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VELENO

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Autore: AA.
VV.
Casa editrice:
Edizioni Il Foglio
Pagine: 171
Prezzo: 15.00
euro
RECENSIONE
Uscita
nell’aprile del 2009, “Veleno” è l’ultima - in ordine di uscita -
antologia collettiva della collana “fantastico e altri orrori”
curata da Vincenzo Spasaro ed edita dalle Edizioni il Foglio.
Da un punto di
vista generale, l’opera è composta da dieci racconti piuttosto brevi (si
va dalle 10 pagine di “Babysitter” alle 32 di “Perché i topi
non tornano”) e anche fin troppo variegati tra loro, sia per
tematiche che per stili narrativi. Mi preme soprattutto soffermarmi su
questo aspetto. Dalla lettura dei vari testi, sembra emergere
un’intenzione iniziale di dar vita a un raccolta pulp dalle
contaminazioni (porno) erotiche, poi “abortita”, seppur parzialmente,
con l’introduzione di storie di stampo classico che poco hanno in comune
con il primo blocco di racconti. Questo, come si può facilmente intuire,
non offre un quid al testo, piuttosto fa emergere una confusione
resa ancor più evidente dall’anello che dovrebbe legare tutti i
racconti: il veleno.
Spasaro,
infatti, anticipa ogni racconto con l’inserimento di piccole frasi che
vedono il veleno (naturale o animale) come protagonista, senza poi che
questo abbia alcuna incidenza (neppure metaforica) sui singoli racconti.
Ci sono anche
problemi di editing e di formattazione testo (vizi di solito sono
assenti negli altri libri della collana) sia per quanto concerne i
dialoghi (si mettono le lineette di chiusura dialogo anche quando non
occorrono) che per la presenza di refusi (il più comune è la “e” seguita
da apostrofo per rappresentare la “è” maiuscola). Sia chiaro, niente di
grave e comunque limitato a pochi casi, tuttavia è dovere farlo
presente.
Spese queste
considerazioni generali, veniamo allo specifico.
La raccolta si
apre con “Spirale” di Raffaele Serafini, autore conosciuto
in rete soprattutto per le sue recensioni irriverenti e spesso sopra le
righe. Il racconto è probabilmente il più “personale” (per lo stile) del
lotto e per questo merita attenzione (e pure una seconda rilettura). A
mio avviso, è un po’ troppo ridondante perché costruito quasi
interamente sulle sensazioni personali della protagonista, con
conseguente appesantimento dell’azione (limitata ad alcuni flashback e a
un epilogo finale descritto, bisogna dare atto, con grande maestria
onirica). Il soggetto ruota attorno all’incapacità di una ragazza di
raggiungere l’orgasmo e si snoda, lentamente, tra esperienze sessuali
poco gratificanti, fino a sconfinare in un finale bizzarro dalla forte
componente fantastico/metaforica. Poco convincente, sempre ad avviso del
recensore, la punteggiatura, discreti invece – da un punto di vista
stilistico - alcuni passaggi narrativi.
Dopo un testo
che potrebbe benissimo far parte di un volume pulp, si passa a un
elaborato, firmato dal campano Fabio Lastrucci, che “naviga” dalle parti
del noir. “Pozzanghere gelate”, questo il titolo della
storia, è un racconto scritto quasi per istantanee, incentrato sulla
figura di un serial killer braccato dai ricordi di un’infanzia soffocata
da un episodio violento che le ha impedito di sbocciare. È probabile che
una trattazione “spalmata” su più pagine avrebbe permesso di sfruttare
meglio il soggetto, in modo da rendere più coinvolgente la storia e
quindi più interessante la lettura.
Si prosegue
per la via del giallo-noir, seppure mascherato da horror, con “Dolci
Sogni” di Rossella Anelli. Qui siamo alle prese con un soggetto
piuttosto classico (violenze in famiglia), ma trattato con classe e
bravura dalla scrittrice. L’Anelli coinvolge dalla prima all’ultima
pagina e fa quello per cui è pagato uno scrittore di gialli: ribalta, a
poco a poco, il ruolo dei personaggi facendo cadere il marcio sugli
insospettati. A mio avviso, questo è uno dei migliori elaborati del
libro.
Con il quarto
racconto, “Ekaton” di Luca Barbieri (conosciuto per la
raccolta western “Five Fingers”, Ediz. Il Foglio), si piega nel
territorio del fantastico puro, un fantastico che mi ha fatto tornare in
mente la mia amata collana degli Urania. Nella fattispecie, si parla di
futuri alternativi generati dalle azioni del protagonista e interagenti
con il presente. Il lettore si troverà quindi alle prese con un
protagonista inseguito da degli alter ego da lui stesso creati, suo
malgrado, in conseguenza di scelte tra più comportamenti alternativi.
Credo che, anche in questo caso, uno sviluppo più ampio avrebbe
consentito di raggiungere un migliore risultato, anche perché il
soggetto è notevole.
Dopo tre
racconti scritti con stili, per così dire, convenzionali, si arriva a un
testo sperimentale, proposto da Lorenza Ghinelli (“Il Divoratore”,
Ediz. Il Foglio) e intitolato “Babysitter”. Qua ci
imbattiamo con una marea di topi che imperversano in uno scantinato e
che saranno connessi a una serie di scomparse umane. Il testo, come
anticipato, si sviluppa con un taglio (via di mezzo tra una
sceneggiatura e un testo di prosa) che rischia di non convincere né gli
amanti del racconto classico (quello dei primi del ‘900 per intenderci)
né quelli del “commerciale”.
Buoni alcuni
passaggi ad alto coefficiente macabro.
Ed eccoci
giunti al giro di boa, con quello che ritengo il migliore prodotto del
gruppo, cioè “La Farfalla” del prolifico Giovanni Buzi. Il
Clive Barker dell’underground italiano, come mi piace definirlo, sforna
un pezzo pulp che ha il suo inconfondibile marchio di fabbrica:
l’atmosfera malata e quella capacità di trasportare il lettore verso un
diabolico finale proiettato nel fantastico onirico.
A farla da
padroni, sono due ricchi possidenti intenti ad adescare prostitute; il
loro fine è quello di metterle a disposizione di una creatura in fase di
evoluzione fisica.
Si prosegue
per la via del pulp erotico con Elena Vesnaver e il suo “Il mio
cuore è nero”. La Vesnaver è una scrittrice apprezzata nel
panorama undergorund e, anche qui, dimostra un’indubbia padronanza
linguistica; la storia che presenta, tuttavia, non brilla per
originalità e anche il lessico utilizzato non si caratterizza per
un’impronta personale (ovviamente è un mio parere). La trama, davvero
torbida e violenta, parla di un amore sadomasochista tra un uomo e una
donna, con il primo che trae soddisfazione erotica solo nell’infliggere
lesioni alla seconda. Finale drammatico, ma non troppo prevedibile.
Non poteva
mancare il padrone di casa e cioè l’amico Gordiano Lupi (titolare della
casa editrice e autore di numerosissimi testi, dalla saggistica alla
narrativa). Devo però dire che in questo volume non viene proposto uno
dei suoi migliori cavalli di battaglia, bensì un onesto giallo
mascherato da horror dal titolo “La villa dei lamenti”;
peraltro, per l’occasione, il testo è stato reso più coinvolgente
dall’editing di Spasaro rispetto alla versione originale (che potrete
leggere in “Cattive storie di provincia”).
Penultimo
racconto è quello di Maurizio Cometto, una delle promesse della scuderia
de l’Edizioni Il Foglio, con il suo “Via da Magniverde”.
Si tratta di una storia fantastica che racconta, in chiave metaforica e
pessimista, il passaggio dall’infanzia alla maturazione. Ritmo
sollecito, sviluppo brillante. Si lascia leggere con piacere.
Il volume si
chiude, così come era iniziato, con una “bizzarria pulp”: “Perché
i topi non tornano”, per la firma di Marco Crescimbeni. L’autore
propone una sorta di “Re-Animator”, ma in una salsa molto più grottesca
e ironica, senza disdegnare passaggi macabri e incursioni nel porno. Il
racconto è senz’altro spassoso, ma, secondo me, tende a voler mettere
troppa carne al fuoco e fare un bel concentrato di tutto e un po’; a
ogni buon conto, è uno dei racconti più spensierati e irriverenti
dell’antologia.
Due parole per
concludere. Direi che “Veleno” è un libro che si legge bene e che
annovera varie storie che non si lasceranno dimenticare facilmente, ma
che non è esente da vizi (alcuni eliminabili con un’ipotetica seconda
edizione) e che è privo di una matrice unitaria. Voto: 6.5
Commento a cura di Matteo Mancini
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