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REGOLAMENTO

 

 

 

 

 

DEAMONICUS

 
 
 

Arbor daemonicus

 

Una volta arrivato sulla sommità della collina trovai una piccola area pianeggiante, chiamata il Ballo del Lupo. Non fu facile arrivarci, quel giorno il cielo era sereno e la temperatura gradevole, ma nella notte precedente un violento scroscio d’acqua aveva reso scivoloso il fondo del bosco, costituito per lo più da un tappeto di foglie secche bagnate, da cui spuntavano a volte pietre ricoperte da un folto strato di muschio. L’ideale per ritrovarsi col culo per terra al primo passo sbagliato. Una volta giunto al Ballo del Lupo cominciai a cercare, anche se non sapevo bene che cosa e soprattutto se esistesse veramente ciò che cercavo. Comunque in fondo il compito non era poi così difficile, pensai, dovevo solo cercare qualcosa di anomalo, qualcosa che risultasse in qualche modo fuori posto in quel bosco di castagni. Vagai tra gli alberi per una buona mezz’ora, ma alla fine lo trovai. Non ero e non sono un botanico e non sono in grado di distinguere molte specie di alberi, ma quella pianta, dal fusto imponente e contorto quasi a spirale, sembrava coincidere con la descrizione che più di un decennio prima  mi aveva fatto mio nonno. Il diametro del fusto mi fece ritenere che l’età dell’albero potesse essere di gran lunga superiore di quella di tutti gli altri castagni di quel posto, forse un tempo la sua sagoma solitaria si stagliava sull’apice di quella collina, prima che gli altri alberi la colonizzassero e molto prima che quel luogo divenisse, in un tempo ormai passato, il territorio di caccia di qualche lupo, in branco o solitario.

Il tronco di quell’albero s’innalzava almeno per sei o sette metri, prima di ramificarsi in un intrico di rami solo apparentemente caotico e casuale, ricoperto da una folta chioma di bellissime foglie color rosso vermiglio.

Esaminai con cura e con crescente curiosità ed eccitazione la corteccia dell’albero, fino a che trovai finalmente la prova che cercavo, un’incisione, simile ad una cicatrice ormai quasi invisibile, che riportava il nome di mio nonno ed una data: 9/8/47. Tutto coincideva, o meglio coincideva fino a quel punto, la parte del racconto di mio nonno più intrigante ed onestamente ben difficile da credere doveva ancora essere verificata.

A quel punto la curiosità era davvero tanta, ma ben più grande fu lo stupore quando estratto un grosso ed affilato coltello dal mio zaino, incisi profondamente la corteccia dell’albero. Da quel profondo taglio cominciò a sgorgare copiosamente una linfa rossa, stranamente fluida, che colò lungo le insenature del tronco fino al terreno, dove formò una piccola pozza rapidamente assorbita dalla terra. Rimasi sconcertato, era tutto vero, mio nonno non mi aveva raccontato una balla involontaria, generata dallo svilupparsi del morbo di Alzheimer, quando è facile che, tra qualche sempre più raro sprazzo di lucidità, sogni e realtà comincino a fondersi in modo sempre più inestricabile.

Ciò a cui stavo assistendo era letteralmente incredibile, perché non mi ci volle molto a capire che quella che sgorgava da quell’incisione non era un qualche tipo di linfa, ma un vero e proprio sangue, sangue vegetale…

Vidi che alcuni schizzi di quel sangue mi erano finiti sulle mani e subito me le pulii con alcuni fazzoletti di carta, per paura che quella sostanza potesse essere in qualche modo velenosa. Nel frattempo l’emorragia si era già arrestata e l’incisione, o la ferita, si era già rapidamente rimarginata.

Mi chiesi che cosa fosse quella creatura, ormai non riuscivo più a definirla come un albero, forse avevo scoperto una nuova e rarissima specie vegetale fino ad allora ignota alla biologia. Ma no, doveva essere qualcosa di molto più importante, di scientificamente e non solo clamoroso. Qualcosa che sfuggiva a tutti i parametri di classificazione fino ad allora e tuttora noti, una creatura che forse rientrava sia nel mondo vegetale che in quello animale.

Dopo qualche secondo in cui rimasi come inebetito, appoggiai istintivamente una mano sul tronco e sentii che era caldo, emanava calore. Forse per quanto incredibile avevo scoperto un albero a sangue caldo, pensai, sorridendo per l’apparente assurdità di quel pensiero, ma fu solo un attimo, perché rimasi atterrito quando con la mano ancora appoggiata sul tronco avvertii chiaramente una pulsazione. Ritrassi subito la mano, ero spaventato, ma non scappai, perché nella mia mente si fece subito strada un pensiero ancora più inquietante dei precedenti. Mi chiesi se quella creatura, forse dotata di un qualche tipo di sistema circolatorio, potesse addirittura avere una qualche traccia di qualcosa di simile ad un sistema nervoso. Mi sentii improvvisamente in colpa, forse poteva provare dolore ed io gli avevo inflitto un lungo e profondo taglio. M’immaginai addirittura per un attimo nei panni di quella creatura, senza capacità di muoversi o poter reagire in alcun modo, subire un atroce dolore solo per soddisfare la curiosità di una misera creatura, che non aveva magari nemmeno un centesimo della mia età.

Poi, all’improvviso accadde l’impensabile, il terreno sotto di me cedette di colpo e ne fui quasi risucchiato, fino a fermarmi con i piedi circa un metro e mezzo sotto, su di una superficie solida, che però si frantumò prima che avessi il tempo di reagire. Sotto di me c’era il vuoto, ma qualcosa subito mi afferrò strettamente impedendomi di cadere, mentre la piccola voragine sopra di me si stava chiudendo  rapidamente. Ebbi il tempo di vedere che quella superficie solida che si era subito frantumata sotto il mio peso, non era altro che una sottile pellicola vetrosa, poco più spessa del vetro di una lampadina ad incandescenza, ma inspiegabilmente in grado di reggere perfettamente il terreno sovrastante, fino a quando non vi ero entrato in contatto diretto, come se potesse variare la propria resistenza a seconda dei casi. Questo pensiero svanì però subito nella mia mente, sempre più immersa nel panico, perché la visione che mi si parò davanti fu qualcosa alla quale non ero preparato, anzi alla quale nessuno poteva essere in alcun modo preparato.

Non avrei mai potuto immaginare qualcosa di più orribile ed al tempo stesso disgustoso e disturbante. Poco sotto la superficie di terra, che si era già richiusa sopra di me, vi era un groviglio di corpi nudi, avvizziti, di uomini e donne, contorti innaturalmente ed illuminati da una luce rossa soffusa.

Non so quanti fossero, i corpi erano avvolti da un’intricata rete di tubi rossi luminosi, alcuni dei quali pulsanti, le cui terminazioni penetravano nel torace e nell’addome di quelle povere creature. Mi ci volle qualche secondo per realizzare una terribile verità: quei miei simili dannati erano di fatto le radici di quell’albero ed al tempo stesso la sua fonte di nutrimento. Alcuni erano più in carne, altri, forse ospiti da più tempo di quell’inferno, erano già stati come risucchiati e ridotti ad un ammasso contorto di pelle ed ossa, ma una cosa che li accomunava tutti, oltre all’essere ormai parte integrante di quella creatura millenaria, era il loro viso, non lo dimenticherò mai: scarno, con gli zigomi sporgenti, le cavità oculari svuotate e soprattutto paralizzato in un terrificante urlo senza voce. Eravamo sospesi nel vuoto e mi soggiunse subito un pensiero terrificante, la mia visione della realtà implose, era come se il mondo che avevo conosciuto fino ad allora fosse stato solo una specie di scenografia cinematografica, sospesa sul nulla o su chissà quali orrori, solo da una sottile membrana rigida. Forse fino ad allora avevo vissuto solo un’illusione e la realtà vera e propria era ciò che solo adesso intravedevo con sconcerto.

Potevo vedere quella terribile scena grazie alla innaturale luminosità di quei tubi o vasi, non so come definirli, che come tentacoli cercavano di avvolgere anche me e cominciavano a strapparmi i vestiti. Sotto di me c’era un abisso oscuro, quel groviglio di vasi rossi  che avevano ben poco di umano erano l’unica cosa che m’impediva di precipitarvi. In ogni caso, sebbene il panico crescesse rapidamente in me, non volevo fare la fine di quelle persone consumate lentamente da quella creatura e se il prezzo da pagare fosse stato quello di precipitare nell’abisso, ebbene che così fosse…

Tagliai istintivamente e con decisione i corpi di quelle povere “radici”, che cedettero all’istante come legno completamente fradicio. Mi sarei aspettato che quei corpi dall’apparenza asciutta, ma internamente impregnati di liquido cadessero quasi come sassi nel vuoto, invece cadevano leggeri come piume e finalmente decontratti, rilasciati come bambole di pezza, che svanivano alla mia vista cadendo lentamente nell’abisso, infondendomi un improvviso ed insolito senso di fugace serenità. Mi preparai a seguirli, quando reciso l’ultimo di quei dannati, sentii uno stridio acutissimo che perforò le mie orecchie. Mi piace pensare che quello fosse il disperato grido di dolore di quel demone, che finalmente crepava. Tagliai allora gli ultimi tentacoli che mi avvolgevano strettamente e caddi, leggero come una piuma, oscillando verso l’abisso, quando all’improvviso, con mia grande sorpresa e soddisfazione vidi sopra di me che anche quell’albero demoniaco sprofondava, per poi cadere di colpo nel vuoto, cadendo, lui sì, come un sasso verso l’oscurità. Un raggio di luce mi raggiunse per un attimo, attraverso la voragine aperta dall’albero in caduta, ma quella finestra sulla “mia” realtà si chiuse subito e scesero nuovamente le tenebre, mentre mi addormentavo, colto da un sonno inarrestabile.

Quando mi risvegliai ero adagiato sul fondo di foglie secche del Ballo del Lupo. Fu una sensazione strana ed al tempo stesso familiare, come quella che si prova svegliandosi da un incubo e riacquistando lucidità. Purtroppo però quello non poteva essere stato un semplice incubo, sarebbe stato troppo bello. I miei vestiti erano in parte strappati, avevo lividi sparsi sull’addome e di fianco a me vidi subito con orrore il mio coltello, ricoperto di sangue rappreso.

Cercai subito con lo sguardo l’albero demoniaco, ma non lo trovai, nel punto in cui lo avevo visto precedentemente c’era solo un avvallamento del terreno. Colto da una frenesia incontrollabile non potei fare a meno di cominciare a scavare in quel punto, utilizzando semplicemente il mio grosso coltello, le mani ed un sasso piatto che avevo a portata di mano. Continuai a scavare come un pazzo, ferendomi le mani, rompendomi le unghie, per quasi due ore, finché non fui completamente sfinito, ma niente, non trovai nulla se non terra e sassi e che altro doveva esserci, pensai…

Ma sapevo cosa avrebbe dovuto esserci, che cazzo!  Lo avevo visto di persona e non lo avrei mai dimenticato, eppure non trovai nulla. Andai via da quel luogo e trovai la forza di tornarci solo l’anno dopo, in seguito ad una serie interminabile di incubi. Trovai subito il posto ed in quel piccolo avvallamento vidi… una pianticella. La sradicai con forza e rabbia, ma era solo una normale pianta, di castagno per di più…

Me ne andai per tornarci mai più, cercando di farmi una ragione del fatto che non ci è dato sapere ogni cosa e che per quanto sia difficile da accettare ci sono domande che sono e rimarranno sempre senza risposta. Eppure continuo a rivivere quell’esperienza, non c’è modo di cancellarla dalla mia mente. Ripenso a quando mi risvegliai da quell’incubo su quel letto di foglie secche, proprio con quella strana sensazione che si prova in quegli istanti quando si passa troppo bruscamente tra sonno e veglia, ma… se fosse il contrario?

 

L'AUTORE DEL RACCONTO

 

Simone Babini