopo…urla…per
sempre.
_____ _____
_____ _____
_____
LA PARTITA
- diMarco
Decandia -
In silenzio,
protetto
dall'ombra
fissava tutta
quella gente che
usciva dalla
Chiesa. Ogni
tanto lanciava
un'occhiata
verso il cielo.
C'erano
pochissime
stelle. Si stava
annuvolando. Le
campane della
grande Casa del
Signore
rintoccarono per
dodici volte...
il Natale era
iniziato...
E pensare che
solo 12 mesi
prima, in quella
folla festante e
chiusa nei
cappotti, c’era
anche lui. E non
era solo. Lei
era al suo
fianco, bella
come non mai,
innamorata,
sorridente.
Progettavano la
vita insieme,
provavano a
incastrare nel
calendario la
data delle loro
nozze. Erano
destinati a
farsi compagnia
per sempre. I
primi fiocchi
cominciarono a
cadere
dall’alto. “Per
sempre”…. Che
suono acido,
quelle due
parole. Lei non
c’era più.
Sparita nello
spazio di un
pomeriggio. In
meno di un
giorno.
Lui, il più
grande talento
del basket
nazionale, solo
6 mesi prima
aveva coronato
il sogno che
aveva sempre
inseguito:
vincere il
titolo nella sua
città, con la
sua squadra,
davanti alla sua
gente. Era la
partita
decisiva,
arrivavano
quelli della
capitale,
boriosi e con
tutto il loro
peso politico
nel bagaglio.
Però nessuno
poteva farcela a
spegnere le
fiamme di quegli
atleti. Il
piccolo centro
salito agli
onori della
cronaca a ritmo
di canestri, la
squadra più
forte mai vista
in giro sui
campi. Aveva
telefonato alla
sua compagna di
cammino e
l’aveva
scongiurata….
“Ti prego, vieni
a vedermi. La
gioia non
sarebbe completa
senza di te”. E
lei, al quarto
mese di
gravidanza e con
poca voglia di
mettersi al
volante e
percorrere la
strada che
collegava le
rispettive
residenze, aveva
provato ad
opporsi, poi
aveva ceduto. Ma
sì, cosa poteva
succedere mai?
Entro un mese si
sarebbero
scambiati gli
anelli e
avrebbero
giurato di
fronte a Dio che
sarebbero stati
un solo corpo,
un solo cuore,
un solo respiro.
La partita seguì
i binari
previsti, lui
fece il diavolo
a quattro e
trascinò i
compagni verso
l’apoteosi.
Invasato dal
contatto con la
palla e con il
parquet
stridente, non
si era neanche
accorto che il
posto più
importante sugli
spalti era
vuoto. Tornò
negli spogliatoi
fradicio di
sudore, di
adrenalina e di
spumante. E la
sua vita si
fermò lì. Si
spense la luce,
si azzerò la
colonna sonora.
Le parole che
gli pronunciò il
dirigente
accompagnatore
ancora ronzavano
nelle sue
orecchie… “Sai (BZZZ)…
c’è stato un
incidente (BZZZZZ)…”.
Un guidatore di
camion, forse
troppo stanco,
magari
impasticcato,
fumato, calato,
drogato
ubriaco….. aveva
perso il
controllo del
suo mostro dalle
troppe ruote,
aveva invaso la
corsia opposta,
si era portato
via la sua
futura moglie,
il suo futuro
figlio, la sua
futura felicità.
Il suo futuro.
Qualche giorno
dopo la verità
venne a galla:
una banalità, le
stringhe di una
scarpa del
camionista si
erano annodate
al pedale
dell’acceleratore
e quello, nel
tentativo di
liberarsi, si
era abbassato,
non aveva tenuto
gli occhi sulla
striscia di
asfalto. Non
aveva
controllato il
suo fottuto
bisonte, che
libero dalle
briglie, aveva
sconfinato a
proprio
piacimento.
La neve si
infittì. Tornare
con la memoria
alla sera del
trionfo faceva
così male…. Da
allora, era
uscito dallo
spogliatoio e
aveva
abbandonato
tutto. Basta con
il basket, basta
con l’esistenza.
Si era lasciato
andare,
accompagnato dai
suoi se.. “Se
non l’avessi
obbligata….. se
avessi
assecondato la
sua mancanza di
voglia di
raggiungermi… se
fossimo stati
eliminati in
semifinale…. Se…
Se…”. Il
presidente e i
compagni
continuavano a
chiamarlo, a
scongiurarlo di
tornare sui suoi
passi. I suoi
suoceri mancati
gli
cantilenavano
che non era
colpa sua…
Però…. Se… Se…
Se…. Era un
morto che
respirava.
- Guardi la
gente che esce
dalla Chiesa? In
fondo 12 mesi fa
eri uno di loro
Chi poteva
possedere una
voce così
tagliente e allo
stesso tempo
seducente? Si
girò, vide un
uomo filiforme
appoggiato a un
muro poco
distante. Lo
fissava con
occhi di brace…
e avrebbe
giurato che si
era appena
acceso un sigaro
facendo
schioccare una
scintilla tra le
dita. “Avrà i
polpastrelli
imbevuti di
zolfo – pensò
tra sé. – Trucco
da squallido
prestigiatore”.
- Dì la verità.
Vorresti essere
con lei, adesso.
- Chi sei? –
strillò
furibondo. Non
poteva
sopportare che
il suo nome
venisse
pronunciato dal
primo arrivato.
Magari un
giornalista alla
ricerca della
notorietà sulla
pelle squartata
altrui. Magari
un tifoso della
capitale…
- Diciamo che
sono Babbo
Natale che ha
letto la tua
letterina e sa
che cosa
vorresti trovare
sotto l’albero.
Sono colui che
può restituirti
ciò che hai
perso. Ciò che
desideri…
- Neanche il
Demonio in
persona ci
riuscirebbe – e
sputò davanti ai
piedi dello
straniero.
- Ne sei certo?
– sibilò
mellifluo
l’altro. –
Mettimi alla
prova…
Il fiato mancò
nei polmoni del
ragazzo. Squadrò
meglio il
personaggio e
scoppiò in una
risata isterica.
- Se non fossi
sicuro di essere
sveglio e ancora
sufficientemente
in me, mi
verrebbe da
chiamarti
Belzebù, con
quella barbetta
caprina che ti
ritrovi.
Chissà.. magari
Mefistofele che
vuole farmi
firmare un
contratto
pungendomi una
vena…
- Quella è roba
da letteratura –
replicò l’altro.
– Io ti faccio
una proposta
seria. Una
partita di
basket, uno
contro uno. Chi
arriva prima a
66 punti, ha
vinto
- Certo –
sorrise il
ragazzo. – Ora è
tutto chiaro. Ti
ha mandato
qualche agente.
Magari sei un ex
giocatore
prezzolato che
non ha perso la
mano e pensi
che, sfidando
questo relitto,
avrai vita
facile per
ottenere un
accordo in
esclusiva per il
tuo padrone, che
mi riporterà nel
giro da cui mi
sono tirato
fuori. No,
grazie.
- No, mio caro.
Se vinci, ti
faccio tornare
indietro al
giorno fatidico.
E questa volta
non ci sarà
nessun
incidente,
vivrete il
vostro destino
come lo avevate
programmato.
- E se perdo?
- Ti porto con
me nel mio sacco
dei doni. Ti
ricongiungo con
lei. In un certo
senso, assecondo
ugualmente le
tue brame, visto
che, dopo il
botto, l'hanno
mandata subito
da me. Non
credere che
fosse quella
santa che ti
immaginavi, sai?
Ti sei mai
chiesto come
potesse essere
rimasta incinta
in un periodo di
super
allenamento e di
ritiri come
quello che hai
vissuto?
- Basta,
smettila. Uomo,
hai fortuna. E’
la notte di Gesù
Bambino. Ti farò
il regalo di
andare in giro a
raccontare di
esserti misurato
con un campione.
- Molto bene –
sorrise l’altro,
mentre nelle sue
mani si
materializzava
un pallone da
pallacanestro,
arrivato non si
sa da dove. –
Abbiamo detto a
66, no? Qua
dietro c’è un
campetto, tu lo
dovresti
conoscere bene.
E’ lì che hai
mosso i primi
passi da
giocatore, con
gli amici di
scuola. O mi
sbaglio?
Lui annuì,
stordito e
ubriaco di
parole ed
emozioni
contrastanti.
Gettò via la
giacca a vento
lisa, che si
adagiò su una
panchina con uno
sbuffo di piume
d’oca. “Ti darò
una lezione”,
ringhiò a bassa
voce, e si
proiettò tra le
righe e le curve
del terreno.
I contendenti si
studiarono,
caricarono lo
sguardo di odio
e la sfida ebbe
inzio. Il
ragazzo si
impossessò per
primo della
sfera, ritrovò
il contatto
ruvido che ben
conosceva e da
cui si era
separato tanti,
troppi secoli
fa. Fu invaso da
un calore simile
a un orgasmo,
durò una
frazione di
secondo. Troppo,
l’altro gli
soffiò la palla
e volò a
depositarla
nella retina. Il
colpo dello 0-2.
Nuova azione…
“Questa volta
devo rimanere
concentrato”, si
ripetè. Provò
una finta,
l’altro non
abboccò,
accelerò il
passo, si
palleggiò dietro
la schiena,
spiccò il volo
verso l’anello…
e ricevette un
colpo in pieno
viso che gli
prosciugò ogni
energia. Cadde
pesantemente,
sentì un fiotto
di sangue
invadergli la
bocca e sputò
con rabbia,
colorando di
rosso la neve.
- Ehi, ma sei
impazzito? –
strillò con
furia
- Non
pretenderai mica
che il diavolo
faccia le cose
secondo le
regole, no? –
sogghignò il
nemico. –
Credimi, il tuo
sogno dovrai
guadagnartelo
fino in fondo.
Intanto stai
perdendo 4-0..
Il pallone, con
la leggerezza di
un foglio di
carta, lasciò le
dita dello
sfidante e andò
a gonfiare il
canestro senza
nemmeno fare
CIUFF.
Ormai era guerra
aperta. Il
giovane puntava
sull’esplosività
dei suoi
polpacci per
alzare il ritmo,
l’altro usava
unghie affilate
come coltelli
per dilaniargli
la carne mentre
si apprestava a
concludere
un’azione e
piedi lunghi e
sinuosi per
fargli perdere
l’equilibrio
quando prendeva
il passo
migliore. I
contatti si
fecero serrati e
aspri, spesso
accompagnati da
male parole e
spintoni. Il
ragazzo era una
maschera di
sangue, aveva
piaghe sulla
fronte e sul
dorso delle
mani, la vista
annebbiata e una
caviglia
probabilmente
fracassata. Ma
la furia lo
teneva in piedi
e gli faceva
attingere
energie che
neanche
sospettava di
possedere.
Andarono avanti
sbuffando e
duellando per
oltre un’ora,
fino a che il
punteggio si
bloccò sul
64-64. La palla
era in mano
all’uomo alto,
che adesso i
suoi occhi
velati vedevano
enorme, in grado
di stagliarsi
verso il cielo e
di bucare le
nuvole che
rovesciavano giù
una cascata di
fiocchi. Fece un
viaggio nelle
sue viscere,
cercò in ogni
centimetro una
risorsa
dimenticata di
adrenalina e la
trovò, in un
angolo sperduto
della sua
volontà. Abbassò
la testa e
caricò, colpì il
nemico dritto
nello stomaco e
lo stese sul
manto bianco che
delimitava i
bordi del campo.
Recuperò la
sfera mentre
l’altro esplose
in una risata
che non aveva
niente di umano.
Lo sentì
gorgogliare
orribilmente…
“Alla fine ce
l’hai fatta, hai
capito le mie
regole, ti sei
allineato.
Niente più gioco
pulito, hai
fatto a modo
mio. Sei
diventato come
me, sei sceso al
mio livello. Che
è basso, molto
basso. E’ da
inferi…”. Sentì
questo delirio
in sottofondo
interrogandosi
sul senso di
tali parole.
Puntò il
canestro e per
un momento si
chiese come
fosse possibile
che il terreno
fosse totalmente
privo di neve,
vista la bufera
che mulinava
tutto intorno.
Ma poi
l’obiettivo fu
chiaro: “Devo
schiacciare!!!
Oddio, qualcuno
mi metta benzina
nei muscoli
delle gambe,
qualcuno mi
tenga per le
braccia affinché
non cada. Questi
2 punti valgono
la vittoria. E
questa vittoria
vale più di un
titolo. Vale più
di tutto. Vale
tutto ciò per
cui vale la pena
di vivere. Ci
siamo, ecco
lassù la retina,
ecco il
cerchio…. Che
faccio, salto.?
Oddio, e se non
vado abbastanza
in alto? Allora
tiro. Da qui,
ora, prima che
sia troppo
tardi. Prima che
lui si alzi e mi
squarci il
ventre, le
spalle. Prima
che mi apra un
terzo occhio
sulla nuca. Vai,
pallone, vai.
Vai a casa, vai
dove sai di
dover andare.
VAAAAAAIIIIIII……”
Il giorno dopo
lo trovò un
vecchio cane
abbandonato che,
sentendo l’odore
del sangue,
provò a scavare
nella coltre di
neve in cui era
sprofondato, ai
bordi del campo.
Lo annusò un
attimo, capì che
il digiuno non
era finito e se
ne andò per la
sua strada. Non
toccava a lui
capire. Era un
compito degli
uomini, e non
certo di quelli
che adesso
correvano per le
strade con i
loro cartocci di
dolci, come se
fossero in
ritardo per
chissà cosa. Ci
avrebbero
pensato i
giornalisti a
tuffarsi come
mosche carnivore
sulla carogna,
cercando di
sciogliere
l’arcano di cosa
ci faceva il più
grande talento
cestistico della
nazione lì,
senza giacca e
senza scarpe.
Morto. Ma
soprattutto,
avrebbero
provato a
risolvere un
altro enigma
pressante: dove
diavolo aveva
trovato un
pallone da
basket dalla
foggia così
strana, che
sembrava saldato
alle sue mani,
quasi impiantato
sotto pelle? La
risposta, per
ora, poteva
anche aspettare.
In fondo era
Natale.
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