Il sole donava i suoi ultimi respiri ad un letto
di sabbia. Sabbia zuppa di acqua salata. Sabbia satura di rosa. Gli ultimi
frammenti di luce giocavano con le onde creando riflessi rosei che ammorbidivano
gli spuntoni delle rocce incastonate nel mare. John stava osservando le onde, i
suoi occhi erano stati rapiti dall’orizzonte che affogava nel mare. Era rimasto
lì, incantato, come ipnotizzato dalla musica di un vecchio giradischi. Quando il
sole tirava le cuoia e le tenebre incominciavano ad amalgamarsi con l’aria,
ecco, era quello il momento in cui John amava scrutare le onde del mare. Strano!
Perché quelle onde lo riportavano ad un fatto d’orrore che si era impossessato
di una parte della sua vita. Il crepuscolo di due anni prima. Un sole
imbavagliato da luce soffusa. Un mare immobile come una tavola di marmo. John
era seduto sulla risacca. Osservava, con il cuore nel miele, la sua donna
nuotare. Nonostante l’ora tarda lei aveva voluto dedicare ancora un po’ di tempo
all’acqua salata e lui aveva deciso di osservare i suoi fatati movimenti a mò di
sirena. Si era distratto un attimo! Un dannato attimo. Lo sguardo agitato in
cerca di una figura scomparsa. La sua donna non c’era più. Evaporata come acqua
al fuoco. Ancora gli occhi nel panico. Poi aveva fatto leva sulle sua gambe.
John era in piedi. Un mare che si stava prendendo gioco di lui. Non perse tempo!
Non un’instante! Piombò in mare con una foga che non credeva di possedere.
Riflessi rosei erano stati catturati da grossi cumuli di nuvole nere. La tavola
di marmo si era infranta. Il mare stava sbottando sul serio. Le onde si
increspavano, simulavano grossi fantasmi, coperti da lenzuoli schiumosi, che
alzavano le braccia per spaventare i malcapitati. John aveva ingoiato più acqua
di quanta ne potessero contenere i suoi polmoni. Quanto bruciavano! Era come se
la salsedine lo stesse corrodendo. Lui sembrava una bambola di pezza sballottata
qua e là. Perse i sensi. Non subito, ma abbastanza in fretta da non capire che
la morte lo stava afferrando per le caviglie e voleva trascinarlo sul fondo
dell’abisso.
Della pioggia erano rimaste piccole pozze
d’acqua. Sporche e repellenti. Gli occhi di John si aprirono all’unisono. Si
trovava su una lastra di cemento bagnata. Riprese possesso delle sua capacità
motorie quasi subito. Non appena gli fu chiaro che la sua donna era scomparsa
nel bel mezzo del mare e per quello che riusciva a ricordare, lui, non l’aveva
salvata. Fu propenso all’opzione sogno quando capì di trovarsi in una gabbia di
cemento. Era, grosso modo, un quadrato di cemento armato. Non c’era uno
spiraglio, un buco, niente. Non c’era ossigeno, ma John respirava e sbraitava e
piangeva e c’era tutto l’ossigeno di cui aveva bisogno. I suoi pugni
sanguinavano, c’era sangue coagulato sulle pareti. Aveva dato libero sfogo alla
sua colera. Dei pezzi di pelle erano rimasti incollati al cemento per via della
foga dei suoi pugni. In quella prigione di cemento non esisteva tempo, non c’era
il giorno né la notte. John non aveva bisogno né di mangiare né di dormire. Non
sapeva esattamente da quanto tempo si trovasse lì quando comparve un koala
gigante. Se lo ritrovò nella gabbia dall’oggi al domani. Quando comparve,
manteneva tra le zampe una carota ed era intento a masticarla. Un koala gigante
con stivali marroni, pantalone verdino, bretelle della stessa tonalità e capello
nero da cow-boy. Non lo notò subito ma aveva anche delle pistole, ognuna posta
su un fianco, tenute da un cinturone beige pieno zeppo di proiettili pronti per
l’uso. Non sono i conigli che mangiano carote?
Tra mille interrogativi che poteva porsi quello
fu il primo che gli venne in mente. All’interno della gabbia era buio. Ma allo
stesso tempo c’era luce, non fortissima, ma abbastanza per poter vedere da un
angolo all’altro del quadrato. Il koala continuava a masticare rumorosamente.
Era davvero buffo! Così com’era conciato somigliava a quei peluche giganti che
si vincono alle fiere con il tiro a segno. Dopo un po’ di tempo John decise di
avvicinarsi all’animale.
-
Ehi… puoi capirmi? Capisci quando
ti parlo?
In un primo momento l’animale tacque.
Continuando a masticare quell’infinta carota.
-
Certo che posso capirti…
Disse il koala, mentre si sbrodolava sui
pantaloni con la carota.
-
Perché non dovrei?
John si rese subito conto di quanto assurda
fosse quella situazione, ma già che c’era, avrebbe continuato. Avrebbe tentato
di capire.
-
Non dovresti perché io sono un
uomo e tu un animale.
Disse John con tono sarcastico.
-
Quanto siete arroganti voi umani!
Pensate di sapere tutto. Di capire tutto. Ci sono molte cose che non sapete… e
che molto probabilmente non saprete mai!
La voce dell’animale era molto sottile e rauca.
Una voce buona. E l’animale, nel suo insieme, non sembrava affatto pericoloso,
soprattutto con il buffo costume che indossava.
-
Forse nei sogni cambiano le cose?
Chiese John
-
Nei sogni? Quali sogni? Ti sembra
forse di stare sognando?
Rispose il koala, che nel frattempo era uscito
dall’ombra e aveva mostrato uno strano ghigno.
-
Questo è un sogno!
Ribattè John.
-
Oppure la vita che hai vissuto
fino ad ora era un sogno… e questa è la realtà!
-
Certo! La realtà è “io, chiuso
in una gabbia di cemento, dove non c’è aria ma respiro e parlo con un koala
gigante vestito da cow-boy… “ è questa la realtà?
-
Non siamo noi a decidere i canoni
della realtà! Nessuno può dire questo è reale, questo no! E’ la realtà che fissa
le sue leggi e le sue regole!
La chiacchierata con il koala – pistolero stava
assumendo dei risvolti filosofici. Poi accadde qualcosa. Dal nulla si aprì una
finestra sulla parete dinnanzi a John. Un piccolo rettangolo, grosso come la
finestrella di una prigione. L’animale fece segno a John di osservare. Occhi
nella fessura. Le barche nel mare sembravano tante puntine bianche infilzate su
un telo azzurro. Il vento scolpiva l’acqua come l’esperta mano di un’ artista.
-
E’ quella lì fuori la realtà che
vuoi vedere?
Chiese l’animale.
John distolse lo sguardo da quel mare verso il
quale provava un odio profondo, lancinante.
-
Dov’è la mia donna?
Chiese.
Il koala gli si avvicinò ulteriormente. Era
davvero enorme. Due metri o giù di lì. Aveva un viso paffuto e peloso. Tenero,
tenerissimo. Quell’animale non avrebbe fatto del male a nessuno, mai! Il koala
cominciò a giocherellare con le pistole. Le aveva estratte dall’enorme cinturone
stile Sergio Leone.
-
Seguimi…
Rispose l’animale.
-
E dove dovrei seguirti? Siamo in
una prigione di cemento.
-
Niente è come sembra uomo, niente!
Si aprì una minuta porta. Una densissima luce
gialla come foglie secche invase il quadrato che fino a qualche istante prima
era stato la prigione di John. Guardò oltre la porta. Era un salto nel vuoto.
Sotto di lui, a migliaia e migliaia di chilometri di distanza c’era un mare nero
come il fondo di un barile vuoto.
-
Andiamo?
Disse il koala.
-
Cadremo nel vuoto.
Rispose stizzito John.
L’animale si fece strada scostandolo con una
zampa.
Il koala mosse i primi passi nel vuoto.
Galleggiava. Come se sotto le sue enormi zampe ci fosse un ponte a sostenere il
suo peso. Il mare sbottava e sbuffava e faceva schiuma per via di onde
inviperite. Poi, in effetti, qualcosa di nuovo apparve. Un vecchio ponte di
legno traballante comparve sotto le zampe dell’animale. Fu quello uno dei
momenti in cui John dubitò fortemente del suo stato mentale. Parlava con un
koala gigante che camminava nel vuoto, nel bel mezzo del nulla, passando per una
porta che non c’era su un mare nero come inchiostro. L’animale non fece nessun
cenno, uno che fosse uno. John decise di attraversare il vuoto sul ponte
traballante comparso dal nulla. Il primo passo fu indeciso e tremolante. Tastò
la consistenza del legno. Avrebbe rischiato. Era l’unica cosa che poteva fare.
Certo, sarebbe potuto rimanere nella gabbia di cemento… no, ipotesi da scartare.
Un assiduo gracchiare riempiva il cielo rosso
come una pozza di sangue. Strani volatili neri sembravano cenere smossa dal
vento. Aveva dato una rapida occhiata alle bestie volanti, senza riuscire a
riconoscervi nulla che avesse mai visto. Somiglianza con i corvi, ma molto più
grandi. Fin quando se ne stavano in cielo a rumoreggiare e lo avessero lasciato
in pace non sarebbero stati un problema. Il koala, giunto alla fine del
tragitto, aprì una porta di legno, ingresso di una torre di pietra apparsa
magicamente tra le tenebre. John affrettò il passo ed entrò nella torre subito
dopo l’animale. Prima di chiudere la porta gli era sembrato di scorgere, nel
mare color tenebra, delle braccia carbonizzate che cercavano un appiglio.
Miliardi di braccia! Ma non ne era sicuro. Si ritrovò in una vecchia stanza
delle torture. La torre che aveva violato era spiaccicatamene gotica. Sulle
pareti di pietra della stanza erano appesi archi, baionette, lance, spade e
catene. Nel mezzo della stanza c’era un tavolo di legno massiccio. Immobile sul
tavolo, un uomo. Uno strano essere coperto da una vestaglia nera armeggiava con
delle tenaglie rosse, quel rosso, in un secondo momento si rivelò essere sangue.
-
Che posto è questo?
Chiese John al koala.
L’animale si abbassò leggermente il cappello,
ricordando molto nelle movenze, Clint Eastwood.
-
Nella vita quotidiana cerchi di
far sognare gli adolescenti e i bambini. Narri storie di animali e maghi. Questo
è lo scontro tra quello che inventi e i tuoi incubi.
Le parole del koala risuonarono come schegge di
vetro nelle orecchie di John.
-
Come fai a sapere che sono uno
scrittore di libri per ragazzi?
-
Questo è il tuo mondo, mio caro
John, solo un tantino più macabro!
L’animale rise. Forse fu la luce che rifletteva
sul suo viso. Rendendolo rosso come il fuoco, ma il koala sembrò perdere tutta
la sua innocenza. Sogghignando con enormi denti aguzzi che in precedenza non
erano stati notati da John. La figura vestita di nero si voltò. Stupore!
La bocca spalancata di John tardava a
richiudersi. Sotto il mantello nero, un papero. Proprio così, un enorme papero
giallo. Un papero gigante. Due metri, qualcosa in più e non in meno. Aveva una
benda nera sull’occhio sinistro e una cicatrice che lo segnava da sopra la benda
fino a sotto il becco. Qualche scontro tra paperi giganti, pensò John. Dal becco
pendevano dei brandelli di carne! La carne del povero disgraziato steso sul
tavolo delle torture, ormai privo di vita. Un braccio volò nell’aria putrida di
quella stanza. Sangue gocciolante inzuppava il pavimento. Carne in
decomposizione emanava il suo puzzo tra le quattro mura. Il koala raccolse il
braccio mentre volteggiava nella stanza. Denti da vampiro.
Un primo morso per staccare la carne.
Il secondo per arrivare all’osso.
Il terzo per rosicchiarlo.
Slinguazzando qua e là il sangue che zampillava
dalle vene tranciate.
John disgustato… inorridito.
Un incubo!
Voglio svegliarmi, niente!
I paesaggi, gli scenari, parte dei protagonisti
erano proprio i personaggi di favole per bambini. Il koala era il protagonista
del suo primo libro, Jimmy L’arrampicatore.
Il papero… beh, un papero compariva sempre nei
suoi testi, soprattutto nella raccolta di racconti, Prima della buonanotte.
La torre era proprio lo scenario dei suoi
racconti sui cavalieri.
Tutto combaciava con le parole del koala. Si
strizzò gli occhi, quasi a volersi svegliare… ma era sveglio, lucido, stava
vivendo la realtà, o almeno qualcosa di molto simile. Il papero strappò un altro
pezzo di carne dal petto dell’uomo incatenato e lo infilò nel becco come fosse
un panino. Il suo becco giallo era diventato quasi completamente rosso. Sembrava
che l’animale avesse infilato il becco in un piatto pieno di sugo, ma John aveva
capito troppo bene che non si trattava di salsa al pomodoro.
-
Scusa, non ti ho offerto il cibo.
Vuoi?
Chiese il koala, allungando l’osso spolpato
verso John.
La sua prima espressione fu inorridita. Il puzzo
di carne marcia aveva invaso le sue narici e gli aveva causato un forte
giramento di testa.
-
Non è reale… i personaggi dei mie
racconti che si animano mangiano carne umana, non può essere reale!
-
Ci hai creato tu. Tutto quello che
ti circonda è uscito dalla tua penna!
Disse il papero. Aveva una voce familiare. Già
sentita miliardi di volte. Ma si, certo, pensò John, la voce di Paperino.
Personaggio di punta della Walt Disney.
Accadde qualcosa. Un flash abbagliò John. Quando
riuscì a riaprire gli occhi si trovava in un enorme distesa verde. Prati in
fiore lo circondavano. Una leggera brezza primaverile lo sfiorava, scompigliando
leggermente la sua chioma. Pace e serenità, era questo che quell’ambiente gli
stava donando. Improvvisamente si era dimenticato del koala cow-boy e del papero
squartatore. In una frazione di secondo era passato dalla stanza delle torture
di una torre al bel mezzo di una splendida vallata in fiore. Sulla sua destra un
piccolo ruscello accarezzava le rocce. Un rumore soffice, come di acqua smossa
dolcemente. Sui bordi del fiumiciattolo una grande varietà di fiori splendevano
sotto la luce di un sole cocente. Comparve la luna nel cielo. Dalla sua
rotondità si allungarono delle braccia che strattonarono il sole a ripetizione.
Sulla luna spuntarono degli occhi. Intensi. Malvagi. Una bocca, zeppa di denti
spigolosi. Con le sue possenti braccia portò il sole verso le fauci e lo divorò
come fosse un sandwich. Il sangue sgorgò dalla bocca della luna ed incominciò a
cadere sui prati in fiore sotto forma di pioggia. Pioggia rossa. Pioggia sporca.
Pioggia densa. Bagnò copiosamente gli abiti di John.
Buio. Dense tenebre avvilupparono il paesaggio.
Fiori dapprima bianchi divennero rossi a causa del sangue. La luna aveva un
ghigno malvagio. La bocca rossa coperta di sangue emetteva degli strani
cachinni. Tutto era diventato nero. La serenità che aveva invaso le membra di
John non c’era più. Era stata inghiottita dall’abisso. La luna guardò John con
aria di scherno. Si rivolse all’uomo con voce fiera e tonante.
-
Ho inghiottito la tua donna, ho
inghiottito il sole e la felicità. Sono la luna. Regina delle tenebre e della
sofferenza
La luna. In tante storie era stata degna regina
di affascinati paesaggi. Ma una luna malvagia… chi mai l’avrebbe potuta
immaginare?
John alzò lo sguardo. Non aveva bisogno di
coprirsi gli occhi dal sole. Ma portò ugualmente la mano sinistra a protezione
degli occhi.
-
Dov’è la mia donna? L’hai
nominata… dimmi di più!
-
Puoi trovarla solo nei tuoi sogni.
Puoi cercarla solo dentro di te, perché nella materia lei non c’è più, perché al
tatto lei è aria.
-
Lei non è morta… mi sono gettato
in mare per salvarla e poi…
-
Ti sei ritrovato nell’irrealtà che
tu credevi tale… nella realtà che mai avresti immaginato.
La luna allungò a dismisura le sue braccia,
catturando la figura di John e portandola al suo cospetto. Nel cielo nero
volavano bestie immonde. Gridavano e piangevano esseri allucinati. Sembrava un
girone dell’inferno descritto dalla penna di un pazzo.
-
La tua donna è più vicino di
quanto pensi… basta capire cosa sei, dove sei, chi sei!
-
Lasciami andare!
Disse John
-
Lasciami cercare la mia donna!
Mentre con una mano teneva fermo John, con
l’atra si ripulì il sangue che colava lungo la sua superficie formata da mille
crateri. La luna aprì la bocca e come una pallina di cioccolato lanciò John
dentro la sua bocca. L’uomo vide qualcosa agitarsi all’interno della luna. Poi
si ritrovò sulla spiaggia. Quella che stava contemplando prima di gettarsi in
mare.
Ecco, adesso era tutto chiaro. Capì perché era
sereno. Perché stare lì non gli provocava brutti ricordi e lacrime amare. Si
voltò. La sua donna lo cingeva da dietro. Abbracciandolo e stringendolo con
calore.
- Sempre insieme amore mio… grazie per avermi
raggiunto!
Disse la donna.
-
Non avrei potuto passare un
secondo senza il profumo del tuo respiro, senza il calore del tuo corpo,
l’immensità dei tuoi occhi!
Si baciarono. Il bacio più appassionato. Il
bacio d’amore. Il bacio più vero che sia mai stato dato.
Ecco! Era tutto chiaro. Ora John ricordava.
Era sereno. Lui era morto. Morto annegato nel
tentativo di salvare la sua donna. Morto per lei e per questo sempre con lei.
Aveva attraversato inferno, purgatorio e paradiso ma ora era con lei. Sulla
stessa spiaggia, con lo stesso mare che componeva musica in sottofondo.
Era lì.
Come un malinconico fantasma in cerca dei posti
che da vivo erano stati importanti… perché lì, su quella spiaggia, lui e la sua
donna, tanto tempo prima si erano giurati eterno amore e l’eternità li aveva
presi in parola. Stringendoli forte e lasciandoli in balia del loro sconfinato
amore!