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La
preghiera do Ffrankenstein

In una cupa notte di novembre, come all’inizio di tutta la storia, in
un’antica dimora patrizia, in una terra di foreste oscure, di laghi
profondi e di montagne scoscese.
Siamo
di nuovo
uno di
fronte all’altro:
la
creatura e il suo creatore,
il
figlio e suo padre,
Frankenstein e il dottor Victor.
Questa
è l’ultima volta.
Forse.
O la
prima di molte altre.
Nessuno lo potrà mai sapere.
Tu!
Che mi
amavi così tanto
da
donarmi la vita…
Guardami!
Ho una
pelle grinzosa e giallastra,
che
nasconde appena muscoli e arterie,
folti
capelli d’un nero lucido,
occhi
acquosi d’un pallore terreo,
labbra
scure e diritte,
e
denti di un bianco perlaceo.
Tu!
Che mi
hai dato
un
corpo che non mi appartiene,
delle
mani che hanno
commesso delitti orrendi,
un
cuore di pietra che li ha concepiti,
una
mente crudele ossessionata
da
terribili pensieri.
Tu!
Che
come me
sei un
essere finito,
dominato dalla follia,
dalla
paura,
dall’orrore,
la
vita ridotta ad un lungo,
interminabile incubo.
Tu!
Che
sei il mio ideatore,
il mio
creatore,
il mio
genitore.
Ascoltami!
Non
voglio più vedere
il
sole e le stelle,
non
voglio più sentire
il
vento soffiare sulla pelle.
Se mi
ami veramente
e se
non sei
un
mostro,
un
demone,
un
assassino,
io,
ora, ti prego,
ti
scongiuro,
ti
supplico
di una
sola, unica cosa:
dammi
la morte.
Poesia di
Giancarlo
Ferraris
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