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REGOLAMENTO

 

 

 

 

 

L’ORDINE ESOTERICO DI IMARNA

 

Svuota la mente: sii forma; indefinito, come l’acqua. Se metti l’acqua in una tazza, diventa la tazza. Se metti l’acqua in una teiera, diventa la teiera. L’acqua può scorrere, strisciare, gocciolare o spaccare. Sii acqua, amico mio. “Bruce Lee”


 

Era prono sul parquet. Gli occhi lucidi, una fitta martellante nelle tempie. Attorno a lui, spire di testi sacri si ergevano fino al soffitto, come gironi di una bolgia infernale.

Il sangue gli colava sulla pelle, formando sinuose scie sulla tonaca.

A denti stretti, cercava di resistere agli spasimi che gli attanagliavano i centri nervosi. Non poteva sfogare il dolore, no… sarebbe stata la fine.

Così si morse le labbra e strisciò, con le dita protese sul pavimento e il respiro affannato.

Ancora pochi metri e avrebbe fatto leva sul tavolo che occupava il centro della sala. Lo sforzo era immane, ma doveva perseverare: era il custode di volumi segreti sfuggiti dalle grinfie dell’Inquisizione.

Con un ultimo dispendio di energie, conquistò la posizione eretta.

Le braccia gli tremavano, le ginocchia stentavano a sorreggerlo. Aprì le palpebre e… un fremito gli frustò il volto. Le labbra assunsero una piega di orrore, mentre con il pollice e l’indice avvinghiò il crocefisso che gli penzolava sul petto.

“No… non è vero!” sussurrò.

Di fronte a lui, c’era una sagoma avvolta da un’aurea fluorescente. Gli dava le spalle, coperta da una mantellina diafana. Il capo inclinato in basso, gli arti dinoccolati distesi in avanti. Bisbigliava versi incomprensibili, con un idioma antico che non era né latino né ebraico.

 

* * *

 

“È la cosa giusta da fare” ripeteva a se stesso il dottor Mangone, affondando nella sabbia fino ai malleoli. Il sole batteva da un cielo sgombro di nubi, occhieggiando sul Tirreno.

Sulla risacca, un individuo vestito di nero agitava una canna, richiamando la lenza col mulinello.

“Luc Falconetti?” urlò il dottore.

“Zzz” fece l’altro, portandosi un dito sulla bocca. “Me li spaventa.”

“Mi scusi… sto cercando il detective. Mi hanno detto che avrei potuto trovarlo qua.”

“Le hanno detto bene” annuì Falconetti. “Qual è il problema, signor…”.

“Mangone… sono qui per offrirle un incarico.”

Falconetti sfilò, da sopra l’orecchio, una Lucky Strike.

            “Immagino che avrà sentito parlare della scomparsa di Don Fresi?”    

“Don Fresi? No… se non per lavoro, non leggo i quotidiani né seguo i telegiornali” sorrise il giovane. “Danno l’illusione di informare su come vada il mondo, quando in realtà ignorano ciò che più dovrebbe interessare.”

“Beh…” tagliò corto Mangone, volgendosi su ogni lato. “Detto tra noi, siamo convinti che il prete sia stato assassinato. Nel sottosuolo dell’Abbazia, il sangue era dappertutto”

            “Assassinato”  lo interruppe Falconetti, scuotendo la cenere. “Perché non si rivolge alla polizia?”

“Polizia? No, non possiamo. Vede, l’assassino ha rubato un libro di cui l’umanità ignora l’esistenza. Un testo particolare, intitolato il De Innominabiis, che potrebbe sconvolgere l’ordine.”

“Sconvolgere l’ordine?” proruppe il detective.

L’altro fece finta di non sentire e artigliò da un taschino un assegno.

“Questo è quanto gli mette a disposizione chi rappresento.”

“Chi lei rappresenta, eh?”

“Ritrovi il libro e la cifra sarà triplicata. Non deve sapere altro.”

Falconetti prese il titolo tra le dita e strizzò le palpebre.

“Interessante, ma gli indizi mi paiono pochi” precisò, avvolto da una nuvola plumbea.

“Naturalmente ha ragione, devo ancora mostrarle questo” gracchiò Mangone, prelevando dalla giacca una busta di nylon.   “L’ha perso il killer sulla scena del delitto.”

Falconetti restò pietrificato. Nel palmo dell’uomo c’era un amuleto discoidale, raffigurante un sole nero dai raggi d’oro zecchino.

Il simbolo gli rammentava qualcosa che aveva sepolto in un angolo della mente. Qualcosa di sinistro. 

“Beh, accetta la proposta?”

 

* * *

 

Tra gli scaffali della biblioteca universitaria, Falconetti cercava risposte alla sete di conoscenza che l’ossessionava. L’ignoto era la sua specializzazione, da quando – alcuni anni prima - aveva sentito sibilare dei demoni imprigionati in un cimitero fiorentino. Esseri deformi che si celavano nei sepolcri, ragliando versi irriproducibili. Poi c’era stato il vuoto o forse la pazzia.

Falconetti aveva rimosso brandelli di vita, ma conservava il ricordo dei giorni trascorsi nella clinica psichiatrica sede del suo ricovero.

“È tutto il frutto di uno shock traumatico” gli ripeteva il primario, tra una seduta e l’altra. “I suoi ricordi non sono reali: sono distorti, ingannevoli.”

Lo strizzacervelli però non riuscì a convincere Falconetti. Appena uscito dal Careggi, il detective iniziò a raccontare storie che sembravano deliri partoriti dalle cellule grigie di un fumatore d’oppio. Nessuno lo prese sul serio e non c’era da stupirsene. Ma al Falco, così lo chiamavano gli amici, non importava. Sapeva che la verità è uno spettro difficile da accettare, specie per chi è incatenato ai dogmi del comune vivere.

Le sue dita, ora, affondavano nella polvere. In strati più o meno spessi che velavano i volumi più insondabili. Testi, scritti in un latino che riusciva a stento a decifrare, nelle cui fitte righe si celavano misteri tramandati da epoche evaporate nell’oblio.

Dopo ore di fatica, ogni sforzo venne ricompensato. Adiacente a una illustrazione, vide il marchio che stava cercando: lo stemma  dell’Ordine Esoterico di Imarna.

Una setta dichiarata estinta da millenni, da quando il loro testo sacro era andato disperso nel corso di una repressione condotta da centurioni romani. Non era dato sapere quale fosse stato il motivo della spedizione, ma si narrava di mostri tentacolari sorpresi in rapporti promiscui con gli abitanti della cittadina. Il titolo del testo era stato censurato.

Il detective appuntò i dati su un taccuino, quindi si massaggiò le ciglia. Fu allora che scorse, poggiato a una balaustra, un individuo incravattato. L’uomo, appena si rese conto di esser stato avvistato, si allontanò furtivamente, mostrando un certo imbarazzo.

 

* * *

 

“Le assicuro che lo recupereremo!” convenne Mangone, parlando al telefono. “Nessuno, meglio di Falconetti, può...”

“Lo spero per lei” tuonò, dall’altra parte, una voce dall’accento straniero. “Se dovesse fallire… sarebbe la fine di tutti gli sforzi. Sarebbero i giorni della Bestia! Capisce?”

“Che il Signore possa illuminarci con la sua…” Mangone troncò la frase: l’uomo dalla voce straniera aveva cessato la comunicazione.

            “Fanatismo…” bofonchiò, prima di estrarre dai pantaloni l’ennesimo cellulare squillante. Il dottore osservò il display, dopo rispose.

“Novità?”

 

* * *

 

Il volume storico diceva che Imarna era un antica cittadina etrusca eretta sulla costa settentrionale della Toscana. Eppure sulla cartina non comparivano località con tale nome. Ne era sicuro Falconetti che, poggiato al cofano della sua utilitaria, aveva passato in rassegna ogni centimetro della costa.

Non gli restava che chiamare il cliente e avvisarlo dell’impossibilità di procedere. Afferrò la rubrica, mollandola subito. Gli occhi gli caddero su un trafiletto di una testata locale che svolazzava sull’asfalto. Raccolse il brandello di carta e ne lesse il titolo: “Pescatore di Retirnia aggredito da prosaiche figure sugli scogli della città fantasma”. Seguiva una breve cronaca, ma al detective non importava: forse aveva la risposta che cercava.  

 

* * *

Il bar “La Terrazza” di Retirnia era deserto, Falconetti ne fu sollevato. Sospinse la porta e varcò l’ingresso.

Un barista, con un pizzo rossiccio, puliva il banco.

“Buon giorno” lo salutò il detective, ammirando le paste inzuccherate riposte in vetrina.  “Lei è il signor Bui?” chiese.

“Da sessant’anni, signore” canticchiò l’altro. “Cosa le servo?”

“Un caffè” sorrise il Falco.

“Ho letto della sua avventura a…” continuò. “Insomma, che strada devo prendere per raggiungere la città fantasma?”

Il volto del commerciante si tramutò in una maschera di terrore e per poco non fece cadere la tazzina.

“Lasci perdere!” grugnì, serrando il pugno. “È un posto maledetto. Neppure i carabinieri ci vanno e anche i pescatori hanno abbandonato le acque che lo costeggiano.”

“Abbandonato?”

“Già” scrollò il capo il barista. “Il mare da quelle parti è sempre stato pescoso, ma da circa un mese si sono verificati strani fenomeni.”

“Che tipo di fenomeni?” sussurrò Falconetti, sporgendosi sul bancone.

“Barche affondate; fiaccole accese nelle notti di luna piena; uomini in tuniche marroni che pregano in lingue misteriose; berci che echeggiano oltre la risacca… La città ha ripreso vita! Dia ascolto: non ci vada.”

 

* * *

            L’individuo con la cravatta era a bordo di una Mercedes e osservava, preoccupato, le nubi che montavano da ponente.

            Le dita gli tambureggiavano sul volante, mentre la mano destra serrava il cambio.

            “Quanto cazzo ci sta?” mormorò, puntando l’uscita del locale.

            Dopo alcuni secondi, una porta a vetri si aprì ed emerse Falconetti. Stava scrivendo qualcosa su un taccuino, poi, alzò lo sguardo e lo vide.

            La Mercedes sgommò via, a tutta velocità.

 

* * *

“Chi la sta seguendo?” domandò Mangone.

“Un tipo calvo. Veste classico e ha una berlina nera” rispose Falconetti, mentre la sua auto divorava l’asfalto. “Ne sa niente?”

“E perché dovrei? Piuttosto, lei dove si trova?”

            “Su una buona pista, non si preoccupi. Adesso la lascio, sarà mia cura contattarla”

            “Aspetti…” implorò la voce del dottore, prima di essere ingoiata dal silenzio.

Il detective aveva riposto il cellulare. Retirnia, ormai, era alle spalle e il paese successivo, stando a quanto gli aveva detto il barista, sarebbe potuto essere Imarna.

La strada, se così si poteva definire, era fiancheggiata da una vegetazione prosperosa e diveniva, via via, sempre più sconnessa, fino a trasformarsi in un viottolo ghiaioso rampicante in salita.

Il detective fu costretto a parcheggiare l’utilitaria. Dal cruscotto, sfilò una Colt Python e se la pose fra la cinghia dei pantaloni. Quindi si avviò a piedi.

A occidente, oltre i fitti arbusti, signoreggiava il Tirreno. Il Falco non poteva vederlo, ma ne sentiva il canto e ne inalava l’aroma.

Camminò per svariati minuti, poi, dalla penombra filtrò un bagliore… Affrettò il passo, bramoso di gettare lo sguardo nel mistero. Si inerpicò con le mani, sbuffando per la fatica. Infine, si affacciò dal crinale.

A valle torreggiava un agglomerato di stabili, testimoni di epoche assopitesi nella desolazione.

Le abitazioni erano disposte in blocchi, l’uno separato dagli altri da vicoli di pavé che si snodavano in un sali scendi di scalinate.

La sagoma bluastra di una catena montuosa, in lontananza, faceva da sfondo alla visione svettando su un mare ridotto in una bolgia gorgogliante. Le acque in tempesta sbattevano - in una bruma di spruzzi e di schiuma – su una fila di scogli allineati lungo la costa, disgregandosi in una pioggia salmastra.

Sopra a tutto, nuvole minacciose celavano il firmamento, avvolgendo l’intera cittadina in uno spettrale grigiore.

“Ecco, dunque, la leggendaria Imarna” sussurrò il detective, ammirando quello che sembrava esser un quadro di un pittore impazzito.

 

* * *

“Il sapere deve esser mantenuto in schemi prefissati, questo è il nostro compito! Ogni attacco alle tradizioni deve esser stroncato, non possiamo rischiare di esser estromessi dal ruolo di guida del gregge” tuonò al telefono la voce dall’accento straniero.

“Ma perché distruggerlo?  sarebbe…”

“Faccia eseguire ciò che le ho ordinato, Mangone. L’umanità non deve avere arbitrio.”

 

* * *

Falconetti era inquieto. Sentiva di trovarsi vicino a una verità che lo seduceva più del compenso che gli era stato offerto.

Il dedalo di viottoli era a poche centinaia di metri. Gli edifici apparivano imperiosi, quasi accalcati l’uno sull’altro. La loro architettura era delirante, il loro stato vetusto. I muri erano costituiti da mattoni di scura colorazione, per lo più consumati dal sale e dal muschio. Le finestre parevano occhi diabolici sbarrati da persiane fatiscenti. Non filtrava luce. Tutto appariva tetro, imperscrutabile.

            Il detective salì la prima serie di gradini e penetrò nell’incubo, sperduto tra costruzioni arcaiche.

Un tuono frantumò la quiete, imitato dal ticchettio della pioggia che principiò a precipitare.

            Fradicio da capo a piedi, Falconetti scrutava ogni centimetro, alla caccia di indizi.

Le vie davano l’impressione di esser state spazzate. Erano prive di calcinacci, anche se dei residui organici erano disseminati negli angoli più acuti. Erano lembi di una pelle flaccida, che emanava un olezzo di pesce avariato.

Giunto nel centro del paese, il detective fu attratto da una statua posta su una piazzola sopraelevata. La scultura era coperta da un velo di muschio e trasudava per la pioggia battente. Il Falco si avvicinò e ne scacciò lo strato vegetale.

            Il manufatto ritraeva un uomo. Nel pugno stringeva un rasoio, la cui lama gli lacerava il volto. Un secondo soggetto, avvolto da un saio, era appostato davanti al primo. Teneva un vassoio circolare inclinato in direzione dell’altro. La particolarità dell’opera stava proprio in quest’ultimo dettaglio. Il tipo con il rasoio si specchiava nel vassoio, ma il volto riflesso era diverso da quello reale. Sotto le ferite che ne corrompevano i lineamenti, vi erano scaglie e tumori simili a croste putrescenti. Inoltre, una lingua tumefatta e bovina penzolava dalle labbra frastagliate.

            Il detective soffermò l’attenzione sulle dita del tipo che teneva lo specchio. Più che dita sembravano ventose poste su un arto dinoccolato. Falconetti stava meditando proprio su quest’ultimo aspetto, quando un rumore lo distrasse.

            Si voltò di scatto, rimanendo per un attimo interdetto. Avviluppato da una coperta marrone e protetto da un cappuccio calato sulla testa, c’era un vecchio. Procedeva poggiandosi su un bastone.

“Ehi, lei” azzardò il detective. Lo sconosciuto non lo degnò di uno sguardo e proseguì con la sua andatura claudicante. Il Falco lo seguì, poi, svoltato un angolo, vide qualcosa che gli fece allargare un sorriso.

Tra i tetti millenari si ergeva un campanile. La struttura spiccava sull’intera cittadina ed era rimasta invisibile solo per la particolare conformazione del villaggio e per le sue profonde depressioni.

Il cielo tornò a rombare.

“Maledetti tuoni” bofonchiò il detective, salendo l’ennesima rampa.

 

* * *

Quando il portale del tempio si dischiuse, un intenso bagliore si diffuse nella navata. Fu una fiammata, che si spense nel tenue ardere delle candele.

Di lato, una fila di panche era occupata da un gruppo di fedeli ricurvi in meditazione.

Al centro, invece, un tappeto rosso conduceva all’altare, dietro al quale il segno di una grande croce, sovrastato da un imponente sole nero dai raggi dorati, macchiava l’inverniciatura della parete. 

Il Falco, tenendo una mano sul calcio della Colt, avanzò con circospezione..

Sul leggio c’era un libro, non aveva dubbi. Superò i quattro gradini che lo separavano dalla meta e scrutò il testo.

Le pagine, in parte divorate dagli anni, erano ingiallite e riportavano parole probabilmente di derivazione etrusca. Il colore dei caratteri era vermiglio.

“Giusta intuizione, detective” echeggiò una voce.

            Falconetti si controllò attorno. I fedeli continuavano a contemplare il selciato e a tenere le maniche del saio congiunte tra loro.

            “Chi ha…” abbozzò il Falco.

            Dei passi rimbombarono alla sua sinistra, finché un tipo in tunica bianca emerse dall’ombra. Indossava una maschera, da cui sfuggivano solo occhi e labbra. Il tessuto era attillato al volto e non raffigurava alcunché.

“È proprio lui, il De Innominabilis” annuì l’individuo, incurvando la testa verso il leggio. “Disperso per secoli, e tornato nella sua dimora.”

“Coma fa a sapere chi sono?” chiese Falconetti.

“Osservi là, sopra a dove un tempo era imposto il marchio dei ciechi” gli rispose l’altro, indicando con l’indice il sole nero. “Non le dice niente?”

Il Falco si soffermò sull’emblema. Da un cassetto della memoria gli riemerse un ricordo confuso, quasi cancellato. Era l’immagine di un amuleto che danzava sotto le mammelle di un donna. Le visioni si fecero più forti e tutto fu chiaro: il cimitero fiorentino, la serpe che nasce dal ventre della donna, i mostri, infine gli elicotteri che portarono fiamme e sterminio…

“Adesso ricorda, vero?” ridacchiò la specie di monaco.

Falconetti era smarrito in un passato che gli era stato rubato dagli strizzacervelli.

“Il sole è l’occhio che scruta l’occulto, alla ricerca della conoscenza” proseguì l’uomo mascherato. “Dovrebbe essere incandescente, visto che solo una cosa in questa esistenza è certa. Invece, solo pochi raggi sfuggono dall’eclisse.”

“Ma che sta dicendo?” borbottò il Falco.

“Il De Innominabilis apre le porte dei numerosi livelli cosmici. Spazi governati da regole diverse, cui si accede in base all’esperienza sviluppata nei sistemi precedenti. Qui, intorno a noi, vivono fratelli ritornati dal mare delle tenebre ovvero dal luogo della meditazione e della solitudine. Spiriti che non insegnano verità predefinite, ma che spingono il saggio a esplorare se stesso per liberarlo dalle limitazioni dettate dalla società. Il corpo diventa decrepito e muore; l’anima resta, ma solo se modellata sulla logica vince la putrefazione.”

“Cristo, avete ucciso per il libro!” urlò Falconetti.

“Ne è sicuro?” domandò l’uomo, introducendo un dito sotto la maschera. Il tessuto si allargò, flettendosi come un elastico. Con un movimento rapido, il monaco scagliò via il sudario che gli nascondeva il volto.

  Ciò che emerse non poteva definirsi una faccia. La pelle era stata scuoiata e il sangue sgorgava dalle piaghe della carne. L’uomo rise di gusto, piegando la schiena all’indietro.

“I fratelli mi hanno mostrato! Ero in errore quando cercavo la verità in un unico Dio, perché non guardavo nell’anima. Il bene e il male sono concetti relativi, l’essenza della vita è la capacità di adattarsi alle leggi che disciplinano l’universo e le dimensioni che vi si aprono. È l’universo il vero Dio, figliolo!”

“Lei non è Don Fresi…”

“I nomi e le apparenze non contano. Rigetta il culto delle forme e fuggi dal gregge” gracchiò il volto tumefatto, agitando l’indice. “Svincolati dai preconcetti, solo allora potrai adattarti agli infiniti livelli cosmici che ci circondano. Impara a essere come l’acqua…”

Un rumore esplose nella navata. Il portale centrale si spalancò. All’ingresso, l’uomo con la cravatta mise un colpo in canna al suo fucile. Un manipolo di soldati lo imitarono.

Il Falco avvertì un bruciore al petto, quindi stramazzò a terra.

 

* * *

 

“Distruggere?” rise Mangone, sfogliando le pagine del De Innominabilis. “I collezionisti lo pagheranno una fortuna.”

Il dottore aprì un borsone e vi inserì il volume. Il boato delle pale dell’elicottero gli ronzava nei timpani, mentre davanti a sé vedeva bruciare le case di Imarna. Alcune torce umane cadevano, rotolando sulle scalinate di pietra levigata. 

Accanto al dottore, sotto i finestrini del veicolo, vi era Falconetti. Una mano ammanettata a una maniglia, il sedativo ancora in circolo.

“Bel lavoro, Falco” ridacchiò Mangone, scrutando il detective. “Hai salvato il sistema dal caos e non potrai vantarti di averlo fatto: nessuno ti crederà…”

Sui finestrini correvano rigagnoli di pioggia.

Mangone estrasse una Marlboro e la picchiettò su un palmo. Stava per mettersela tra le labbra, quando con la coda degli occhi intravide un luccicore scivolare tra gli scogli, a circa cinquanta metri dalla riva.

 Si passò una mano sulla testa, scrollandosi l’acqua dai capelli. I vetri erano appannati, troppo appannati. Forse si era sbagliato… si, senza dubbio, pensò.

Strinse la sigaretta tra i denti e prese l’accendino. Fu allora che le acque si aprirono, sospinte da una forza che vi nuotava. La Marlboro cadde dalla bocca dell’uomo.

“Alzati, Al…” balbettò.

L’elicottero non decollò. Qualcosa era emerso dagli abissi, travolgendo le menti degli ottusi e ammaliando le speranze dei liberi.

Alcuni indigeni si prostrarono in segno di devozione, i soldati, per lo più, impazzirono. Vi fu persino chi si fece saltare le cervella, sotto la cappa di pesce marcio che discese sulla cittadina. Le fiamme furono piegate al volere dell’enorme massa tentacolare fuoriuscita dal Tirreno.

Quando Falconetti si destò dal torpore, il De Innominabilis era ancora li, in mezzo a una verità indelebile.

L'AUTORE DEL RACCONTO

 

Matteo Mancini

Matteo Mancini nasce a Pisa il 15.07.1981 e vive praticamente da sempre a Tirrenia (PI).

Laureatosi in giurisprudenza nell’ottobre del 2005 è attualmente impeganto nel compimento della pratica legale, in vista dell’esame per l’iscirizione all’albo degli avvocati.


Appasionato di criminologia nonché di cinema e letteratura di genere, trascorre molte ore in compagnia dei saggi dei vari Picozzi e De Luca,

alternandoli con letterature di intrattenimento firmate dai vari H.P. Lovecraft, E.A.Poe, ma anche da scrittori contemporanei come C.Lucarelli e C.Barker.

Inizia a scrivere partendo con la stesura di saggi di criminolgia, passando presto alla redazione di recensioni e commenti dei films visionati,

come dimostra il numeroso materiale pubblicato in giro per la rete sotto lo pseudonimo di giurista81. Si dedica, poi, alla stesura di mini sceneggiature,

per giungere, infine, nel dicembre 2006, dopo l’iscrizione al forum del sito www.latelanera.com, alla redazione del suo primo racconto.

Tra i migliori risultati raggiunti in ambito narrativo si segnala il terzo posto nel concorso “La Strategia della tensione”,

indetto dal quotidiano “Il Tirreno” con la collaborazione del duo Lucarelli-Bortolotti,

e la pubblicazione di un racconto fantascientifico nell’antologia “N.A.S.F.3 - Robot vs. Alien” curata dai gestori del sito www.nuoviautori.org.

 Collaboro col sito www.sognihorror.com in qualità di recensore delle pellicole horror.

Il mio indirizzo e-mail personale :goldenmancho@libero.it