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SOGNIHORROR.COM
PRESENTA

ERA INIZIATO COSI'...
"In un mondo in cui i morti ritornano in vita, la parola "problema"
perde molto del suo significato".
Questa era la frase
celebre di uno dei tanti film di George Romero, il cosiddetto papà degli
zombi.
Ebbene, quel giorno,
Lorenzo non avrebbe mai immaginato che si sarebbe trovato nella
situazione reale di doverla pronunciare.
Il morto vivente lo
fissava come se fosse incerto su quello che stava guardando.
Il ragazzo prese a
indietreggiare prudentemente, ma "lui", lo seguiva camminando
lentamente, con le braccia protese in avanti. Ad ogni singolo passo
tentava di afferrarlo.
Lo zombi spalancava
la bocca e Lorenzo riusciva così a vedere quegli schifosi denti marci.
Bramavano la sua
carne, il suo sangue!
In mano al panico e
alla disperazione, il giovane imboccava distrattamente quella che per
lui sarebbe stata una trappola senza via d'uscita.
Aveva imboccato un
vicolo cieco!
Dinanzi a lui c'era
un muro alto più di tre metri. Nessun appiglio per cercare di
scavalcarlo.
Ai suoi lati, pareti
ciclopiche si innalzavano verso il cielo, richiudendosi in un'ombra
malefica.
Solo la pallida luna
garantiva un minima illuminazione, quasi fosse la fiamma ardente di un
fuoco fatuo nella nebbia.
Lo zombi arrivava
lentamente all'ingresso della via e, alle sue spalle, un'orda svariata
di suoi simili lo seguivano.
Improvvisamente, una
luce abbagliante alle spalle dei ritornanti esplose.
D'istinto, il
giovane si sdraiava a terra, proteggendosi volto e corpo come meglio
poteva, mentre un turbinio di colpi d'arma da fuoco squartavano i corpi
deformi di quegli aborti tornati a camminare.
Teste e organi si
dilaniavano attorno al corpo del ragazzo.
Uno dei volti caduti
accanto a Lorenzo continuava a muovere la bocce. Nonostante fosse privo
del resto del corpo, intendeva comunque mordere carne viva.
Poi, un'ultima
raffica, insistente, distruttiva dettava il silenzio che sarebbe regnato di li a poco.
Un fumo si levava
verso la luna, mentre un odore acre di polvere da sparo e sangue
stagnava nell'aria.
Una mano, che
indossava un guanto in pelle si avvicinava al volto di Lorenzo e una
voce diceva:
- Vieni con noi, se
vuoi restare vivo!
(Emanuele Mattana)
***
“Va bene, così?”
Lorenzo, il foglio tremante nelle mani, rilesse nuovamente il documento,
incapace di credere alla realtà. Niente più lacrime, niente più
esitazioni. Era la guerra più assurda a cui avesse mai partecipato, ma
ormai era in gioco. Il colonnello lo rimirò dalle lenti spesse e unte
dei suoi occhiali, impaziente e maleodorante. Il fumo della sua
nazionale si era sparso per il sotterraneo e per Lorenzo, quella, era
una situazione da incubo infernale. Come era stato possibile? Il minuto
prima a ridere davanti a una birra, il minuto dopo a scappare da
creature impossibili, per la salvezza...
“C... Credo di si. Ancora, però, non ho capito per quale motivo dobbiamo
documentare le nostre “disavventure” come se fossero rapporti di
polizia...”
Il colonnello Tocci sbuffò una ricca boccata di fumo e si tirò a sedere
meglio, sulla sua sedia di legno pieghevole.
“Ragazzo, capisco che sei sconvolto, ma non fare la parte dello stupido,
ti prego. Abbiamo talmente tanti di quei cazzi a cui pensare, che ci
manca dover fare da balia a un mocciosetto. Se Porti ti ha mandato in
questo distaccamento è perché, evidentemente, pensava fossi “pronto” Non
lo far ricredere, per cortesia! Te lo spiego adesso e vedi di seguirmi
bene, perché non ci sarà una seconda lezioncina di classe. Ok?”
Lorenzo, lo sguardo vitreo dalla confusione, annuì riverente, mentre un
accesso di tosse gli sconquassava il petto. Non aveva mai fumato in vita
sua e ora stava assumendo gli arretrati. In un'altra situazione, gli
avrebbe fatto ingoiare quello schifo di nazionale. Ma ora aveva bisogno,
come il pane, di quell uomo e non avrebbe mai peccato di
insubordinazione finché gli fosse risultato utile alla sua
sopravvivenza... Mai!
“Bene, ragazzo. Come avrai compreso, qui non ci troviamo nella tua bella
città, con l'uniforme stirata e profumata di pulito, lavata da mamma...
Qui è l'inferno vero e se non ci diamo una mossa in poco meno di sei
mesi, questi stronzi di morti ci seppelliscono vivi a tutti! Ma hai
visto che cosa sono in grado di fare? E non finiscono mai! Se prima non
gli rifilavamo quei pallottoloni da elefante, tu adesso stavi schierato
con loro... Quindi... Dobbiamo escogitare un modo per debellare questa
schifo di epidemia, e alla svelta. Non mi va di puzzare di marcio per
l'eternità. I documenti che stiamo stilando saranno tutti indirizzati al
centro operativo di Roma. Loro sapranno ciò che fare di tutte queste
informazioni... Almeno spero... Comunque sono questi gli ordini. Adesso,
se hai finito, firma e vattene a dormire. Servono molte energie per
stanare quei porci e ne servono di più per sterminarli. Tutto chiaro?”
Gli occhi, neri e acquosi, del colonnello, lo scrutarono dall'alto in
basso. Stava aspettando una risposta.
“Si, chiaro.” Non era chiaro nulla, ma era uguale... In un mondo dove i
morti ritornano in vita, la parola problema perde molto del suo
significato...
(Federica
D'Ascani)
***
Non riuscì a
riposare bene quella notte. I rumori dei fucili e dei cannoni delle
squadre d'assalto erano molto forti e gli impedivano di rilassarsi. Nei
rari momenti di sonno, creature mostruose venivano a tormentarlo.
L'incubo aveva sempre lo stesso scenario: un lungo corridoio dal
pavimento e dalle pareti di pietra, urla strazianti lungo il percorso e
alla fine una porta enorme, simile a quella dei castelli medievali. A
guardia vi erano delle bestie schifose, basse, dal ventre enorme e dalla
pelle squamosa. La testa era simile a quella dei gargoyle delle chiese
gotiche, gli occhi gialli e senza pupille, la bocca spalancata senza
denti, ma con un'enorme lama e piena di bava. Le mani e i piedi deformi,
al posto delle unghie lunghi artigli affilati come spade.
Tutti schierati, pronti a morire pur di non farlo passare. Poi quel
verso disumano provenire al di là della porta; questa che si apriva, le
bestie che fuggivano terrorizzate e dietro di loro l'incubo: quella
massa di tentacoli enorme, senza fine che avanzava lentamente, libero di
agire dopo la prigionia. E insieme a lui la paura, la disperazione e il
risveglio.
Fu così che trascorse la notte di Lorenzo.
Al mattino dopo, la prima faccia che incontrò uscendo dalla sua tenda fu
quella del colonnello Tocci.
“Allora ragazzo, dormito bene?”.
Lorenzo lo guardò senza pronunciare parola.
“Caspita ragazzo, hai un aspetto schifoso. Sembra che tu abbia visto un
esercito di zombi.”
“Peggio!”
“Peggio? Dopo l'avventura di ieri c'è ancora qualcosa che può turbarti
così?”
Lorenzo non sapeva se parlare o meno dei suoi incubi. Con tutti i
problemi che vi erano, sicuramente il suo caso sarebbe stato catalogato
come gli incubi di uno smidollato e non aveva voglia di passare per uno
senza palle. Tuttavia sentiva il bisogno di sfogarsi, perché era certo
che prima o poi quel segreto lo avrebbe condotto alla pazzia se non lo
avesse condiviso con qualcuno.
Il colonnello ascoltò ogni singola sillaba senza interromperlo. Lorenzo
lo osservava attentamente.
“Non mi crede?”
Silenzio.
“Non mi sono inventato nulla! È la verità!”
“Sei sicuro?”
“Certo!”
“Saresti disposto a ripeterlo anche ad altri?”
Perché quella domanda?
“Colonnello, io...”
“Saresti disposto?”
“S-sì!”
“Allora vieni con me!”
Lo prese per il braccio e lo trascinò via...
(Nanny
Ranz)
ORA TOCCA A VOI, CONTINUARE...!
SIETE VOI I PADRONI DEL DESTINO
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