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SCHELETRI
Autore
Anno di uscita:
1985
Casa editrice:
Sperling & Kupfer Editori
Pagine: 550.

di
Stephen King
incipit
trattp dall'introduzione del
best seller di Stephen King
Qui ci sono altri racconti, se vi va. Coprono un lungo periodo della mia
vita. Il più antico, L'immagine della falciatrice, risale a quando avevo
diciotto anni, l'estate prima che entrassi al college. L'idea mi venne
mentre mi trovavo dietro alla nostra casa a West Durham, nel Maine, a
esercitarmi ai tiri al canestro con mio fratello e rileggendolo ora
provo una punta di nostalgia per quei tempi. Il più recente, La ballata
della pallottola flessibile, è stato finito nel novembre del 1983. In
tutto è un arco di tempo di diciassette anni, ma immagino che sia poca
cosa se paragonato alla lunga e feconda carriera di scrittori di diversa
ispirazione come Graham Greene, Somerset Maugham, Mark Twain e Eudora
Welty; tuttavia è un periodo più lungo di quello che evve Stephen Crane
e coincide all'incirca con la lunghezza della carriera letteraria di
H.P. Lovecraft.
Un paio di anni fa un amico mi chiese perchè mi occupassi ancora di
racconti. La sua argomentazione era che i miei romanzi fruttavano bene,
mentre i racconti non mi ricompensavano della fatica di scriverli.
"Da che cosa lo deduci?" gli domandai.
Lui battè un dito sull'ultimo numero di Playboy, la rivista dalla quale
aveva avuto origine la discussione. Vi era pubblicato un mio racconto
(Il word processor degli dei, che troverete anche in questa raccolta) e
io gliel'avevo mostrato con un orgoglio che mi sembrava giustificato.
"Adesso te lo dimostro", mi disse, "se non ti dispiace farmi sapere
quanto ha preso per il racconto."
"Non mi dispiace", gli risposi. "Ho avuto duemila dollari. Non proprio
nocciolin, Wyatt."
(Non si chiama veramente Wyatt, ma non voglio metterlo in imbarazzo, se
ci credete.)
"No, tu non hai guadagnato duemila dollari", obiettò Wyatt.
"No? Perchè, hai dato un'occhiata al mio conto in banca?"
"Nossignore. Ma io so che a te sono venuti milleottocento dollari,
perchè il tuo agente prende il dieci per cento."
"Verissimo", ammisi. "E se lo merita. Mi ha fatto uscire su Playboy.
Dunque sono milleottocento invece di duemila. Sai che differenza."
"No, sono millesettecentodieci."
"Che cosa?"
"Non mi hai detto tu che il tuo commercialista prende il cinque per
cento del netto?"
"Bè, sì... E va bene, sono milleottocento meno novanta. Continuo a
pensare che millesettecentodieci non siano malaccio per..."
"Solo che non è neanche così", incalzò il sadico. "La verità è che in
tutto sono ottocentocinquantacinque miseri dollari."
"Che cosa?"
"Vorresti farmi credere che non sei nello scaglione fiscale del
cinquanta per cento, Steve-O?"
Restai zitto. Sapeva quel che diceva.
"E a voler ben guardare", aggiunse con dolcezza, "il compenso reale
ammonta a settecentosessantanove dollari e cinquanta centesimi. Dico
bene?"
Annui a malincuore. L'imposizione locale del Maine esige che i residenti
del mio scaglione versino allo stato il dieci per cento dell'imposta
dovuta all'ufficio federale. Il dieci per cento di
ottocentocinquantacinque dollari è ottantacinque dollari e cinquanta
centesimi.
"Quanto tempo hai impiegato per scrivere questo racconto?" volle sapere
Wyatt.
"Circa una settimana", risposi io, burbero. Erano state in realtà più di
due, senza contare un paio di ristesure, ma questo non sarei mai andato
a raccontarlo proprio a Wyatt!
"Dunque in quella settimana hai guadagnato settecentosessantanove
dollari e cinquanta centesimi", concluse lui. "E quanto guadagna un
idraulico in una settimana a New York, Steve-O?"
"Non lo so", risposi. "Detesto quelli che mi chiamano Steve-O. E nemmeno
tu lo sai."
"Sì che lo so", ribattè lui. "Circa settecentosessantanove dollari e
cinquanta centesimi, al netto delle tasse. Perciò, per come la vedo io,
sei in perdita secca." Rise come un matto e poi mi chiese se avevo
dell'altra birra. Risposi seccamente di no.
Voglio spedire all'amico Wyatt una copia di questo libro con un
bigliettino. Scriverò: "Non ti dirò che cosa mi hanno pagato per questo
libro, ma ti devo un piccolo aggiornamento, Wyatt: il profitto
complessivo di Il word processor degli dei, al netto delle imposte, ha
superato ormai i duemilatrecento dollari, senza nemmeno contare i
settecentosessantanove e cinquanta centesimi rimasti dal tuo accurato
lavoro di sfrondamento quando sei stato ospite della mia casa sul lago".
Firmerò il biglietto Steve-O e aggiungerò un post-scriptum: "Confesso
che avevo dell'altra birra in frigo e me la sono bevuta io dopo che tu
te ne sei andato".
Con questo dovrebbe essere sistemato.
O IL
RECENSIONE
Seconda antologia di
Stephen King, dopo il discreto successo ottenuto da “A Volte Ritornano”.
Rispetto alla prima raccolta, si hanno – in linea di massima – racconti
più prolissi, in cui l’autore traccheggia forse troppo diluendo più del
dovuto la componente orrorifica. Tipici esempi, sotto questo punto di
vista, sono costituiti dall’inquietante “La Nonna”, da “La
ballata della pallottola flessibile” e dall’apocalittico “La
Nebbia”.
Si tratta di tre opere interessanti, ma
“tirate” troppo per le lunghe. Nel primo caso, un bambino di una decina
di anni viene lasciato ad accudire una nonna inferma dotata di poteri
paranormali (tematica che King riproporrà, con qualche lieve variazione,
ne “Il Cimitero Vivente”). Nel corso della notte, la vecchia strega
passa a nuova vita non prima di aver trasmesso la sua malvagità al
nipote. Non mancano momenti di sicura tensione, ma purtroppo sono tutti
concentrati nell’ultima parte, mentre all’inizio si fa più di uno
sbadiglio.
Il secondo racconto
è una parabola delirante sulla contagiosità della pazzia, con momenti
tanto interessanti quanto deliranti. Il racconto è ben calibrato, ma
qualche pagina in meno anche qui non avrebbe guastato.
“La Nebbia”, invece,
è una novella di lunghezza superiore alle 120 pagine che si segnala tra
i migliori racconti di King. L’opera presenta gustose similitudini con
il romanzo “La Terra dell’Eterna Notte” di W.H.Hodgson (si
sostituisce alla notte la nebbia, ma si lascia pressoché inalterata la
presenza di mostri sconosciuti che si nascondono nell’indefinito pronti
ad aggredire i protagonisti) e “La Notte dei morti viventi” (si
sostituiscono gli zombi con dei mostri provenienti da un’altra
dimensione; i cittadini si asserragliano all’interno di un
supermercato). Peccato per l’eccessiva caratterizzazione dei personaggi
(con sortite da teen-movie che si sarebbero potute omettere a vantaggio
di un’atmosfera più “occulta”) e per un finale che tale non può
definirsi.
Come in “A volte
ritornano”, non mancano racconti sci-fi. Ancora una volta, tali pezzi si
rivelano tra i migliori dell’antologia. Si tratta de “Il Viaggio”
e “Il word processor degli dei”. Nel primo caso, durante un
teletrasporto, un bambino troppo curioso non si attiene alle istruzioni
ricevute e finisce col pagare con la pazzia la sua vivacità. Si tratta,
senza ombra di dubbio, di uno dei racconti più agghiaccianti
dell’antologia, capace di tenere incollati alla poltrona sino al suo
termine.
“Word processor”
propone un soggetto affascinante, più classico del precedente, che ruota
attorno a un processore capace di materializzare ciò che l’utente batte
con la tastiera. Insomma, un racconto di pura science fiction, come
piacerebbe agli amanti del genere.
Vi è poi un terzo
elaborato sci-fi, intitolato “Sabbiature”, che pur godendo di
qualche buono spunto e più di una contaminazione orrorifica (sabbia
dotata di intelligenza), non va oltre alla sufficienza.
Tra gli altri pezzi
presenti, meritano una menzione l’onirico e in parte lovecraftiano “La
Scorciatoia della signora Todd”, il grottesco ma prevedibile “L’arte
di sopravvivere” e un paio di storie di orrore puro – senza
strizzare troppo l’occhiolino ai teenagers – come “L’uomo che non
voleva stringere la mano” e “L’Immagine della Falciatrice”.
Abbastanza fiacca la
restante metà delle opere, con racconti horror adatti a un pubblico
adolescenziale (“La scimmia”, “La Zattera”, “Il camion
di zio Otto”) e un più cospicuo numero di elaborati tendenti al
mediocre - molti dei quali, peraltro, tutt’altro che appartenenti al
genere fantastico.
Nel complesso una
raccolta con due/tre gioiellini, un pugno di racconti interessanti e
molti da dimenticare. Del resto non è un caso – considerando anche
l’autore con cui si ha a che fare - che solo un paio di racconti siano
stati trasposti sul grande schermo (“La nonna” e “La nebbia”), segno
evidente che in pochi hanno creduto sulla potenzialità dei pezzi.
Probabilmente, la
peggiore antologia di Stephen King. Vale comunque l’acquisto. Voto: 6.5
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Recensione a cura di
(Matteo Mancini)
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